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Descartes – Desmond M. Clarke

Clarke, Desmond; (2006), Descartes – A Biography, Cambridge: Cambrige University Press.
Clarke D., Descartes – Il filosofo della rivoluzione scientifica, Hoepli, Milano, 2016.


Descartes – Il filosofo della rivoluzione scientifica è la biografia di René Descartes, scritta da Desmond Clarke, professore alla National University of Ireland (Cork). Il libro narra la vita del più grande filosofo del XVII secolo, la cui fama è soprattutto legata alle opere di metafisica, come il suo capolavoro Meditazioni Metafisiche (1641) e Il discorso sul metodo (1637). Ma come recita il sottotitolo pensato per il pubblico italiano, i cui gusti sono sempre interpretati in modo diverso dal resto del mondo (anglosassone, in cui le biografie sono sempre state di interesse generale del pubblico colto), Descartes fu uno dei filosofi maggiormente impegnati nella svolta tra la “filosofia naturale” e il pensiero scolastico e la scienza fisico-matematica per come la conosciamo oggi.
La vita di Cartesio, così conosciuto col titolo italianizzato, è in realtà estremamente priva di grande interesse e infatti crea imbarazzi a generare volumi che, se non sono di cinquecento pagine, non possono essere accreditati come sufficientemente scientifici. Egli nasce in Francia e studia in una scuola in cui si insegnavano le poche discipline autorizzate dalla combinazione della chiesa con il nascente stato moderno francese, anch’egli ancora più vicino al feudalesimo di quanto non fosse allo stato moderno.
Descartes, come un esercito di altri filosofi quali Spinoza, Hume, Kant e Russell, aveva una pessima opinione della scuola del suo tempo, sia nei termini del sistema scolastico, sia del tipo di insegnamenti da seguire per fare carriera più o meno comodamente. Nonostante la sua naturale avversità al sistema scolastico del tempo e, poi, della cultura filosofica di allora, ancora segnata in modo preponderante dalla filosofia scolastica, non si fece mai paladino di istanze rivoluzionarie, che potessero in qualche modo attirare la suscettibilità delle autorità pubbliche e laiche.
Nonostante ciò, egli rimase sempre inquietato dalla possibilità di essere perseguito, quale che fosse la forma presa dall’inquisizione di allora. Egli aveva grandissima stima di Galileo, ma non aveva la benché minima intenzione di difenderlo pubblicamente, onde evitare la stessa fine. Di Giordano Bruno, Tommaso Campanella e del meno noto Vanini, persone più note sin da subito per la loro valenza socratica che non per la loro filosofia, nessuno aveva grande considerazione. Tuttavia, il loro sacrificio sull’altare delle idee servì in effetti a scongiurare diversi filosofi dal tentare strade anche solo tangenzialmente tali da finire nei fuochi dell’al di qua più che dell’al di là. Fatto, questo, che dovrebbe dimostrare come, alla fine dei conti, simili atti di violenza più che creare martiri, creano davvero paura. Descartes lottò tutta la vita per evitare di essere censurato o di essere bruciato, dove questa “o” è volutamente inclusiva di entrambi i casi!
Abbastanza paradossalmente, però, Cartesio era un fiero polemista ed era totalmente disinteressato alle critiche, più o meno costruttive, che gli vennero mosse, copiose, alle sue opere. Che si trattasse di un filosofo come Thomas Hobbes o Pierre Gassendi, egli reagiva in vari modi ma sempre senza curarsi della validità dei contenuti delle critiche. Egli poteva far finta di convenire con il critico semplicemente ringraziandolo e sostenendo, falsamente, che aveva qualche ragione a sostenere ciò che poi avrebbe tranquillamente ignorato. In altri casi, egli fieramente si opponeva alla critica screditando il critico stesso, accusandolo di essere di parte o di non avere l’intelletto e l’onestà sufficiente per vedere la verità.
Descartes, però, tentò in tutti i modi di farsi sostenere da quelli che erano, per sua stessa ammissione interiore, i critici più temibili, ovvero i gesuiti. Egli scrisse innumerevoli volte alla Sorbona per avere il loro benestare, senza riuscirci. Come tutti coloro che temono pericolose ritorsioni da parte di un nemico troppo più forte per essere battuto sul campo e troppo insidioso per essere affrontato sul piano delle idee e della narrativa, egli ne cercò continuamente l’approvazione indiretta di una pace garantita. Quindi, anche senza risposte esplicite, egli scriveva che proprio la loro assenza di rispsota attribuitagli era sintomo di accondiscendenza. Prova debole, naturalmente, ma indicativa del tipo di personalità di Cartesio.
Egli visse ben poco della sua vita matura in Francia. La sua famiglia non era povera, ma neppure ricchissima. La madre morì giovane, lasciando il figlio alle poco amorevoli cure di un padre totalmente disinteressato. Non ebbe grandi rapporti con i fratelli e, anzi, uno fu sempre pronto a cercare di appropriarsi avidamente dei possessi degli altri. Cartesio avrà affetto solamente per la sua vecchia balia, forse l’unica donna che Descartes fu capace di amare filialmente. Ancora prima di morire, conscio ormai che la morte era vicina, prega i vivi prossimi di accudire la balia, “colei che si è presa cura di me”. Dire che non ebbe grandi rapporti con le donne sarebbe travisare la realtà con gli occhi di una cultura che fa finta di essere all’avanguardia in termini di progresso morale e, invece, non è altro che scudo alla verità.
Intanto, Cartesio non ebbe grandi relazioni stabili con le donne da giovane e al principio era molto legato ad un amico olandese. Clarke riporta passi che potrebbero lasciar intendere qualche trasporto omosessuale. Ma la realtà è che il XVII era un mondo ben parco in termini di contatto umano, dominato dall’ostilità latente di un mondo in cui le guerre erano all’ordine del giorno, come la fame e le rivolte. Il matrimonio era molto più un affare economico di quanto lo fosse d’altro e, d’altra parte, anche e soprattutto considerando questo secondo presunto aspetto, non è affatto una cosa ovvia a pianificarsi e ottenersi per la presenza della seconda parte che potrebbe anche non gradire di essere considerata tale.
Alla perdurante e castrante condizione di isolamento fisico e morale si rispondeva con un linguaggio fiorito, espansivo e frutto di una cultura alta impostata su grandi e magniloquenti parole (come “al mio carissimo amorevole amico al quale i miei sentimenti volano etc.”). Anche ad un Clarke questo non sfugge, sottolineando che questo genere di espressioni non potevano essere sufficienti a presumere una qualche forma di latente omosessualità. Inoltre, Cartesio fu uno dei rari filosofi che ebbe un figlio dalla serva di un suo amico. Costei era una semplice donna di casa, la quale non si sposò con Cartesio che, però, se non altro, non si disinteressò di lei economicamente e anzi promosse la sua causa (di lavoro) con vari amici. Fu talmente amorevole che le fece da testimone di nozze, fatto curioso, quanto meno. Dopo questa che gli antichi biografi definirono come uno “scivolone” nell’altrimenti impeccabile vita quasi ascetica dell’io penso cartesiano, egli ebbe solo relazioni epistolari con nobildonne colte in cerca di sostegno filosofico: celebri i casi di Christina, regina di Svezia, e della nobile Elisabetta, forse l’unica donna che egli abbia mai stimato filosoficamente, capace com’era di indurgli in serie riflessioni nelle sue risposte alle “mail”. Nella corrispondenza con Elisabetta, egli usava toni comunque ampollosi ma obiettivamente non freddi e, comunque, va reso onore a Cartesio il fatto di non avere naturali pregiudizi nei confronti dell’intelletto femminile, fatto allora decisamente non da darsi per scontato.
Come si è ormai ben inteso, il XVII era un secolo di violenza e guerre. Cartesio stesso fu soldato subito dopo aver finito la sua formazione scolastica perché “voleva vedere il mondo al di fuori della scuola”, esigenza, evidentemente, già all’ora ben chiara nelle menti di chi non ha paura di scoprire da solo la verità. In ogni caso, quasi da subito si ritira in Olanda, per altro all’ora ancora fieramente contesa. La vita del suo più caro amico, Huygens uomo politico di grande cultura e padre del più celebre figlio, fu spesa quasi interamente nei campi di battaglia olandesi. Egli quasi da subito visse all’estero, in un Paese straniero, perché quello che più di tutti gli consentiva di sapersi quasi al sicuro nella sua incolumità. Ben presto, egli condusse una vita appartata, diremmo eremitica. Egli viveva semplicemente: dissezionando animali (una passione che gli rimase e coltivò a lungo), scrivendo pungenti risposte ai critici, aggiornandosi delle ultime novità scientifiche grazie a padre Mersenne, amico cordialmente detestato per le infinite differenze d’ingegno che egli aveva con Cartesio. Infatti, Cartesio non poteva fare a meno di Mersenne, cosa che scoprì quasi con panico quando il padre morì non molto prima di lui. Mersenne era il punto di contatto di Cartesio con il mondo, già ristretto, dell’Europa scientifica e filosofica di allora.
Cartesio viveva separato dal mondo perché non voleva che nessuno lo disturbasse nelle sue ricerche. Non solo. Ma neppure amava essere disturbato dalle pubblicazioni degli altri. Cosa che dovrebbero scoprire molti professori delle scuole secondarie, si può essere “un Descartes” avendo letto neanche interi una decina di libri. Egli aveva pochissimi volumi, quasi tutti gentilmente donatigli. Ed egli non nascondeva mai la sua naturale avversità nei confronti dei libri degli altri, i quali erano quasi sempre solo perdite di tempo per un intelletto convinto che la verità è il risultato di idee chiare e distinte che l’intelletto scopre soltanto dentro se stesso. Non sorprende che egli maturò delle tendenze che, potremmo dire, paranoiche. Vedeva nemici ovunque, eccedeva nel considerare le critiche negative e aveva la più o meno giustificata paura di essere oggetto di una congiura da parte del mondo accademico di allora, quello stesso mondo che nel migliore dei casi lo ignorava e nel peggiore lo accusava di dire cose contrarie alla narrativa politico-scolastica-istituzionale di allora, cosa per altro vera anche quando si voglia dire non così importante. E anche quando Descartes riuscì a trovare sostenitori accademici fece quello che era in suo potere per alienarseli.
La vita di Cartesio è, dunque, quella di un nerd del XVII secolo. E quasi tutto quello che scrisse, non lo legge più nessuno. Egli non è neppure ricordato per le sue scoperte scientifiche, quelle che più di tutto tentò di portare avanti negli infiniti progetti lasciati incompiuti, una delle sue più note caratteristiche. Aveva una intelligenza filosofica ben rara e una visione scientifica sicuramente di altri tempi, quelli che sarebbero venuti subito dopo, ma non aveva né l’interesse né la capacità di focalizzarsi su una ricerca continua. E le sue opere filosofiche più conosciute portano traccia della sua vita, nel senso di una concezione del mondo in cui tutto si può trovare già perfettamente dentro di noi, almeno nel senso che non c’è bisogno altro che del proprio intelletto e delle proprie esperienze per scoprire le idee chiare e distinte. Le idee degli altri, sono quasi del tutto irrilevanti.
Si capisce, insomma, perché nella tradizione filosofica narrata agli autostoppisti scolastici non si trovi traccia della vita di Cartesio. Egli campava con soldi ereditati, a malapena sufficienti a garantirgli la sussistenza. Non si sposò mai, ma ebbe un figlio illegittimo da una serva. Era in contatto con la comunità scientifica solo di seconda mano, mano che non avrebbe volentieri stretta a quasi nessuno, se solo avesse potuto. Aveva una passione per la dissezione dei corpi morti e una nota avversità nei confronti di tutto quello che lo distoglieva dai suoi interessi. Non leggeva che lettere, non amava le critiche ma criticava tutto ciò che si discostava dal suo punto vista. Insomma, un inoccupato di genio privo di famiglia e di sostanza. Una storia che non ci piace raccontare. E infatti non è piaciuta nemmeno a Clarke.
La biografia di Clarke non è una vera e propria biografia. Prima di tutto, perché è più vicina alle sempre noiose biografie intellettuali, che ricostruiscono più le idee che la vita delle persone. Ben di altro livello sono i lavori di Kuehn e di Blue, più interessanti e intriganti proprio perché parlano più dell’uomo che della mente del loro soggetto. In secondo luogo, perché Clarke non parla direttamente della vita di Cartesio, ma fa massa critica in una sequenza infinita di citazioni dalle lettere, le quali, pur indispensabili, sarebbero state più utili come prova di un fatto che come sostituzione del fatto (cosa puntualmente notata da un intelligente recensore di Amazon UK).
Descartes fu soldato, scienziato, girovago dell’Europa tumultuosa del XVII secolo e non si fece mancare qualche malizia. Non è il caso di un Kant, insomma, che obiettivamente sfida la capacità di inventiva del più preparato biografo (e che Kuehn dimostra comunque che è possibile ovviare a simili problemi). Nella stessa nota introduttiva Clarke osserva che il compito non era esattamente come se l’era aspettato. Ecco, neppure il suo risultato è come quello che ci sarebbe voluti aspettare perché se scrivere una biografia significa editare un epistolario allora sarebbe meglio dirlo subito. Ma la verità è che al Clarke manca la curiosità del detective che vuole ricostruire con prove ogni fatterello insignificante, eppure così concreto, della vita del suo uomo. Non c’è dubbio che un genio idiosincratico come Descartes avrebbe meritato un biografo un po’ più appassionato alla sua causa, almeno per quel tanto sufficiente da rendere il lettore più interessato di prima alla sua filosofia. Non è un libro pessimo, ma solo un lettore davvero convinto può affrontare quello che è un volume di oltre cinquecento pagine e spendere oltre quaranta euro in formato cartaceo.

Desmond M. Clarke
Descartes – A Biography
Cambridge University Press
Pagine: 507


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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