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Il soggetto. Scienze della mente e natura dell’io. A cura di Di Francesco e Marraffa.

A cura di Giangiuseppe Pili       www.scuolafilosofica.com.

Il presente volume è un’introduzione filosofica a vari problemi offerti dalle moderne scienze cognitive, in particolare dalle ricerche di neuroscienze. L’interesse è suscitato sia dalla presentazione di questioni ancora aperte e discusse dagli specialisti ma, soprattutto, molto presenti nella discussione filosofica precedente.

Il primo capitolo è di Massimo Marraffa e tratta del problema filosofico dell’introspezione, nato dalla filosofia di Cartesio e passata alla storia del pensiero grazie alle discussioni seguite dalle Meditazioni Metafisiche, sia in forma empirista antirazionalista alla Locke e Hume, sia in forma propriamente razionalista e neoplatonista come la filosofia di Leibniz e Wolfe. L’idea è che ogni nostra informazione sul mondo sia definita e riconosciuta da un atto eminentemente soggettivo che è l’introspezione: su tutto abbiamo ragione di dubitare ma non del fatto che noi siamo in quanto pensiero. E tutto ciò che si rivela al pensiero è, a fortiori, quanto noi possiamo effettivamente conoscere. Da Berkeley a Hume, da Locke a Kant, da Husserl a Hegel, su una cosa non c’è molto da dubitare: che noi abbiamo un infallibile accesso ai nostri stati mentali interiori. Che questa visione sia insufficiente e non tiene conto di molti dati di fatto, è stato notato solo in critiche puntiformi dai vari pensatori già citati. In realtà, l’immagine dell’Io criticata fortemente dall’immagine della scienza cognitiva riguarda soprattutto la concezione romantica dell’Io, dove questo diventa assoluto: l’Io è centro del mondo e il mondo non ne è che una sua propagine. Quest’idea è risultata tanto forte da essere trapassata nella cultura postmoderna secondo cui la natura umana (e la natura in generale) non sia altro che una costruzione culturale non dissimile dalla storia, dai vari pregiudizi che nascono, si evolvono e muoiono nella storia e nella cultura. La natura è un fatto di opinione. Tale concezione è stata rimarcata da pensatori come Foucault. La scienza cognitiva, non senza altri precedenti, ha messo in discussione almeno due certezze: che tutto ciò che l’uomo è in grado di elaborare sia vincolato dal suo essere materiale e funzionalmente organizzato. Ciò che più ne ha fatto le spese è stata la visione “umanistica” del linguaggio, come complesso di regole arbitrarie fondate su un atto di convenzione e la cui semantica nasce da una serie di atti ostensivi. Difficile pensarla così dopo Chomsky. L’altra immagine collettiva diffusa a farne le spese è stata l’idea della centralità dell’Io come coscienza, come forma di autocoscienza assoluta e sovrana in sé stessa, punto di partenza e fine di ogni conoscenza. In realtà, come Marraffa mostra citando e discutendo articoli e dati osservativi molto pertinenti, tale visione è molto fuorviante: il soggetto umano non sa ciò che egli stesso fa quando pensa ed egli accede esclusivamente ai risultati dei processi cognitivi ma non ai processi stessi. Come nel caso della visione, noi non ci rendiamo conto della complessa elaborazione dei datti e dalla loro recezione alla loro rielaborazione, noi lavoriamo su rappresentazioni già definite e, in qualche modo, chiuse.

Il secondo capitolo Alfredo Paternoster riguarda due difficili temi: il primo è la conciliazione della descrizione in prima persona (cioè il fatto che i nostri resoconti sono “orientati” proprio perché l’Io implica un “punto di vista”) con la descrizione in terza persona. Il secondo è il tentativo di tenere insieme, e come si possa farlo, l’immagine scientifica dell’uomo con l’immagine intuitiva che noi abbiamo di noi stessi. I due temi sono distinti e possono essere mantenuti così, ma, in realtà, hanno un filo conduttore importante e si può paragonare alle difficoltà offerte al senso comune dalla fisica quantistica e dalla teoria della relatività: come conciliare la nostra “fisica ingenua” che ci consente di vivere e di crearci utili aspettative e, in ultima analisi, di prevedere approssimativamente i fenomeni con il mondo del tutto diverso che regola i fenomeni astrofisici e microscopici? Ha ancora senso parlare di proprietà primarie e secondarie degli oggetti quando, ad esempio, il tempo dei composti è emergente rispetto al tempo degli atomi (la qual cosa era già stata notata da Epicuro). Secondo la fisica delle particelle, non ha senso parlare dei colori degli oggetti giacché essi non sono che nel mezzo e nel nostro modo di percepire certe radiazioni. Tutto ciò trova un perfetto parallelo nella scienza cognitiva. L’Io produce resoconti dei propri processi cognitivi del tutto fuorvianti, inesatti e lontani da quello che fa effettivamente.

Il terzo capitolo di Erica Cosentino e Francesco Ferretti tratta dell’importante relazione tra l’Io e il linguaggio. Se è vero che la natura umana è il centro dell’analisi e della ricerca della scienza cognitiva e se è stato messo in discussione che il linguaggio sia una pura entità culturale, rimane un fatto che le nostre conoscenze su noi e sul mondo si sostanziano nel linguaggio e si strutturano in esso. Il linguaggio è, per le scienze cognitive, una facoltà mentale strutturata funzionalmente su un materiale, il cervello e, in particolare, su alcune sue aree specifiche. L’Io si costruisce intorno a due centri: l’Io fenomenologico e l’Io narrativo. Il primo riguarda il nucleo percettivo di ogni informazione sensoriale di cui siamo effettivamente cosciente. Esso riguarda ciò che si mostra alla coscienza indipendentemente da ogni possibile concettualizzazione strutturata linguisticamente. Questa componente fenomenologica dell’Io è invariante e non suscettibile di interpretazione: essa è la parte più biologizzata della coscienza. L’Io narrativo, invece, è l’immagine della coscienza sostanziata sul linguaggio e suscettibile di revisione e analisi. Questa sfera linguistica della coscienza produce resoconti che seguono un principio di coerenza e linearità e che, se incappa in contraddizioni, si ingegna a trovare soluzioni per risolvere il problema. L’attività narrativa dell’Io è fortemente influenzata dalla cultura e dagli scambi sociali che l’Io ha durante la sua vita.

Il quarto capitolo di Mario De Caro analizza un problema specifico che è quello del libero arbitrio. La questione filosofica è antica e dibattuta e si può riassumere nel problema: come si può conciliare l’immagine fisica dell’uomo, ente parte della realtà determinata della natura, con la sensazione di “libertà” che tutti noi abbiamo? Molti pensatori (come Spinoza) hanno rifiutato la libertà come libero arbitrio e l’hanno concepita esclusivamente come una forma di assenza di costrizione. Allo stesso modo ha fatto Locke e pure Hume. Kant, pur non riconoscendo il libero arbitrio, assume la libertà come postulato della ragion pratica. Come per tanti altri capitoli della filosofia, le neuroscienze si sono poste il problema di risolvere la questione attraverso un metodo scientifico, osservabile, ripetibile e universalmente valido. Nonostante la formulazione di varie possibilità per verificare la presenza (o l’assenza) del libero arbitrio, nessun risultato sperimentale è, fino ad ora, risultato decisivo.

Il quinto capitolo di Michele Di Francesco tratta di una nuova proposta della filosofia della mente: la mente estesa. L’idea è, in sostanza, che l’Io non sia una scatola chiusa ma sia incorporata e ecologica. La corporeità della mente implica che l’attività cognitiva di un soggetto non sia esclusivamente sostanziata sul cervello ma, più in generale, su tutto il sostrato materiale (il corpo): la mente non è un’entità che esiste indipendentemente dal corpo ma, piuttosto, essa vive per rendere possibili azioni che, altrimenti, non sarebbero possibili. Se, come dicevano i filosofi moderni, ogni cosa si sforza per quanto può di rimanere nell’esistenza, ciò vale anche per l’uomo e per l’Io. Allo stesso modo, l’uomo non è solo una mente incarnata, ma vive all’interno di un ambiente inteso come realtà fisica e sociale, da cui trae tutte le informazioni di cui dispone. L’aspetto ecologico della mente implica sia che la mente sia coinvolta in processi non chiusi all’interno del soggetto cognitivo, sia che essa sia limitata nelle sue operazioni. Per colmare, in parte, questi limiti fisici e mentali, essa si serve di strumenti, come la penna e la carta per far di conto o conservare informazioni. Secondo questa concezione, l’attività cognitiva è non confinata all’interno dei processi mentali e cerebrali ma, piuttosto, si estende anche all’uso di alcuni strumenti che entrano a far parte pienamente del processo cognitivo stesso. Questa proposta non è esente da vincoli ma è una delle varie svolte prese dalla scienza cognitiva postclassica che vuole riformulare i problemi offerti dal funzionalismo per poterli riconsiderare in modo tale da offrire una visione della natura umana il più possibile vicina a ciò che accade. La costruzione del modello postfunzionalista è appena cominciata ed è più segnata dalla continuità che dalla rottura ma l’intenzione programmatica di tanti filosofi e scienziati è netta.

Il libro si apre con un’ampia introduzione che, forse, è anche la componente più interessante. Essa traccia la storia dell’Io dalla filosofia moderna ai giorni nostri con essenzialità, chiarezza e lucidità che fanno di questa parte un vera e propria introduzione per tutti coloro che non sono mai venuti a contatto con testi di filosofia della mente e, per tutti questi, può risultare molto preziosa (anche di più di alcuni manuali presenti in circolazione, più lunghi ma non per questo più incisivi e essenziali). D’altra parte, il taglio specifico dell’introduzione (con la centralità dell’Io e la sua storia) la rende particolarmente interessante anche per chi è già a conoscenza di gran parte della letteratura introduttiva in materia.

Il lavoro non si propone né di essere un testo specialistico né un testo introduttivo ma solo una rassegna di casi in cui la scienza sta tentando (e ha tentato) di risolvere problemi filosofici, dissolvendoli o affrontandoli con il complesso delle sue metodologie. La scienza cognitiva è ancora al principio del suo cammino ma ha offerto già moltissimi spunti interessanti. Uno dei pregi del volume in questione è l’essenzialità e la rilevanza sia delle problematiche trattate, sia del numero di dati riportati (non eccessivo ma incisivo e sufficiente). Inoltre, proprio la struttura del libro (formato da cinque saggi di specialisti più l’introduzione) lo rende utile strumento anche per chi voglia interessarsi di uno dei vari aspetti presentati: la lettura di singoli saggi non richiede né implica la lettura degli altri.

Questo libro, è bene dirlo, è destinato a venire riscritto, ripensato e rivisitato: la ricerca scientifica attuale, la sua rapidità e così pure l’analisi filosofica che vi sta dietro non consentono di rendere queste analisi più che una presentazione del presente né pretendono di essere qualcosa più di questo. Tuttavia, proprio questo rende il libro una buona presentazione filosofica di argomenti confinanti con la scienza che, in questo caso, non possono che essere legati al momento attuale della ricerca.

A cura di Marraffa M., Di Francesco F.,

IL SOGGETTO. SCIENZE DELLA MENTE E NATURA DELL’IO.

BRUNO MONDADORI.

EURO 18,00.

PAGINE 209.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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