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I grandi geografi che hanno fatto storia dall’anno zero ad oggi

La geografia è stata, assieme alla filosofia, una delle materie verso cui è stato riposto grande interesse fin dai tempi antichi. L’obiettivo di questo articolo è quello di fornire un’ampia visione della geografia e tracciarne una storia molto generale attraverso le figure degli studiosi più eminenti che ne hanno reso possibile la concettualizzazione. Dall’anno 0 ad oggi, la geografia si è evoluta nel tempo, dal mondo piatto o a forma di botte fino alle immagini satellitari, dalla navigazione con la bussola ad ago magnetico fino all’uso del gps. La geografia è senz’altro una delle materie più importanti che oggi si possa studiare visto il degrado ambientale a cui spesso si è sottoposto il territorio mondiale e con lo studio di essa possiamo percepire e analizzare i problemi antropologici ed ecologici: la geografia è un’immensa fonte di informazioni e problematizzazioni, e possiede al suo interno centinaia di sottogeneri, che in breve considereremo.

Il primo geografo per rilevanza fu il greco Strabone (58 a.C. – 25 d.C.). autore della più corposa opera geografica dell’antichità, intitolata Geografia, composta di 17 libri scritti in greco. Strabone è stato un estimatore della cultura romana, tanto da trasferirsi e vivere a Roma. Lo scopo principale dei suoi studi era quello di descrivere gli spazi della terra e del mare ove l’uomo avesse fatto la sua comparsa: non era dunque interessato alla scoperta e alla divulgazione di luoghi non conosciuti, ma piuttosto alla comprensione del perché l’uomo si sia insediato in particolari siti geografici piuttosto che altri. Egli stabilisce una stretta relazione fra il progredire di un popolo e la vicinanza col mare: nell’ordine descriverà Europa, Asia e Africa, fornendo un quadro di notizie che in futuro sarebbero tornate preziosissime ai capi militari. Infine, Strabone scrisse anche un’importante opera storica, redatta in 47 libri, intitolata Ιστορικὰ ὑπομνήματα, vale a dire “Le memorie storiche”, che iniziava dal 144 a.C., anno in cui cessavano le narrazione delle Storie di Polibio: l’opera ha infatti un duplice titolo τὰ μετὰ Πολύβιον vale a dire “I fatti dopo le storie di Polibio”.

Pomponio Mela è stato un geografo latino del I secolo d.C.. Originario di Algeciras, nella Spagna meridionale, è autore della più antica opera interamente geografica della letteratura latina. L’opera in questione è il De chorographia, scritta in tre libri. È tuttavia un’opera di divulgazione molto semplice e basica dove compare una descrizione del mondo abitato: nel primo libro vengono descritti i continenti, il mare; nel secondo libro vengono trattati i paesi delle sponde mediterranee, mentre nel terzo viene fatta un’approssimativa descrizione dell’Asia e dell’Africa. Tuttavia è molto controversa l’originalità delle sue fonti.

Contemporaneo di Pomponio Mela, fu Plinio il Vecchio (23-79 d.C.). Oltre ad essere stato un importante studioso storico e biografo, e ad aver ricoperto cariche importanti civili e militari, fu anche un importante geografo, soprattutto per quel riguarda le scienze naturali. Infatti, primo fra tutti, scrisse la Naturalis historia che presenta un quadro complessivo di tutte le scienze naturali. L’opera, dedicata all’imperatore Tito, scritta e pensata per essere analizzata dal punto di vista enciclopedico, era suddivisa originariamente in trentasette libri. La mole di questa grandiosa opera è riassumibile nel fatto che il primo libro fungeva solamente da sommario e da elenco di tutti i temi trattati nei tomi successivi: Plinio il Vecchio fu il primo fra tutti a parlare di certi argomenti e a introdurre nuovi settori disciplinari della geografia fra cui la zoologia, la botanica, la botanica medica, l’astronomia, la mineralogia. Il risultato del lavoro di Plinio il Vecchio fu dato da anni e anni di ricerche e pare che lavorò e studiò su oltre cinquecento autori diversi e su oltre 2000 volumi. La sua opera, letta e studiata nei secoli successivi e nel Medioevo (che ne ha tramandati 200 manoscritti), consultata con venerazione nel Rinascimento, rimane oggi un documento fondamentale delle conoscenze scientifiche dell’antichità.

L’ultimo grande geografo dell’antichità di cui è doveroso parlarne è Claudio Tolomeo (100-178 d.C.). Tolomeo nacque e visse nel fiorente centro culturale di Alessandria: questa città era il luogo ideale per qualunque uomo di cultura che  volesse mettersi in gioco; infatti da qui era possibile, nelle diverse scuole e nelle diverse infrastrutture culturali, fra cui un’enorme biblioteca; da qui era possibile, dunque, creare una rete di scambi di confronto culturali e sociali, resi ancora più importanti dal fatto che ad Alessandria confluivano tutti i traffici commerciali di carovane terrestri e marittime arrivanti da oriente ed occidente. Le opere geografiche di Tolomeo più note sono l’Almagesto, in cui sono contenute le leggi del sistema planetario geocentrico o tolemaico (che rimasero in auge fino a Copernico e Galilei) e l’Introduzione alla geografia, opera per cui noi siamo maggiormente interessati in questa analisi di geografia e storia della geografia. L’Introduzione alla geografia suddivisa in otto libri era ed è un’opera di fondamentale importanza perché sono presenti in questi libri le caratteristiche geografiche del mondo conosciuto e le coordinate di circa 8000 località. Inoltre in allegato all’opera erano presenti 27 carte, di cui la prima era un planisfero che rappresentava l’ecumene, ponendo all’estremità occidentale le Isole Fortunate (le attuali Canarie) e al limite settentrionale il parallelo di Thule (63° Nord). Per la lunghezza della circonferenza terrestre si basò sulle misurazioni, sbagliate del 30%, di Posidonio di Apamea. Tolomeo fu il “mentore” di Colombo e Magellano, i quali si ispirarono alle sue carte e ai suoi studi nei loro viaggi attorno al mondo e per le Americhe: fu proprio per il fatto che Tolomeo si basò su una grandezza del globo sbagliata, che i due navigatori credessero le Indie molto più vicine di quello che lo erano realmente. Tolomeo fu anche l’inventore delle proiezioni coniche coi paralleli, rappresentati da circonferenze e i meridiani da rette convergenti al vertice. Le prime proiezioni cilindriche si devono invece a Marino di Tiro, mentre il concetto e il calcolo della longitudine sono da attribuire a Ipparco di Nicea, geografo fiorito nel II secolo a.C.

A partire dal basso medioevo assistiamo all’incremento dei fondamentali viaggi di esplorazione, spesso effettuati da navigatori che, basandosi su cartine e nozioni approssimative, avevano modo di redire loro stessi dei diari che poi sarebbero stati fondamentali per i navigatori posteriori. Questi navigatori, più o meno consapevolmente, esercitavano la professione (o passione) del geografo. Ricordiamo brevemente, senza darne cenni storici, Nicoloso da Recco e Lancelotto Malocello, Jean da Bèthecourt, Cosma Indicopleuste, Giovanni da Pian del Carpine, Guglielmo di Rubruk, Giovanni da Montecorvino e i noti Niccolò, Matteo e Marco Polo.

Il 1500 è caratterizzato da una nuova grande opera geografia, vale a dire la Cosmographia di Sebastian Münster (1489-1552), pubblicata nel 1544 a Basilea e riprodotta in stampa in 44 edizioni fino al 1650. L’opera era suddivisa in sei libri. Il Münster tentò di esporre le grandi conoscenze geografiche a un pubblico vasto: infatti, l’opera non era stata scritta in latino bensì in tedesco. Egli descriveva minuziosamente tutte le terre conosciute, accennando solo brevemente alle ultimissime terre scoperte nel nuovo mondo e nella stesura della sua opera si fece più volte aiutare da rinomati colleghi; fra questi ricordiamo il sardo Sigismondo Arquer che, laureatosi in diritto civile e canonico, si dottorò poi a Siena in teologia il 21 maggio 1547. Nel frattempo aveva avuto occasione di conoscere studiosi oltramontani che frequentavano le università toscane e si era fatto stimare per la cultura e per il forte carattere; non sorprende quindi Sebastian Münster gli abbia chiesto di collaborare alla nuova edizione della sua Cosmographia, forse per suggerimento del senese Lelio Sozzini che nel 1547 fu ospite del Münster a Basilea.

Sigismondo Arquer (1523-1571) scrisse una breve monografia sulla Sardegna, intitolata Sardiniae brevis historia et descriptio, che gli procurò fama e insieme sventura. Certo è da considerarsi il primo lavoro scientifico sulle caratteristiche antropogeografiche dell’isola.

Nel 1543 il polacco Mikolaj Kopernik, Copernico, affermò per la prima volta che la Terra era animata da un moto diurno di rotazione da ovest verso est  intorno a un asse e che girando attorno al sole forma un lasso di tempo chiamato anno: su questa nozioni fondamentale nasceranno le basi sullo studio della climatologia.

Sul piano cartografico nel ‘500 vennero apportate numerose innovazioni: nel 1538 Gerhard Kremere, noto come Mercatore, fu autore di un planisfero e nel 1569 di un grande mappamondo composto da diciotto fogli caratterizzato dalle “latitudini crescenti” che si allontanavano progressivamente man mano che raggiungevano i poli, non potendo rappresentare questi ultimi. La carta aveva il vantaggio di essere isogona[1] e quindi idonea all’individuazione delle rotte più brevi per la navigazione. Mercatore scrisse inoltre l’Atlas, un atlante la cui edizione prima è postuma ed era del 1595: qui il planisfero aveva una proiezione stereografica in due emisferi. L’Atlas era una monumentale opera geografica per l’epoca e da cui deriva l’etimo della parola “atlante”, per indicare una raccolta sistematica di carte geografiche. Precedentemente un atlante minore era stato pubblicato da Abraham Oertel di Anversa (1527-1598) col titolo di Theatrum orbis terrarum. Il massimo cartografo italiano di quel secolo fu Giacomo Castaldi.

Un ruolo importante tra i fondatori della geografia moderna ebbe il tedesco Bernhard Varen. Nato nel 1622 a Hitzacker, effettuò i suoi studi presso Amburgo, Leida e Königsberg. Si dedicò anche a studi di fisica e di matematica: sua è l’importante invenzione, grazie alle lezioni di Willerbrordus Snellius (Leida 1580 o 1591 – ivi 1626), della triangolazione geodetica, ovvero la misurazione degli angoli azimutali per il rilevamento dei punti trigonometrici, calcolo che si affinò nei secoli successivi grazie alla invenzione del cannocchiale astronomico. Nel 1650 pubblicò ad Amsterdam la Geografia Generale il cui titolo completo era Geographia generalis, in qua affectiones generales telluris explicantur: suddiviso in tre libri per un totale di 786 pagine, questo è stato il primo vero e proprio trattato di geografia dell’epoca moderna. Varen descrisse per la prima volta la terra dal punto di vista fisico e si pone delle domande a cui cerca di rispondere basandosi su dati scientifici e fisici, e non basati su favole e leggende. Nonostante l’opera di Varen fu pubblicata nel 1650, solo dopo parecchi anni la morte dell’erudito tedesco proprio nell’anno della pubblicazione, l’opera verrà riadattata e presa di mano da Isaac Newton che ne farà il libro di testo per i suoi studenti a Cambridge (1672).

Importanti geografi furono Guillaume Delisle (1675-1726), Bourguignon d’Anville (Parigi 1697- 1782), Cesar Francois Cassini (1714-1784) il disegnatore delle prime carte topografiche in scala 1:86.400 dove rappresentò la Francia in 181 fogli.

Anton Friederich Büsching (1724-1792) scrisse la Neue Erdbeschreibeibung, un’opera di grande mole divisa in undici libri: una sorta di enciclopedia geografia “treccani” del diciottesimo secolo.

Meritano ancora di essere menzionati Philippe Buache, scrittore dell’Essai de gèographie physique(1752), Immanuel Kant che scrisse dal 1755 al 1796 le Vorlesungen über physische Geographie appunti sulle sue lezioni tenute all’università di Königsberg in quel quarantennio, suddivise in due corposi volumi.

L’ottocento portò lo studio geografico verso la modernità e l’evoluzione di varie correnti di pensiero e studio geografico, come l’evoluzionismo darwiniano, anticipato da Jean Baptiste Lamarck; o ancora l’organicismo che si contrapponeva al meccanicismo. Per la prima volta i concetti nozionistici si unirono a delle vere e proprie correnti di pensiero di stampo filosofico come vedremo con le correnti del positivismo e del determinismo. Abbiamo fino ad adesso seguito una sequenza cronologica per autore, adesso invece analizziamo i vari geografi secondo le varie “scuole”: di notevole importanza furono le scuole di pensiero tedesche e francesi, che analizzeremo in dettaglio. Tutte queste figure che andremo ad analizzare sono coloro che hanno fatto nascere la geografia come la intendiamo oggi, vale a dire una materia sì nozionistica, ma frutto di riflessioni filosofiche. Non solo fiumi, laghi e monti sostanziano la geografia contemporanea, ma pure v’è qualcosa di più profondo, su cui poter discutere e fare delle considerazioni che non si fermino all’oggettività dell’occhio umano nei confronti della natura.

 

La scuola di pensiero in Germania

Alexander von Humboldt (1769-1859) è stato un importante naturalista e geografo tedesco, fratello del filosofo specializzato in estetica Wilhelm. Alexander è stato ad ogni modo un poliedrico uomo di scienza ma come detto soprattutto naturalista. Compì numerosi viaggi, primo fra tutti quello nell’America Latina e riversò su carta, poi edita, le numerose osservazioni e rilevamenti effettuati. Scoprì di essere un grande geografo con gli anni e, dopo una prima fase di studi, si laureò nel 1790 in biologia all’Università di Gottinga. Qualunque sia stato il fenomeno oggetto di studio da parte di von Humboldt, egli non si limitava ad analizzarlo in sé, occupandosene come geologo, botanico o metereologo (le sue prime discipline di interesse), ma lo metteva in relazione ad altri fenomeni: questo aspetto accademico del suo studio è tipicamente geografico in un quadro generale di stampo deterministico. Il determinismo è stata una corrente filosofica secondo la quale i comportamenti umani sarebbero rigidamente determinati dalle condizione dell’ambiente fisico e della natura: dunque l’esistenza di una determinata area geografica era prima di tutto organica, e gli elementi costruttivi erano legati fra loro da rapporti causali di interdipendenza, quindi inseparabili, tanto da farne un tutto inscindibile. L’uomo, di conseguenza, era ritenuto in stretta relazione con questa visione del mondo, essendone egli stesso protagonista e co-sviluppatore indiretto. Fra le sue opere più importanti annoveriamo la monumentale opera intitolata Voyage auc règions èquinoxiales du Nouveau Continent: questo fu il primo trattato di geografia socioeconomica del vicereame della Nuova Spagna, esteso dall’America istmica alla California e al Texas. Fondata a Berlino la Società Geografica tedesca nel 1828, nel 1829 invitato dallo zar Nicola I, effettuò un viaggio scientifico nella Russia orientale e in Asia centrale. Questo viaggio gli permetterà di dedicarsi alla sua opera magistrale intitolata Kosmos, redatta da cinque volumi, in cui von Humboldt tratta dei diversi aspetti geografici, con particolare riguardo alla fisica, all’astronomia e alle scienze naturali. Ad Alexander von Humboldt si deve l’inserimento negli studi geografici delle isoterme, ovvero la correlazione fra la diminuzione della temperatura e il crescere dell’altezza; inoltre fu proprio il geografo tedesco a valorizzare l’uso del barometro per misurare l’altitudine. Scoprì anche le variazioni d’intensità del campo magnetico terrestre con la latitudine e viene considerato, fra gli altri, anche il fondatore della geografia botanica. La grande differenza fra Humboldt e i precedenti geografi consiste nel fatto che fu in grado di correlare i diversi fenomeni e argomenti geografici ad altre discipline come la fisica o la sociologia e questo è un aspetto tutt’ora fondamentale per un buono studio accademico geografico. Alexander von Humboldt morì a Berlino nel 1859 all’età di 89 anni, proprio mentre si apprestava a scrivere l’ultimo tomo del Kosmos, che verrà completato e redatto grazie alle sue accurate note bibliografiche. Von Humboldt fu anche un insigne linguista. Nelle sue opere sono presenti parecchie osservazioni sul rapporto uomo/ambiente, nonché sulla cultura e la storia di paesi e popoli. Tuttavia queste considerazioni non possono interamente far parte di quella branca che è la geografia umana. I lavori di A. Von Humboldt furono molto preziosi per Charles Darwin, che li utilizzò e li studiò approfonditamente.

Carl Ritter (1779-1859) è stato uno studioso di geografia del tutto diverso dal suo grande contemporaneo Alexander von Humboldt. Infatti se quest’ultimo fece innumerevoli viaggi attorno al mondo alla ricerca del sapere geografico, Carl Ritter al contrario, non ebbe modo e probabilmente interesse di esplorare il mondo per sviluppare il suo pensiero: viaggio sì per l’Europa e soprattutto nella zona alpina italiana, tuttavia lavorò più alla scrivania che sul terreno e fu così il primo geografo moderno a fare una ricerca geografica teorica e di stampo umanistica. Egli è infatti considerato il fondatore della geografia filosofica. Sempre di stampo deterministico, il suo pensiero sviluppò delle teorie riguardanti la relazione fra uomo/ambiente, considerando questa relazione interdipendente; si proponeva di fare il focus sulle possibilità di vita che lo stesso ambiente offriva ai vari popoli, sia sull’influenza che lo stesso ambiente esercitava su di essi, ponendo particolare attenzione infine sull’effetto degli uomini nei confronti dell’ambiente occupato. Perciò nelle sue opere fa continui riferimenti alla cultura, da lui intesa soprattutto in termini di sviluppo delle tecniche e della strumentazione, delle conoscenza, della scienza e non meno della società e relativa organizzazione. Quest’idea della cultura presupponeva la certezza del divenire dell’umanità, ossia del suo necessario sviluppo. Dallo stato arcaico allo stato civile: era questo lo sviluppo verticale del genere umano e che Ritter evidenziava in questa lezione settecentesca, secondo cui ogni società ‘nuova’ avrebbe dovuto comunque affrontare questo percorso evolutivo. Fra i discepoli di Carl Ritter ricordiamo Elysee Reclus (1830-1905) e Ferdinand Richthofen (1833-1905).

Friedrich Ratzel (1844-1904) è stato un importante geografo tedesco, considerato il fondatore dell’antropogeografia, meglio detta geografia umana, e insigne professore di quella che era ormai considerata una materia accademica universitaria a tutti gli effetti: la geografia. Esponente del “diffusionismo” affermava che una cultura qualunque o i singoli elementi di essa si diffondono geograficamente a partire da alcune specifiche aree: così si spiega il fatto che culture e comunità anche molto distanti fra di loro riportino delle somiglianze o delle affinità. Così spiega che solamente attraverso lo studio delle tappe della diffusione di costume e usanze, di tecniche e strumenti, di miti e leggende, poteva essere ricostruita la storia dei vari popoli e realizzato un ampio quadro spazio-temporale degli insiemi culturali. Nella sua opera più titolata, l’Antropogeografia (edita fra il 1882-1891), egli descrive ‘la teoria delle migrazioni’ spiegando appieno il concetto della diffusione geografica. A Ratzel va attribuita la natalità di vari concetti teorici oggi perfettamente in uso e integrati nel nostro linguaggio: sono sue “creazioni” le parole stato di valico, confine, costa, isola, posizione geografica, ecc.

Ernst Kapp (1808-1896) è stato un filosofo della tecnologia e geografo, sostenitore delle tesi del suo contemporaneo e connazionale Carl Ritter. Fu autore di un manuale scolastico di storia e geografia, pubblicato nel 1833, ma pure di un testo di geografia generale comparata che offriva una descrizione scientifica dei diversi fenomeni, sia fisici che antropici. Il tema cardine di Kapp, come di tutti i geografi deterministi, era la simbiosi e la correlazione fra uomo e ambiente.

Oscar Peschel (1826-1875) geografo tedesco di Dresda, fin da giovane pubblicò parecchie opere fra cui la Geschichte der Erdkunde bus auf A. von Humboldt und K. Ritter e la Volkerkunde. I suoi studi oltre che sulla geografia fisica, furono improntati sulla geomorfologia terrestre e sulla storia della geografia stessa e delle scoperte geografiche. Ebbe modo di apprezzare le tesi delle evoluzionismo di C. Darwin nell’opera Origine della specie (1859). Si occupò quindi in particolar modo delle ‘razze’ del genere umano, argomento di fondamentale importanza se si pensa al mito del buon selvaggio. Con Peschel in generale naque una scuola di geografi dediti allo studio della morfologia terrestre.

Fra gli allievi di O. Peschel ricordiamo William Davis (1850-1934) che elaborò la teoria del ciclo dell’erosione glaciale e fluviale. Davis sosteneva che una superficie inizialmente pianeggiante, nella fase della giovinezza, viene sollevata e quindi incisa e modellata dall’erosione fluviale, mentre nella fase della maturità e della vecchiaia il paesaggio torna ad assumere forme quasi pianeggianti secondo la teoria del “penepiano”.

Altro allievo importante è stato Siegfrid Passarge (1867-1958), autore di pregevoli studi sul paesaggio, nel quale individuava il campo d’indagine per eccellenza della geografia: tuttavia i suoi studi furono densi di aggiornamenti etnografici. Effettuò per questo approfonditi studi sull’Africa australe, sul Kalahari e sui Boscimani

.Ernst Haeckel (1834-1919) è stato il fondatore dell’ecologia umana e del concetto di ecosistema.

 

La scuola di pensiero in Francia

Paul Vidal de la Blache (1843-1918) è stato uno studioso di formazione storica. Maturò l’interesse per la geografia dopo la tesi di dottorato sulle iscrizioni funerarie in Asia minore e attirato dalle nuove prospettive venutesi a creare in Francia per tale disciplina, soprattutto dopo la guerra franco prussiana del 1870. È stato il caposcuola indiscusso della geografia francese e nelle dichiarazioni programmatiche si mostrava allineata ai tracciati segnati dallo Storicismo: dunque non c’è più la dicotomia fra natura e ambiente ma si sviluppa la dicotomia fra storia e natura, fra scienze fisiche e scienze sociali. L’uomo non è più, come direbbe de la Blache, un essere ecologico, regolato sugli aspetti e i caratteri dell’ambiente naturale, ma tende invece ad essere la dimensione storica di se stesso che fa di lui un animale sociale nella sua interezza e complessità. Vidal de la Blache è considerato assieme ad Alfred Hettner il fondatore della geografia classica a prevalente impronta umana e contraria a principi deterministici, in nome del possibilismo. Questa corrente attribuiva all’uomo capacità di interagire con l’ambiente fisico (pensiero originale, rispetto alle tradizioni geografiche passate), anche modificandone taluni caratteri e comunque orientandone l’utilizzazione alle finalità del gruppo sociale, in base alla cultura e alla tecnologia possedute da quest’ultimo. La civiltà dunque non è più imposta dall’ambiente, ma ha una storia a sé, indipendente dalle sue relazioni con il sostrato ambientale naturale. Così diventa importante sapere come si è formata, come è nata dall’influenza storica di regioni e civiltà vicine che hanno utilizzato l’ambiente per adattarsi al meglio. L’influenza del pensiero dei deterministi tedeschi, malgrado lo scetticismo dei possibilisti francesi, non verrà mai dimenticata: le nozioni di ambiente, paesaggio e natura non verranno mai tralasciate da ogni concetto e definizioni di qualsiasi si voglia apparato geografico, anzi volendo, i possibilisti aggiungono nuove correlazioni e nuove argomentazioni. I generi di vita erano il risultato delle interrelazioni fra una realtà sociale, le sue qualità tecniche, le sue abitudini e il contesto naturale. Diceva de la Blache: “I contadini sono dei geologi [geografi] a loro modo”.

Lucien Gallois (1857-1941) fu un allievo di Vidal de la Blache e si mise in evidenza per aver scritto il volume intitolato Règions naturelles et noms de pays (1908) nel quale ricercava l’unità naturale nella mineralogia. In senso stretto parlerà di confini, di delimitazione e di denominazione di unità regionali.

Albert Demangeon (1872-1940) elaborò la prima delle monografie regionali che rese celebre la scuola francese: fu lui il primo ad aver impostato in modo sistematico e articolato tra gli altri, l’habitat rurale, a partire dalla casa “fondamentale unità dell”insediamento rurale”.

Emmanuel de Martonne (1873-1955) fu docente di geografia a Rennes, a Lione e alla Sorbona: a lui vanno attribuiti la concettualizzazione del principio di estensione, di coordinazione e di causalità, elementi molto importanti nel possibilismo geografico francese. Il principio di estensione consiste nel determinare la dimensione dei fenomeni del globo. Un botanico non deve solo studiare la pianta in sé, ma deve piuttosto per essere anche un geografo, trovare la sua area di diffusione, così che la sua materia diventa geografia botanica. Il principio di coordinazione è lo studio geografico di un fenomeno che presuppone la costante attenzione a fenomeni analoghi che possono mostrarsi in altre parti del globo: studiando l’erosione di una falesia si è fondamentalmente geologi, ma se si collegano i fatti osservati all’erosione marina l’analisi assumerà una rilevanza geografica. Infine, il principio di causalità esplica che per ogni fenomeno analizzato si deve cercare di risalire alle cause che determinano la sua estensione, la sua distribuzione spaziale e le conseguenze di tale distribuzione. Questa è la geografia.

Ci sarebbero tuttavia altri importanti geografi, francesi, tedeschi e italiani: queste sono le principali scuole di pensiero geografiche maggiormente sviluppatesi in epoca moderna. Nell’ultimo secolo importanti ricerche sono state fatte da geografi statunitensi. Non mancherà un articolo e una menzione speciale per i geografi contemporanei, che ogni giorno di più affrontano temi delicati come il degrado ambientale, l’Ozon Hole e lo scioglimento dei ghiacci, cercando di razionalizzare il tutto senza creare facili allarmismi, cari ai telegiornali e ai media in generale. Detto ciò, abbiamo voluto finire l’analisi con Emmanuel de Martonne perché consideriamo il suo pensiero fra i più moderni e i più importanti per definire realmente la figura del geografo e la struttura della geografia, materia che, come avrete intuito, possiede infinite connessioni con il resto dello scibile umano.


 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Incani Carta C., Geografia e cultura, attualmente inedito (maggio 2013)

Bartaletti F., Geografia Teoria e prassi, Bollati Beringhieri, Torino, 2006

Pili W., Storia della geografia antica, www.scuolafilosofica.com, 2013, http://www.scuolafilosofica.com/2282/storia-della-geografia-antica

Pili W., Storia della geografia medievale e moderna, www.scuolafilosofica.com, 2013, http://www.scuolafilosofica.com/2287/storia-della-geografia-medievale-e-moderna

Pili W., La nascita della geografia moderna attraverso il pensiero di alexander von Humbolt e Carl Ritter, www.scuolafilosofica.com, 2013, http://www.scuolafilosofica.com/2891/la-nascita-della-geografia-moderna-attraverso-il-pensiero-di-alexander-von-humboldt-e-carl-ritter

www.sapere.it

www.treccani.it


Wolfgang Francesco Pili

Sono nato a Cagliari nell’aprile del 1991. Ho sempre coltivato una passione per l’osservazione di tutto ciò che mi circonda. Nell’anno scolastico 2008/2009 mi sono diplomato al Liceo Classico Siotto Pintor di Cagliari conseguendo la maturità classica. Attualmente sono iscritto al corso di Laurea in Lettere moderne con curriculum storico presso l’Università degli studi di Cagliari, adoperandomi per l’appunto in un indirizzo che predilige la storia, una delle mie passioni, in particolare la storia della Sardegna e la storia contemporanea. Nell’ bimestre Ottobre-Dicembre 2014 ho svolto un Master in TourismQuality Management e attualmente gestisce la propria impresa.

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