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Autore: Giangiuseppe Pili

Terre di sangue – L’Europa nella morsa di Hitler e Stalin | Timothy Snyder

To dismiss the Nazis or the Soviet as beyond human concern or historical understanding is to fall into their moral trap. The safer route is to realize that their motives for mass killing, however revolting to us, made sense to them. Heinrich Himmler said that it was good to see a hundred, or five hundred, or a thousand corpses lying side by side. What he meant was that to kill another person is a sacrifice of the purity of one’s own soul, and that making this sacrifice elevated the killer to higher moral level. This was an expression of a certain kind of devotion. (…) It was Gandhi who noted that evil depends upon good, in the sense that those who come together to commit evil deeds must be devoted one to the other and believe in their cause. Devotion and faith did not make the Germans good, but they do make them human. Like everyone else, they had access to ethical thinking, even if their own was dreadfully misguided.

Timothy Snyder

Bloodlands – Europe Between Hitler and Stalin è un libro di Timothy Snyder, uscito per la prima volta nel 2010, tradotto in italiano (2015) con il titolo Terre di sangue – L’Europa nella morsa di Hitler e Stalin. E’ un libro la cui tesi storiografica è molto semplice ma anche intelligente e controintuitiva. Infatti, a quanto pare nessuno prima di Snyder, professore a Yale, si è reso conto che la zona di territorio che va dalla Germania-est sino, sostanzialmente, alla linea che va da San Pietroburgo-Mosca e Volgograd, è stata l’area del mondo in cui quattordici milioni di persone sono morte a causa dell’interazione del regime Nazista con il regime comunista-stalinista.

[Segnalazione] Economic Warfare, il nuovo quaderno della Società Italiana di Storia Militare

Cari lettori di SF,

E’ con mio grande piacere annunciare l’uscita del nuovo quaderno della Società Italiana di Storia Militare (SISM), Economic Warfare Storia dell’arma economica. Il quaderno è fruibile direttamente da open source di diverso tipo e a breve dal sito stesso della SISM. Economic Warfare è un lavoro di altissimo rilievo scientifico, curato dal prof. Virgilio Ilari e il prof. Giuseppe Della Torre. Tra i contributi ci sono alcuni massimi studiosi italiani del settore (come Carlo Jean e Gastone Breccia) e un contributo del sottoscritto, Giangiuseppe Pili. Come già da diversi anni, il SISM propone dei materiali di grande rilievo scientifico e liberamente fruibili anche per tutti gli utenti del web. Anche quest’anno SF vuole contribuire alla promozione del volume, sperando che anche voi lettori di SF possiate essere interessati a questo genere di tematiche che, per altro, trovano ampio spazio dentro l’universo di Scuola Filosofica. Invito, dunque, a leggere questo monumentale lavoro, Economic WarfareStoria dell’arma economica per scoprire la storia del nostro presente, che ci vede tutti all’interno di una guerra economica senza pace e senza tregua.

Un caro saluto a tutti voi e un personale augurio di buona lettura,

Giangiuseppe Pili

L’Italia di Mussolini – Richard Bosworth

In più, la dittatura fascista (al pari di tante altre) era profondamente corrotta: i tirapiedi di Mussolini avevano il muso in tutte le mangiatoie. Se è vero che le élite di governo sono sempre avide, è anche vero che alcune lo sono più di altre. Sotto il fascismo prosperavano i rapporti clientelari, e quella forma di referenza nota come “raccomandazione” costituiva una componente ineludibile della vita sociale. Come tattica per farsi strada nella vita, Roberto Farinacci, fascista per antonomasia, prototipo del ras rude e coriaceo, non indicava una qualche professione di fede ideologica, ma una ben comune panacea: “io non dimentico mai gli amici”.

Richard J. B. Bosworth

 

L’Italia di Mussolini dello storico australiano, Richard Bosworth, è un libro edito per la collana dei classici della storia, i prestigiosi Meridiani della Mondadori. Si tratta di un libro peculiare e sicuramente è una lettura che arricchisce il lettore. Il testo, infatti, non si presenta come una ricostruzione cronologica del solo regime o la biografia di questo o quel gerarca (Bosworth, per altro, è autore di una biografia di Mussolini). Non si tratta propriamente di una storia sociale. Il testo è una restituzione della polifonia italiana durante il periodo fascista.

L’obiettivo del libro non è quello di proporre una “storia unitaria” del regime o dell’Italia fascista. Lo storico si prefigge, invece, l’obiettivo di mostrare la molteplicità degli aspetti del regime “totalitario” fascista, attraverso la narrazione di tante storie. La narrazione è resa unitaria perché segue l’evoluzione del regime e della storia italiana in modo cronologicamente rigoroso e segue sostanzialmente delle grandi categorie storiche. Tuttavia, i capitoli si imperniano su una ricostruzione dal basso, della vita dei singoli cittadini durante gli anni della dittatura. Questo rende il libro estremamente piacevole da leggere e, sicuramente, non del tutto convenzionale. La figura del Duce non è al centro del libro, come non lo è la prassi politica. Il mondo politico del fascismo e dell’Italia viene mostrato in modo indiretto ma non meno chiaro e incisivo.

Storia della follia nell’età classica. Michel Foucault

Storia della follia nell’età classica (1961) è un trattato di Michel Foucault, scritto come dissertazione dottorale, per altro rifiutata prima da una università scandinava e poi accettata, ma senza grandi elogi, in Francia. Si tratta probabilmente di uno dei testi fondamentali del filosofo francese, già pienamente espressione di quella “archeologia del sapere” che egli intendeva proporre come sua prospettiva filosofica, a suo modo, neo-illuministica.

Uno dei valutatori della tesi di Foucault aveva osservato che il libro non è né propriamente una “storia” né propriamente una analisi filosofica. E’ difficile non concordare con questo giudizio, per quanto non si possa negare il peculiare valore dell’opera. Non si tratta di una analisi storica perché, per quanto Foucault si rifaccia anche a materiale archivistico e a opere di “esperti” e medici dell’età classica (XVI-XVIII secoli), non sono comunque sufficienti fondare una narrativa esclusivamente fondata su fatti o su ricostruzioni causali di essi. Non solo i fatti riportati vengono continuamente analizzati da un punto di vista filosofico, ma molto spesso vengono presentati proprio come conseguenze di contenuti culturali. Foucault si industria per mostrare quanto la nozione stessa di follia (che è una categoria della sragione, concetto più ampio e mai pienamente chiarito ma ripreso continuamente) sia culturally laden. Quindi, in questo senso, proporre una “storia” della follia è anche scavarne i significati culturali. Ma anche da questa prospettiva può essere un’esperienza frustrante quella di cercare di districarsi nella densissima analisi dei “significati” della follia, senza mai giungere ad un risultato chiaro e distinto.

La banalità del male. Hannah Arendt

Malgrado gli sforzi del Pubblico ministero, chiunque poteva vedere che quest’uomo [Eichmann] non era un “mostro”, ma era difficile non sospettare che fosse un buffone.

La banalità del male – Hanna Arendt

 

La banalità del male è una riflessione sull’olocausto, incentrata e sviluppata sulla base del reportage sul processo a Adolf Eichmann (1906-1962), tenuto a Gerusalemme, sotto un tribunale israeliano. Hannah Arendt non si limita solamente a riportare i fatti emersi all’interno del processo, ma amplia continuamente il discorso sulla storia dei fatti principali dell’olocausto. Non è un libro che ricostruisce la storia degli eventi della Germania Nazista e non ha l’intento di esaurire nessun genere di argomento, ma solo di considerare il ruolo di un uomo all’interno dell’organizzazione nazista dell’olocausto.

[Segnalazione] Intervista a Giangiuseppe Pili sul libro “Filosofia pura della guerra”

Carissimi,

E’ con mio grande piacere segnalarvi la mia intervista sul libro “Filosofia pura della guerra“, il sito “Letture.Org”. Chiunque voglia leggerla, rimando qui. Colgo l’occasione per ringraziare la redazione del sito in questione, che ha posto delle così interessanti domande.

Buona lettura,

Giangiuseppe Pili

The Wolf of Wall Street. Scorsese M.

The Wolf of Wall Street (2013) è probabilmente uno dei massimi capolavori degli ultimi decenni e senza dubbio un film che è destinato ad entrare nella storia del cinema. Scorsese ci aveva regalato dei giganteschi flop solamente se pensiamo ad Aviator (2004) e c’erano i fondati timori di una sua continua parabola discendente. Non solo.

Scorsese è qualcosa di più di un regista qualunque. E’ il regista di un film straordinario, immortale e perfetto come Taxi Driver (1976), ovvero uno dei film che rendono il cinema un’arte degna dei massimi capolavori della musica e della pittura occidentale. Quindi, anche film come The Departed (2006) o come Shutter Island (2010) vengono ridimensionati di fronte al fatto che non si possono paragonare alla grandezza dell’uomo solo, nella grande città, che vive all’inferno, il suo, quello di tutti e che alla fine decide che “qualcuno la deve pagare”. Travis è l’uomo in croce, vittima del destino e che dal destino tenta di sfuggire. E infatti “qualcuno la paga” davvero. E’ il racconto di una parte degli Stati Uniti ed è una storia di tutta l’umanità: la lotta non per la sopravvivenza ma per una vita ripulita, degna di qualche scopo.

Ebbene, sì! Ce l’abbiamo fatta! Scuola Filosofica diventa 3.0!

Già da diverso tempo avevamo detto che ci saremmo rinnovati. E l’abbiamo fatto! E’ stato un processo lungo, durato oltre due anni e tempestato di tanti avvenimenti, ripensamenti, dubbi, incertezze e impegni. Nel frattempo, non ci siamo fermati, abbiamo continuato a lavorare sul piano delle pubblicazioni e siamo giunti a risultati che i nostri lettori ormai conoscono.

Detto questo, il risultato del restyling è ancora da definire. Abbiamo bisogno di feedback, commenti, critiche. Diteci se trovate qualcosa che non vi piace, che non funziona, che non vi suona bene. Terremo presente di ogni segnalazione perché il vostro parere è assolutamente il più importante.

In questa sede, mi sento di ringraziare Riccardo Scasseddu su tutti, e i membri del gruppo. In particolare, Paolo Scattone ha dato un contributo importante nella razionalizzazione e anche in alcune idee che sono state incorporate, se non altro, nello spirito del restyling. Francesco Margoni, Wolfgang F. Pili e gli altri hanno contribuito a fornire idee e spunti di riflessione a suo tempo e speriamo di aver tenuto conto del loro punto di vista come di tutti gli altri.

Anche una grafica ha una sua storia e questa è la terza di SF! Dopo SF1.0, dopo SF2.0 e le sue varianti, siamo giunti a SF3.0! Speriamo davvero di poter contare ancora sul vostro plauso e sul vostro sosteno perché ogni grafica ha come unico significato quello di mostrare i contenuti!

Un augurio a tutti i lettori per una rinnovata navigazione in Scuola Filosofica 3.0!
Giangiuseppe Pili

L’Aleph. Jorge Luis Borges

(…) Scesi di nascosto, rotolai per la scala vietata. Caddi. Quando aprii gli occhi, vidi l’Aleph.” “L’Aleph” ripetei. “Sì, il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli. Non rivelai a nessuno la mia scoperta ma vi tornai ancora. Il bambino non poteva supporre che quel privilegio gli era accordato perché l’uomo cesellasse il poema! (…) La verità non penetra in un intelletto ribelle. Se tutti i luoghi della terra si trovano nell’Aleph, vi si troveranno tutti i lumi, tutte le lampade, tutte le sorgenti di luce”.

Jorge Luis Borges 


Questa recensione è dedicata a Eugenio Dessy, il quale mi stimolò pervicacemente fino al punto in cui dovetti cedere le armi intellettuali all’idea che non si possono creare aspettative sufficientemente alte nei confronti del labirinto edificato da uno scrittore-minotauro, giacché le aspettative, essendo pensieri, non sono né alte né basse perché già parte di un labirinto che non si misura con il sistema metrico-decimale, creato ex novo dalla vittoria napoleonica sull’Ancient regime. 


L’Aleph è una raccolta di racconti di Jorge Luis Borges (1899-1986), edita per la prima volta nel 1949 e poi ampliata a più riprese fino a metà degli anni cinquanta. Si tratta indubbiamente di un’opera la cui lettura non risulta agile e non è pensata per essere tale. Allo stesso tempo, Borges offre al lettore una serie di racconti che sono legati da “somiglianze, similitudini e variazioni sullo stesso tema”. E’ impossibile ricostruire dettagliatamente ogni singolo racconto della raccolta, ma considereremo esclusivamente i nuclei tematici e formali che ci sembrano di maggior rilievo per chi si accosti per la prima volta a L’Aleph.