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Mysterium Iniquitatis. Il mistero del male

Anonimo, Minotauro nel labirinto, mosaico romano, Conìmbriga, Portogallo. Creative Commons License
  1. Il mistero del male e la logica

Il mysterium iniquitatis, il mistero del male, locuzione coniata da San Paolo nella Seconda lettera ai Tessalonicesi (2,7), è forse quello che più atterrisce e affascina gli esseri umani. Esso è stato affrontato dalla filosofia da diverse prospettive. Chi o che cosa è il male? Quali sono la sua origine e la sua natura? Come sconfiggerlo? Sono queste le domande con cui gli esseri umani più si sono tormentati.

Ma per quanto possa apparire insolito, il problema del male si può incontrare anche sul cammino della logica classica, da Aristotele a Gottlob Frege, benché di rado si sia tentato di affrontarlo da questa direzione. In particolare, non lo si è mai affrontato partendo dal meccanismo profondo che aziona il ragionamento. Il mondo interiore, della mente, sembra corrispondere a quello esterno, della natura e dell’universo. Entrambi sembrano rispondere a regole di funzionamento sorprendentemente simili, incardinate sull’opposizione binaria.

Già Platone, nel Sofista, aveva intuito che il pensiero procede per divisioni (“diairesis”), separando e distinguendo (218d-221c e 253d-e); e nel Parmenide aveva mostrato come l’Uno e i Molti, l’essere e il non-essere, non possano essere pensati separatamente (137c-155e e 160b-166c). Tale corrispondenza tra la mente e la realtà, come vedremo, può consentire di definire il male, di capirne le cause, di presumerne gli effetti sulla vita degli esseri viventi, e di valutare se esista un modo per combatterlo.

Si badi: non si tratta di sostenere che la logica classica delimiti l’intero campo del ragionamento, né che l’opposizione binaria che la caratterizza sia l’unico tipo di opposizione possibile. Al contrario, proprio l’esistenza di logiche non-classiche – dalle logiche polivalenti di Jan Łukasiewicz alla logica fuzzy di Lotfi Zadeh – dimostra che la bivalenza è una scelta teorica specifica, non una necessità universale. Tuttavia, la logica classica coglie un aspetto fondamentale del modo in cui la mente umana tende a organizzare l’esperienza: la scomposizione in coppie di opposti. Ed è questo aspetto che intendiamo esplorare.

 

  1. Il ragionamento e l’opposizione binaria

Nella logica classica, le operazioni fondamentali del ragionamento – i connettivi vero-funzionali, le strutture dell’induzione, della deduzione e dell’abduzione, le tavole di verità, gli alberi semantici, i quantificatori, i principi di identità, (non) contraddizione e terzo escluso – appaiono imperniate attorno all’opposizione binaria.

Occorre essere precisi. I connettivi sono funzioni che, date una o più proposizioni, restituiscono un valore di verità; i simboli (¬, ˄, ˅, →, ↔) sono la loro notazione grafica, e vanno tenuti distinti dalle funzioni che rappresentano.

La negazione (¬) è un operatore unario che, in combinazione binaria con una proposizione, ne inverte il valore di verità; la congiunzione (˄), la disgiunzione (˅), il condizionale (→) e il bicondizionale (↔) sono operatori binari che collegano due proposizioni. Anche le strutture dell’induzione, della deduzione e dell’abduzione (premessa maggiore e premessa minore, da cui risulta una conclusione) procedono per opposizioni binarie. Le tavole di verità sono tabelle che specificano il valore di verità, o vero o falso (binariamente), di una proposizione complessa a partire da quello delle proposizioni semplici che la compongono. Gli alberi semantici sono rappresentazioni grafiche ramificate (anch’esse binariamente) che consentono di determinare la validità di periodi logici complessi. I quantificatori, universale (∀) ed esistenziale (∃) (non a caso due), indicano se una proprietà vale per tutti gli elementi di un insieme o solo per alcuni. I tre principi della logica classica, infine, regolano in modo binario il funzionamento del ragionamento e ne stabiliscono la coerenza: il principio di identità, per cui A è uguale ad A; il principio di (non) contraddizione, secondo cui non si dà il caso che A e non-A siano entrambi veri; e il principio del terzo escluso, per cui, data una proposizione, o essa è vera o lo è la sua negazione, senza una terza possibilità.

In tutti questi casi, la mente umana sembra operare per opposizioni binarie. Anche nelle proposizioni e nei periodi logici più complessi, formati da molteplici simboli e proposizioni semplici, il pensiero tende a procedere per bivi, scomponendo il problema in opposizioni successive, fino a quella risolutiva.

Dietro ogni ragionamento, dunque, sembra celarsi un procedimento mentale più originario, primitivo, fatto di distinzioni, separazioni, scelte binarie. Questo procedimento potrebbe essere definito – con un neologismo che ne cattura la natura – “adduzione”, dal latino “ad-ducere”, “portare verso, contro”: la mente porta un elemento contro un altro, li oppone, e in questa opposizione genera il ragionamento.

Va precisato che questa osservazione non implica che la logica, in quanto disciplina formale, sia intrinsecamente binaria. Le logiche polivalenti, quelle fuzzy, il dialeteismo, la logica intuizionista – come si vedrà nel capitolo successivo – hanno mostrato che è possibile costruire sistemi logici coerenti che superano la bivalenza. Qui ci interessa un aspetto diverso: la tendenza della mente umana, quando ragiona spontaneamente, a organizzare l’esperienza in coppie di opposti. È questa tendenza, più che la struttura della logica formale, a costituire il punto di partenza della nostra indagine.

 

  1. L’opposizione binaria nella quotidianità, nella storia e nella storia del pensiero

Se dalla logica si passa alla quotidianità, l’opposizione binaria sembra ripresentarsi. Le giornate degli esseri umani sono scandite da decisioni in cui le situazioni vengono scomposte in serie di alternative binarie, con un’opzione che viene assunta e l’altra scartata. Anche quando si presentano più opzioni, la decisione si riduce spesso a un’opposizione binaria nella quale, secondo il criterio adottato, da una parte sta l’opzione prescelta e, dall’altra, tutte quelle respinte. Scelgo o non scelgo? Questo o quello? Questo per ottenere quello, o quello per ottenere questo? Sembra che gli esseri umani, posti di fronte a situazioni complesse, cerchino di ricondurle a bivi il più possibile netti, come se le decisioni risultassero più facili e più autentiche quando le alternative siano chiaramente opposte. Si consideri, ad esempio, un gesto mentale tra i più comuni: uscire di casa al mattino e trovare la strada umida. La mente non coglie un dato neutro, ma scompone immediatamente la situazione in un’opposizione binaria: qualcosa ha bagnato oppure niente (non) ha bagnato la strada. È il primo bivio, la prima adduzione. Scartata per deduzione la possibilità che niente (non) abbia agito, la mente ne genera una seconda: pioggia oppure altro (la macchina lavastrade, la rottura delle fognature, la perdita di un’autocisterna). Una terza: causa naturale oppure causa artificiale. E così via, fino a quando l’esperienza passata – un ricordo, un déjà-vu, un’induzione sedimentata – non offre una via d’uscita: nubi nere all’orizzonte, ieri ha piovuto, quando piove la strada si bagna. La conclusione è un’abduzione: ha piovuto.

Nella storia e nella storia del pensiero l’opposizione binaria si ripresenta, ma con un dinamismo particolare. Nelle epoche di svolta, l’umanità sembra procedere per superamenti radicali, in cui una nuova visione del mondo si contrappone a quella precedente. Nella storia scientifica, ad esempio, Copernico supera Tolomeo ponendo, non la Terra, ma il Sole al centro dell’universo – o, più precisamente, il centro dell’orbita terrestre, situato vicino al Sole. Einstein supera Newton, relativizzando lo spazio-tempo assoluto. Planck supera la fisica classica, mostrando che l’energia non è continua ma discreta, fatta di quanti. Se si volesse ridurre la storia del pensiero scientifico a una dialettica di opposti, si potrebbe forse indicarla, astraendo da questi esempi, nei termini di “interezza” (Tolomeo, Newton, la fisica classica) e “discretizzazione” (Copernico, Einstein, Planck), che si alternano senza posa.

Nella storia religiosa, si assiste al continuo avvicendarsi tra religioni cosmiche e religioni storiche: nelle prime il tempo è curvo e si richiude in cicli che si ripetono all’infinito, come nelle credenze del mondo greco-romano; nelle seconde il tempo è lineare e procede verso una conclusione, come nell’ebraismo, nel cristianesimo e nell’islam.

Nella storia politica, il pendolo oscilla tra governi larghi e governi ristretti, per usare la terminologia dei comuni italiani medievali. La democrazia appartiene ai primi; la monarchia e l’oligarchia ai secondi. Carl Schmitt, nel suo celebre saggio sul concetto di “politico”, ha individuato proprio nell’opposizione binaria amico-nemico il criterio fondamentale che distingue la sfera politica da tutte le altre sfere dell’agire umano (C. Schmitt, Il concetto di “politico”, in Le categorie del “politico”, a cura di G. Miglio e P. Schiera, Il Mulino, Bologna, 1972). Altrettanto si potrebbe dire dell’opposizione tra giusto e ingiusto nel diritto, o tra ortodosso ed eretico nella religione.

Nella storia economica, l’iniziativa privata si alterna alla pianificazione statale. Il capitalismo thatcheriano e reaganiano degli anni Ottanta del Novecento è un esempio della prima; il capitalismo keynesiano degli anni Trenta e il comunismo sovietico del medesimo secolo, pur con gradi diversi, esemplificano la seconda.

La psicologia analitica di Carl Gustav Jung ha dato a questo dinamismo degli opposti un nome preciso: “enantiodromia”, la tendenza di ogni forza a rovesciarsi nel suo contrario. “Ogni estremo”, scriveva Jung, “si trasforma nel suo opposto, e ogni processo portato all’estremo produce il proprio contrario” (C. G. Jung, Tipi psicologici, trad. it. di C.L. Musatti e L. Aurigemma, Bollati Boringhieri, Torino, 2011, cap. XI, par. “Enantiodromia”, p. 431). La storia delle idee sembra confermare questa legge: il razionalismo illuminista genera il romanticismo, l’individualismo borghese produce il comunismo, la globalizzazione risveglia i nazionalismi.

A questo punto occorre domandarsi che cosa impedisca alla storia e alla storia del pensiero di ridursi a un eterno gioco di specchi, in cui una stessa coppia di eventi o concetti primordiali si ribalti all’infinito, identica ogni due movimenti. Che cosa rende possibile la varietà della storia? Forse tale varietà è l’effetto di un elemento di irreversibilità intrinseco a ogni evento. Hans Reichenbach ha osservato che i processi meccanici potrebbero essere reversibili, ma non quelli termodinamici: una volta bruciata, nessuna cenere può riattraversare il fuoco e ridivenire ciò che era. Ogni evento produce dispersione di calore, passaggio di tempo e, perciò, cambiamento (H. Reichenbach, The direction of Time, Dover Publications Inc., Mineola [NY], 1999, p. 29). Nulla può ripresentarsi es attamente com’era: simile, forse, ma mai identico.

 

  1. Il Triangolo delle Opposizioni

L’opposizione binaria, tuttavia, non esaurisce la dinamica del ragionamento e della realtà. Manca un elemento. Tracce di esso possono essere ravvisate già nella logica. Si consideri il risultato delle operazioni logiche: i connettivi binari come “e” (˄) od “o” (˅) non si limitano a porre due proposizioni l’una di fronte all’altra, ma appunto le connettono in una proposizione complessa. Il connettivo, in quanto operazione, costituisce il terzo elemento che unisce gli altri due. Lo stesso vale per la conclusione nei tre modi del ragionamento (induzione, deduzione, abduzione): essa è il punto-momento in cui le premesse poste l’una di fronte all’altra convergono, si ricompongono, si uniscono nel risultato.

Nella storia e nella storia del pensiero, il terzo elemento che unisce i due opposti può essere rappresentato dal grande personaggio o dal grande pensatore, o dal particolare evento o dalla particolare situazione, grazie a cui il superamento storico o culturale si produce.

A questo punto è necessario un chiarimento decisivo. La tradizione filosofica ha elaborato, con Georg Wilhelm Friedrich Hegel, il modello più potente e celebre per pensare il rapporto tra opposizione e terzo elemento: la dialettica. Nella dialettica hegeliana, la contraddizione tra tesi e antitesi non finisce in un vicolo cieco, ma costituisce l’apertura al divenire storico: il conflitto genera una sintesi (“aufhebung”) che al tempo stesso supera, conserva e innalza i due momenti opposti. Il terzo elemento che proponiamo – il Testimone, come lo chiameremo – non è una sintesi hegeliana. Non supera gli opposti, non li riconcilia, non li innalza a un livello superiore. Li “comprende”, li “contiene” e li “interpreta”, cioè li tiene insieme senza risolverli, e assegna loro un senso, un significato, che non elimina la loro tensione. Se la sintesi hegeliana conclude il conflitto, il Testimone lo tiene aperto e ne determina la forma. Se la dialettica è una filosofia della risoluzione, il Triangolo è un modello della permanenza del conflitto.

Ma in che senso il terzo elemento “unisce” i due opposti? E come devono essere intesi i termini “opposto” e “unire”? L’opposto è ciascuno dei due elementi che compongono l’opposizione binaria. È importante notare che il termine “opposizione”, in questo contesto, non coincide con l’accezione tecnica che esso ha nella logica formale. Qui esso designa una relazione che può presentare gradi diversi di intensità: dalla semplice distinzione, al grado minimo, fino, al grado massimo, alla vera e propria contrapposizione. Anche il semplice essere distinti, cioè diversi, rappresenta un’opposizione: l’etimologia di “distinto”, infatti, corrisponde a “essere separato punto per punto”, e l’essere separato implica l’essere posto di fronte, appunto l’essere opposto. Quella di “diverso”, ancora più nettamente, corrisponde a “essere rivolto, volgere in direzione opposta”, dal latino “dis-vertere”. Più immediata è l’etimologia di “contrapposto”: “porre contro”.

Per quanto riguarda la funzione del terzo elemento, cioè quella di unire, occorre ribadire che “unire”, come abbiamo accennato, sta qui per “comprendere”, nel duplice senso di “contenere” e “interpretare”. Il terzo elemento prende insieme i due opposti, li contiene e fa sì che siano tali, cioè posti l’uno di fronte all’altro, e, allo stesso tempo, li interpreta, cioè conferisce loro un senso, un significato. L’opposizione binaria non potrebbe esistere senza questo terzo elemento, come questo terzo elemento non potrebbe esistere senza l’opposizione binaria. L’una sussiste con l’altro, e viceversa.

Il semiologo lituano Algirdas Julien Greimas, nella sua Semantica strutturale, ha elaborato un modello formale – il quadrato semiotico – che rappresenta le relazioni di opposizione, contraddizione e complementarità tra termini. Il quadrato semiotico è un tentativo rigoroso di mostrare come il senso si generi proprio dalla rete di opposizioni che strutturano un testo o un sistema culturale. Il Triangolo delle Opposizioni si colloca in una direzione simile, ma con una differenza: mentre il quadrato di Greimas è uno strumento di analisi semiotica interna al linguaggio, il Triangolo pretende di valere anche per fenomeni extra-linguistici – naturali, psicologici e sociali.

Così si compone il Triangolo delle Opposizioni, che, in realtà, è formato da una doppia opposizione: anche il terzo elemento, in quanto distinto e diverso dagli opposti, è a essi opposto.

 

  1. Triangolo triadico e Triangolo “tetrarchico”

Il Triangolo delle Opposizioni non ha una geometria fissa: essa varia a seconda del dominio a cui si applica.

Quando opera nella mente – nel ragionamento, nella logica, nelle decisioni quotidiane – il Triangolo è triadico: due Opposti e un Testimone che li contiene e li interpreta. L’Enèrgheia, l’energia contesa, è presente ma implicita: essa è la verità, la validità, la coerenza del ragionamento, e non si manifesta come elemento autonomo. In questo regime, il modello cattura il modo in cui il pensiero organizza l’esperienza, scomponendola in coppie di opposti e affidando a un terzo elemento – il Testimone – il compito di tenerle insieme e di assegnare loro un significato.

Quando invece si cala nella realtà – nella natura, nella storia, nell’universo – il Triangolo diventa “tetrarchico”: ai due Opposti e al Testimone si aggiunge l’Enèrgheia come quarto elemento esplicito, visibile, misurabile. L’Enèrgheia è l’energia e la materia vitali che gli esseri si contendono, il premio della contesa, il fine del conflitto. Nella realtà, l’Enèrgheia non può restare implicita: si manifesta come territorio, risorsa, energia, materia, ed è esattamente ciò per cui gli Opposti lottano.

Si badi: il modello resta, nella sua architettura profonda, sempre triadico. L’Enèrgheia non è un elemento strutturale ulteriore, ma l’esplicitazione di ciò che nel regime della mente è assorbito dal Testimone. Quando il Triangolo si cala nella realtà, l’Enèrgheia si manifesta come quarto elemento visibile, senza che la struttura triadica venga meno: semplicemente, uno di essi – il Testimone – rilascia la propria componente energetica, che diventa autonoma e contendibile.

Questa geometria variabile non è una complicazione. È la prova che il modello rispetta la differenza tra i due domini: la mente, dove l’Enèrgheia è interna al ragionamento e si lascia assorbire dal Testimone; e la realtà, dove l’Enèrgheia si stacca dal Testimone e si impone come elemento indipendente. Il Triangolo non confonde i piani: li articola, assumendo la forma che ciascun dominio richiede. Tutto ciò si chiarirà ulteriormente quando, nel prossimo paragrafo, passeremo dalla logica e dall’astrazione alla natura, al mondo, all’universo, e vedremo il regime “tetrarchico” all’opera.

 

  1. Il Triangolo delle Opposizioni nella natura e nell’universo

Se dalla logica e dall’astrazione si passa alla realtà della natura, del mondo, dell’universo, l’opposizione binaria e con essa il Triangolo delle Opposizioni – nella sua forma “tetrarchica” – sembrano ripresentarsi. Il tutto, dal quasar più remoto all’atomo più recondito, è un’armonia infinita di opposizioni che si combinano, scombinano e ricombinano in un vortice incessante. Di opposizioni in cui, attraverso il contrasto, lo scontro, il conflitto degli opposti, è spartita violentemente l’energia e la materia necessarie all’autoconservazione. Contrasto, scontro, conflitto tramite cui gli opposti possono reciprocamente annientarsi, menomarsi o ingiuriarsi. Dal buco nero che inghiotte la stella, al leone che artiglia la gazzella, alla quercia che succhia i minerali dalla terra.

In tale contrasto, scontro, conflitto, l’Enèrgheia rappresenta il quarto elemento esplicito del Triangolo: l’energia e la materia vitali che passano violentemente di essere in essere. Essa non è più, come nel regime triadico della mente, assorbita dal Testimone: ora si manifesta come territorio, preda, risorsa, e costituisce il premio visibile di ogni contesa.

Già i Presocratici avevano intuito questa verità. Empedocle vedeva nell’Amore (“philia”) e nell’Odio (“neikos”) le due forze cosmiche che, unendo e separando i quattro elementi, generano ogni cosa. Anassimandro concepiva l’“apeiron” – l’illimitato, l’indefinito – come il principio che contiene in sé tutte le opposizioni (caldo e freddo, secco e umido) e da cui esse si separano, per poi farvi ritorno secondo un inesorabile ciclo di giustizia cosmica. In entrambi, è già presente l’idea che gli opposti non bastino a se stessi, ma che richiedano un terzo principio che li contenga (l’“apeiron”) o due forze che governino la loro unione e separazione (“philia” e “neikos”). Manca in loro, tuttavia, la consapevolezza del quarto elemento – l’Enèrgheia – che nella realtà si impone come elemento indipendente.

Un’importante anticipazione di questa distinzione si trova nell’opera di Charles Sanders Peirce. In Dalle categorie alla semiotica, egli distingue tra la Binarità – la categoria della reazione, dello scontro, della realtà bruta, tipica del mondo dell’esperienza e strutturalmente diadica (due elementi in opposizione) – e la Triplicità – la categoria della mediazione, della legge, del segno, tipica del mondo della razionalità e strutturalmente triadica (due elementi più un terzo che li mette in relazione) (C. S. Peirce, Opere, a cura di M. A. Bonfantini, Bompiani, Milano, 20112, pp. 117-126). Tali concetti erano già stati delineati in uno scritto precedente, Una nuova lista di categorie, in cui compaiono con i nomi di Secondità e Terzità (C. S. Peirce, op. cit., pp. 26-27 e 61-71). Il Triangolo delle Opposizioni, con la sua geometria variabile, traduce questa intuizione in un modello operativo: nella mente il Testimone si aggiunge agli Opposti, formando una struttura a tre elementi (dispari); nella realtà si aggiunge a sua volta l’Enèrgheia, portando la struttura a quattro elementi, cioè a una doppia diade (pari). Sembrerebbe che accostandosi al dominio umano della mente si incontri la disparità degli elementi atti a descriverlo; mentre accostandoci a quello materiale della natura la parità. La Triplicità-Terzità di Peirce prefigura il Testimone; la Binarità-Secondità il conflitto tra gli Opposti. Manca, nella classificazione peirciana, l’Enèrgheia – il quarto elemento che, come detto, si rende necessario esplicitare nella realtà, e che il matematico e filosofo statunitense non poteva prevedere perché la sua analisi si fermava alla struttura del segno, senza estendersi alla dinamica dei conflitti reali.

Nell’epoca moderna, Charles Darwin ha mostrato che la lotta per l’esistenza è il motore dell’evoluzione: ogni specie, ogni individuo, è in competizione con altri per risorse limitate, e solo i più adatti sopravvivono. Friedrich Nietzsche, secondo una delle possibili interpretazioni del suo pensiero, ha radicalizzato questa visione, elevando la volontà di potenza a principio universale: ogni essere vivente cerca di espandere la propria forza, di imporsi, di dominare, e in questa tensione continua si consuma e si rinnova la vita stessa (Nietzsche F., Al di là del bene e del male, a cura di S. Giametta, BUR, Milano, 20003, par. 36). In entrambi, l’Enèrgheia è l’elemento centrale: le risorse per Darwin, la potenza per Nietzsche.

E l’energia e la materia vitali passano dal minerale alla pianta, dalla pianta all’erbivoro, dall’erbivoro al carnivoro, dal carnivoro al virus e al batterio, dal virus e dal batterio al minerale, e dal minerale al minerale, violentemente. Energia e materia vitali che possono assumere forme diverse – ottiche come la luce solare o stellare, acustiche come i suoni o i rumori, organiche come l’acqua o il cibo, termodinamiche come il calore – o in tutte le forme possibili secondo le leggi della fisica e della biochimica. Per l’uomo, ad esempio, l’energia e la materia necessarie all’autoconservazione possono assumere le forme del pasto e della bevuta, del raggio di sole sulla pelle, del bacio, della carezza, della parola di conforto e d’incoraggiamento che si ricevono e che ci rinfrancano o, al contrario, dell’offesa, del pugno, del colpo che si infliggono per incutere rispetto. A ogni passaggio di energia e di materia sfuma una quantità corrispondente di calore, innescando, come detto, l’irreversibilità del processo armonico delle opposizioni, che si è soliti chiamare tempo.

Le opposizioni, però, non possono accadere nel nulla, ma sempre in una porzione di spazio-tempo che le comprenda, cioè le contenga e le interpreti. Questa porzione di spazio-tempo è il Testimone del Triangolo “tetrarchico”: esso è l’elemento che contiene, intrattiene, l’opposizione e la interpreta, le assegna un significato. Anzi, è l’opposizione stessa a creare, a costituire, a formare lo spazio-tempo in cui accadere. Il Testimone si combina, scombina e ricombina con le opposizioni, può trasformarsi esso stesso in elemento di un’opposizione, o l’elemento di un’opposizione o l’opposizione stessa può trasformarsi in Testimone. Questo può essere una persona, una pianta, un animale, una roccia, un campo gravitazionale, elettromagnetico o nucleare, o una combinazione di tutto ciò, grazie a cui l’opposizione è accolta, tenuta insieme e resa possibile, e grazie a cui riceve una giustificazione, una spiegazione, un senso. Ma, come detto, anche il Testimone sta, nei confronti degli opposti, in opposizione. In genere, in questa sorta di doppia opposizione rappresentata dal Triangolo, il Testimone viene a essere quello che, nei confronti degli altri due, si trova in minore opposizione, che, cioè, si oppone in modo meno forte a che gli altri due siano, si contrastino e si scontrino.

Un esempio, tratto dalla storia, potrebbe essere lo scontro tra la borghesia e il proletariato nel primo dopoguerra, rappresentanti i due Opposti, nel quale si intromise Benito Mussolini e il movimento fascista, rappresentante il Testimone. L’Enèrgheia – il quarto elemento del Triangolo “tetrarchico” – era il controllo dello Stato e delle risorse economiche. I fascisti e il loro capo non erano gli unici protagonisti del contesto sociale italiano dell’epoca, ma furono coloro che, più di tutti, favorirono lo scontro tra la borghesia e il proletariato, e che, più di tutti, lo influenzarono.

Un altro esempio, tratto dalla natura, potrebbe essere il contrasto tra la margherita nel suo incanto e l’ape che la sugge, rappresentanti i due Opposti. L’Enèrgheia è il nettare, la materia zuccherina che la margherita cede e l’ape acquisisce. Il Testimone è il colore, il profumo, la freschezza della stagione che favoriscono l’incontro. Non tutto, del contesto stagionale e naturale, può fungere da Testimone, ma solo quei fattori che meglio si incastrano con l’ape e la margherita a formare il Triangolo “tetrarchico”, attraverso cui la vita e la natura stessa si perpetuano.

Un terzo esempio, tratto dalla geologia, potrebbe essere lo scontro, il contrasto, tra la resistenza molecolare del carbonio e le alte pressioni e temperature degli abissi terrestri, rappresentanti i due Opposti, che dà origine al diamante. L’Enèrgheia è il diamante stesso, la materia preziosa che si genera dalla contesa. Il Testimone, fra tutti i possibili che offre il contesto strutturale della terra, è rappresentato dal mantello, dove si raggiungono, a circa 150-225 km di profondità, le condizioni di pressione e temperatura adeguate alla riorganizzazione delle molecole del carbonio in quelle del diamante.

Il Testimone opera sull’opposizione binaria in vari modi: favorendo nell’opposizione, nel contrasto, nello scontro, uno degli Opposti; favorendo lo scontro e la fusione degli Opposti in qualcosa di ulteriore e differente; trattenendo lo scontro e tenendo gli Opposti in equilibrio; o semplicemente assistendo lo scontro, assistendo allo scontro, cioè rendendolo possibile senza implicarvisi.

Attingendo alla fisica, un esempio in cui il Testimone favorisce uno degli Opposti è la fissione nucleare: nello scontro tra i neutroni liberi e i nuclei atomici di uranio 235, che provoca la reazione a catena, la tensione tra la forza nucleare forte dei neutroni e quella elettromagnetica dei protoni provoca nei nuclei atomici un eccesso di energia che li rende altamente instabili; così favorendo i neutroni liberi, che riescono a scindere gli atomi di uranio e a provocare la fissione. L’Enèrgheia è l’energia liberata dalla reazione.

Sempre attingendo alla fisica, un esempio in cui il Testimone favorisce la fusione degli Opposti in qualcosa di ulteriore e differente è il sole: le alte pressioni e temperature che la concentrazione di massa determina nella nostra stella provocano la fusione nucleare degli atomi di idrogeno in atomi di elio. L’Enèrgheia è l’energia radiante che dal sole si diffonde nell’universo.

Attingendo alla chimica, un esempio in cui il Testimone trattiene lo scontro e tiene gli Opposti in equilibrio è qualsiasi reazione e legame chimico, ionico o covalente, in cui la forza elettrostatica mantiene legati fra loro gli atomi dei reagenti che costituiscono il prodotto o sostanza chimica nuova. L’Enèrgheia è il composto risultante, la sostanza nuova che si è formata.

Attingendo alla biologia, un esempio di Testimone che assiste allo scontro, assiste lo scontro, rendendolo possibile senza implicarvisi è lo stomaco: in esso i succhi gastrici attaccano il bolo, uccidendone i batteri e scomponendolo in componenti – proteine, grassi, zuccheri – e in sotto-componenti, fino a trasformarlo in chimo. L’Enèrgheia è l’energia metabolica che l’organismo ricaverà dal cibo digerito.

Il Triangolo delle Opposizioni non deve essere considerato un principio metafisico lanciato nelle profondità dell’universo, affinché lo illumini. Esso è solo il risultato dell’induzione, dell’esperienza, dell’osservazione delle cose. Ogni evento dell’universo, da quelli pensati a quelli agiti o accaduti, è un Triangolo di Opposizioni, con due elementi che si oppongono tra loro – gli Opposti – e uno, il Testimone, che li comprende, cioè contiene e interpreta. E, quando il dominio è la realtà, un quarto elemento – l’Enèrgheia – si manifesta come energia e materia vitali contesi in maniera esplicita, senza che la struttura triadica del modello venga meno. L’universo è una rete infinita, in infinito e caotico mutamento, le cui maglie sono intrecciate dai Triangoli delle Opposizioni.

 

  1. Il Testimone

Il terzo elemento del Triangolo delle Opposizioni potrebbe essere indicato, come già anticipato, con il termine “testimone”, perché esso, come il testimone, assiste all’opposizione degli opposti, ma può anche, con la sua testimonianza, assistere gli opposti, influendo in vario modo nella loro opposizione. Così, il Triangolo delle Opposizioni sarebbe formato dai due opposti e dal testimone che li comprende, cioè li contiene (dal latino “cum-tenere”, “tengo insieme”, dunque “faccio che siano insieme”), e li interpreta (dal latino “inter”, che racchiude la radice di “tre”, unita forse alla radice “pra/par”, “trattare, negoziare”, oppure a “pret/prat”, “far conoscere”: dunque “il terzo che fa conoscere o media tra due”).

Nel corso della storia del pensiero, alcuni pensatori hanno prefigurato gli opposti. Altri hanno prefigurato il testimone.

Fra coloro che hanno prefigurato gli opposti si potrebbero citare Eraclito, G. Pico della Mirandola, Niccolò Machiavelli, Karl Marx, Giacomo Leopardi e i tanti scienziati che hanno lavorato alla Meccanica Quantistica.

Diversi sono i frammenti in cui Eraclito, filosofo di Efeso vissuto tra VI e V secolo a.C., parla del mondo come armonia di contrari. Il celebre frammento 53 (DK [Diels-Kranz]): “La guerra è il padre di tutte le cose”. O il frammento 51 (DK): “Non comprendono come, pur discordando in se stesso, è concorde: armonia contrastante, come quella dell’arco e della lira”. Oppure il frammento 8 (DK): “L’opposto concorda, e dai discordi bellissima armonia”. E il frammento 10 (DK): “Congiungimenti sono intero e non intero, concorde discorde, armonico disarmonico, e da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose”.

Pico della Mirandola, umanista della seconda metà del XV secolo, nel famoso discorso che Dio rivolge ad Adamo all’interno dell’Oratio de hominis dignitate (5, 22), afferma che propria della natura umana è la capacità di armonizzare gli opposti: “Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, affinché, come libero e sovrano artefice, tu possa plasmarti da te stesso nella forma che preferirai”. Per Pico l’armonia degli opposti non è, come in Eraclito, un principio fisico, ma una facoltà morale.

Machiavelli, tra XV e XVI secolo, nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio (I, 4), ragionando delle lotte tra patrizi e plebei nella Roma repubblicana, teorizza come il conflitto tra questi due gruppi sociali abbia reso l’Urbe “libera” e “potente”: “Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe, mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma; […] perché li buoni esempli nascano dalla buona educazione; la buona educazione, dalle buone leggi; e le buone leggi, da quelli tumulti che molti inconsideratamente dannano”. In Machiavelli l’armonia degli opposti è calata nella “verità effettuale” (Principe, 15) della politica.

Il concetto del pensatore fiorentino è ripreso, nel XIX secolo, da Marx lungo tutta la sua opera. Basti qui citare il Manifesto del partito comunista (cap. I): “La storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classe. Uomini liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola, oppressori e oppressi, sono sempre stati in contrasto fra loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese: una lotta che è sempre finita con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta”. Anche in Marx l’armonia degli opposti è calata nella realtà politica.

Agli inizi del XIX secolo Leopardi fa dell’armonia degli opposti una legge biologico-esistenziale. È noto il passo dello Zibaldone (4175, 4) in cui il giardino, sgargiante da lontano, svela, per chi lo scruti da vicino, la guerra dei viventi: “Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. […] Là quella rosa è offesa dal sole, […] Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, […] Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare”.

In ambito scientifico, fra i pilastri della Meccanica Quantistica, teoria sviluppata a partire dagli inizi del XX secolo, oltre a quelli della discrezionalità o non continuità della materia e dell’energia, e dell’indeterminatezza o perturbabilità dei fenomeni da parte dell’osservatore, c’è quello della relazionalità fra fenomeni, energia e materia. Carlo Rovelli (C. Rovelli, Helgoland, Adelphi, Milano, pp. 87-88) fa l’esempio degli elettroni di un atomo, che appaiono solo nel punto e nel momento in cui la strumentazione dell’osservatore li cerchi, come se rispondessero alla sua chiamata, come se prima non si volessero mostrare o, addirittura, non esistessero.

Tuttavia, nessuno dei pensatori citati ha sospettato della necessaria esistenza del testimone. Nell’esempio fatto da Rovelli la relazione si genera tra elettroni e strumentazione di rilevamento, nel posto e nell’attimo in cui quelli strisciano su questa, determinandosi così i due opposti. Ma tale relazione e, con essa, gli opposti non esisterebbero se lo scienziato non avesse pensato l’esperimento e non l’avesse compreso, cioè preso, tenuto insieme e fatto conoscere. In questo senso, lo scienziato funge da Testimone dell’opposizione tra elettroni e strumentazione. Di più, nemmeno lo scienziato esisterebbe come osservatore senza gli opposti e la loro relazione, cioè senza gli elettroni e la strumentazione di rilevamento.

Fra coloro che hanno prefigurato il testimone si potrebbero citare Charles Sanders Peirce, Sigmund Freud e Ferdinand de Saussure, tutti e tre vissuti tra XIX e XX secolo.

Peirce, nel suo triangolo semiotico (la semiotica è la scienza che studia i segni e la loro significazione), concepisce il segno, cioè qualsiasi cosa che rappresenta qualcos’altro, l’oggetto, cioè la cosa rappresentata dal segno, e l’interpretante, cioè il significato o effetto del segno nella mente dell’interprete (op. cit., passim). Il segno e l’oggetto prefigurano gli opposti, l’interpretante il testimone.

Freud, attraverso la psicanalisi (la scienza che studia la psiche umana) scompone la mente in un triangolo di personalità, un triangolo strano, mai visto, con lati e vertici che si perdono gli uni negli altri. L’Esso, il custode delle pulsioni primordiali dell’individuo e della specie, la cui voce ordina l’autoconservazione, la riproduzione e la difesa della prole, con ogni mezzo, compresi l’inganno e la violenza. Il Superio, il custode dell’educazione dell’individuo alla socialità, impartitagli dalla famiglia, dalla scuola e dalle altre istituzioni sociali, con il compito di rammentargliela a ogni occasione, affinché la convivenza umana non si trasformi nella giungla a cui la condannerebbe l’Esso. E l’Io, il custode della razionalità, che deve mediare tra l’aggressività dell’Esso e il senso di colpa inculcato dal Superio (S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, a cura di R. Finelli e P. Vinci, trad. it. di I. Castiglia, Newton & Compton, Roma, 201911, Lezione 31). L’Esso e il Superio prefigurano gli opposti, l’Io il testimone.

De Saussure, nel suo triangolo linguistico (la linguistica è la scienza che studia il linguaggio umano), concepisce il segno come l’arbitraria, duale e, rispetto agli altri segni, oppositiva entità psichica composta in modo indissolubile dal significante, cioè la sua immagine acustica, l’insieme dei suoi suoni, e il significato, cioè la sua immagine mentale, il suo concetto (F. De Saussure, Corso di linguistica generale, a cura di T. De Mauro, Laterza, Bari, 202334, I, 1). Il significato e il significante prefigurano gli opposti, il segno il testimone.

Si potrebbe dire che de Saussure, Freud e Peirce, con le loro teorie, abbiano concepito dei casi particolari, applicabili a scienze particolari, di Triangolo delle Opposizioni che, invece, potrebbe rappresentarne il modello generale.

 

  1. Il male

Sopra si è detto che l’universo è una rete infinita, in infinito e caotico mutamento, le cui maglie sono intrecciate dai Triangoli delle Opposizioni. Rete che imprigiona tutti gli esseri, costringendoli, per la loro sopravvivenza, ad annientarsi, menomarsi, ingiuriarsi gli uni con gli altri per la conquista dell’energia e della materia vitali. Il male, allora, non consiste in altro che in questo passaggio violento dell’energia e della materia, necessarie all’autoconservazione, fra gli esseri dell’universo, in questa ruberia, estorsione, rapina di energia e materia vitali che gli esseri escogitano gli uni contro gli altri, con gradi diversi di violenza, dall’annientamento, alla menomazione, all’ingiuria. Quando l’allevatore accompagna la mucca al mattatoio, l’annienta; quando la munge, la menoma; quando la sprona, l’ingiuria. D’altro canto, la mucca si comporta allo stesso modo con il germoglio, lo stelo, il nastro d’erba. Nessuno è innocente. La colpa è il cuore del mondo. Non esiste libero arbitrio, non si può scegliere se compiere o non compiere il male, ma solo come compierlo, se compierlo in questo o in quel modo, se compierlo contro questo o quell’essere. E l’infelicità è lo stato di angoscia degli esseri, ansiosi di prendere l’energia e la materia perdute, e terrorizzati dal perdere quelle prese.

Il buco nero insacca la stella. Il nibbio precipita sull’allodola. La vipera si richiude sulla lucertola. La talpa irrompe sul lombrico. Il tonno travolge l’alaccia. Il virus disgrega l’uomo. La quercia aspira il minerale. La cellula ingloba le molecole. La molecola imprigiona gli atomi, che imprigionano i quark, che imprigionano i quanti di energia vitale. A ritroso, i quanti di energia vitale si uniscono in quark, in atomi, in molecole, in cellule, in minerali, per ridare il giro a questo volano di violenza. L’uomo fa genocidio di agnelli, di maiali, di vitelli. L’alaccia fende il plancton. Il lombrico estrae i batteri. La lucertola arrotola la sua duplice lingua sulla zanzara. L’allodola strappa il germoglio al grano, perfora il bruco. La stella imprigiona i pianeti, che imprigionano i loro satelliti. L’universo è questa armonia maledetta, è questo male armonico.

L’antropologo e filosofo René Girard ha mostrato, nella sua teoria del capro espiatorio, come la violenza che oppone gli esseri umani possa trovare temporaneo sfogo in una vittima sacrificale: il terzo elemento, in questo caso, non contiene il conflitto ma lo “scarica”, lo devia su un bersaglio inerme, e così facendo genera un’effimera pace. Il meccanismo vittimario di Girard è una variante tragica del Triangolo delle Opposizioni, in cui il Testimone non interpreta il conflitto ma lo occulta, lo maschera, lo rende sopportabile al prezzo di un’ingiustizia radicale.

 

  1. L’Enèrgheia

L’energia e la materia vitali che gli esseri dell’universo si spartiscono violentemente sono state definite, nei paragrafi precedenti, con il termine “Enèrgheia”. Esso include, fra i suoi referenti, non la materia e l’energia in generale, ma solo quelle di cui un essere determinato si impadronisce in un determinato momento per vivere.

Se l’Enèrgheia è il quarto elemento misurabile del conflitto reale, allora deve poter essere, almeno in linea di principio, quantificabile. Non si tratta, beninteso, di una formula empiricamente validata, ma di un esperimento mentale che traduce in linguaggio matematico un elemento del modello. Misurando l’Enèrgheia, si potrebbe addirittura tentare – se si volesse mettere un grano di comico nella tragedia – una stima della quantità di male subita e inflitta, utilizzando parametri biologico-metabolici.

L’energia totale che un essere vivente spende quotidianamente per vivere e agire (E_tot) è data dal prodotto del metabolismo basale (MB) per un moltiplicatore dell’attività fisica (MAF), che include l’effetto termico del cibo, l’attività fisica strutturata e quella non strutturata: E_tot = MB × MAF.

Una parte di questa energia è destinata alla difesa, ovvero l’energia che l’essere spende per proteggersi dalla rapina di Enèrgheia da parte di altri esseri, siano essi predatori, parassiti, virus, batteri o conspecifici. Chiamiamola E_dif.

La quantità di male (QM) può allora essere definita come la differenza tra la spesa totale di energia e l’energia spesa per difendersi: QM = E_tot − E_dif.

In altre parole, il male attivo – quello che l’essere infligge ad altri per sottrarre loro Enèrgheia – è proporzionale all’energia che eccede la mera difesa. Anche l’energia difensiva, sia chiaro, è parte del male, poiché è comunque un dispendio imposto dal conflitto universale; ma è un male di reazione, non di azione.

La quantità di male è misurabile in chilocalorie o chilojoule giornalieri. Se si volesse, i parametri biologico-metabolici potrebbero essere tradotti in parametri fisici, grazie al calcolo dell’energia cinetica e del lavoro fisico, benché i calcoli fisici richiederebbero una precisione maggiore di quella che i parametri disponibili possano oggi garantire.

Il risultato, come è evidente, non è una misura oggettiva della malvagità, né pretende di esserlo: è soltanto una stima della spesa energetica che ogni essere destina alla propria autoconservazione; è una grandezza relativa, comparativa, non un metro di giudizio morale. Ma mostra, nella forma più concreta possibile, che l’Enèrgheia non è un’astrazione: essa è il prezzo, misurabile, del conflitto universale.

 

  1. Il santo e l’eroe

C’è qualcuno che riesce a sfuggire al vortice del male, alla sua spirale, al suo gorgo? Se non a sfuggirne, almeno a resistere al suo impeto, a rallentare la sua inesorabilità, a mitigarne i danni? Forse, il santo e l’eroe.

Il santo gettandosi al margine di esso, dove il giro è più lento e le acque più distese. L’eroe gettandosi in mezzo a esso e cavalcandone i turbini. Entrambe, il santo e l’eroe, sono figure di forza, di coraggio, né di bene né di male, almeno secondo la morale comune. Sono figure insolite, carismatiche, individualistiche e utilitaristiche. Non agiscono per principi superiori o metafisici, anche se potrebbe sembrare il contrario. Agiscono per fini terreni, pratici, utili in questo mondo. Senza paura di morire, né bisogno di vivere, come gli immortali.

Simone Weil, filosofa e mistica francese del Novecento, ha distinto con acutezza la figura del santo da quella dell’eroe. Il santo, per la Weil, è colui che si svuota della propria volontà, che si fa spazio vuoto per accogliere la grazia; l’eroe è colui che afferma la propria volontà fino all’estremo limite, sfidando il destino e accettando la propria rovina. Il santo sfugge al male rinunciando alla presa; l’eroe affronta il male rischiando di esserne travolto. Due strade opposte, eppure entrambe possibili. La concezione di Weil, profondamente radicata in una teologia della grazia, diverge significativamente da quella che verrà proposta in questo libro. Per Weil, il santo è colui che si svuota di sé per accogliere il divino; per noi, il santo è colui che, con la sua sola forza, si pone al margine del vortice del male e ne rallenta il corso. Per Weil, l’eroe è una figura tragica destinata alla rovina; per noi, l’eroe è colui che cavalca il vortice e lo piega ai propri fini. La distanza tra le due concezioni misura la distanza tra un mondo che crede ancora nella grazia e un mondo che ha smesso di credervi, ma non per questo ha rinunciato a cercare una via d’uscita dal male.

Esemplificazione del santo potrebbero essere San Martino di Tours. Esemplificazione dell’eroe potrebbe essere Augusto. Ma questa, come si dice, è un’altra storia, un altro capitolo.

 

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Barni D., Il santo e l’eroe, Mimesis (collana Jouvence), Sesto San Giovanni (MI), 2022.

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Weil S., L’ombra e la grazia, a cura di G. Hourdin e F. Fortini, Bompiani, Milano, 2002.

Daniele Barni

 

[1] Il seguente articolo rappresenta una versione rimeditata e arricchita di un articolo pubblicato su Scuola Filosofica in data 26 novembre 2025.


Daniele Barni

Daniele Barni è nato il 9 dicembre 1973 e vive a Sansepolcro. Insegnante. Si occupa di poesia, narrativa e saggistica. Per Italic Pequod ha pubblicato, fra le altre, la raccolta poetica L’antologia (2021); per Cartman il saggio Lo sguardo della critica: i conoscitori d’arte in Italia tra XIX e XX secolo (2016); per Mimesis, collana di filosofia Jouvence, il saggio Il santo e l’eroe (2022).

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