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Capitolo 10 – Il sacrificio di Prajapati

Prarthana1830590, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

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Consigliamo I veda – Capitolo 1


Siamo ancora nel regno del Nonessere, prima dell’inizio, ancora privi di spazio e tempo, se mai è possibile col pensiero avvicinarsi ad un’idea (chiara) di ciò. Degli “avvenimenti accaduti” in questi tempi non tempi, ed in particolare dell’atto con cui Prajapati inizia la creazione mediante il sacrificio di sé stesso, ci parlano anche i Brahmana, in diversi luoghi (Satapatha-brahmana II,2,4,1; XI,1,6,1; XI,1,6,17; XIII,7,1,1; III,9,1,1; X,4,2,2; VI,1,2,12-13; Taittiriya-brahmana II,3,6,1).

In principio, in verità, il Signore delle creature era Uno solo. Egli meditò «Come posso propagarmi?» Egli infiammò il proprio ardore con fervore […] In principio, in verità, questo mondo era acqua […] Le acque desiderarono «Come possiamo propagarci?» Esse infiammarono il proprio ardore con fervore …

In principio, o meglio, prima dello stesso principio, dunque, c’era solo Prajapati (il Signore delle creature), ed esso era racchiuso in unità. In principio non c’era ordine, forma o struttura, ma solo unità vuota informe e non strutturata, acqua dunque. Quest’unità, precedente il principiare delle cose, per creare alcunché dovette bruciare con ardore (creativo – tapas), ovvero provvedere ad una trasformazione, un sacrificio, e di cosa se non di se stessa? Prajapati è dunque essenzialmente yajna (sacrificio). E, nel passo citato, «Come posso propagarmi?» può anche essere tradotto «Come posso nascere, venire all’esistenza?». Dunque il sacrificio del Signore delle creature non è eroico atto di altruismo, ma l’unico atto possibile, ed interessato, per venire all’esistenza. Prajapati si sacrifica e fa il mondo, ma al contempo diventa il mondo, ed esiste in esso. Ma vediamo meglio come si compie l’autoimmolazione.

Prajapati genera il Primogenito, (e/o?) il Signore supremo (Agni, nel caso questo sia da identificare con il Primogenito, un’altra divinità suprema, Paramesthin, nel caso l’identificazione non sia valida – non mi pare comunque chiaro nel testo), e questo, dopo avergli chiesto il permesso, lo sacrifica per esaudirne il desiderio. Prajapati desidera infatti in questi termini: «Possa io essere tutto quaggiù». Compiuto il sacrificio il Signore di tutte le creature diviene veramente tale, ovvero diviene tutto, diviene il sovrano di tutto e tutto allo stesso tempo, dunque anche Respiro (prana; nel testo è presente l’equazione Respiro = tutto sulla Terra – possiamo assumere per adesso che respiro voglia genericamente indicare vita, la vita appena donata alle creature). Così Prajapati prima passa attraverso una fase di svuotamento (essendosi spalmato e fatto a pezzi in tutte le cose), in cui addirittura teme la morte, lo scomparire, l’essere cancellato dalla moltitudine delle creature in cui risiede, ma poi, rivolgendosi al Primogenito con le seguenti parole «Rimettimi insieme, ti prego», Egli, con l’aiuto delle acque (dell’indeterminazione che spinge per la determinazione?), per mezzo del sacrificio del Primogenito (Agni), rinasce in tutte le cose e in sé. E poiché Agni non è altro che il fuoco del sacrificio stesso, sembra di poter trarre la conclusione che il Signore delle creature venne all’esistenza proprio attraverso il sacrificio di sé stesso.


Francesco Margoni

Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università di Trento. Studia lo sviluppo del ragionamento morale nella prima infanzia e i meccanismi cognitivi che ci permettono di interpretare il complesso mondo sociale nel quale viviamo. Collabora con la rivista di scienze e storia Prometeo e con la testata on-line Brainfactor. Per Scuola Filosofica scrive di scienza e filosofia, e pubblica un lungo commento personale ai testi vedici. E' uno storico collaboratore di Scuola Filosofica.

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