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Introduzione alla filosofia del diritto

La materia è infinita e ci si limiterà a brevi cenni, che eventualmente verranno sviluppati in successivi interventi.

Il diritto sarebbe orfano, senza un sostrato filosofico. L’attenzione in prospettiva filosofica al fenomeno giuridico è consustanziale ai primi sviluppi del pensiero umano, in quanto l’uomo, per la circostanza di vivere in un contesto sociale, è portato a meditare sulle regole che devono costituire la base per la regolamentazione del rapporto con i consociati.

Si suole affermare che una manifestazione della giuridicità è la circostanza che una conseguenza sicura della mancata applicazione di una norma è l’irrogazione di una sanzione, a seguito della sua violazione, con il corollario che il precetto quando sia solo morale, è suscettibile di violazione, senza alcun intervento sanzionatorio, ma la questione è più articolata, in quanto deve anche coesistere presso la comunità la convinzione della giuridicità di una certa disposizione, sia che essa sia cristallizzata in un testo scritto, sia che derivi da una consuetudine, la cui applicazione concreta appaia protrattasi nel tempo. Spesso ci può essere un’intersezione di regole morali e giuridiche, accorpate e allora occorre bilanciare e modulare il criterio di analisi. I princìpi generali del diritto (non sempre agevolmente distinguibili dalle mere regole) son considerati un ponte di collegamento fra diritto e morale, ma la compenetrazione fra diritto e morale in genere implica l’esigenza di un superamento dell’utilizzo della sola logica sillogistica, al fine di analizzare il testo normativo. Tra diritto e morale in astratto può configurarsi un nesso di separazione o connessione. Il filosofo Austin ha sostenuto la tesi della separazione, osservando che una regola giuridica è tale, anche quando non corrisponda alla concezione etica prevalente in una data fase. Tuttavia, spesso nella costruzione dei testi normativi intervengono concetti etici come “buon costume”, “ordine pubblico”, i quali, ai fini di un’appropriata decodificazione, richiedono il riferimento a un sistema logico, che tenga conto delle sfumature e non si limiti a un mero esame dei poli opposti di una questione (bianco-nero, per es.). Nell’individuazione dei parametri per l’analisi congrua delle regole morali, occorrerà anche verificare se venga in considerazione una morale “laica”, indifferente al religioso o addirittura antagonista a essa o una morale impregnata di religiosità e/o misticismo.

Le origini della lingua italiana: i primi documenti

Italia
Mappa lingue neolatine, tratta da www.lextra.info

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Introduzione

La storia della lingua italiana nasce a partire dalla sua evoluzione dalla lingua latina. Quest’ultima era andata via, via estinguendosi dopo le varie invasioni barbariche e lo sviluppo della chiesa ortodossa, e c’è da sottolineare che in ogni caso la lingua latina non era mai stata del tutto unitiva come lingua imperiale: in ogni regione conquistata dai romani il latino spesso prendeva il posto delle lingue native, ma quest’ultime non venivano mai del tutto soppiantate, dando di fatti vita in Italia, per esempio, ai dialetti gallici, posti nel nord Italia (segnatamente in Lombardia e Piemonte) con delle determinate caratteristiche.

Ma per arrivare all’italiano che tutti noi oggi utilizziamo nel nostro scrivere e parlare, ci sono state delle tappe evolutive e dei processi che ne hanno caratterizzato la crescita. Si è partiti dai primi testi letterari come il Placito Capuano e l’Indovinello Veronese, fino ad arrivare alla Commedia di Dante Alighieri e ai I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Un evoluzione degna di essere osservata secolo per secolo.

La Germania e la Prima guerra mondiale. Il dibattito tra gli storici da Fischer a Clark

Il professor Jörg Wollenberg dell’Università di Brema nella prima parte del seminario tenutosi a Cagliari ha sviluppato un discorso incentrato sui problemi che i vari storici della Germania hanno incontrato nell’affrontare lo studio della propria nazione, la cui complessità, determinata dalla sensibilità imposta dall’autocoscienza storica degli avvenimenti considerati. Dover affrontare verità scomode e personaggi tutt’altro che umani nella storiografia tedesca e non solo ha prodotto talvolta opere coerenti e precise, ma altre volte lavori che tendevano a riconsiderare non in modo sufficientemente dettagliato e rigoroso certi elementi di primaria importanza.

I numeri magici di Fibonacci – Keith Devlin

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I numeri magici di Fibonacci è uno dei libri della collana La matematica come un romanzo che sta uscendo periodicamente per settimana con il Corriere della sera. Abbiamo già avuto modo di parlare della lodevole iniziativa di una delle più importanti testate italiane, ma in questa sede vorremmo considerare il volume di Keith Devlin. Non si tratta propriamente di un lavoro introduttivo ad una parte della matematica, quanto di un libro che racconta la storia di uno dei matematici più importanti del medioevo, per quanto uno dei più sconosciuti. Di Leonardo Fibonacci abbiamo pochissime attestazioni e la sua stessa opera viene riscoperta e tradotta in inglese solo di recente, per via del fatto che essa viene ripresa e rielaborata, quando non diventa così inclusa nella nostra normale prassi di calcolo da diventare scontata, ancorché non banale. Infatti, come molte opere di genio, ciò che è stato il frutto di grande lavoro e di grande studio spesso viene compattato in modo da acquisire i risultati senza la coscienza di ciò che ha potuto garantire quegli stessi risultati. D’altronde, nessuno che sappia fare due più due sa indicare il motivo per cui non fa tre o, per meglio dire, non sa esibire una dimostrazione rigorosa di questo fatto. Allo stesso modo, quando eseguiamo i calcoli delle moltiplicazioni presenti nelle tabelline nessuno sa quali sono le ragioni che ci danno fiducia su quei calcoli. Per questo il libro di Keith Devlin risulta essere così interessante: perché riconsidera la storia non di un artista, non di uno scrittore o di un uomo d’arme, ma di un matematico che ha avuto talmente tanti influssi da essere presto dimenticato in nome dei suoi risultati così acquisiti da venire considerati ovvi. Ed è sempre dal presunto ovvio che si scoprono le più grandi novità perché è esattamente ciò che sembra banale senza esserlo.

La questione della lingua italiana – da Bembo a Pasolini

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La questione della lingua italiana è stato oggetto di studi approfonditi da diversi teorizzatori, per via del fatto che la lingua italiana a partire dalla sua nascita ha sempre presentato aspetti che la mettessero su un piano di controversia spesso combattuto fra i classicisti e gli innovatori.

Tutto ebbe inizio a partire dal 1294 quando Dante Alighieri aprì, con il suo sapere e volere, il dibattito della questione sulla lingua italiana, con la stesura del trattato sulla lingua intitolato De vulgari eloquentiain questo scritto, il pensatore fiorentino teorizzò per la prima volta gli aspetti del volgare italiano, cercandone di comprendere le origini e di stabilire quali fossero i canoni per un buon uso stilistico della lingua. Infatti, per Dante, la lingua italiana prima di tutto doveva essere una lingua di uso colto e letterario, che non ricadesse nei canoni della bassezza popolare.

I mercenari dell’Arcadia

Table of Content

1.1 Introduzione
2.1 Arcadia
3.1 Gli Arcadi
3.2 I mercenari
4.1 Conclusioni
5.1 Bibliografia

1.1  Introduzione

L’Arcadia sembra essere una terra che si presta facilmente alla formazione di mercenari. Curioso è l’aspetto, notato da N. Fields sul come, a distanza di secoli, fra popolazioni con diverse collocazioni geografiche, possa presentarsi una stessa ragione di essere che accomuni due popoli. La ragion d’essere di cui sto parlando è l’arruolamento di mercenari: sia Svizzeri che Arcadi hanno venduto per anni la propria forza militare al miglior offerente. La Svizzera ha visto in età moderna nel mercenariato una via di fuga alla povertà dilagante, mentre la stessa povertà ha dato un enorme spinta al fenomeno. Così, numerosi gruppi di mercenari stipularono patti con governanti stranieri e capitani che avessero intenzione di negoziare e rinforzare le proprie truppe.

L’Arcadia, proprio come la Svizzera, è una terra molto povera, quasi del tutto costituita da montagne, tale da divenire la patria di mercenari al soldo dei miglior offerenti.

Filosofia del/nel tango

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Premessa

In questo scritto verrà fatta una analisi di alcuni elementi del tango (inteso come pratica di ballo di coppia) che ritengo interessanti dal punto di vista culturale.
L’idea di questo scritto mi è stata suggerita dallo scetticismo provocatorio di un mio amico filosofo nei confronti dell’idea che la pratica del tango possa considerarsi significativa sotto un profilo intellettuale e culturale. Ovviamente non sono di questo avviso, e la stesura di questo scritto mi ha dato l’opportunità di esaminare il tango da un punto di vista – per così dire – filosofico.
In sostanza in questo articolo verranno analizzati alcuni aspetti, le possibili interpretazioni sul “senso” e sulle finalità della pratica e dei suoi movimenti, e del contesto socio-culturale in cui la pratica del tango si inserisce. Tale analisi non ha alcuna pretesa di esaustività né di scientificità, data la natura estremamente soggettiva dell’argomento (interpretazione di un fenomeno culturale complesso), né ha alcuna pretesa di autorità (ho solo una modesta esperienza nella pratica del tango). In altre parole la mia analisi sarà impostata come soggettiva, e in quanto tale volta a mostrare aspetti della mia personalità così come della mia pratica, e in quanto opera soggettiva sarà soggetta a tutte le libertà e i vincoli del caso.

La lingua italiana – Problemi linguistici e definizioni

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La lingua italiana fa parte della grande famiglia delle lingue indoeuropee. Nella fattispecie l’italiano deriva direttamente dal latino ed è per questo detta una lingua neolatina o romanza. Oltre ad essere parlata in Italia da circa 59 milioni di madrelingua, essa è anche usata nella Repubblica di San Marino, nella Città del Vaticano, in alcuni cantoni della Svizzera, in Slovenia e in Croazia, in Albania dove molte televisioni usano anche l’italiano, nei ceti colti presso Malta e infine, sempre più raramente nella regione di Nizza e Monaco, e nell’isola greca di Rodi, questa in quanto ex territorio posto sotto il protettorato fascista nei periodi del regime. Nel Corno d’Africa, laddove erano presenti delle colonie italiane durante la seconda guerra mondiale, si va ormai estinguendo la conoscenza della nostra lingua.

In Italia, oltre i dialetti, che vedremo a breve, sono presenti diverse minoranze linguistiche. Queste sono dette alloglotti, per l’appunto altralingua. Dal 1999 con la legge n.482 queste vengono tutelate, spesso in maniera poco chiara, e sono riconosciute come minoranza da porre sotto un ala protettiva. Ma spesso non è così e non è chiaro in che senso va intesa la presenza di una minoranza linguistica in un determinato territorio. Vediamo adesso quali sono i principali alloglotti.

Discussioni sugli scacchi – Il bilancio di un’esperienza innovativa

Il giovedì 12 di giugno del 2014 si è chiusa un’esperienza unica, almeno, a mia memoria. Senza dubbio, è stata un’esperienza unica per il sottoscritto per molti motivi. Ma iniziamo dal principio.

Partecipo alle attività di circoli di scacchi da quando ho quattordici-quindici anni. Cioè da quasi dodici anni. Le principali iniziative sono sempre state di natura agonistica (tornei) o tecnica (lezioni di maestri o grandi maestri). Molto raramente si è presentata l’occasione per parlare degli aspetti culturali e sociali del gioco. E anche in questo caso ci si sentiva in dovere di rimanere ancorati alla storia degli scacchi in modo più o meno stringente. L’idea di considerare gli scacchi esclusivamente dalle prospettive culturali o sociali è sempre stata vista con sospetto, specialmente da chi ritiene che gli scacchi non siano semplicemente un gioco, uno strumento (di aggregazione, divertimento, condivisione…) ma un vero e proprio mestiere retribuito o diversamente retribuito, se non lo scopo intrinseco di una vita. Mettendo gli scacchi come scopo ultimo, viene a cadere la possibilità di considerare gli scacchi come qualcosa di più di un semplice gioco. Proprio perché, appunto, risulta non sempre così chiaro perché dover giocare a scacchi e non dedicarsi allo studio, alla filatelia o ad altri giochi interessanti come il go, il RisiKo!, il bridge o il poker che, per quanti sforzi si facciano per far finta di ignorarli, risultano altrettanto degni di considerazione.DSCN0357
Sin da quando cominciai a pensare gli scacchi come ad uno strumento per visualizzare le varie teorie filosofiche, compresi quanto, in realtà, il nobil gioco sia un potente veicolo culturale ancora molto sottovalutato. Quando iniziai a prendere sul serio l’idea che gli scacchi possano essere un ottimo sistema didattico per discipline altrimenti astratte e lontane, mi resi conto che gli scacchisti sono un popolo che si caratterizza per alcune proprietà psicologiche comuni che normalmente sfuggono all’attenzione: la curiosità, la socievolezza (sui generis) e il riconoscimento del valore del piacere intellettuale. Gli scacchisti, a prescindere dal loro livello di gioco, sono persone che sono spinte a cercare novità, a interrogarsi sulle mosse, a comprendere l’avversario. Queste qualità indispensabili per il giocatore si fondano sulla psicologia stessa dello scacchista. In quanto tratti caratteriali, questi elementi psicologici sono trasferibili anche in altri ambiti.

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello – Oliver Sacks

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L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello è un libro di divulgazione scientifica, in particolare, si tratta di divulgazione delle neuroscienze. Oliver Sacks, i cui critici (ma molto discutibili nella loro critica) lo soprannominarono l’uomo che scambiò le neuroscienze per una montagna di soldi, è un fisico, neurologo e autore di numerosi lavori di varia natura.

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello è una raccolta di report su casi clinici neurologici reali, pur nella loro assurdità, che ne costituisce sia l’elemento umoristico, che l’elemento drammatico. Il lettore, infatti, è spesso colto da una sensazione mista tra il divertimento, il senso di spasso ma anche l’angoscia. Infatti, da un lato, i casi clinici che Sacks riporta sono decisamente interessanti, da un punto di vista strettamente neuroscientifico.