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La filosofia rinascimentale fino a Campanella

Di Giangiuseppe Pili       www.scuolafilosofica.com

Dopo il medioevo, si apriva un nuovo scenario storico molto variegato e complesso. Una nuova fase culturale si affacciava nell’Europa: un secolo di scoperte. Esplorazioni prima in Africa, poi in America avevano mostrato una pluralità di culture complesse ed irriducibili al rigido schema culturale e ne avevano incrinato la sicurezza, le scoperte scientifiche, prima di tutte la nuova teoria Copernicana, la quale sarà stata un’”alternativa” a quella accreditata, ma pur sempre godeva di una stima sempre maggiore tra gli scienziati. Le nuove concezioni politiche, quali quelle di Machiavelli e di Campanella, reclamavano la loro autonomia dalla religione e la ragione incominciava a tracciare sempre di più una linea divisoria tra il sé e la fede. Lo spazio di comunione tra queste diveniva sempre meno ampio e sempre più evidente e marcato, per lo più tenuto assieme dai teologi. Le nuove posizioni filosofiche incominciavano a concepire un Dio che non fosse più appannaggio di una fede imperscrutabile ma che fosse solo opera della comprensività della ragione. Storia, cultura e società: il rinascimento. Un’epoca arborea nella quale coesistono fortissime contraddizioni ma si delinea fortemente quello che sarà il quadro successivo, il superamento del medioevo. La cristianità, erede della cultura antica ma fonte di infinità di pregiudizi, era stato punto di riferimento di tutti gli intellettuali fino a che la figura del clerices non divenne insufficiente, in un mondo ormai dedito sempre più al commercio, alla laicizzazione delle istituzioni culturali, dove la religione, pur sempre centrale, incominciava anch’essa a mondanizzarsi e a concedere spazi alternativi dove potessero germogliare pensieri autonomi e più liberali.

Questo spirito vitale di rinnovamento può sembrare che sia il frutto di una operazione volontaria, quando invece sembrerebbe più corretto vedere con un occhio storico il processo che ha portato il rinascimento. Dopo il medioevo si sentì certamente una forte volontà di riscoperta dei grandi classici della cultura ma anche un gusto di cercare il “vecchio perduto” nei monasteri. Così che da una parte si rileggevano in chiave filologica i testi già disponibili, da un’altra parte se ne cercavano di nuovi, di dis-persi nell’oblio. Lorenzo Valla è una figura emblematica dell’epoca, attento studioso delle opere antiche e grandissimo ricercatore di lavori perduti. Fu proprio lui a dare dimostrazione della famosa donazione di Costantino, di dubbia origine fin dalla sua comparsa. Lo spirito filologico è certamente una delle due caratteristiche centrali del primo umanesimo, l’altra è certamente l’amore per le humanae litterae. La letteratura e la filologia divengono le due principali occupazioni degli intellettuali.

La mentalità rinascimentale reclamava una autonomia dall’autorità ecclesiastica e dal proprio passato. L’uomo rinascimentale si avvertiva come distaccato dal medioevale e si vedeva come il vero interprete della cultura classica, fino ad allora travisata dai pregiudizi degli autori medioevali. La loro volontà di distanza lì faceva porre anche molto più distanti di quello che poi le due culture realmente non fossero, la storia è continuità e non ci permette di pensare a delle rivoluzioni talmente immediate e improvvise da non potersi descrivere secondo uno schema razionale e logico. Così è probabile che per quella idea tipica della volontà di identità che implica una percezione della distanza tra il sé e l’altro e il proprio creatore, anche l’uomo rinascimentale incominciava la sua riflessione dalla riscoperta dei classici e da una maggiore autonomia della figura umana. Si veniva a costruire così una cultura debitrice della sua condizione storica ma contemporaneamente delineava una nuova via. L’antropologia rinascimentale era fortemente individualistica, ben diversa dalla rigida riconduzione alla “casa dell’assolutismo” come la chiesa medioevale, dove l’uomo doveva attenersi alla sottomissione agli interpreti migliori della bibbia i quali erano più vicini all’idea degli altri e perciò collocabili in una scala, su di un gradino più alto degli altri. Ma per i rinascimentali non tutti gli uomini erano uguali. Di certo però cambiava il criterio di giudizio. La virtù umana, la capacità dell’uomo di decidere la sua vita, diventava il criterio fondamentale. I pensatori dell’epoca non avvertivano ancora le implicazioni che queste posizioni arrecavano alla concezione classica dell’uomo. I greci non ritenevano che l’uomo potesse decidere la sua vita, con una eccezione forse per gli epicurei, mentre i cristiani subordinavano la vita terrena a Dio. La vita contemplativa era di per sé la vita da auspicare, vita che non comprendeva la presenza di virtù estrinseche dalla conoscenza. E’ il rinascimento che pone le basi per una nuova e radicale visione del mondo dove l’uomo ha autonomia pratica e contemporaneamente conoscitiva al prezzo della solitudine esistenziale della sua posizione di “unico essere ordinatore e comprensivo”, unico portatore della voce dell’universo che si disperde però in quella di ogni singolo essere umano, incapace di riconoscersi in un tutto armonico e sempre più relegato all’annichilamento intellettuale.

La filosofia rinascimentale si fa carico dello spirito contraddittorio dell’epoca. Diversi i pensatori interessanti, ma certamente i migliori, sia per stile che per pensiero sono stati gli artisti e gli scrittori. Pensiamo infatti a Machiavelli, Ariosto, Michelangelo etc., e solo dopo ci vengono in mente i nomi di Cusano, Ficino, Telesio e Bruno.

Niccolò Cusano sostiene l’unità della natura di Dio e la sua infinita potenza la quale è esplicata nell’universo, universo formato da parti e quindi non univoco, mentre Dio è unico, unitario e perfetto. L’uomo è parte dell’universo, esplicazione di Dio, ed è in grado di conoscere l’universo secondo la sua capacità, limitata. Questo implica che l’uomo non sia in grado di pervenire interamente alla conoscenza di Dio ma vi può solo avvicinarsi. Così si concepisce la conoscenza come un “qualcosa a cui tendere” senza per questo giungere mai al pieno compimento. E’ in questo senso che si parla di dotta ignoranza, dotta perché ci vuole una grande conoscenza per sapere quanto in realtà poco si conosce. L’ignorante in effetti è solo illuso delle conoscenze che ha perché non ha percezione della sua ignoranza. Era un periodo di dispute religiose molto forti, dopo la caduta di Costantinopoli, Cusano propone di ricondurre tutte le religioni a quella unità di principi che tutte hanno, invece di vederne solo le differenze, come fanno i fanatici, e in questo modo promuovere un dialogo anziché una disputa insensata al limite degli scontri armati di fanatici.

Ficino è un esponente di quella posizione più tipica dei letterati che dei filosofi del tempo. Riscopre testi, traduce dal greco le opere di Platone e di tutto il neoplatonismo rendendo così disponibile a tutto il mondo occidentale, che ormai non aveva più il greco come lingua colta, i grandi testi della filosofia greca classica. Egli scrive anche diversi commenti alle opere da lui stesso tradotte e si fa portatore di una idea neoplatonica dell’universo. Il neoplatonismo diventa l’atteggiamento di fondo più proprio degli intellettuali rinascimentali che per lo più si opporranno alla scolastica neoaristotelica.

Telesio fu un pensatore che mirò più che a qualificare il nuovo operato della scienza neonata, di rivendicare una autonomia della filosofia dall’impostazione peripatetica. Questo atteggiamento, s’è visto, è tipico della mentalità rinascimentale che per lo più preferiva un neoplatonismo metafisico ad una impostazione più scolastica. Egli rifiuta la dottrina fisica aristotelica, la teoria delle quattro cause, definendola astratta e slegata dal contesto naturale. Secondo Telesio l’osservazione della naturale era alla base di ogni conoscenza della natura stessa. Di qui una preferenza del senso esterno come mezzo di conoscenza piuttosto che la ragione svincolata dalla natura. Così la ragione deve essere educata a partire dal dato sensibile e non deve invece imporre i propri parametri di giudizio prefatti i quali saranno necessariamente scorretti. Alla dottrina fisica Telesio oppone l’idea che il moto sia interno alla materia che abbia in sé due principi agenti di un solo sostrato. Il sostrato è la materia stessa che è agente passivo e attivo, mentre le forze uguali ed opposte sono il caldo e il freddo. Il freddo impone immobilità e il caldo la mobilità. Non si tratta di una riproposizione della teoria empedoclea ma una nuova visione della natura. Certamente non si tratta di una interpretazione troppo attenta dei fenomeni natuarali, né, tanto meno, si può considerare come una filosofia di rottura rispetto alle posizioni passate, è da considerarsi più come il risultato di una evoluzione storica che di una visione cristallina del pensiero. Infatti l’impostazione di Telesio è per l’appunto una impostazione generale, un atteggiamento, non certo si può parlare di punto di svolta, di un cambiamento radicale. È da notare comunque come l’idea del valore del senso stia mutando, da profondamente negativa e superflua, come nel medioevo, in particolare con pensatori come Bonavventura, a positiva e necessaria. Infatti se il senso era principalmente la fonte del piacere sensibile, sempre svalutato se riferito al piacere più intellettuale della contemplazione, nel rinascimento si delinea con chiarezza l’idea che il senso sia la fonte dell’esperienza la quale non è solamente il vissuto di ogni uomo, ma diventa fonte universale di conoscenza della natura. Se inseriamo a questo schema l’idea che l’uomo sia in grado di cambiare lo stato di cose in cui è inserito, attraverso l’utilizzo della virtù, si intende come la conoscenza della natura divenga potente strumento a favore dell’uomo. Tutto è da inquadrarsi in un nuovo contesto. L’antropologia dell’uomo si è rafforzata e seppure non ci sia ancora la nozione di soggetto agente si incomincia però ad intravedersi. Questi sono gli anni del precartesianesimo. Il soggetto uomo che prende atto della sua natura incomincia ad intendersi come soggetto pratico, soggetto in grado di creare dal nulla, soggetto capace di comprendere e comprendersi, cambiare e cambiarsi. Telesio non è certo un pensatore che superi il suo tempo, ma certamente è una testimonianza importante con importanti influenze su pensatori successivi.

Di Giordano Bruno più che il suo pensiero è interessante la sua vita. Dopo la condanna di Lutero la chiesa aveva avuto un arresto e contemporaneamente voglia di rinnovamento. Che poi la “voglia” fosse giunta dalla riforma è cosa qui trascurabile. Nel clima della controriforma, che si porta dietro la nascita del potente ordine dei gesuiti che avranno un peso culturale non indifferente per molti secoli, nascono dei pensatori premonitori della definitiva separazione tra filosofia e religione. Bruno è sin da giovane ricercato dall’inquisizione per le sue dottrine ed è così costretto a viaggiare per tutta l’Europa fino a che non viene catturato a causa del tradimento del suo protettore il quale, dopo aver richiesto insegnamento sull’esercizio della memoria ( mnemotecnica ), deluso dei risultati, lo consegna all’inquisizione. La fine giunge dopo otto anni di carcere sul rogo a Roma. Seppure è ingiustificabile l’azione della chiesa, è comunque possibile ricercare delle ragioni di questa condotta: Bruno era stato il primo sostenitore della teoria fisica copernicana, accettava la visione di un universo infinito ( l’universo aristotelico era invece finito, dal quale discendeva il movimento di tutta la materia, più perfetto della terra perché formato dall’etere, materia più perfetta e leggera degli altri quattro elementi ), e questo aveva tutta la forza di negare tutta l’impostazione cosmologica scolastica sostenuta dal dottore e santo Tommaso d’Aquino. Ma non solo questo, Bruno sosteneva l’impossibilità di pensare, in universo infinito, ad un centro coincidente con la terra; l’universo ha infiniti centri. La terra è un pianeta di un sistema solare, in un universo infinito, chi può sostenere l’impossibilità dell’esistenza di altri pianeti simili al nostro? E come si può sostenere il privilegio dell’uomo su altre forme di vita di altri pianeti? Con la posizione bruniana si disperde così ogni principio di centralità della terra e dei suoi abitanti che non poteva essere comodamente accettata dai pensatori pruriginosi della chiesa i quali facevano l’errore che Telesio rimproverava loro, ed in questo senso si vede come questi fosse avveduto, ovvero di applicare una ragione vincolata da se stessa, ma in questo caso si dovrebbe probabilmente parlare di vincolo ad un pregiudizio. Così se già c’erano state resistenze molto forti all’autonomia che la scienze stava reclamando, non fu sopportabile che nel campo della filosofia esistessero delle posizioni simili a quelle di Bruno. Per placare gli animi di filosofi intraprendenti pensarono di condannare Bruno, ma invece di spegnerlo l’incendio già acceso dalla nuova teoria copernicana, buttarono Bruno sul fuoco così che se già di dubbi sul valore dottrinale della chiesa e dei seguaci, ora certamente si rifiutava. Certo, prima di dichiararlo in pubblico si usava una certa “cautela”.

Campanella è certamente un pensatore discutibile sul piano dottrinale e ancora più dubbia è la sua condotta nella vita. Anche lui, come Bruno, fu inquisito e ricercato. Questi perché era un fervido credente nella magia ( per lui ogni cosa aveva un’anima la quale poteva essere percepita e controllata per mezzo della magia ). Ma è nel campo della politica ad aver compiuto e pensato le sue gesta più epiche. Compiuto perché organizzò una rivolta antispagnola la quale non fu mai realizzata a causa dell’arresto della maggioranza dei partecipanti, Campanella compreso. Lungi dall’essere spirito combattivo, o forse per semplice volontà di sopravvivenza, si finse pazzo e anche dopo essere stato torturato, riuscì a farsi credere pazzo. Una pazzia che forse non era così lontana dal suo normale modo d’essere giacché già molto eccentrico di per suo e per le sue idee, c’è dunque da chiedersi fino a che punto ci fosse una rappresentazione della pazzia e quanto si fingesse realmente pazzo. Inoltre pazzo è colui che viene descritto tale, quindi non saremo mai sicuri che non lo fosse realmente. Comunque se già era discutibile questo atteggiamento nei confronti della sua vita pratica, è decisamente peggiore la sua riflessione intellettuale. Se infatti nella vita si è influenzati dalle persone che resistono a progetti estranei ai propri istinti, estranei prima di tutto alla ragione, si può anche credere benevolmente che Campanella fosse stato condotto da circostanze avverse a quella triste conclusione che fu il suo preparativo di rivolta. Poi chissà come si è preparata questa, immaginiamolo preparare qualche pozione e fare chi sa quale rosea previsione sul futuro, tra l’altro era davvero convinto che gli astri fossero tutti a favore della sua causa, forse aveva confuso una cometa di passaggio per Marte. Così è molto più grave quando un pensatore scriva cose dubbie e fallaci perché se nella vita pratica si sa come vanno le cose, nella vita intellettuale, certamente influenzata dalla vita attiva, è una cosa a sé. Campanella, dopo l’Utopia di Tommaso Moro, scrisse un’altra opera dello stesso tipo dove un esperimento mentale, una ipotesi di lavoro, viene analizzata e portata a modello della società reale. La città del sole è organizzata secondo un modello gerarchico, accentrato e comandato dal “metafisico”, già il nome è tutto un programma, il quale aveva in sé le tre qualità principali e somme: potenza, conoscenza e amore. Ad ognuna di queste tre caratteristiche si hanno tre magistrati adibiti al controllo di ciascuna funzione. Le cariche pubbliche erano elettive. Centrale è la concezione della pedagogia la quale era l’unico strumento per poter mostrare alla popolazione il giusto modo di concepire le cose e la morale. La religione era la religione naturale. Da notare che comunque per Campanella la religione cristiana fosse la migliore e la più razionale così che non c’è distinzione tra religione naturale e religione cristiana.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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