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Breve trattato sulla sottile arte del go. Perec G., Lusson P., Roubaud J..

Breve trattato sulla sottile arte del go è un libro sul gioco millenario cinese, conosciuto anche come Wei-Chi (in Cina) e Baduk (in Corea). Si tratta di uno dei giochi più antichi, ma al contempo più profondi, da un punto di vista storico e strategico. Il gioco del go si gioca su una tavola di 19×19 incroci (goban), con pietre bianche e nere. Vince chi controlla più territorio. Le pietre possono essere catturate. Le regole sono poche e un campione ed esperto quale il dott. Marigo, nostro collaboratore, è riuscito a formularle in numero pari a otto. Non di più.copertina-perec-go-b Il gioco del go ha appassionato milioni di giocatori soprattutto nell’area estremorientale, ma sta lentamente penetrando anche in occidente, in cui il gioco degli scacchi continua a regnare quasi incontrastato tra i giochi di strategia da tavolo a due giocatori e in generale tra i “giochi della mente”.

Breve trattato sulla sottile arte del go è senza dubbio un libro senza genere, perché scritto con l’obiettivo di illustrare al lettore per nulla addentro all’arte del gioco, i rudimenti fondamentali per poter apprezzare la profondità del go. Questo l’obiettivo apparente, in realtà il libro è una costruzione complessa di un insieme di giochi linguistici in cui gli autori ruotano continuamente attorno al gioco per costruire altri giochi di natura sostanzialmente letteraria. Ed è in questo contesto del “gioco sul gioco” che si comprende un simile libro, altrimenti assurdo. O per meglio dire, questa assurdità costituisce lo scopo stesso degli autori, i quali non possono o non vogliono entrare all’interno di quella che è la tecnica del gioco del go, di per sé assai complessa. Siamo anche lontani da un’opera come Il maestro di go di Kawabata in cui il go assurge a modello sociale e scopo di vita: il gioco del go, dunque, diventa il fine e il mezzo per una comprensione più vasta della realtà, a tal punto che diversi giocatori si confrontano per mezzo del go. 

Questo libro, dunque, non ha interesse a mostrare la vera arte del go, quanto di divertirsi a raggirare continuamente le aspettative del lettore, il quale può trovarsi allo stesso tempo sconcertato, divertito, allucinato e privo di riferimenti. Ed è allora con uno spirito libero e giocoso che il lettore deve guardare il manualetto, il quale è allo stesso tempo una caricatura di un manuale tecnico (altro gioco letterario su di un tipo di letteratura di gioco). Tutto questo, comunque, non nega il fatto che gli autori danno delle vere e proprie lezioni sulle forme delle pietre o sulle regole (strategiche o del gioco), assolvendo così all’obiettivo apparente di informare il lettore sul gioco. Allo stesso tempo, anche coloro che hanno una ben che minima idea di cosa sia un gioco di strategia, non possono che sorridere o rimanere sconcertati dalle “lezioni” degli autori. Sconcerto tanto maggiore per i giocatori di go, sia neofiti che esperti.

In fine, sia detto per inciso, le parti migliori del libro sono senza dubbio quelle dedicate a prendere in giro gli scacchi e la dama. Soprattutto gli scacchi, considerati un gioco immeritatamente troppo diffuso senza solide ragioni. A cui viene dedicato un intero paragrafo demolitore:

Il gioco del go non è il gioco degli scacchi giapponese. Un gioco degli scacchi giapponese esiste e si chiama Shògi. Ci sia dunque consentito di riassumere qui tutto il male che pensiamo degli scacchi. 1. E’ un gioco feudale, fondato sull’Esaltazione del Torneo e sull’ineguaglianza sociale. 2. E’ un gioco le cui regole variano ogni tre secoli. 3. E’ un gioco di dubbia antichità (più o meno contemporaneo della Canasta!). 4. E’ un gioco che (come la Dama) contempla solo tre risultati, senza sfumature: la vittoria, la sconfitta, il pareggio. Si vince, si perde, certo, ma non si può vincere di un punto, suprema raffinatezza del go! 5. E poi non è un gioco che insegna le buone maniere! 6. Se due giocatori di diversa bravura giocano insieme il più bravo rischia inevitabilmente di annoiarsi. 7. Una partita a scacchi dura a dir tanto trenta mosse. 8. E’ un gioco confuso dove non c’è una pedina che faccia le stesse cose dell’altra. 9. Noi non sappiamo giocare a scacchi. (p. 39)

A questo punto concludiamo ricordando a chiunque si avventuri nella lettura di questo libro che si tratta, appunto, di un divertimento su di un divertimento, di un gioco letterario sulla letteratura di un gioco. Così che senso e significato si scambiano continuamente di posto, laddove i riferimenti delle parole spesso sono solo altre parole o modi di dire, mentre altre volte la lingua non gira a vuoto ma si capisce a stento: “Esiste una sola attività cui si possa ragionevolmente accostare il go. Lo avrete capito, è la scrittura” (p. 55).

George Perec, Pierre Lusson, Jacques Roubaud

Breve trattato sulla sottile arte del go

Quodlibet

Pagine: 168.

Euro: 15,00.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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