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La storia come libera creazione delle verità eterne

6. Per Dio intendo un Ente assolutamente infinito: cioè una Sostanza che consta di infiniti attributi, ciascuno dei quali esprime un’essenza eterna ed infinita.

Baruch Spinoza

 

La storia universale e la libera creazione delle verità eterne

Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me.

 Immanuel Kant

La storia come libera creazione delle verità eterne sembra una formulazione linguistica paradossale di qualcosa di vago. Infatti, una verità eterna non solo è, per definizione, fuori dalla storia, ma anche qualcosa che non può essere creato. La storia è il regno della causalità, in quanto i fatti si susseguono gli uni agli altri secondo il principio di causa, qualsiasi nozione di causalità noi vogliamo impiegare. Il principio di causalità implica anche il fluire del tempo e questo sembra escludere il fatto che la storia abbia qualcosa a che fare con la verità eterna.

La verità eterna non è parte della storia perché non è nel tempo, essendo eterna, e perché non dipende dal principio di causa per esistere. Quindi la storia, qui interpretata come sequenza di fatti in evoluzione secondo il principio di causalità, come libera creazione delle verità eterne è semplicemente una formulazione linguistica che sta impiegando i termini in un modo non convenzionale. Il titolo deve essere riformulato in termini proposizionali (non essendo, esso stesso, una proposizione o una definizione):

(a) La storia è la libera creazione delle verità eterne.

Si potrebbe osservare che qui con “storia” si intende tutta l’evoluzione dei fatti presenti nell’universo, concepita appunto come insieme dei fatti posti in relazione dal principio di causa. La storia umana è solo un sottoinsieme della più ampia storia dell’universo. Ai nostri scopi, non avendo una parola migliore, non è molto importante distinguere tra la “storia naturale universale” e la “storia umana”. Infatti, essendo la seconda un sottoinsieme di fatti che fa parte della prima categoria, va da sé che la storia naturale implica la storia umana. Per gli scopi di questo saggio la distinzione tra le due categorie, concepite quindi l’una come sottoinsieme dell’altra, è inessenziale. Essa, tuttavia, ritorna in queste pagine perché per noi esseri umani è invece una distinzione essenziale. La definizione di storia che abbiamo presentato sopra (la storia è la libera creazione delle verità eterne) è applicabile indifferentemente ad entrambe le categorie: la storia naturale universale è la libera creazione delle verità eterne, sicché la storia umana è un sottoinsieme della libera creazione delle verità eterne.

La storia umana, così concepita, è solo una parte della più generale storia universale. Non è priva delle sue peculiarità, appunto, ed anzi, come avrebbe voluto Hegel, è probabilmente la sola capace di formulare in modo esplicito e, così, cogliere parzialmente le verità eterne. Il fatto che l’uomo sembri essere l’unico essere capace di formulare le verità eterne lo rende un unicum storico solo nel senso che nella storia, per il momento, è l’essere con questa peculiarità. Ma ancora questa peculiarità non è sufficiente a consentire un pensiero come quello di Hegel, che puramente antropocentrico in questo senso. Per il resto, che l’uomo esista o non esista, che riesca nella libera creazione delle verità eterne è del tutto inessenziale alla storia universale: essa esisterebbe comunque, come anche le verità eterne.

Le verità eterne

203. Language is a labyrinth of paths. You approach from one side and know your way about; you approach the same place from another side and no longer know your way about.

Ludwig Wittgenstein

Non è possibile esprimere con parole chiare cosa siano le verità eterne per la semplice ragione che esse sono l’elemento costitutivo della realtà, ovvero di ciò che una parte limitata dei fatti dell’universo, come è un uomo, concepisce come “assolutamente infinito”. Non ha nessuna importanza che l’universo sia infinito o meno, qualsiasi cosa significhi qui “infinito”: la realtà è inesauribile e, in questo senso, infinita per l’essere umano e anche per la totalità finita degli esseri umani. Non solo, ma proprio per il fatto che le verità eterne non sono parte dell’universo, almeno in una loro possibile accezione – cioè sono slegate dal principio di causa -, gli esseri umani sono assolutamente inessenziali rispetto alla loro esistenza e natura. Gli esseri umani non sono inessenziali solamente rispetto alla formulazione storica di alcune delle verità eterne.

Sebbene la locuzione “verità eterna” sia qualcosa che evoca, più che significa, un elemento della realtà in modo univoco, vale la pena di tentare di mostrare cosa potrebbe significare in qualche modo. Da qui il paradosso di assumersi l’onere di caratterizzare a parole qualcosa che le parole non potranno mai assumere come riferimento stabile. Non esistono formulazioni perfette di un’istanza di una verità eterna. Esistono, però, formulazioni imperfette.

Una verità eterna potrebbe essere qualcosa come “non posso esistere in due luoghi nello stesso tempo”. Ma anche “non posso sapere cosa esista al di là dell’universo”. Queste potrebbero essere delle formulazioni di alcune verità eterne, ovvero di qualcosa che rimane vero indipendentemente dal trascorrere del tempo e che fonda la stessa evoluzione universale, pur non essendo appunto inficiata o distrutta dall’evoluzione della totalità dei fatti in relazione dal principio di causa.

Le verità eterne è come se fossero il carattere[1] dell’universo, ovvero l’insieme di norme e oggetti che rendono l’universo tale. Non ha importanza né che esse vengano formulate né che esse vengano create. Esse rimangono tali. Posso modificare piccoli pezzi dell’universo, ma non posso distruggerlo. Questo è il principio che distanzia l’essere-uomo temporale dalla verità eterna. L’uomo non è avulso dal principio di causa né rispetto al corpo né rispetto alla mente, a prescindere dalla diversa forma che tale principio potrebbe venire ad assumere rispetto alle due parole che usiamo per intendere il “corpo” e “la mente”. Se l’uomo, in quanto mente e corpo, non è avulso dal principio di causa, allora anche le sue credenze singolarmente concepite non sono che il frutto finale di un insieme di fatti che determinano l’esistenza di altri fatti nel futuro in base ai principi di causa.[2]

Non ogni credenza può essere formulata, non ogni pensiero può essere pensato. Perché S creda in p occorre un insieme di fatti F tali che le singole istanze f1…fn siano in relazione causale per formulare fp. Questo significa che ogni qual volta che S formula una credenza p, p esiste nello spazio e nel tempo, almeno in una qualche interpretazione della nozione di “spazio” e “tempo”. Da questo ne segue che una verità eterna può essere espressa mediante il linguaggio solo in termini storici, in cui rimane sempre un certo residuo temporale. Per far comprendere il punto, il principio di non contraddizione sarà stato espresso prima di tutto con degli esempi concreti non direttamente legati alla formulazione generale del principio stesso che ad un certo punto potrebbe assumere questa forma:

(b) “p e non-p” è sempre falso.

Tuttavia, per avere la formulazione (b) può essere ancora più generale ed astratta:

(c) p ˄ ⁓p = 0

Ma (c) è solo una pia illusione di essere una formulazione al di là della storia perché un simbolo è sempre nella storia. Questo si mostra dal fatto che un simbolo qualunque è qualcosa che sta per qualcos’altro. Un simbolo senza regole di interpretazione di per sé non ha nessun senso: un simbolo senza interpretazione è semplicemente un segno come un disegno, come il decoro di una carta da parati, per usare un’espressione spesso usata da Wittgenstein. Ad un simbolo si associa sempre almeno una regola che ti spiega cosa esso mostri del mondo o del linguaggio. E il significato di un simbolo può essere estremamente complesso e dipende dalla sua storia causalmente intesa, ovvero come accumulazione di credenze che i soggetti impiegano per interpretarlo fino ad assumere l’esistenza di un insieme di regole che concepiscono come “standard”. La “p” non è scevra di regole. Al contrario: un lettore, per capire (c), deve avere un insieme di regole circa simile a questo:

  1. “Giovanni è un angelo”.
  2. “Un cane ha quattro zampe”.
  3. (1 & 2) sono sequenze di simboli costruite in modo grammaticalmente corretto rispetto ad un linguaggio L.
  4. Chiamiamo ciò che è definito in 3 come “proposizioni” di cui 1 & 2 sono “esempi”, ovvero istanze concrete.
  5. Una proposizione qualunque può essere scritta con una lettera alla quale si può sostituire un esempio concreto.
  6. Si usi la lettera p per intendere “qui puoi sostituire una qualunque proposizione del linguaggio L, quale che sia la sua forma”.

Etc.

Come si vede, se solo per l’impiego di una lettera in una formulazione generale del principio logico di non contraddizione si ha una stesura di un complesso di regole che è evidentemente debitore alla storia dell’universo (essa poteva essere formulata in infiniti modi diversi) allora ogni formulazione di una verità eterna è sempre storicamente determinata e, quindi, sempre reversibile. Gli esseri umani non possono sfuggire alla logica implicita nella causalità, ovvero nel fatto che essi sono finiti ed esistono nel tempo. Quindi, tutto ciò che un uomo può formulare può essere solo meno vincolato al tempo ma non può fuoriuscire da esso del tutto. Ad esempio, (c) p ˄ ⁓p = 0 è una definizione che richiede, per essere capita, un riferimento al tempo e allo spazio vagamente inferiore rispetto a quello che potrebbe essere un suo esempio più concreto: essa è vera qui e sempre. Ma questo non annulla il suo essere formulata e essere parte del tempo, in quanto parte di un processo storicamente e causalmente determinato che inscrive la formulazione all’interno dell’universo e le regole che bisogna avere nell’insieme delle proprie credenze per interpretare correttamente (c).

Quindi, le verità eterne sono un concetto di limite assoluto. La loro formulazione non è data a priori perché può darsi in molti modi. Un romanzo o una poesia possono esprimere una stessa verità eterna allo stesso modo di come può essere fatto in filosofia. Ad esempio, una poesia o un romanzo possono esprimere in un certo modo la finitudine del singolo essere umano, rispetto al resto dell’accadimento universale. Così un filosofo come Spinoza può dire che gli esseri umani non sono che modi finiti della sostanza assolutamente finita e, come tale, essi sono limitati nella durata e hanno infinite cause resistenti all’azione. La verità eterna può prendere la forma, e quindi assumere un’esistenza temporale, solamente in modo unilaterale e, per ciò, parziale.

Una verità eterna, quale che sia, non ha padrone né ha una forma, appunto perché avere una forma, in questo senso, significa far parte dell’universo, ovvero essere un fatto. Ma una verità eterna non è un fatto, almeno in questo senso. Ed è in questa difficoltà linguistica che ci si accorge del fatto che una qualunque verità eterna è un limite non per sé ma per noi, che siamo nel tempo e non fuori di esso. Non esiste la patria delle verità eterne, come non esiste un soggetto che le possegga interamente.

La storia, l’essere umano, il dolore e le verità eterne

Quando aprii gli occhi, vidi l’Aleph.” “L’Aleph” ripetei. “Sì, il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli…”.

Jorge Luis Borges

 Si diceva, però, che la storia è la libera creazione delle verità eterne. Fino a qui abbiamo cercato di rendere familiare, non di formulare né di esaurire, la nozione di “verità eterna”. Non si può fare con il linguaggio né con alcun senso particolare degli esseri umani che sono accaduti esistere in questo universo in base ai principi di causa e ai fatti della storia universale della natura. Sicché, allora, la nozione con cui familiarizzare è proprio la “storia”.

Una delle intuizioni più comuni all’interno della storia umana da parte di molti individui è che la storia non ha nessun senso. Ovvero, la storia ha un senso, un verso e una direzione proprio perché essa è il susseguirsi degli eventi in una successione temporale imposta dalle relazioni causali tra fatti. Essa è comunque irreversibile. Il problema umano consiste nel fatto che questa direzione non ha in sé un significato, ovvero qualcosa che riscatti dalla logica della natura in cui l’uomo è immerso, che implica come effetto collaterale il dolore e il male di esistere. L’uomo allora guarda alla storia universale e alla storia umana come estrema ratio nei confronti di qualcosa che egli, da solo, non potrebbe altrimenti accettare. Si può vivere nel dolore e si può fare del male (talvolta), ma non si può vivere pensando che non ci sia alcun senso in questo, quale che sia il significato dell’espressione linguistica (assolutamente imperfetta) del termine “senso”.

Sicuramente “senso” e “direzione” qui non vanno concepiti come semplici termini di indicazione spaziale o temporale. Sono termini che vengono impiegati in modo metaforico, appunto, per indicare lo smarrimento che abbiamo quando cerchiamo di capire perché siamo così, dove il “perché” non è una nozione causale. Si tenta un approccio assoluto ad un fenomeno tipicamente storico e, quindi, temporale. Si vuole rintracciare qualcosa di eterno nel mondo, che, per definizione, esiste nella durata. E allora la domanda “quale è il senso della storia” non è semplicemente una domanda circa la genesi causale della storia stessa né del suo verso temporale.

Da un lato, come si diceva, l’uomo non accetta l’idea che il suo mondo sia dominato dal dolore (percezione) e dal male (valutazione morale di un peculiare fatto del mondo). Ma allo stesso tempo il suo rifiuto nasce proprio dal fatto che egli intuisce essere esattamente così. Dall’Ecclesiaste alla filosofia di Nietzsche, almeno in una sua parziale accezione, l’essere umano semplicemente sa che le cose stanno così. E dato il fatto che egli è limitato alla sua concezione temporale finita del mondo, egli crede che se anche un solo uomo soffre o fa del male, allora tutto l’universo è intrinsecamente sbagliato. Anche se il sole e le stelle non soffrono e il vuoto siderale è semplicemente qualcosa che sta da qualche parte, ma sicuramente non lo riguarda né il piacere né il dolore, l’uomo intuisce che l’universo sia sbagliato almeno in un senso.

C’è un senso possibile in cui la storia universale naturale, in cui l’uomo è inserito come sottoinsieme, mostra inequivocabilmente che egli ha ragione in questo. Almeno nel senso che è vero che si soffre e che il male ci circonda. Infatti, tanto la sofferenza quanto il male sono particolari fatti del mondo, almeno nel senso che fanno parte di esso da qualche parte. E infatti tanto il male quanto la sofferenza hanno una genesi causale e hanno una durata finita: essi sono il prodotto di azioni e pensieri che dipendono in parte dagli esseri umani e dalla loro natura e, per ciò, dipendono tanto dalla storia causale universale, quanto dal susseguirsi del tempo (a fortiori). Quindi, senza dubbio, se con “miseria” si intende “vivere nel dolore e nel male” allora l’uomo vive nella miseria.

Come si diceva prima, questa è un’altra delle verità eterne che si affacciano continuamente al lume naturale dell’uomo nelle varie epoche storiche ed è il sintomo del fatto che, effettivamente, sembra che una verità eterna consista proprio nell’asserzione, pur temporalmente definita, che l’uomo sia nella miseria. Allo stesso tempo, però, c’è la stessa formulazione parziale e temporalmente definita della verità eterna succitata. Che cosa è questa “formulazione parziale della verità eterna?”.

La formulazione delle verità eterne

7. Whereof one cannot speak, thereof one must be silent.

Ludwig Wittgenstein

Di sicuro, come si è detto da subito, la formulazione della verità eterna è anch’essa nella storia. Si tratta di un’operazione mentale e linguistica, almeno in una accezione estremamente generale della nozione di “linguaggio”, in cui si dà forma a qualcosa e che lascia intendere che la formulazione è inessenziale rispetto al contenuto. La verità eterna prende forma e la forma è importante solo perché senza di essa noi umani non saremmo in grado di concepirla, anche solo limitatamente. Quindi la storia dell’umanità può essere interpretata proprio come il tentativo spontaneo di formulare parzialmente e temporalmente le verità eterne. E’ importante notare il fatto che questa attività umana sia spontanea.

Nonostante tutti gli sforzi per spiegare la genesi della formulazione di un pensiero che sia capace di restituire le verità eterne almeno in parte, rimane il fatto che ne risultiamo incapaci. Quale sarebbe la spiegazione appagante che ci servirebbe per motivare la filosofia di un Kant o di uno Spinoza e degli altri grandi intelletti della storia? Proprio leggendo le loro biografie e sovrapponendole alle loro opere ci si accorge che è una tale spiegazione non è assolutamente utile ed è addirittura frustrante. E’ frustrante perché più ci sia addentra all’interno della storia universale che ha generato quell’individuo e quel pensiero, più ci si accorge che si sta sbagliando strada, che l’opera e la persona non hanno un diretto legame o, almeno, è del tutto inessenziale. Si può ignorare sostanzialmente tutto della vita di Beethoven ed esserne i più grandi conoscitori della sua opera monumentale. Questo perché nessuna spiegazione ci interessa circa la natura dell’opera che trasmette una qualche verità eterna. Beethoven diventa solo un nome non di un segmento della storia naturale, ma di un pensiero che ha dato una parziale formulazione di una verità eterna e l’ha mostrata in modo inequivocabile.

Libertà e spontaneità all’interno di un universo di cause ed effetti

Libera creazione delle verità eterne – Teoria cartesiana secondo la quale Dio avrebbe potuto crearci diversi da quel che siamo e, quindi, anche male. Quest’ultima possibilità sarà ben analizzata dalle Meditazioni Metafisiche.

La formulazione della verità eterna è un’operazione spontanea, che non vuol dire, ancora una volta, che sta al di là del mondo perché operazione “priva di cause”. Qui con “spontaneo” si intende soltanto che chi formula una verità eterna è semplicemente un interprete, la cui generazione magari ha richiesto una storia causale complessa, ma che è del tutto inessenziale. Non c’è alcuna buona ragione per scrivere La critica della ragion pura se non il fatto che non si è capaci di fare altro, che si è un particolare allineamento causale che genera un simile capolavoro. Questa attività è tipicamente creativa perché, anche qui, per quanti precedenti possiamo portare, per quanti “sacri furti” possiamo aver compiuto, quando si genera una nuova formulazione di una verità eterna ciò che conta è solo la formulazione in se stessa. Tutto il resto perde di importanza appunto perché si entra in una dimensione in cui l’elemento temporale è quasi del tutto inessenziale se non per il fatto che anche l’opera più astratta è e rimane un fatto del mondo. Naturalmente, una formulazione perde di rilevanza tanto più è semplicemente una ripetizione del già visto. Tuttavia, questo non sminuisce il contenuto ma la sua forma, che diventa datata in quanto parte ridondante della storia.

Per tutto quanto detto, la formulazione delle verità eterne è un’attività libera nel senso che è slegata in modo essenziale dalla storia causale universale, almeno nel senso che abbiamo appena illustrato: si diventa diffidenti nei confronti di ogni intromissione del tempo e dell’accidentale all’interno della formulazione stessa di qualcosa che, per definizione, non sta né qui né ora ma sempre e ovunque in un senso diverso da quello ordinario del termine di “sempre” e “ovunque”. Non solo si tratta di una libertà dalla storia causale, quindi una libertà negativa, ma si tratta di una libertà positiva perché nessuna formulazione della verità eterna può essere data a priori. E questo è il residuo elemento temporale irremovibile perché qualsiasi formulazione di una verità eterna poteva essere diversa, in modo inessenziale, forse, ma pur sempre non identica. Ogni definizione poteva contenere dettagli, termini o relazioni diverse. E non ci sarebbe stato troppo da recriminare nel caso di una leggera variazione sul tema della verità eterna. Questa nozione di “variazione sul tema della verità eterna” è esattamente la storia umana.

La storia umana rispetto alle verità eterne è l’atto creativo par excellence, perché niente che è dato a priori può esaurire ciò che viene formulato effettivamente: c’è sempre un residuo di interpretazione singolare in cui c’è un margine di manovra. Noi siamo gli ultimi eredi di tutta la storia universale naturale e umana i cui risultati ci sono consegnati ex bruto, come già malinconicamente diceva Nietzsche, secondo il quale questo è un fatto negativo. Ma quello che noi saremo in grado di formulare e tradurre in pensiero nel concreto è pur sempre un atto creativo che è concepibile come assoluto, anche quando rimane vincolato alla natura causale del mondo. Quindi, c’è un senso in cui la storia umana non è una storia di miseria. E non lo è nella misura in cui la storia è la libera creazione delle verità eterne.

Le verità eterne nella storia

Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo.

Carlo Emilio Gadda

Le verità eterne non hanno alcuna utilità particolare perché non sono semplicemente traducibili in vantaggio personale. Le nozioni di vantaggio e svantaggio sono solamente relative alla causalità del mondo in cui chiunque è immerso. Una legge naturale non è né utile né inutile. Può essere sfruttata con profitto ma questo “sfruttamento” è del tutto inessenziale rispetto alla storia universale della natura. Può esserci o non esserci e tutto il resto rimanere uguale. E’ fuorviante pensare che una legge logica può essere “utile”, perché il suo significato è esattamente ciò che la rende importante, cioè quel che non dipende dalle leggi di causalità. Quindi, il superamento della miseria da parte di alcuni uomini che creano liberamente le verità eterne, in quel senso di “creazione” considerato sopra, non entra dentro la logica dell’evoluzione causale del mondo, almeno nel senso che non è interno ad esso. E’ un’attività spontanea e creativa, libera e significativa proprio perché indipendente dalla forma causale del mondo e dal suo tempo, nel senso che la causalità diventa inessenziale in ciò che l’attività spontanea ha generato.

Parlare di storia, e non semplicemente di “interpretazioni estemporanee” delle verità eterne, è anche legato al fatto che la nozione di “creazione” così intesa non è necessariamente slegata dallo sviluppo della “variazione sul tema” di una verità eterna particolare. La storia della filosofia ha ragion d’essere chiamata “storia” solo perché alcuni temi, appunto, alcune verità, ritornano continuamente e vengono riformulate, affinate, chiarificate. Questo processo è l’elemento temporale che rientra all’interno dell’interprete, è il soggetto che sviluppa una variazione sul tema proprio perché il tema è già presente. Per questo si è detto che la storia dell’umanità è la libera creazione delle verità eterne: perché si continua a elaborare un filo conduttore la cui verità non è nel filo ma è solo attraverso di esso che possiamo costruirne la trama.

Va da sé che se le verità eterne sono indipendenti dalla storia universale, almeno rispetto alla loro natura, allora sono anche indipendenti rispetto alla loro formulazione. In questo senso, che la storia universale preveda gli “interpreti” o “i liberi esecutori – creatori” non li preveda affatto, è del tutto indifferente. L’umanità e le verità eterne sono andate avanti per lungo tempo ignorandosi e l’accadimento del mondo, che richiede solo fatti in relazione causale tra loro, può svilupparsi ciecamente esattamente come avviene ogni istante. Ma se le verità eterne, che non hanno né patria né padrone, sono indipendenti dall’uomo, non è necessariamente vero il contrario. La storia dell’umanità, interpretata alla luce del tentativo di formulare le verità eterne, non è affatto indipendente da quelle anche quando le luci degli intelletti del mondo siano simultaneamente ottenebrate momentaneamente dal cieco sviluppo causale della storia universale.

Dopo tutto questo, rimarrebbe il dubbio circa il fatto che la storia concepita come libera creazione delle verità eterne è assai poco inclusiva. In fondo, solamente alcune luci si accendono nella storia dell’umanità per dar vita all’atto creativo della verità eterna. E queste luci, vivendo inscritte nella storia universale, non sono permanenti ma intermittenti perché talvolta non possono che vivere immerse nella miseria, nella logica del mondo. Ed infatti ritorniamo al duplice senso della storia.

Da un lato, è vero, la storia concepita come libera creazione delle verità eterne è sicuramente assai severa e poco inclusiva. Non si decide di farne parte, non lo si può volere. E’ solo un fatto che accade, una luce che si accende, una verità che prende forma: qui l’elemento temporale che ritorna. Ma allo stesso tempo, invece e paradossalmente, la storia come libera creazione delle verità eterne è massimamente inclusiva: i pochi interpreti vivono con tutti gli altri, parlano con tutti gli altri, non c’è nessuno che sta fuori. La storia universale e le sue sottoparti sono un tutto le cui distinzioni non annullano l’esistenza degli esseri insignificanti. “Essere insignificanti” non vuol dire “non esistere”, significa non essere rilevanti per la spiegazione di un evento. Ma abbiamo già visto che le spiegazioni qui non ci interessano e esse consistono di insiemi finiti di parole che esprimono credenze capaci di restituire solo un percorso, magari importante, dell’infinita realtà. Solo comprendendo la duplice natura della storia come storia causale universale e come creazione delle verità eterne si capisce come siamo tutti inessenziali e, allo stesso tempo, imprescindibile parte della spontanea attività che riscatta tutti noi dalla stessa, medesima miseria: la libera creazione delle verità eterne.


[1] Carattere qui inteso in una accezione kantiana senza alcun impegno morale giacché non sembra essere lecito pensare che la morale sia nelle cose ma solo negli uomini ovvero nella loro valutazione di quelle cose da parte degli uomini.

[2] Su questo si può vedere Pili G., (2015), Filosofia pura della guerra, Aracne, Roma, Cap. 5 e Pili G., (2016), Libertà, volontà e legge morale: una posizione causale neokantiana della moralità, www.scuolafilosofica.com .

One Comment

  1. salvatoresalvatore marzo 28, 2017

    magari si potrebbe elaborare uno scritto sulla teodicea sull’ateismo di Bertrand Russell.

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