Una conferenza di filosofia estetica di Paolo Meneghetti, a Rionero in Vulture (PZ) Mercoledì 30 Luglio 2025, e per interessamento dell’Associazione “Centro Studi Leone XIII” (presieduta da Pasquale Tucciariello, presente in sala)
Edmund Husserl dice che, abbandonando l’idealismo, noi abbiamo sempre coscienza < di > qualcosa. Ma come provare ad allacciarvi un materialismo? Gaston Bachelard invita a prendere fiducia verso la propria intimità, dall’anima. Questa è l’immaginazione materiale. Gli elementi classicamente naturali dell’aria, dell’acqua, della terra e del fuoco si renderanno percepibili per immedesimazione. Conta il coinvolgimento della coscienza, oltre la mera constatazione d’un realismo. L’impressione percettiva garantisce un “ripasso” su quello che si conosce. Ad esempio il giallo d’una sagoma può volgere sul viola: per la stanchezza dell’occhio, col concorso della luce, vagheggiando dall’emotività ecc…
[Originariamente pubblicato in data 4 giugno 2014]
Con l’editto di Costantino del 313 d.C. si segna una tappa cruciale della storia dell’impero romano d’occidente e non solo: con esso si sancisce per la prima volta una “religione di stato” propriamente detta e pone fine alle persecuzioni verso i cristiani (si rivolgono da questo momento verso chi si rifiuta di convertirsi, cosa che spesso si tralascia di ricordare). Il progressivo estendersi del cristianesimo portò non solo a un nuovo assetto politico e la formazione del clero cristiano, ma anche l’elaborazione di un nuovo assetto letterario. Attraverso il pensiero di tre importanti letterati analizziamo la nascita di questo nuovo assetto programmatico letterario.
Arnobio nacque in Africa intorno alla metà del III secolo d.C. e fu maestro di scuola a Sicca Veneria: convertitosi al cristianesimo in età avanzata, morirà nel 327 d.C.. Delle sue opere ricordiamo l’Adversus nationes, composto di sette libri: fu scritto dopo le persecuzioni nei confronti dei cristiani da parte di Diocleziano, convinto pagano. Nell’opera di Arnobio si nota molto come egli si fosse convertito in età adulta. Egli forza un’aggressività antipagana e sulle inesattezze dottrinali, e su questi due binari egli alterna un linguaggio forbito e di elegante retorica a bizzarre costruzioni fantastiche. I suoi strumenti stilistici erano la sagacia, il senso del ridicolo e la capacità di scoprire flagranti contraddizioni in tutto ciò che andava confutando.
Run out and find me a four-year-old child. I can’t make head or tail out of it. – Groucho Marx
Introduction to Emoji Logics and Caveats
For many years I studied formal logics and set theory alongside everything else. They were the intrinsic foundation of my background work, the one that never appeared on the surface because it was too personal and too specific at the same time.[1] Moreover, in spite of many applications of formal logic thinking from war to society, I never fully embraced the sheer love for machinery or formal symbolism because I am much more semantically driven.[2] In fact, I am obsessed by semantics and natural language and the more I think about them the deeper the obsession. Although I have been always skeptical on analytic philosophy implicitly share belief that it is all about bad use of unclarified language and truth-values, I am in fact as obsessed as the later Wittgenstein or Kant in the three major critiques, which are essentially a quest for understanding how our judgements (statements) is even possible. In fact, I even argued that the deconstruction of judgement through language was ultimately what Kant achieved in the Critique of Pure Reason.[3]
However, this does not change my sheer admiration for those pillars of thought who elaborated formal logics how we know it and Kurt Godel has been my logical hero since I started my logical quest twenty-four years ago.[4] As a result of my effort to teach formal and informal logics, I arrived to conceive an idea to how teach basic principles of formal logics to kids. I am not very versatile with very young kids, that is, less than 14 and I don’t have any evidence of specific applications of the system I am proposing here, but the idea is very simple. Formal logic is about creating a system of codified symbols to be manipulated syntactically, that is, through the ‘simple’ application of rules, we can be creative in selecting what symbols we want to use. What if we are creative and use emoticons for formalizing propositional logic?
With this intuition in mind, I propose the following formal logic game that could be used for teaching logic to kids. I welcome any reader to try and report what happened and how it worked in the comments section.
Per Roger Deakin, esteticamente la Natura ha creato le farfalle come un omaggio per i fiori, portando la bellezza in volo. Sarà anche un insegnamento al rispetto, quando l’entomologo ricorrerà alla retina. Camilla ha posato sulla battigia, al mare. Pare che l’abbigliamento omaggi le onde, tramite la “clessidra” del busto con la strozzatura d’un fiocco. Se noi guardiamo il mare, è anche affinché la memoria ci ispiri. Ma quanto il braccio sinistro, piegandosi, avrebbe assunto la configurazione d’una retina per farfalle? Il petalo deriverebbe dal sole all’orizzonte, coi propri raggi sull’acqua. Più realisticamente Camilla danza. Il boxer da donna si percepirebbe all’infiorescenza per la rete, e da un’incandescenza che riposasse col rosa.
1. Introduzione: il negativo come condizione del pensiero
In questo scenario, filosofia e psicoanalisi si incontrano: entrambe sono chiamate a pensare l’impensabile, a trattenersi presso il negativo senza cedere alla tentazione del senso immediato. Il pensiero, in quanto tale, si origina sempre da una frattura: «Pensare è sempre pensare contro se stessi», scriveva Adorno, rifiutando ogni riconciliazione prematura (Adorno, 1966)[5]. È su questa frattura che questo saggio intende soffermarsi, per pensare il trauma non come un limite, ma come una soglia: il luogo stesso in cui si apre la possibilità della trasformazione.
La difficoltà a simbolizzare l’esperienza traumatica ha prodotto un incremento di fenomeni regressivi: violenza, panico morale, negazione, agiti collettivi. Tali manifestazioni possono essere comprese come “deiezioni psichiche”, secondo la felice espressione coniata da Federica Mazzocchini, ossia come espulsioni dell’indicibile che il soggetto non riesce a elaborare mentalmente. Come nota Julia Kristeva, «ciò che viene rigettato non per questo scompare. L’abietto è ciò che inquieta un’identità» (Kristeva, 1980)[4].
Arnold Schönberg parla del lungo percorso musicale che lo ha portato a quella che lui chiama la “scoperta” della dodecafonia in una conferenza del 1941 da lui tenuta all’Università della California, poi rivista e pubblicata nel 1950 nella raccolta di saggi Style and Idea. La dodecafonia, spiega, non è un “sistema della scala cromatica”, ma un vero e proprio metodo. Sono stati necessari ben dodici anni di tentativi per riuscire nella titanica impresa di creare un nuovo modo di comporre, in grado di sostituire quelle “articolazioni strutturali” che prima venivano garantite dal sistema tonale. Schönberg chiama questo nuovo metodo da lui ideato metodo di composizione con dodici note poste in relazione soltanto l’una con l’altra. La caratteristica principale di questo nuovo – e complesso – modo di comporre musica è quella di utilizzare soltanto una serie di dodici note diverse per ogni composizione: nessuna nota può essere ripetuta nella serie e questa deve obbligatoriamente utilizzare tutte le dodici note della scala cromatica in un ordine diverso rispetto a quello in cui si presentano nella scala. Come spiega Eimert nel suo Manuale di tecnica dodecafonica, “la musica dodecafonica esiste soltanto come sistema di rapporti tra le dodici note […] la più piccola unità di questa musica è la configurazione delle dodici note…”[1]: se la più piccola unità del sistema tonale è la singola nota, nel metodo dodecafonico, invece, essa diventa la serie.
Nel corso dei secoli, l’arte del poetare ha subito drastici ridimensionamenti, passando dall’essere prerogativa e appannaggio di pochi, spesso dotati di una profonda erudizione, all’essere accessibile pressoché universalmente. Un percorso, certo, di democraticizzazione dell’ars poetandi, e mi arrogo di ritenere che questo carattere di accessibilità ben meglio assolva alla missione salvifica della poesia: in un mondo dai connotati spesso tragicomici, la poesia è il mezzo con cui ognuno può nobilitare il proprio animo. Si ha forse ragione di ritenere che l’anelito poetico sia connaturato all’animo umano, e meglio di me ha saputo dirlo Roberto Benigni nel film La tigre e la neve (2005), con la celebre frase «Cos’è la poesia? Non chiedermelo più. Guardati dentro, la poesia sei tu». Un invito, quello di Benigni, ad abbracciare l’arma della poesia, dono concesso a chiunque lo voglia ricercare, e al contempo a rispettare questa sacra e potente attività («E vestitele bene le poesie! Cercate bene le parole!»).
Longhua Temple, Shanghai, China Copyright: Wikimedia Commons, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Shanghai_-_Longhua_Tempel_-_0024.jpg
Xi Jinping e il discorso politico cinese: Confucio o Han Fei?
Prima di affrontare l’analisi della filosofia politica di Xi Jinping, è necessario chiarire cosa significhi oggi recuperare il pensiero dei filosofi del passato in chiave politica. Le motivazioni principali che spingono a una “rinascita” filosofica nella politica contemporanea sono essenzialmente due: da un lato, ottenere una forma di legittimazione attingendo a un passato considerato glorioso; dall’altro, delineare un modello politico da attualizzare con intenti programmatici. Questi due obiettivi, nella prassi politica, tendono spesso a sovrapporsi. La storia offre numerosi esempi in cui sia i regimi totalitari (si pensi all’uso strumentale che il nazismo fece della filosofia tedesca ottocentesca), sia le democrazie (talvolta richiamandosi proprio agli stessi autori), hanno attinto selettivamente e con finalità politiche al patrimonio filosofico del passato.
Abstract: L’articolo mira ad evidenziare il legame tradizionale esistente tra la pedagogia l’epistemologia e la logica, una relazione poco conosciuta. Un’alleanza che si oppone a concezioni ingenuamente naturali e intuitive dello sviluppo umano che travisano la pedagogia e l’azione educativa riportandola a facili concetti di cura, di mera relazione individuale o alla puericultura.
Lo stereotipo che riduce la pedagogia alla prassi di cura e accompagnamento dei bambini, si riporta al senso evocato dal nome stesso, che ha radice in paìs, “ragazzo”, e agogòs “colui che conduce”. Il pedagògo era infatti, nell’antica Atene, colui che aveva il compito di accompagnare i fanciulli a scuola, in palestra, a teatro. Nella concezione comune, questo significato pare aver messo radici e nonostante più di due millenni siano trascorsi, la pedagogia sembra essere connotata essenzialmente da significati pratico-esperienziali.
In un’epoca in cui il tempo è frammentato, accelerato, continuamente interrotto da impulsi e notifiche, ripensare il desiderio alla luce della psicoanalisi e della filosofia significa interrogare l’essere umano nella sua essenza temporale più profonda. Il desiderio non è una meta, né un oggetto possedibile: è ciò che ci struttura, che ci costituisce nella mancanza, come scriveva Lacan, e che si ripete come un’eco nella storia dell’inconscio. Ma questa ripetizione, lungi dall’essere circolare, ha la struttura complessa del contrappunto: voci interiori che si sovrappongono, si rincorrono, si oppongono, e talvolta si accordano senza mai farsi unità.
La musica – e in particolare la forma contrappuntistica – ci offre una metafora potente del funzionamento psichico. Come nella fuga bachiana, l’io non si esprime in un monologo lineare, ma in una polifonia di elementi dissociati, in tensione costante. Ogni sintomo, in questa prospettiva, è un frammento melodico ripetuto, deformato, variato. L’inconscio non parla, canta. E canta sempre la stessa assenza: quella dell’oggetto che manca e che fonda il desiderio.