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Storia della Cina contemporanea: dalle guerre dell’oppio all’apertura cinese alla globalizzazione

Abstract

Questo articolo ripercorre ad amplissimo raggio e senza scendere nei dettagli, la storia della Cina contemporanea (1840-oggi). Considereremo le guerre dell’oppio come evento di partenza della storia della Cina contemporanea e chiuderemo con alcune considerazioni sull’attualità della Cina nel mondo globalizzato e di come essa si sia inserita all’interno delle grandi potenze politiche ed industriali.


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Struttura dell’articolo

1. Premesse sulla storia della Cina: alcuni punti nodali

2. Le guerre dell’oppio (1840 – 1842) e gli eventi fondamentali che comportarono la perdita dell’indipendenza politica cinese: la guerra sino-giapponese (1885-1895), la rivolta dei Boxer (1899) e il crollo della dinastia dei Qing (1911)

3. Il Kuomintang e Sun Yat-sen, il Partito Comunista cinese (PCC) e il travagliato periodo della guerra civile sino alla vittoria del PCC nel 1949

4. Il primo e il secondo piano quinquennale. La rivoluzione culturale, la morte di Mao. Gli anni ’80-’90 e alcuni accenni allo stato di cose attuale

Cronologia essenziale

Bibliografia



1. Premesse sulla storia della Cina: alcuni punti nodali

Before Europeans first arrived in Asia, China was one of the most advanced and powerflul nations in the world. It was the most populous, was politically unified, and most important, it had mastered the art of agriculture. However, when Europeans first landed on China shores, they found a nation that had revered to traditional culture and warfare. Industrialization was almost nonexistent.

Prima che gli Europei arrivassero in Asia, la Cina era una delle più avanzate e potenti nazioni del mondo. Era la più popolosa, politicamente unita, e, più importante, padroneggiava l’arte dell’agricoltura. Tuttavia, quando gli europei sbarcarono sulle coste cinesi, trovarono una nazione che adorava la cultura tradizionale e il tradizionale modo di fare la guerra. L’industrializzazione era inesistente.

Kings’s College History Department – China in the 20th Century

La Cina è uno dei poli della civiltà. Quando in Europa non c’era che l’antica Grecia a promuovere attività culturali importanti e importanti riflessioni sui diritti civili, politici in Cina si era già affermata una formazione politica importante, con le connesse organizzazioni degli apparati politici, istituzionali e culturali. Nei secoli successivi, mentre l’Europa conosce un’unità imperfetta solo durante la massima espansione dell’impero romano, durante la storia della Cina ci sono stati quattro imperi unificati. 

La Cina è una pluralità di regioni molto eterogenee sia per quanto riguarda la geografia fisica che quella demografica. La Cina, infatti, ha sia grandi massicci montuosi (a sud e sud est), altipiani desertici (il deserto del Gobi), che pianure e ampi bacini idrografici: il bacino del fiume giallo fu uno dei punti geografici nodali per la storia del globo, come lo fu il Nilo e la regione della mezzaluna fertile.

Anche sul piano demografico la Cina ha una composizione estremamente variegata. In generale, e nonostante le apparenze, la Cina non è così densamente popolata come si crede e la densità demografica varia molto da 22 abitanti per Km2 fino a oltre 2000. La maggior parte della popolazione abita il sud est, la zona maggiormente interconnessa con il resto dei traffici commerciali con il resto del globo.

La Cina ha sempre avuto un primato demografico nel suo complesso. Questo ha comportato un’imponente investimento tecnologico e organizzativo che ha significato una cospicua produzione economica e culturale e tecnologica durante gran parte delle ere storiche occidentali. I cinesi erano maestri nelle attività agricole, in particolare nella coltivazione cerealicola. Allevatori dei principali capi da macello, grandi sfruttatori delle risorse ittiche nel mar cinese, rimasero a lungo la popolazione più grande di ogni nazione a loro contemporanea.

Ma la formazione geografica fisica e politica della Cina, unita alla presunzione cinese si essere il popolo più importante della terra, idea presente in quasi tutte le grandi civiltà (ebrei, cristiani, egiziani, romani…), ha sempre spinto la politica cinese ad interessarsi quasi esclusivamente allo sviluppo di una civiltà endogena: i tassi di densità demografica cinese, unita alla sufficiente prosperità economica, ha comportato l’assenza di grandi investimenti pubblici e privati sul piano delle vie marittime per andare alla ricerca di maggiori guadagni.

Le aree geopolitiche storiche in cui la Cina ha mantenuto un relativo interesse sono solamente quelle che si estendono a sud (Vietnam), a nord (Manciuria e Coree) e molto limitatamente ad est (Giappone). La Cina fu dominata da un’organizzazione imperiale di natura continentale. L’unica spedizione di un certo rilievo oltre i limiti geopolitici di storico interesse cinese si ha avuta durante l’impero dei Ming e fu coronata dal fallimento. Non ci furono, in seguito, altri tentativi.

La Cina, dunque, aveva un naturale rifiuto nei confronti di iniziative esterne, se non rivolte a civiltà immediatamente adiacenti nello spazio. Ad esempio, la Cina ha più volte tentato di conquistare il Vietnam, e vi è riuscita stabilmente per un periodo non trascurabile ma non è mai stata in grado di mantenerne il controllo: l’esperienza americana aveva un suo illustre predecessore. Per tale ragione l’incontro con gli occidentali si dimostrò dapprima improntato alla quasi totale indifferenza. Le conoscenze dell’astronomia e lo studio della misurazione del tempo portate dai gesuiti erano le sole risorse informative che interessarano gli imperi cinesi, informazioni che furono sfruttate dai gesuiti come mezzo per riuscire ad avvicinare i governanti cinesi.

Solo quando gli interessi occidentali si fecero più insistenti, sia per le ragioni di puro interesse mercantile ed economico, che successivamente politico, la Cina dovette reagire in modo più energico alla presenza dei popoli esterni alle “terre di mezzo”. In particolare, la pressione sulla Cina divenne particolarmente vigorosa durante il XIX secolo, in cui gli imperi occidentali, gli Stati Uniti e il Giappone, ormai in piena ingerenza nella politica interna cinese, condussero la Cina ad una reazione, insufficiente, ma ineluttabile. Ancora una volta, la politica dell’ultimo impero cinese, sotto la dominazione mancese della dinastia Qing, fu di chiusura. L’apertura forzata della Cina, sia sul piano commerciale che politico, è da considerare lo spartiacque della storia della Cina contemporanea con quella precedente, ancora prima che la definitiva caduta dell’impero Qing.

2. Le guerre dell’oppio (1840 – 1842) e gli eventi fondamentali che comportarono la perdita dell’indipendenza politica cinese: la guerra sino-giapponese (1885-1895), la rivolta dei Boxer (1899) e il crollo della dinastia dei Qing (1911)

L’espansione dell’impero britannico aveva raggiunto la Cina. Dopo aver preso possesso stabilmente dell’India e di altre regioni chiave, l’Inghilterra aveva maturato un interesse perdurante verso il grande mercato cinese, motivo di interesse permanente delle potenze occidentali tutt’oggi. Pur avendo già avuto modo di avere scambi commerciali da almeno un secolo, la Cina dei Qing tentò di arginare l’ascesa degli uomini e degli interessi commerciali nella regione. La decisione comportò la chiusura della Cina agli occidentali.

Come di consuetudine, l’impero britannico decise di inviare le proprie navi e l’esercito contro l’impero cinese, già in grande stato di arretratezza riguardo allo sviluppo tecnologico e militare rispetto agli stati industrializzati dell’Occidente. La guerra dell’oppio (1840 – 1842) fu vinta dall’Inghilterra che si impadronì di cinque porti più l’enclave di Hong Kong, mantenuta fino al 1997.

L’apertura forzata del mercato cinese agli interessi dell’Inghilterra impose, gioco forza, l’estensione dei diritti di apertura commerciale anche ad altri paesi Occidentali: Francia, Russia, Stati Uniti in particolare. L’apertura forzata della Cina fu uno dei fattori che comportò il suo disfacimento sociale e politico, laddove l’organizzazione imperiale dei Qing aveva da far fronte ad una molteplicità di problematiche già di per sé molto complesse: l’espansione degli interessi degli Occidentali, i problemi organizzativi di un vasto paese con una crescente pressione esterna e con difficoltà nella riorganizzazione interna, porre rimedio al gap tecnologico con l’Occidente e il vicino Giappone.

Successivamente, l’impero dei Qing si impegnò nell’ennesimo tentativo di conquista e controllo delle Coree. Questa fu l’occasione per l’entrata in guerra del Giappone contro la Cina (1885-1895): gli interessi giapponesi nell’area erano già abbastanza importanti e la mossa dei Qing fu sfruttata dalla politica imperiale del Giappone per intervenire direttamente nella regione. La guerra tra Cina e Giappone in questo periodo fu il primo atto di ostilità esplicita tra i due paesi, storicamente rivali. Il Giappone, che riuscì a gestire in modo relativamente più efficiente l’apertura con l’Occidente, favorito anche dalla sua peculiare insularità e difficoltà di accesso, si impose come l’unica potenza industriale asiatica del XIX secolo e mantenne il suo primato durante il XX secolo. La guerra sino-giapponese fu vinta dal Giappone che ebbe l’occasione di ratificare la vittoria con un trattato vantaggioso: ebbe diritto ad alcuni centri nel continente e al possesso dell’isola di Formosa (l’attuale Taiwan), isola di importanza geopolitica fondamentale: molto vicina alla Cina continentale, prosecuzione ideale della via che avrebbe portato il Giappone verso l’importante regione indocinese, costituisce ancora oggi un interesse cinese conteso con altre potenze e con la popolazione locale.

La politica estera dei Qing si configura come una completa disfatta: da un punto di vista strategico, la Cina era in rotta sia rispetto alle potenze industriali occidentali che rispetto al vicino Giappone, storico rivale; da un punto di vista tattico, era difficile poter elaborare contromosse efficaci e l’invasione della Corea potrebbe essere vista in questa chiave come il tentativo estremo di ribaltare le sorti almeno sul piano dell’immagine interna. Sul piano interno, la continua pressione degli interessi delle altre potenze condusse ben presto a disordini: la rivolta dei Boxer (1899-1900) fornì l’occasione di intervento delle potenze occidentali sin dentro la politica interna del paese. La rivolta fu portata avanti da una setta e fu appoggiata dal governo Qing. Si ebbero così dei disordini i cui episodi di violenza si erano concentrati contro i cinesi convertiti al cristianesimo, simbolo dell’ingerenza culturale e politica degli occidentali. I quali sfruttarono la circostanza, come prima il Giappone in Corea, per condurre un intervento armato: una coalizione di potenze occidentali guidate dall’Inghilterra mobilitò un esercito di 19.000 uomini ben equipaggiati che represse la rivolta nel sangue e portò al saccheggio di Pechino il 14 agosto del 1900. L’atto bellico mostrò tutta la potenza della tecnologia occidentale unita alla peculiare visione del western warfare: le distruzioni gratuite furono diverse, perpetrate per la sola ragione di poter razziare e umiliare il popolo cinese. Queste prassi furono a loro tempo denunciate, ma rientrano in quelle attività che le civilizzate potenze industriali occidentali avevano come loro peculiare modus operandi.

Dopo il saccheggio di Pechino, il popolo cinese faticava nel riconoscersi nella sua organizzazione imperiale: il malcontento e la sfiducia nelle antiche organizzazioni, che si rifacevano a strutture istituzionali e politiche e culturali elaborate nel precedenti 2000 anni, comportò una revisione generale dei modi di concepire i movimenti politici: il Partito Comunista Cinese e il Kuomintang (il partito democratico e nazionalista cinese) saranno le principali risposte allo sfacelo della caduta imperiale dei Qing.

Lo stato di permanente incapacità di azione concreta sia sul piano politico che sociale, le continue rivolte, l’ingovernabilità de facto dello stato nelle sue relazioni con le potenze occidentali, dopo il primo decennio del secolo XX di totale paralisi, comportò il definitivo crollo dell’impero dei Qing nel 1911.

3. Il Kuomintang e Sun Yat-sen, il Partito Comunista cinese (PCC) e il travagliato periodo della guerra civile sino alla vittoria del PCC nel 1949

Già prima del crollo ufficiale dell’impero Qing alcuni elementi della società civile si stavano mobilitando per trovare risposte alternative a quelle tradizionali disponibili nella cultura cinese. Inoltre, le influenze occidentali non furono esclusivamente distruttive, come spesso accade in scontri tra civiltà complesse. La rivolta dei Boxer, momento culminante di insoddisfazione popolare che trovò una sua risonanza anche all’interno dell’apparato politico, rientra in quei fatti storici comuni a gran parte del mondo sociale civilizzato in cui il malcontento non trova un’unità ideologica ma solo un modo per trovare sfogo all’insoddisfazione condivisa.

Fu per trovare un’alternativa alle condizioni presenti per possibili sviluppi futuri che si costituì il Koumintang, movimento di riforma sociale e di ispirazione democratico fondato da Sun Yat-sen. Sun Yat-sen trascorse i suoi anni di formazione negli Stati Uniti e ad Hong Kong e si laureò in medicina. Ben presto i suoi interessi politici predominarono su quelli medici. Dopo aver fatto parte di una rivolta popolare contro i Qing, lasciò la Cina per sedici anni, prima di tornare nel 1911. Egli era convinto che l’impero dei Qing fosse da abbattere e sostituire con una nuova organizzazione politica. Per questa ragione egli fondò il Koumintang e si autoproclamò presidente di una parte della Cina meridionale, prima che fosse costretto ad abbandonarla nel 1913. Dopo il crollo della dinastia Qing, il Koumintang era riuscito ad affermarsi nel controllo di diverse regioni, in particolare a sud, dove trovò il modo di accordarsi con il PCC. Sun Yat-sen tentò altre due volte (nel 1917 e nel 1921) di organizzare una rivoluzione, ma senza successo. Nel 1923 riuscì a riorganizzare il Koumintang secondo il modello dei Soviet dell’URSS. Nel 1924 Sun Yat-sen appoggiò Chiang Kai-shek nella nomina di presidente della Cina. Sun Yat-sen, considerato uno dei grandi uomini della Cina contemporanea, fondava la sua ideologia su tre concetti ispiratori: nazionalismo, socialismo e democrazia. Nel 1925 Sun Yat-sen muore.

Alla morte di Sun Yat-sen ci fu un vuoto di potere, in cui non fu chiaro chi dovesse seguire alla guida del Kuomintang. Questi problemi nella gestione e nella successione dei quadri dirigenziali delle forze politiche sarà una costante della storia della Cina contemporanea e che costarono faide intestine e bagni di sangue sia all’interno che all’esterno dei gruppi politici. Nel Koumintang erano già presenti due correnti che non riuscirono a ritrovare un’unità politica di vedute alla morte di Sun Yat-sen. Il Koumintang si divise, così, in due tronconi in cui il primo era sostenuto dai moderati mentre il secondo era dominato dai radicali. Fu in questo momento di disordine organizzativo che Chiang Kai-shek riuscì ad imporsi come leader e prendere il controllo del Koumintang. Chiang Kai-shek guidò l’esercito dal sud della Cina e iniziò la marcia verso il nord.

Chiang Kai-shek studiò l’arte della guerra in Giappone, quando si trasferì nel paese del sol levante nel 1907. Nella sua permanenza giapponese incontrò Sun Yat-sen, che lo persuase della sua linea politica, e prese parte al movimento rivoluzionario cinese nel 1911 in qualità di generale. Dopo il fallimento di Sun nel 1913 lo sostenne durante i suoi tentativi rivoluzionari. Nel 1923 Sun Yat-sen consigliò a Chiang Kai-shek di recarsi nell’URSS per studiare l’apparato organizzativo rivoluzionario dei Soviet. Fu per questo che Chiang Kai-shek arrivò a Mosca e lì vi rimase a studiare l’arte militare occidentale e le istituzioni politiche del paese. Al suo ritorno dall’URSS Sun e Chiang riorganizzarono il Koumintang, come abbiamo avuto modo di vedere. Nel 1925, alla morte di Sun, Chiang si affermò come leader del Koumintang e a capo dell’esercito si impose come leader della Cina. Durante la marcia verso Nanchino di Chiang Kai-shek ci furono diversi fatti d’arme che comportarono diverse reazioni violente da parte dell’esercito del Koumintang, ancora alleato con il PCC. I fatti furono attribuiti interamente alle frange estremiste e comuniste in seno al Koumintang: l’evento segnò la rottura definitiva tra il movimento nazionalista e democratico e il partito comunista cinese. Nel 1927 si stabilì a Nanchino e la promosse a capitale della Cina. Chiang governò senza interruzioni e grandi disordini fino al 1931.

Il Giappone, che manteneva una pressione costante sulla Cina, intraprese il secondo atto di guerra diretto contro lo stato cinese dalla guerra del 1895. Presi a pretesto alcuni disordini nel nord della Cina, i giapponesi entrano in forze nel 1931 in Manciuria e nel 1932 instaurarono un governo fantoccio nella regione. La penetrazione dei giapponesi si spinse sino a Pechino, la vecchia capitale imperiale. Chiang Kai-shek, convinto di non poter resistere alla forza dell’esercito imperiale nipponico, decise di non intervenire per cercare di trovare un accordo con il Giappone. Questa scelta, forse saggia sul piano militare, si dimostrò problematica sul piano politico-sociale. Nel 1933 Chiang offrì la pace al Giappone.

Già nel 1927 il governo centrale cinese doveva occuparsi anche della minaccia comunista che si era organizzata in modo efficiente, grazie ai suoi capi: Chou En Lai e Mao Tze tung. I comunisti si erano inizialmente alleati con il Koumintang per l’abbattimento dei Qing ma, come abbiamo visto, la loro separazione fu dovuta all’attribuzione di responsabilità per alcuni fatti sanguinosi durante la marcia di Chiang su Nanchino. I comunisti tentarono dapprima di attaccare il Koumintang, ma subirono una rovinosa sconfitta per mano di Chiang e delle sue forze. Fu una sconfitta devastante, che costrinse i comunisti alla rotta: la ritirata è nota come “la lunga marcia” (1934-1935). Il movimento comunista aveva rasentato la disintegrazione totale ma la guida di Mao condusse il PCC a riorganizzarsi mediante la celebre guerriglia nelle campagne. Si può dire, come alcuni sostengono, che Mao ha lasciato la sua impronta nella storia dell’arte della guerra proprio per la costituzione della guerriglia organizzata e permanente, la chiave vincente per la sopravvivenza e l’ascesa del PCC. Anziché prendere di mira i centri urbani, quegli stessi che furono così importanti nella rivoluzione americana, francese e russa, Mao comprese che la Cina, un paese fondamentalmente agricolo, poggiava le sue basi nelle campagne molto più che nelle città. Inoltre, il Koumintang aveva un controllo dei centri cittadini ben superiore a quello che avrebbe potuto esercitare il PCC. Sicché Mao fu costretto, sia dall’ingegno che dalla necessità, a condurre un’attività rivoluzionaria dalle campagne verso le città. Ma probabilmente questa di per sé importante concezione dell’attività rivoluzionaria non sarebbe stata sufficiente a garantire a Mao le risorse e il tempo per poter riorganizzare sistematicamente il PCC. Aveva necessità di una tregua con il Koumintang e la storia gli fornì l’occasione.

Nel 1937 i giapponesi, che volevano ancora estendere il loro controllo sul sud della Cina, intrapresero una nuova offensiva contro i territori ancora non controllati. Questo determinò l’alleanza tra il movimento nazionalista del Koumintang e il PCC. L’alleanza non fu di breve durata perché né il PCC né il Koumintang avevano le risorse e la tecnologia sufficiente per contrastare efficacemente l’esercito imperiale giapponese. Per tanto, furono uniti nella lotta all’invasore sino al crollo del Giappone imperiale, nel 1945. Durante tutta la seconda guerra mondiale Chiang Kai-shek assunse il comando dell’esercito alleato nella regione.

Nel 1945 la capitolazione del Giappone riconsegna alla Cina i suoi territori occupati. La conseguente cessazione degli stati di interesse comuni tra Kuomintang e il PCC comportò la ripresa prima delle ostilità e poi del conflitto armato. La guerra civile fu dovuta all’impossibilità di ritrovare un’unità di vedute sia nella modalità che nel fine dell’azione politica dei due gruppi. Inoltre, già dal 1945 era chiaro che il mondo sarebbe stato diviso in due zone di influenza, una dominata dall’asse Occidentale con a capo gli Stati Uniti, mentre l’altro era di dominio Sovietico. Il caso cinese, come quello coreano, fornì l’occasione alle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale di aiutare lo schieramento più rappresentativo dei propri interessi: il Kuomintang fu aiutato da aiuti militari degli Stati Uniti d’America, che avevano anche tentato una mediazione nel 1946 per evitare la guerra civile. Il PCC venne sostenuto dall’URSS.

Nel 1946 inizia la guerra civile che investe tutto il paese. Nel 1947 i comunisti si allineano alle direttive dell’URSS stalinista, ricevendo in cambio armi e derrate alimentari. Nell’aprile del 1949 le forze del PCC riescono a conquistare Nanchino, uno dei centri del potere di Chiang Kai-shek. A quel punto la situazione del Kuomintang precipita e il 1° ottobre del 1949 Mao Tze-tung pronuncia a Pechino, nuovamente divenuta capitale, la presa del potere da parte del PCC e della nascita della Repubblica Popolare Cinese. Chiang Kai-shek emigra a Formosa fondando uno stato il cui controllo è ancora oggi controverso e conteso tra la componente cinese e quella interna favorevole all’indipendenza.

Mao Tze-tung (1893 – 1976) fu uno degli artefici della rivoluzione cinese: “Mao Zedong, although noted in history as one of the greatest revolutionaries, was one of the worst politicians”.[1] Egli nacque da una famiglia di contadini non particolarmente disagiata. Egli studia all’università di Pechino. Nel 1921 Mao, insieme ad altri attivisti, fonda il Partito Comunista Cinese. Già due anni dopo egli inizia a elaborare le strategie per controllo politico della Cina. L’idea del controllo dell’ampio sostrato rurale cinese era già presente in questi anni. Nel 1934 Mao conduce la lunga marcia a seguito della sconfitta del PCC da parte del Koumintang. Negli anni successivi, dapprima riorganizza il PCC insieme a Chou En Lai, poi stringe nuovamente alleanza con Chiang Kai-shek contro le truppe imperiali giapponesi. Quando riesce a scacciare Chiang a Formosa, Mao può prendere il controllo della Cina e imporre la riorganizzazione dello stato secondo il modello socialista: era l’inizio della dittatura del partito comunista cinese con a capo Mao Tze-tung.

4. Il primo e il secondo piano quinquennale. La rivoluzione culturale, la morte di Mao. Gli anni ’80-’90 e alcuni accenni allo stato di cose attuale.

La guerra civile si concluse a favore del PCC, ma la Cina giaceva in una condizione difficile. Dal 1840 era sotto l’indiretto controllo di potenze straniere, in particolare occidentali, i cui principali interessi consistevano nello sfruttare l’ampio mercato cinese per rivendere i propri prodotti industriali a prezzi concorrenziali. Dal 1885 la Cina fu invasa e messa sotto pressione dalle forze imperiali giapponesi. Dal XIX secolo la dinastia manciù dei Qing non riesce più a contenere le spinte centrifughe dei capitali e a consolidare un potere stabile per la gestione della società e della politica cinese. I problemi tra il Koumintang e il PCC portarono alla guerra civile, dopo una serie di rivoluzioni mancate e rivendicazioni ignorate. Diversi governi si sono succeduti, tra 1900 e il 1949 e tutti non avevano la necessaria forza interna ed esterna per il duplice intento: riunire la Cina, riorganizzarla e riarmarla. Con la vittoria di Mao e la sua proclamazione a “timoniere della Cina” almeno un obiettivo era stato raggiunto: riunificare la Cina sotto un unico potere centrale. Ma il prezzo da pagare fu ingente.

Il primo intento di Mao fu quello di affermare il PCC come unico partito al potere, cosa che fece sin da subito nel suo intervento del 1° ottobre del 1949. Il secondo passo fu quello di riorganizzare la Cina secondo il modello socialista. Come abbiamo visto, Mao aveva accettato di far arrivare consiglieri militari e politici dall’URSS, prima e durante la guerra civile. Alla vittoria, dovette nuovamente fare una scelta di campo e si allineò alle direttive di Stalin. Furono gli anni in cui due tra i tre più grandi feroci dittatori della storia si ritrovarono in una comunanza di vedute.

Con il primo piano quinquennale (1953-1957) Mao avviò la conversione della società cinese in società socialista. Il paese, fino ad allora prevalentemente agrario, fu rimodellato da un molteplice piano di intervento generale su più fronti: la riforma agraria condusse alla ridistribuzione della terra in mano ai possessori dei grandi latifondi ai piccoli contadini. L’espropriazione della terra non avvenne in modo indolore: causa di questa riconfigurazione della gestione della terra si stima che i morti furono dai 30 ai 40 milioni, considerando il fatto che la ridistribuzione della terra fu seguita fa un iniziale momento di riassestamento e avvenne nell’arco di tre anni. La produzione agraria ne risentì, determinando un crollo nella produzione delle derrate alimentari. Ciò nonostante il piano fu portato a termine e la terra cinese fu controllata da fattorie a gestione comunitaria. Il processo di ridefinizione del sistema produttivo agrario fu portato avanti in particolare nel biennio del 1955-1957.

Parallelamente, fu avviata una riforma dell’apparato statale e dello stato di diritto riconosciuto in Cina. Mao fece riconoscere la parità dei diritti alle donne e l’equità sul piano del diritto a tutti i cittadini cinesi. Mentre sul piano istituzionale fu combattuta la corruzione e la dispersione delle risorse sul piano gestionale.

Oltre alla riforma agraria, analoga a quella operata da Stalin in URSS con prezzi analoghi, fu operato un massiccio investimento economico e tecnologico nell’industria, specialmente in quella pesante. Se Marx elaborò le sue teorie applicandole a stati già industrializzati sul modello inglese, è anche vero che, nella storia, il comunismo si diffuse soprattutto nei due dei paesi a carattere prevalentemente agricolo per quanto riguarda la produzione: la Russia zarista e la Cina postimperiale. Per tale ragione sia in Russia che in Cina, dopo l’espropriazione e ridistribuzione della terra e la conversione della gestione della stessa da un piano privato ad uno comunitario, fu avviato un massiccio intervento di potenziamento dell’industria pesante, quella considerata il sintomo e il traino di ogni altra potenza industriale. Questa decisione fu presa da Mao anche in seguito ai continui suggerimenti dei consiglieri dell’URSS presenti nei quadri dirigenziali cinesi. In fine, Mao portò avanti anche una riforma dell’istruzione.

La guerra in Corea (1951-1953), tra Stati Uniti e Onu e la Corea del nord, segnò un momento decisivo dell’evoluzione della guerra fredda. L’URSS decise di non intervenire direttamente in Corea ma solo di appoggiare l’esercito nord coreano attraverso l’invio di materiale bellico e derrate alimentari. Mao colse l’occasione per aiutare più massicciamente la nord Corea e inviò diverse forze militari cinesi. A seguito di ciò, si innescarono i primi attriti tra le vedute del “grande timoniere” Mao e dell'”uomo di acciaio” Stalin. Gli Stati Uniti iniziarono la politica del contenimento globale contro il comunismo ma furono abbastanza lungimiranti da non utilizzare l’arma atomica, come richiesto dal comandante in capo dell’esercito, il generale McArthur. Gli scontri in Corea furono impegnativi per le forze cinesi, non ben equipaggiate, e si stima che la Cina perse circa 3 milioni di uomini in Corea. L’intervento in Corea fu utilizzato come espediente per prendere maggiore distacco dal principale alleato, un alleato scomodo con cui la Cina dovette confrontarsi a lungo.

Durante il 1959 alcuni scontri di confine si tramutano in una guerra tra la confinante India e la Cina stessa: il territorio tibetano, già occupato dalle forze cinesi, inasprì la tensione tra i due paesi fino a concludere in un vero e proprio conflitto armato per definire i confini.

Dopo il primo piano quinquennale, parzialmente portato a buon fine dal PCC, Mao avvia il secondo piano quinquennale, che doveva portare ad un ulteriore aumento nella produzione agricola e industriale. Questa pianificazione, anche nota come “Il grande balzo”, portò ad un disastro nella produzione: nel 1959 la Cina fu colpita da una carestia di proporzioni consistenti, determinando malnutrizione, fame e malattia in tutta la popolazione. A seguito di questo fallimento, Mao decide di abbandonare la carica di presidente della Repubblica Popolare Cinese nel 1958, prima che i risultati, già di per sé evidenti, prendessero tutto il loro risalto.

Nel 1960 la Cina si distaccò definitivamente dal compagno russo, rimanendo parzialmente isolata su di un piano internazionale. Fu da questo momento che la Cina dovette scegliere se passare integralmente ad una moderata apertura nei confronti dell’Occidente o rimanere relativamente legata all’URSS, sia politicamente che economicamente. La scelta di campo della Cina fu decisiva. Ma i risultati dell’apertura all’Occidente si videro solamente più tardi, come vedremo. Successivamente, già nel 1965, ci furono altre ragioni di attrito tra i quadri dirigenti cinesi e l’URSS: la Cina contava di sostenere maggiormente l’esercito nord vietnamita per arginare la politica del contenimento al comunismo degli Stati Uniti, i quali avevano dapprima fornito risorse economiche e militari ai francesi durante la guerra in Indocina (cioè, in Vietnam) e poi avevano sostituito l’esercito dell’Eliseo. Gli aiuti cinesi furono fondamentali per il governo di Hanoi, laddove la famosa strada di Ho Chi Minh partiva proprio dal confine cinese per scendere sino al delta del Mekong, coprendo così l’intera dimensione del paese e giungendo anche al confine cambogiano.

Intanto il PCC conosceva una lotta di potere tra chi sosteneva una politica filomaoista, cioè che seguiva le direttive del grande timoniere ritirato, e chi voleva una maggiore apertura verso occidente. Inoltre, il disastro del secondo piano quinquennale scatenò l’insoddisfazione anche all’interno dello stesso PCC sul ruolo di Mao. Egli, di fatto, si stava dimostrando incapace di far ripartire il grande paese ed, anzi, era riuscito ad imporre il primo piano quinquennale con sistemi durissimi, con la repressione armata e con la conseguenza di un crollo della produzione agricola. La carestia del ’59 non consentì ulteriori interpretazioni sulle precedenti scelte politiche del regime. Lo stato di malessere diffuso comportò anche la presenza di rivolte popolari. Mao, che non aveva de facto mai abbandonato la scena politica, si rese conto che l’opposizione al suo operato stava incalzando e per limitarne gli effetti lanciò una nuova riforma: la rivoluzione culturale.

La rivoluzione culturale (1966) fu giustificata in nome del fatto che la popolazione aveva necessità di rinvigorire il proprio spirito rivoluzionario ormai infiacchito. Sotto lo spirito revivalista della rivoluzione culturale fu intrapresa una spietata repressione dei quadri di partito e della popolazione con idee non allineate. La purga operata contro gli oppositori politici interni ed esterni al PCC fu portata avanti mediante sistemi brutali. Furono colpiti gli intellettuali e i grandi centri universitari. I risultati sul piano sociale ed economico furono devastanti: la Cina cancellò quasi interamente la maggior parte delle teste pensanti del paese con un colpo di spugna e dovette aspettare una generazione intera prima di poter ripartire con attività di ricerca di livello adeguato ad una grande potenza. Inoltre, a seguito della repressione e delle devastazioni e del malcontento diffuso la produzione agricola e industriale ebbe un ulteriore momento di decelerazione. Per condurre l’operazione, Mao si premurò di chiudere il paese nei confronti dei paesi stranieri. Nel 1967 un’intera porzione del PCC era stata eliminata.

Nel 1969 Lin Piao si afferma come leader del PCC al posto di Mao, sebbene continua a mantenere una struttura di partito seguendo le direttive del grande timoniere. Ma nel 1971 Lin Piao viene eliminato e le lotte intestine al PCC per la successione di Mao al potere. Ancora nel 1971 lo stato di conflitto aumentò a seguito della scelta di Chou En Lai, storico braccio destro del grande timoniere e potente ministro degli esteri (considerato uno dei grandi geni della politica del XX secolo), di riaprire la Cina agli stranieri, in specie, agli occidentali, in pieno contrasto con quella che era stata la linea di riavvicinamento di Lin Piao all’URSS. Il naturale rifiuto della cultura cinese ad elementi esogeni e dopo il periodo di continua ingerenza degli occidentali all’interno della politica cinese si può comprendere perché la decisione potesse essere così capace di suscitare rimostranze in seno al PCC. D’altra parte, l’URSS era pur sempre un alleato scomodo e la scelta di campo di Chou En Lai si dimostrò di grande lungimiranza.

A seguito della decisione del governo cinese di riaprire il confronto politico ed economico all’Occidente, fu immediatamente riconosciuta come membro dell’ONU nel 1971. Il 1971 fu un anno decisivo: gli Stati Uniti, pur sempre convinti di operare all’interno della loro politica di contenimento, sempre più invischiati all’interno del conflitto vietnamita, ormai perso, si adoperarono immediatamente per aprire i contatti diplomatici con il futuro colosso cinese. Gli USA, infatti, furono da sempre interessati alla geopolitica dell’estremo oriente, in particolare verso il paese della terra di mezzo. Il riconoscimento della Cina nell’ONU deve essere visto come un primo passo, ma importante, di avvicinamento degli Stati Uniti alla Repubblica Popolare Cinese, considerata già allora un importante polo del futuro, sia per quanto riguarda il suo sconfinato mercato interno, sia per quanto riguarda il potenziale sfruttamento della manodopera a basso costo di un paese emergente. Nel 1971 il presidente americano Richard Nixon si reca in Cina. Fu un evento storico, in cui Nixon colse l’occasione per segnare un importante punto di contatto con il nuovo amico cinese. Nel 1972 il premier cinese si recò negli Stati Uniti dove ratificarono alcuni importanti trattati commerciali. Da allora, gli Stati Uniti saranno uno dei principali partner commerciali e sociali della Cina.

Nel 1976 Mao Tze Tung muore. Alla morte ci fu una ripresa delle lotte intestine per la successione al potere. In particolare, il gruppo dei quattro, guidato dalla vedova di Mao, fu uno dei due poli in lotta. Lotta che riprese con ancora più vigore a seguito della decisione di Hua Kuo-feng di varare un piano di riforme economiche per ristrutturare il paese. Dopo un certo periodo, il gruppo dei quattro fu sconfitto e ci fu una stabilizzazione della gestione del potere in seno al PCC.

Il decennio degli anni ’80 vide una normalizzazione delle relazioni estere della Cina con gli altri paesi del globo. In particolare, la Cina, pur mantenendo la dittatura del partito del PCC, si apre sempre più agli interessi e ai capitali occidentali, in particolare a quelli statunitensi. Gli Stati Uniti investirono ingenti somme di denaro e di capitali in Cina, fornendole macchinari e supporti logistici e tecnici. La Cina si serve degli investimenti di capitale statunitensi per rimodernare l’apparato industriale improntato sull’industria pesante, ormai del tutto fatiscente, per migliorare il complesso delle infrastrutture e per avviare la ricerca scientifica e tecnologica nel paese. La Cina aveva lasciato isolata l’URSS nella guerra fredda e questo è stato uno dei motivi determinanti per cui l’URSS, e non la Cina, non riuscì più a mantenere il controllo interno ed esterno delle forze politiche e sociali.

Sul piano interno, però, la Cina manteneva un severo controllo sulle forze contestatrici del regime. Questo fatto, si mostra pienamente durante gli scontri di piazza Tien amen. Innanzi tutto, bisogna comprendere che la Cina, in realtà, è come l’Europa: è un insieme di province, grandi quanto stati, in cui le forze centrifughe non sono trascurabili. Tutta la storia cinese è una continuità di contrasti tra le province e il governo centrale. Inoltre, come si è cercato di evidenziare, sin dal momento in cui i Qing erano in difficoltà, in Cina si costituì un movimento di stampo democratico: il Koumintang era un movimento nazionalista di natura democratica che, durante il proprio governo, aveva effettuato regolari elezioni. La richiesta di un’apertura democratica del popolo cinese al proprio governo è una costante della storia della Cina contemporanea e ancora oggi l’esigenza del passaggio ad un governo democratico è un’esigenza sentita all’interno della popolazione cinese. Durante gli anni ’80 si danno diverse manifestazioni e rivendicazioni, soprattutto dalla classe degli studenti, giovani che vedevano nella struttura politica una realtà non egualitaria e insufficientemente elastica, giovani che avevano più degli altri da rischiare. Lo scontro di piazza Tien Amen inizia come un momento di riunione pacifica, per commemorare la scomparsa di Hu Yoabang. Il 5 aprile del 1989 gli studenti scendono in piazza per manifestare a favore di Hu. La manifestazione pacifica si protrae per due mesi e il governo cinese incomincia a nutrire imbarazzo rispetto ad movimento che vedeva la scesa nelle strade di 500.000 persone, tra studenti e altri partecipanti. Il governo decide di reprimere la manifestazione e, dopo ripetuti avvertimenti, il 4 giugno del 1989 l’esercito cinese viene bloccato in piazza. Dopo aver richiesto la possibilità di intervenire, l’esercito spara sui dimostranti con bombe a gas, mitragliatrici e inviando i carri armati. La manifestazione fu, così, l’emblema di una generazione costretta a rimanere nei ranghi e nell’ordine di una dittatura che non accettava maggiore apertura nei confronti di un sistema politico più democratico. Gli arresti furono più di 2000 e 27 le condanne a morte.

Gli anni ’90 vedono il compiersi della gran parte delle iniziative sociali e politiche intraprese durante i delicati anni ’70 e ’80. Il governo cinese si allinea alla decisione delle nazioni unite contro Saddam Hussein nella prima guerra del golfo, segnando un momento di massimo avvicinamento alle politiche delle potenze occidentali. La Cina è salita tra le grandi potenze industriali al secondo posto per quanto riguarda la produzione dell’export e il suo PIL è uno dei più alti del mondo. Attualmente fa parte dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), i paesi emergenti che hanno i maggiori tassi di crescita economica del mondo. La Cina mantiene importanti rapporti con tutte le principali potenze occidentali e possiede gran parte del debito pubblico americano, il che la lega a doppio filo con gli interessi americani, già così impegnati in Cina sul piano economico, come abbiamo visto. La Cina, inoltre, ha firmato un importante trattato con l’Italia durante l’ultimo governo Berlusconi.

Attualmente la Cina rimane ancora un paese in cui governa un solo partito, in cui la maggioranza cinese dell’etnia Han, domina sulle oltre duecentocinquanta etnie presenti sul territorio cinese. L’occupazione armata del Tibet e l’invasione del Tibet da parte di popolazione di etnia Han costituisce un serio problema sia nella politica interna che esterna della Cina. E’ una realtà della politica contemporanea quella di usare i diritti umani come scusa per attaccare il proprio nemico, mentre si predilige tacere sugli abusi perpetrati da sé o dai propri alleati. Oggi la Cina costituisce uno dei mercati economici e di capitali più importanti del mondo e gran parte degli analisti concorda nel considerare la Cina come un paese in ascesa. La loro moneta, lo yuan, si sta rafforzando anche sul piano internazionale. Non ci sono dubbi sul fatto che la Cina abbia ancora importanti problemi a livello economico, in cui lo sviluppo cinese non può continuare con gli stessi mezzi con i quali è giunta ad essere uno dei principali paesi industrializzati del pianeta. Inoltre, è un paese con grosse difficoltà a livello energetico e la capacità della Cina di sfruttare il proprio territorio nel modo selvaggio con cui ha sistematicamente provveduto negli ultimi quarant’anni rimangono delle grandi ipoteche sul futuro della Cina. Come lo è pure la situazione interna, in cui la popolazione a più riprese richiede l’intervento di riforme che diano alla Cina un volto più democratico e meno oppressivo. Ancora oggi in Cina si può venire arrestati per delle ragioni politiche, repressive e di prevenzione. Rimane, però, una realtà. La Cina è un grande paese e non si può ignorare la sua storia e la sua cultura, come il suo giusto peso all’interno della realtà globale. Se dobbiamo sperare nel futuro dell’umanità, se possiamo avere un po’ di fiducia nei confronti della nostra storia, allora una quota importante di fiducia e speranza li dobbiamo dare anche ai cinesi.


Cronologia essenziale

(1840-1842) Guerre dell’oppio.

(1885-1895) Invasione giapponese.

(1900) Rivolta dei Boxer – Spedizione potenze occidentali e saccheggio di Pechino.

(1911) Caduta dell’impero Qing.

(1912) Sun Yat-sen fonda il Koumintang

(1921) Fondazione del Partito Comunista Cinese.

(1925) Muore Sun Yat-sen. Chiang Kai-shek prende il comando del Koumintang.

(1934-1935) Sconfitta rovinosa del PCC contro il Koumintang: inizia la “lunga marcia”.

(1937) Nuova guerra con il Giappone imperiale: il Koumintang e il PCC si alleano.

(1945) Fine della seconda guerra mondiale e crollo della potenza imperiale Giapponese.

(1946-1949) Guerra civile tra il Koumintang e il PCC.

1° Ottobre 1949. Vittoria definitiva del PCC e Mao a Pechino proclama la nascita della Repubblica Popolare Cinese.

(1951-1953) Guerra di Corea. La Cina sostiene il Nord Corea inviando contingenti militari ed entrando in conflitto con le vedute di Stalin.

(1958) Mao lascia la presidenza della Repubblica Popolare Cinese.

(1959) Guerra per il confine tra Cina e India.

(1959) Una carestia devasta la Cina.

(1960) Rottura definitiva con Mosca.

(1965) Nuovi contrasti tra la Cina e Mosca sorgono sulla condotta da seguire in Vientam.

(1966) A seguito di contrasti permanenti nel PCC viene avviata la “Rivoluzione Culturale”.

(1967) L’intervento dell’esercito conduce alla distruzione di un’intera ala del partito.

(1969) Lin Piao si afferma come leader del PCC, ma riprende la struttura della gestione del partito sulla linea maoista.

(1971)

– Lin Piao viene eliminato e le lotte intestine interne al PCC riprendono.

– La lotta per la successione del controllo del pCC si inaspriscono a seguito della decisione di Chou En Lai di concedere una moderata apertura nei confronti delle potenze e dei capitali occidentali, segnando il momento di svolta nella politica estera della Cina sia nei confronti degli USA e degli allea ti occidentali, sia nei confronti dell’URSS.

– La Cina viene riconosciuta membro dell’ONU.

– Richard Nixon, allora presidente degli Stati Uniti d’America, compie il primo viaggio in Cina.

(1972) Il premier cinese si reca negli Stati Uniti e vengono siglati accordi commerciali.

(1976) Mao muore. Riprendono le lotte di potere nel PCC, in particolare nel momento in cui il premier Hua Kuo-feng decide di varare delle riforme importanti sul piano economico.

(1980-1990) Avviati processi di normalizzazione delle relazioni internazionali, ammodernamento dell’industria cinese e intensificazione della ricerca scientifica e tecnologica.

(1989) Piazza Tien Amen.

(1991) Durante la prima guerra del golfo la Cina si schiera a favore dell’intervento contro Saddam Hussein mostrando al mondo l’allineamento con gli interessi politici occidentali.

(1990-2013) La Cina fa parte dei BRICS e diventa una delle potenze economiche del pianeta. I suoi legami con l’Occidente, in particolare, con gli USA, di cui posseggono la gran parte del debito pubblico, sono molto intensi e vengono normalizzati. La Cina è chiamata a risolvere problemi interni ed esterni e ambientali.

 

Bibliografia

Dizionario Enciclopedico Garzanti alla voce “Cina” e “Mao Tze Tung”.

Schmidt-Glintzer H., (1997), Storia della Cina, Mondadori, Milano.

[Libro che tratta della configurazione attuale della Cina, in particolare rispetto alle problematiche dell’unità cinese rispetto alle province].

Vari, “China in the 20th Century”, http://departments.kings.edu/history/20c/china.html

[Riassunto essenziale dei pricnipali temi della storia cinese del secolo XX, in cui si trovano interessantissimi rimandi ad altre fonti disponibili sul web]

 

Vari, (2010), La Cina. L’età imperiale dai tre regni ai Qing, Mondadori, Milano

[Libro monumentale sulla storia della cina imperiale, dai regni combattenti fino all’impero Qing. Un libro consigliato a chi voglia conoscere approfonditamente la storia della Cina fino alle guerre dell’oppio]

Vari, (2013), A concise History of the World, London.

[Libro in cui viene riassunta con buona approssimazione gran parte della storia dell’umanità]

 


[1]China in the 20th Century


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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