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Operazioni belliche – Il secondo capitolo de L’arte della Guerra


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La guerra trae la sua possibilità dai mezzi materiali che si posseggono. La durata di uno scontro dipende dalla propria capacità di reggere lo sforzo fisico richiesto per sostenerlo. Lo sforzo bellico, qualche che sia la sua natura, richiede energie prolungate per il suo mantenimento e il consumo delle energie abbatte le forze e il morale, sicché laddove non c’è una mente salda, non c’è braccio che funzioni. La conoscenza dei problemi inerenti al confitto mostrano chiaramente il prezzo per cui si combatte e lo rendono quantificabile. In questo senso, la rapidità in guerra è una duplice virtù: rende minimo il consumo di energie vitali e raggiunge l’obbiettivo.

Il secondo capitolo de L’arte della guerra tratta delle ripercussioni dell’economia di guerra, intesa in senso più ampio del solo dispendio economico. Sun Tzu mette in evidenza la necessità di pensare al conflitto come ad una condizione di perpetuo e perdurante consumo di risorse materiali ed energie psichiche e fisiche. La catena che lega l’esercito alla madrepatria alimenta un circolo vizioso di impoverimento fisico ed economico e, conseguentemente, morale, ciò inteso nella dimensione emotiva della parola. Un esercito deve cercare di sostenersi esclusivamente sul territorio nemico, così da ridurre la forza dell’avversario senza imporre il pericoloso circolo vizioso. Questo è espresso con tutta l’acutezza e profondità delle parole di Sun Tzu:

Gustavo Benso marchese di Cavour

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Gustavo di Cavour, nato a Torino nel 1804, fu il primogenito di Michele Antonio Benso conte di Cavour e fratello, dal 1810, del più famoso Camillo Benso di Cavour, che come vedremo ebbe validi motivi per essere superiore al fratello più piccolo, come qualità di diplomatico e politico. La scelta di indagare su questa figura politica del risorgimento italiano nasce nel momento in cui ho affrontato lo studio della storia della Sardegna contemporanea e ho avuto modo di osservare come questo personaggio, oltre non avere spazio in nessuna delle mie enciclopedie cartacee e anche sul web, ridicolizzi appunto quel “feudo” che era all’epoca la Sardegna del periodo sabaudo e dell’Italia unita che andava delineandosi nel periodo subito successivo.

Il disagio della democrazia – Carlo Galli

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Non c’è una società democratica con un pensiero unico, o senza pensiero.

Carlo Galli

Il disagio della democrazia è un saggio di filosofia politica di Carlo Galli, già autore di altre opere importanti nel settore. Il fine dell’analisi è comprendere il motivo della disaffezione diffusa della società nei confronti della politica e della politica stessa nei confronti di se stessa.

Il lavoro si muove continuamente su tre generi distinti e convergenti, se non coincidenti, di analisi: filosofica, genealogicamente concettuale e storica. Galli argomenta sia dal punto di vista di storia della politica (vedi i primi due capitoli), sia dal punto di vista della storia della filosofia politica occidentale (vedi i continui riferimenti ai “classici” del pensiero politico filosofico moderno, Locke, Hume, Kant in particolare) e sia da un punto di vista di storia contemporanea (vedi le considerazioni del quinto capitolo).

Capitolo 12. La risoluzione dell’Uno

Prarthana1830590, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

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Consigliamo I veda – Capitolo 1


Altri tre passi (tratti questa volta dalla Bhagavad-gita: IX,4-5; X,2-3e20e39-41; XIII,15 – dunque non propriamente dai Veda) per chiarire un concetto vedico veramente fondamentale: tutto sta e proviene dall’Uno, anche se l’Uno non sta completamente nel tutto.

Valutazioni strategiche – Il primo capitolo de L’arte della guerra

By vlasta2, bluefootedbooby on flickr.com – https://www.flickr.com/photos/bluefootedbooby/370458424/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1616406

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Il primo capitolo de L’arte della guerra parla delle valutazioni strategiche e dei sistemi di valutazione del generale. Esso è rivolto al sovrano, colui che ha in mano le decisioni di uno Stato.

Un sovrano virtuoso sa far assumere il Tao (la Via) alle sue truppe, vale a dire che egli sa trasmettere il proprio scopo a tutti coloro che devono partecipare alla sua realizzazione, così che un pugno di uomini possa agire come un sol uomo: “Il Tao è ciò che induce il popolo a condividere lo stesso obbiettivo del governante al punto di non darsi pena di vita o morte per non deluderlo”.[1] Sun Tzu assume la sussistenza di un principio unificante e agente in modo che non si dia una dissipazione di energia nel contenere le singole spinte individuali o di sottogruppi, spinte che costituirebbero delle forze non perfettamente indirizzate verso un unico obbiettivo. Se questa condizione è violata, allora il generale avrebbe a che fare con dei problemi di sedizione interna, così che ciascuna componente dell’esercito costituirebbe un elemento ostile a se stesso, in quanto parte di un insieme, imponendo, così immediate difficoltà pratiche nella realizzazione delle operazioni militari: “Se impieghi un generale che segue le mie valutazioni, egli sarà sicuramente vittorioso. Fallo dunque rimanere. Se impieghi un generale che non segue le mie valutazioni egli sarà sicuramente sconfitto. Allontanalo”.[2] Il generale, dunque, deve essere valutato in base alle sue capacità relative a quanto detto.

Sun Tzu: uno studio sull’arte della guerra

Abstract

L’arte della guerra è un testo fondamentale sia da un punto di vista storico che individuale. La sua analisi costituisce un’importante occasione per studiare più a fondo le leggi stesse del conflitto e di come queste siano la base della stessa realtà quotidiana. Il saggio si divide in due parti: la prima tratta degli aspetti più astratti e filosofici che Sun Tzu considera esplicitamente o implicitamente. La seconda parte tratta del contenuto dei singoli capitoli. Nonostante l’attenzione per la lettera del testo, proponiamo continui riferimenti in merito alla quotidianità, al punto di vista individuale e al punto di vista storico.


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Struttura del’articolo

1.  Parte 1. La struttura: ontologia, figure centrali, epistemologia.

Capitolo 1: Ontologia

Capitolo 2: Figure centrali

Capitolo 3: Epistemologia

Capitolo 4: I tre generi di analisi di Sun Tzu: analisi descrittiva, normativa e prescrittiva

Capitolo 5: Sun Tzu come Maestro di vita



Capitolo 1

Ontologia

Sun Tzu non è un filosofo in senso stretto, ma egli lascia passare un’intera visione del mondo. Per questo è possibile soffermarsi sui fondamenti del suo pensiero e ciò che egli può intendere come assolutamente primitivo, rispondendo a domande filosofiche fondamentali come “cosa c’è?” e “in cosa consista la conoscenza?” In questo capitolo risponderemo alla prima domanda.

L’arte della guerra è un testo dominato da alcune tesi ontologiche di fondo estremamente importanti e profonde. Esse costituiscono la base sottostante ad ogni considerazione di natura strategica e tattica, giacché Sun Tzu ritiene che ogni decisione nell’arte del conflitto sia subordinata alla conoscenza degli elementi ultimi della realtà nelle loro configurazioni contingenti.

Capitolo 11. Agre – Principio

Prarthana1830590, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

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Consigliamo I veda – Capitolo 1


Passiamo a discutere alcuni passi delle Upanisad, che trattano, al pari dei testi vedici visti in precedenza, del tema del «principio», anche se lo fanno con una maggiore attenzione rivolta verso i problemi e le conseguenze relative al principio dell’essere in quanto principio ontologico dell’uomo, piuttosto che principio di formazione storica o mitologica, ovvero nell’ottica dello sviluppo dell’autocoscienza individuale come analogo allo sviluppo di creazione di tutte le cose viventi. Ci riferiamo ai sei passi seguenti: Brhadaranyaka-upanisad (I,2,1; I,4,1-5 e 17), Aitareya-upanisad (I,1,1-4), Taittiriya-upanisad (II,6,7), Svetasvatara-upanisad (IV,18), Mundaka-upanisad (I,1,6-7).

Amalgrab ovvero lo specchio delle brame

Ma chi è, che cosa è, “Amalgrab”? Forse un anagramma o una sciarada nella lingua di Bela Lugosi o comunque balcanica, una crittografia transilvanica che fa sudacchiare sangue grasso e appiccicoso anche ai lettori più che abili che guardano le figure – un libro con le figure, come una fiaba antica, di mezza stagione, un cappuccetto rosso che pasteggia insieme col lupo e poi gli massaggia le gengive doloranti, quadri di Francis Bacon e di Dalì, la memoria persistente, o di Lucien Freud, ogni segno un sogno o un incubo, masturbazioni perversioni pedofile di Balthus – affascinati, i lettori, intontiti, ammaliati dal linguaggio stregonesco: volevano o non volevano, specialmente i più che abili, sentire live la vera “voce” di una strega, o forse è una bella donna dai canini eburnei ingordi di sangue o una seducente adolescente che sa tutto quello che c’è oltre uno specchio o in mezzo alle coltri di un piumino caldo?

Capitolo 10 – Il sacrificio di Prajapati

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Consigliamo I veda – Capitolo 1


Siamo ancora nel regno del Nonessere, prima dell’inizio, ancora privi di spazio e tempo, se mai è possibile col pensiero avvicinarsi ad un’idea (chiara) di ciò. Degli “avvenimenti accaduti” in questi tempi non tempi, ed in particolare dell’atto con cui Prajapati inizia la creazione mediante il sacrificio di sé stesso, ci parlano anche i Brahmana, in diversi luoghi (Satapatha-brahmana II,2,4,1; XI,1,6,1; XI,1,6,17; XIII,7,1,1; III,9,1,1; X,4,2,2; VI,1,2,12-13; Taittiriya-brahmana II,3,6,1).

In principio, in verità, il Signore delle creature era Uno solo. Egli meditò «Come posso propagarmi?» Egli infiammò il proprio ardore con fervore […] In principio, in verità, questo mondo era acqua […] Le acque desiderarono «Come possiamo propagarci?» Esse infiammarono il proprio ardore con fervore …

Il distacco dall’Occidente – Amselle J-L.

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Ce n’è per tutti in questa sorta di storia contemporanea della antropologia (e filosofia) postcoloniale che è il libro del famoso e autorevole professore francese Jean-Loup Amselle “Il distacco dall’Occidente”, pubblicato in Italia dalla “specialista” (e in questo benemerita) Meltemi, che si distingue per battere il ferro sui temi della colonizzazione, della immigrazione, dell’identità, delle culture “altre” e di quelli che una volta erano chiamati i paesi del “terzo mondo” o “sottosviluppati”. Chi, che cosa e come deve distaccarsi dall’Occidente, oppure ha ancora senso farlo oggi, oppure è proprio corretta una prospettiva di rivendicazione di identità pre-coloniale o di autostima postcoloniale?