Press "Enter" to skip to content

Il giocatore invisibile. Pontiggia G.

“Credimi, è infantile” continuò la ragazza. “Convincere sempre gli altri, tutti, che tu vali, che hai ragione. Prova a immaginare per una volta l’ipotesi contraria, che tu sia dalla parte del torto. Che cosa succede? Crolla qualcosa? Io non capisco poi, alla tua età, come fai a essere così schiavo degli altri.”

Giuseppe Pontiggia

Il giocatore invisibile è un romanzo di Giuseppe Pontiggia, edito nel 1978 e grande bestseller di allora, uno dei pochi che può dire di aver superato la prova del tempo a medio-termine e che vincerà anche la prova superiore. La storia è assai semplice e abbastanza piana, senza arditi risvolti: un importante professore di filologia classica legge inaspettatamente una lettera anonima su una rivista di settore La voce degli antichi nella quale viene attaccato personalmente sia sul piano tecnico che sul personale. La lettera, breve e concisa, riesce nell’intento di sconvolgere la vita del professore. Costui ne viene in breve conquistato, giacché le parole sono il suo regno e con le parole sole si poteva far breccia nelle sue più intime convinzioni e divellere i suoi più intimi sentimenti. E’ il crollo, lucido e violento. Chi può essere stato? Perché? Bisogna rispondergli? Inizia, così, una discesa nell’angoscia, che avvinghierà il professore sino a stritolarlo e imporgli nella mente la necessità di scoprire a qualunque costo il nome dell’autore. Dopo vari tentennamenti, decide di rispondere alla lettera anonima, ma non si sa se questa scelta abbia comportato più danni che guadagni. Intanto la sua vita si complica. All’università perde sempre più spesso la calma. I colleghi incalzano, non gli par vero. Nella vita privata la moglie tentenna: lo tradirà? Ma lui è lontano, non trasmette amore, e non comprende più neppure quanto la sua relazione con una studentessa sia un tradimento deplorevole in sé e lo costringa a seguire il discutibile talento poetico della ragazza. I personaggi che lo circondano non sono da meno. E tutti potrebbero essere il suo peggior nemico.

Il protagonista di questo sorprendente romanzo è un professore, mai descritto, mai precisamente delineato nei suoi particolari fisici, mai compiuto sotto un profilo psicologico. Egli è un uomo medio e peculiare allo stesso tempo. Senza dubbio è un grande filologo, apprezzato nel mondo accademico e anche da chi si interessa alla disciplina, ma umanamente non può dirsi l’immagine stessa di un uomo che si vorrebbe essere. Il professore cade vittima del tranello giocatogli da un suo misterioso avversario, il quale, come vien detto in più circostanze, ha colpito laddove il protagonista aveva più da perdere: egli era un uomo onesto, sicché poteva essere infamato (come avrebbe detto Sun Tzu). La sua psiche è quella di un letterato, troppo attento all’uso puro delle parole, nel loro risvolto storico, così attento a quel che i termini avevano di storico che non ha saputo produrre nulla di meritevole per il presente. Egli era come un archeologo, i cui risultati non potevano discostarsi troppo dai suoi reperti, senza accorgersi che il passato ha reso grandi quei reperti che, se fossero i manufatti dell’oggi, non sarebbero così importanti: c’è un equilibrio tra l’epoca, il momento e l’opera. Per questa ragione non riesce a ispirare nel modo migliore la sua “allieva”, che si presta ai suoi piaceri ma che non ne riesce appagata sul piano interiore e intellettuale, simbolo di uno scambio iniquo tra due persone che non si capiscono: la ragazza, in cerca di comprensione superiore e di un maestro di pensiero, ne risulta frustrata per i suoi scopi, così come il professore non riceve da lei che consigli sterili, frutto di una mente acerba e precocemente indirizzata verso lidi intellettuali per lei mai attingibili. Rimane, dunque, un rapporto infelice, dove i reciproci interessi non riescono mai a convergere pienamente per dar vita a quel surrogato di felicità che inganna così tante persone da non renderle disponibile l’idea che la vita sia molto più che una fortuita coincidenza di prospettive egoistiche personali:

 “Tu credi al sì o al no” continuò. “Invece gli uomini sono si e no”.

La ragazza alzò le spalle:

“Questo lo so anch’io”.

“No, tu non l’hai sperimentato, tu credi di saperlo” disse il professore. “Tu credi magari di superarti dicendo che gli uomini sono sì e no insieme. Facile, eh?”

“Ma non è quello che dicevi tu?”

“No. Sono sì, poi magari no, poi sì tre volte di seguito, poi ancora no e no. Non sono mai quello che credi tu, non sai mai quello che saranno. Perciò io non so come voteranno. Se sì o no”.[1]

I rapporti umani del professore sono tutti assai rarefatti e limitati a quelli che sono i confini sanciti dalle convenzioni del suo ruolo, così frequenta solo altri filologi che, come vien detto, “si odiano tra loro”. Ma non è solo un fatto di filologia, è pure l’ambiente universitario, italiano pienamente almeno in questo, così profondamente rarefatto e freddo che rende impossibile, per i molteplici attriti e interessi divergenti, la più comune passione umana e solidarietà. Spesso ci si dimentica anche dell’amore per la propria disciplina che, dopo un po’, si smette di comprendere. Non si dà amicizia, non c’è mai una scintilla di calore. E così il professore viene condannato dal suo stesso genio alla più brutale delle sconfitte, che, come una valanga, lo condurrà sempre più velocemente verso l’esaurimento, fino a quando la scoperta del colpevole non gli cancellerà un po’ di malinconia dalla sua vita. Una vita assai misera.

In definitiva, il giocatore invisibile, di cui parla il titolo, non è solamente colui che scrive la lettera ma pure il professore stesso. Di lui non si sa la storia, non si conosce il passato, se non l’indispensabile per inquadrarlo nel presente della narrazione. Difficile stabilire chi sia. Egli è invisibile tanto quanto il suo avversario, con la sola differenza che nella narrazione è il professore ad essere il principale perno narrativo. A parte questo, il libro narra di una partita giocata tra due giocatori invisibili, che diventano, così, il simbolo di un mondo artefatto, etereo, quasi costruito esclusivamente sui lessemi di un mondo mai pienamente definito, sempre vago e impalpabile, nel quale le loro stesse vite perdono di senso. Su questa dimensione “acosmica” il romanzo trasmette tutta la profondità di un intero modo di vedere il mondo attraverso le parole e la loro storia, attraverso la lente di un passato talmente remoto da far sgretolare il presente. Gli stessi uomini attuali non sono che delle ombre, come quelle che passavano nell’Ade, costrette a vagare per questo mondo e così incapaci di avere anche un solo momento di felicità.

La speranza, nel romanzo, è affidata indirettamente alla parola stessa, quella parola che fa il romanzo, che lo costruisce e di cui costituisce l’intimo senso. L’amore per la precisione si tramuta in stile, che diventa l’unica ragione per cui vale la pena di scrivere, quasi che tutti i personaggi del libro acquisissero un senso solo in quanto scusa, per l’autore, di inscenare un perfetto uso del linguaggio, della sua conoscenza: è raro poter ammirare una tale perfezione nell’appropriatezza semantica e sintattica, frutto evidente di uno studio puntuale e al tempo stesso vigoroso e devoto, che giunge alla perfezione nella linearità, che non cede mai il passo ad una struttura grammaticale pesante della proposizione ma pure così concisa e precisa che da una sol brano si può intuire la completezza stilistica dell’autore. Lo stile, dunque, e la sua purezza adamantina sono le uniche note di rilievo per gli stessi personaggi. Linguaggio dentro e fuori del romanzo, che ha, dunque, una componente metalinguistica in quanto riflessione dall’interno e dall’esterno sull’uso della lingua, dell’Italiano, e sul suo amore. Quasi che questo amore e questa ricerca fosse l’unico scopo per chi legge e per chi scrive. E allora tutto cade in secondo piano, tutto diventa necessariamente schiavo della struttura linguistica, personaggi e autore, fino a giungere al parossismo di una lettera di filologia che scardina il linguaggio interiore del protagonista che cade di fronte ad una manciata di parole, come se una parola chiave avesse comportato lo sfaldamento di un intero sistema formale interiore. E’ il trionfo dell’amore per la parola, per la chiarezza narrativa, per la precisione semantica.

Uno studio del linguaggio, un viaggio nell’Italiano contemporaneo. Pontiggia ha saputo, così, infondere alla sua opera quello stesso amore e odio che uno scrittore finisce per sentire per le parole. La sua schiavitù e la sua profonda dipendenza, devozione e ammirazione proprio per il carceriere. Un libro profondo almeno quanto la nostra lingua.

GIUSEPPE PONTIGGIA

IL GIOCATORE INVISIBILE

MONDADORI

PAGINE: 190.

EURO: 8,70.


[1] Pontiggia G., (1978), Il giocatore invisibile, Mondadori, Milano, p. 161.

Be First to Comment

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *