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Contro le critiche di Searl e Putnam alla teoria della linguistica generativotrasformazionale di Chomsky

Σ, retouched by Wugapodes, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

I limiti della teoria della linguistica generativo-trasformazionale ideata da Noam Chomsky sono piuttosto evidenti se rapportati alle idee della sociolinguistica che hanno preso piede nella società moderna, teorie che possono prescindere dall’universalità di Uriel Weinrich nel saggio Languages in contact del 1953.

Il presente saggio si premura di ipotizzare come le lingue siano costantemente in contatto l’una con l’altra nel loro dinamismo, un principio che è stato presentato sotto il nome di Teoria delle onde per spiegare come il contatto tra due o più codici linguistici sia la base delle mutazioni fonomorfologiche accadute in fase di cosiddetta grammatica storica. La vicinanza temporale delle teorie può renderle benissimo una l’ampliamento dell’altra, non vi è dubbio che la teoria di Noam Chomsky sia in determinati punti piuttosto sbrigativa e, per certi versi, inconcludente. Partendo dal presupposto che la teoria della linguistica generativo-trasformazionale di Chomsky si fondi sull’idea che il livello fondamentale di articolazione del linguaggio a finalità comunicative sia la sintassi, è superfluo asserire che la mancanza di considerazione dei livelli di semantica e pragmatica crei delle lacune che richiedono di essere colmate. E sebbene Chomsky, nella formulazione della propria teoria, non abbia tenuto in conto queste lacune, in fase di analisi sono assolutamente non trascurabili.

Infatti, la riduzione alla categorizzazione delle frasi in grammaticali e agrammaticali non risolve in alcun modo il blocco linguistico e comunicativo che si crea, tenendo conto unicamente del livello semantico, in presenza di una frase definibile grammaticale ma tuttavia semanticamente povera o totalmente vuota, come una tautologia. Facendo fede al principio di numerazione non finita delle possibilità articolatorie di un enunciato, ed è opportuno tenere in considerazione la teoria della tipologia linguistica di Greenberg secondo cui vi sono dei principi linguistici ineccepibili ed assoluti di ogni codice linguistico come la bivalenza di un sistema di vocalismo e consonantismo e la disposizione ordinata sintatticamente degli elementi nelle frasi, sia che le lingue siano flessive o meno, è corretto presupporre che vi sia un infinito numero di frasi grammaticali ma semanticamente errate possibili. Dunque, la situazione appare paradossale: per risolvere un problema che presuppone infinite combinazioni sintattiche errate vi è necessità di introdurre il livello della semantica, senza tuttavia dover ridurre il numero di combinazioni possibili da infinito a, in qualche modo, finito.

Volendo poi aumentare ulteriormente il grado di implicazione di livelli espressivi e linguistici si può introdurre il livello della pragmatica, ossia dando per assunto che un enunciato può mantenere contemporaneamente il suo livello di grammaticalità ed appropriatezza semantica pur mancando della totalità di quest’ultima. Un enunciato come “mangiare il sole” non ha un vero e proprio significato semantico sensato se non si prende in considerazione il contesto in cui questo è pronunciato. Tenendo dunque in considerazione quest’articolazione della teoria di Chomsky su due ulteriori livelli, ossia semantica e pragmatica, risulta quasi un’ovvietà asserire che tali livelli fossero dati per scontati nella formulazione di Chomsky. Appare piuttosto assurdo pensare che la teoria di Chomsky sia stata articolata in maniera sbrigativa per l’impossibilità di giungere all’altro capo del paradosso, essenzialmente la conoscenza di base che si richiede per la comprensione di questo saggio, essendo omessi alcuni dei livelli di analisi, è data per scontata ed acquisita. Tant’è vero che la teoria di Chomsky si pone dinnanzi al medesimo paradosso se si prende in considerazione una frase pronunciata, in un contesto del tutto informale, da un parlante che abbia da poco appreso le basilari regole di articolazione grammaticale del nostro codice linguistico. Un bambino utilizza spesso delle frasi che mancano di una solida struttura sintattica, valenza semantica e comunicatività pragmatica, ma ciò non rende vana in alcun modo l’idea che la predisposizione alla comunicazione linguistica sia innata.

Dunque, il problema sollevato da Searl nella prima critica alla teoria di Chomsky rischia di peccare di una profonda sterilità: la critica fa leva sul fatto che Chomsky non abbia indicato le condizioni di verità di un enunciato, limitandosi a classificarlo come grammaticale o agrammaticale, ma è necessario convenire che le basi di grammaticalità si fondano sulle basi di semantica e pragmatica, e non si limitano alla sintassi dell’enunciato. Un tale errore di valutazione risulta piuttosto grossolano se inserito nel contesto della linguistica del XX secolo, in cui si è giunti ben oltre livelli così basilari. Un secolo che vide un passo avanti dalla teoria dell’analisi linguisticofilologica storico-comparativa non può certamente peccare di superficialità dinnanzi ad un concetto così basilare. Seguitamente, si è concordi nel considerare corretta l’affermazione di Chomsky secondo cui una grammatica non generativa non risolve il problema dell’ambiguità strutturale e semantica di un enunciato. La critica di Searl si incentra sul presupposto che neppure la grammatica generativotrasformazionale fornisce una precisa risposta o soluzione a tale problema. Ebbene, dal punto di vista strutturale un’ambiguità può essere facilmente risolta tenendo conto delle basi della linguistica strutturale di Ferdinand de Saussure.

I principi della dicotomia saussuriana di significante/significato forniscono un’immediata soluzione a questo primo problema. Il rapporto tra un significante ed un significato è inteso, in senso stretto, come puramente formale e senza alcuna legge universalmente riconosciuta che la sostenga. Tuttavia, la dicotomia ha senso se si prende in esame il contesto di un determinato codice linguistico, e ammette ambiguità quando si vanno a comparare più codici linguistici. La risposta al problema sollevato da Searl si risolve in ciò, la dicotomia saussuriana sussiste unicamente nel momento in cui si tiene conto della base contestuale in cui l’enunciato è inserito; dunque, è piuttosto insensato asserire che la teoria di Chomsky sia inconcludente in questo punto. Come giustamente spiegato, ogni teoria risulta inconcludente in questo caso, l’infinità delle possibilità articolatorie di un enunciato rende inevitabile l’ambiguità, tuttavia questa si può facilmente aggirare amplificando la dicotomia saussuriana e dando forte rilievo e grande attenzione al contesto in cui la frase è inserita, e in questo caso è il livello neurolinguistico umano, custode delle proprietà linguistiche innate, a dover compiere lo sforzo ulteriore, oppure l’ambiguità si risolve con una maggior profondità nell’articolazione dell’enunciato, con l’aggiunta di ulteriori elementi che rendano più chiaro il rapporto della dicotomia. L’inconcludenza della critica di Searl appare evidente anche nell’idea secondo cui un’espressione linguistica non sia necessariamente intenzionale.

Quanto sottolineato dalla teoria di Chomsky ha invece una solida base di verità, l’espressione linguistica gode, in ogni caso, di un grado, più o meno ampio, di intenzionalità. Guardando l’aspetto neurolinguistico e dando per scontato che il principio secondo cui le competenze linguistiche sono innate sia vero, allora occorre obbligatoriamente riconoscere, per non cadere in una negazione dell’evidenza, che ogni atto espressivo, e qua si allarga il campo ad espressioni grammaticali e agrammaticali, sia sempre e comunque intenzionale e spinto dalla necessità comunicativa. La critica di Searl non può confutare in alcun modo che, in un’espressione linguistico anche apparentemente involontaria, non vi sia un intento spinto dalla necessità e dalla propensione umana alla comunicazione.

Prendendo in esame gli esempi forniti, una persona ubriaca perde la lucidità comunicativa e la capacità di articolare in maniera corretta una frase, disponendo gli elementi in maniera corretta per creare un enunciato che assolva la richiesta di grammaticalità nonché dei sottolivelli di semantica e pragmatica, ma è innegabile che la spinta a tentare di produrre un atto linguistico conforme alle norme di correttezza non sia dettato dalla spinta della necessità comunicativa. Se così non fosse, una persona ubriaca non dovrebbe necessariamente articolare dei suoni o delle frasi, dato che l’alcool, che crea una perdita del controllo e dei freni inibitori, non causa la vibrazione spontanea delle corde vocali con l’incondizionata articolazione fonatoria di un suono, né tanto mento l’articolazione all’interno di un particolare enunciato. Ne si conviene, dunque, che ogni atto linguistico è finalizzato alla pura intenzionalità della comunicazione e per quanto questa sia velata e non riconoscibile, ogni espressione assolve al principio di intenzionalità. Lasciando comunque un margine di errore è plausibile che la mia asserzione risulti inesatta o manchi di precisione, ma la critica mossa da Searl risulta essere altrettanto inconcludente.

In conclusione, le critiche mosse da Searl sulla teoria di Chomsky non hanno in alcun modo risolto i limiti che questa teoria presenta, ma si sono limitate a fornire delle argomentazioni piuttosto deboli e facilmente rifiutabili tramite la semplice applicazione delle teorie linguistiche sviluppatesi a partire dallo strutturalismo Saussuriano. Il problema dell’ambiguità delle frasi grammaticali non viene risolto da Searl, dato che ci si trova dinnanzi ad un paradosso continuo e da cui sembra non vi sia alcuna uscita, ciò dando per ammesso il carattere di infinità delle possibili combinazioni a formazione di un enunciato. Non è neanche possibile ammettere che venga meno questo principio, dato che il dinamismo quantitativo e qualitativo dei codici linguistici non conosce alcuna battuta d’arresto nel processo evolutivo e non ammette alcuna barriera numerica alla formazione di neologismi.

Le critiche mosse da Putnam alla teoria di Chomsky sono altrettanto inconcludenti sotto determinati punti di vista, in particolar modo all’applicazione delle teorie linguistiche appurate dinnanzi all’approccio più filosofico delle critiche. Partendo da un principio di neutralità sulla veridicità o meno della teoria linguistica di Chomsky, le capacità che ha un bambino di sviluppare delle determinate competenze linguistiche sono ben inferiori del periodo dei dodici anni, e si possono ottimisticamente inscrivere nel periodo identificato da Chomsky, ossia cinque anni. Tuttavia, ciò che sta alla base è l’apprendimento delle regole più semplici della linguistica di un determinato codice, non è necessario né tanto meno possibile che un bambino abbia esperienza diretta di tutte le possibili combinazioni di enunciati, ciò facendo fede al principio inconfutabile di infinità. Ogni codice linguistico, essendo un atto spontaneo e caratteristicamente antropico poiché mosso da processi neurologici che assolvono alla necessità di comunicazione e conoscenza, possiede un carattere dinamico ed è nuovamente il carattere antropico ad assicurare questo dinamismo. Un’evoluzione linguistica non avviene nella spontaneità, non si tratta di fisica quantistica che ammette la spontaneità della formazione della materia.

Dunque, un bambino che apprenda le basilari regole grammaticali sarà in grado di svilupparle per produrre, in un primo momento, degli enunciati che rispecchino queste regole apprese e, in un secondo momento, di procedere all’evoluzione della conoscenza e del possesso di queste basi apprese di modo da sviluppare ulteriori livelli di complessità. Ma è fondamentale riconoscere che ciò avviene per una spontanea predisposizione umana. Qua entra in gioco il concetto di neurolinguistica, all’apprendimento e corretto utilizzo delle basi linguistiche del nostro codice.

L’obiezione sollevata da Putnam secondo cui un bambino dovrebbe sviluppare in autonomia le competenze linguistiche è totalmente insensata, priva di qualsivoglia fondamento scientifico o linguistico e, nuovamente, conduce ad un vicolo cieco. Il carattere di paradossalità di questa obiezione è dettato dal fatto, neurologicamente, il cervello umano, e soprattutto quello di un bambino, è soggetto ad un certo dinamismo, ossia non mantiene le medesime facoltà lungo l’intero arco della vita umana. È appurato che il cervello di un bambino è maggiormente predisposto all’apprendimento di un codice linguistico da quello natio rispetto al cervello di una persona adulta. Tuttavia, è necessario che vi sia un influsso esterno che dia il via al processo di apprendimento ed articolazione del linguaggio. È relativamente basilare il concetto secondo cui non si nasca con alcuna facoltà cognitiva mentale e pratica pienamente sviluppata, e la teoria di Chomsky non ammette in alcun punto che sia dato per scontato che un bambino abbia il carattere innato di articolazione linguistica. Senza le dovute basi non si sviluppa alcuna competenza linguistica, ma con l’adeguato contatto con un codice linguistico le facoltà innate di comprensione delle regole grammaticali entrano in gioco e permettono un rapido sviluppo e pieno possesso delle regole nella loro totale correttezza. Questo punto si schiera fondamentalmente contro le teorie definibili di razzismo linguistico che fanno leva su una maggiore o minore predisposizione naturale di uno o un altro parlante.

È pienamente appurato che il possesso di un codice linguistico non sia innato, e lo sviluppo di una certa varietà e dei conseguenti tratti soprasegmentali, che ne sono distintivi, è totalmente frutto di un processo che parte con il contatto con una determinata varietà. Questo spiega anche perché i parlanti di origine straniera abbiano la totale competenza del codice linguistico natio e sviluppino anche un poliglottismo, seppur talvolta piuttosto debole, ma la discendenza non implica alcun fattore biologico o genetico che impedisca il corretto sviluppo di una facoltà linguistica. Infine, l’idea di Putnam secondo cui, per far fede al principio di Chomsky, vi dovrebbe essere un’unica lingua a cui ogni parlante si attiene è totalmente imprecisa, nonché piuttosto anacronistica. È acclarata la discendenza di tutte le lingue a determinate grandi famiglie linguistiche. Non è necessario possedere solide basi filologiche o linguistiche per riconoscere la discendenza della varietà italiana dal latino volgare, a sua volta evoluzione del latino classico. Prendendo in considerazione questo piccolo processo evolutivo, e tralasciando il ben più ampio raggruppamento della famiglia linguistica indoeuropea, bisogna tener conto come numerose lingue che oggi presentano dei tratti di sostanziale diversità un tempo fossero linguisticamente unite sotto il codice del latino, e la frammentazione è ben più ampia di quello che si pensa e non si limita ad attraversare i cinque assi di variazione dei codici linguistici, ma ha radici spesso molto profonde.

Dunque, il principio di unitarietà linguistica è, volendo, verificato dalla discendenza unica delle diverse varietà, ma proprio il carattere dinamico delle lingue, che gode sempre e comunque dell’azione di mano antropica, rende impossibile l’idea che vi sia una sola varietà. La sterilità della obiezione di Putnam è dettata anche dal fatto che presupporre che le facoltà neurologiche di oggi sono le medesime di quelle caratteristiche del periodo tardo-imperale in cui il latino si imponeva in alcuni territori e ne abbandonava altri, come la Dacia, significa rinnegare un’idea che è stata ampiamente e unitamente sostenuta, e questa scelta di andare controcorrente è priva di ogni fondamento. In conclusione, le obiezioni sollevate sia da Searl che da Putnam sono ampiamente inconcludenti e, presentandosi senza la solidità di base, spesso portano a paradossi o sollevano problemi che possono essere facilmente risolti.

La teoria di Chomsky gode di una forte autorità, anche in virtù degli sviluppi più recenti degli studi di neurolinguistica, e tutti i limiti di questa teoria sono piccole parti di un grande paradosso linguistico che ancora attende conferma o smentita.

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