E’ arrivato nudo, di notte, solo e affamato; eppure non aveva paura! Guarda, ha già spinto da parte uno dei miei piccoli. E quel macellaio storpio l’avrebbe ucciso e sarebbe fuggito nella valle del Waingunga, lasciando che i contadini, per vendicarsi, facessero strage di tutta la nostra cucciolata! Se voglio tenerlo? Sicuro! Sta’ tranquillo, piccolo ranocchio. Arriverà il giorno in cui tu, Mowgli – perché così ti voglio chiamare “Mowgli il Ranocchio” – darai la caccia a Shere Khan come lui ha dato la caccia a te.
Raksha – Rudyard Kipling
Il libro della giungla (1894) è un libro del premio Nobel per la letteratura, Rudyard Kipling (il cui nome “Rudyard” gli era stato conferito perché i genitori si erano fidanzati sulle rive del lago Rudyard), autore di libri come Kim e Capitani coraggiosi. Kipling era nato in India ma non vi rimase tutta la vita. Figlio di inglesi, fu un esponente sia in vita sia nei testi della “vita imperiale vittoriana”, di cui fu uno dei massimi cantori – esempio per tutti è la raccolta di poesie Il fardello dell’uomo bianco, il cui titolo oggi fa venire la pelle d’oca a quasi tutta l’Europa, monito di quello che si vuole dimenticare della nostra “storia europea”. Il libro della giungla sicuramente non sfugge in modo significativo alla visione del mondo di Kipling.





In più, la dittatura fascista (al pari di tante altre) era profondamente corrotta: i tirapiedi di Mussolini avevano il muso in tutte le mangiatoie. Se è vero che le élite di governo sono sempre avide, è anche vero che alcune lo sono più di altre. Sotto il fascismo prosperavano i rapporti clientelari, e quella forma di referenza nota come “raccomandazione” costituiva una componente ineludibile della vita sociale. Come tattica per farsi strada nella vita, Roberto Farinacci, fascista per antonomasia, prototipo del ras rude e coriaceo, non indicava una qualche professione di fede ideologica, ma una ben comune panacea: “io non dimentico mai gli amici”.




