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Gli scacchi come fenomeno culturale: perché gli scacchi hanno avuto da dire nella storia dell’Occidente

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Abstract

Gli scacchi sono il gioco dell’Occidente, nonostante essi siano nati tra l’India e la Persia, due culture tipicamente altre rispetto a quella propriamente occidentale. Tuttavia, la loro sistemazione canonica è da ascrivere sostanzialmente alla storia e alla prassi del gioco coltivata in Europa e in Occidente in generale.


Gli scacchi sono il gioco dell’Occidente. Si dice che la loro origine sia retrodatabile a culture e leggende precedenti alla loro canonizzazione occidentale e questo è senza dubbio accettato dalla maggioranza degli studiosi. Tuttavia, la loro canonizzazione classica, cioè quella più ravvicinata a quella attuale, sia rispetto alle regole che alle prassi di gioco e di circolazione dell’informazione, è avvenuta in Europa tra i secoli XIII-XIX. Gli scacchi non sono mai stati l’unico gioco a disposizione delle elite o delle masse: la caccia e il gioco d’azzardo sono stati storicamente i giochi più in voga nell’alta aristocrazia sino alla sua quasi definitiva scomparsa dall’Europa continentale e dall’Occidente in generale. Mentre le masse tipicamente hanno trovato in giochi più accessibili le loro valvole di sfogo: prima in giochi di carte piuttosto che nel gioco delle pulci e poi negli sport. Gli scacchi, come la musica classica, hanno trovato un loro inquadramento su una posizione mediana: essi non escludono le elite, ma la creano.

I giocatori di scacchi ad alto livello sono sempre stati parte di una elite autoselezionata, sostanzialmente trasversale: gli scacchi, infatti, sono un gioco profondamente democratico. Essi, infatti, non guardano in faccia a nessuno: al potente come al miserabile pongono la stessa sfida intellettuale e la vittoria non dipende né dall’economia, né dalla cultura ma dall’abilità intrinseca. Questo fattore evidenzia da sempre una delle esigenze dell’Occidente: quella di mediare tra l’autoarchia dei migliori (aristocrazia, nobiltà, tecnocrati) e l’esigenza della massa. Gli scacchi, dunque, sono stati (e sono tutt’ora) uno strumento che azzera le classi sociali e i conflitti di classe per riportare lo scontro su un piano propriamente ludico e culturale allo stesso tempo.

Il secondo motivo storico per cui gli scacchi sono il gioco dell’Occidente riguarda un aspetto fondamentale del gioco: esso non è aleatorio, cioè ammette delle regole per un universo di possibilità indeterminato al futuro ma determinato nel passato. In una parola, è un gioco deterministico. Come la visione del cosmo occidentale è quello di un grande meccanismo invariante secondo le leggi fisiche necessarie e universali, così questo fatto concettuale-occidentale si rispecchia nel gioco. In ultima analisi, gli scacchi sono lo specchio della concezione fisico-meccanicista che sta alla base della moderna teoria classica della fisica, almeno rispetto al suo ideale che ha dominato sino al tardo XIX e oltre.

Il terzo motivo ha carattere propriamente culturale. Gli scacchi non sono solo la manifestazione perfetta della generale concezione dell’universo occidentale in senso generico. Essi sono la conchiusa rappresentazione della guerra da un punto di vista dell’Occidente. Sin da Omero e poi nella Grecia classica la guerra per l’Occidente si concepisce sostanzialmente come un grande duello tra pari, che si vince mediante pratiche simili, regolate dal fair play. Gli scacchi, in una parola, non sono metafora della vera guerra, della guerra in generale, ma della guerra così come piace agli occidentali: breve, devastante, a grande intensità di concentrazione di fuoco, capace di esaurirsi in un controllo diretto immediato ma di durata limitata, per quanto terribile e brutale.

Grazie a questi tre principi concettuali unificanti, incarnati perfettamente sia nelle regole che nella logica del gioco, gli scacchi sono stati il veicolo di una straordinaria e feconda diffusione di idee, sia direttamente tramite essi che indirettamente. In altre parole, un uomo colto dell’Occidente non può non fare riferimento agli scacchi nella sua produzione culturale o, se non lo fa direttamente, sa che comunque può farlo. Grazie a questo fatto, gli scacchi si sono imposti attraverso la costruzione e revisione di un immaginario intriso di metafore, che rispecchiano la visione di un autore e della sua cultura. In fine, e proprio per questo, gli scacchi sono da almeno tre secoli un centro di aggregazione in cui persone di cultura e classe sociale diversissima si danno battaglia figurata per poi rincontrarsi sul piano del rapporto amicale.


Bibliografia

Aiello C., Dapor M., Intelligenza Artificiale: i primi 50 anni, Mondo Digitale., Giugno 2004.

Guicciardini L., Comparazione del Giuoco delli Scacchi alla Arte militare.

Hanson V. D., (1987), L’arte occidentale della guerra, Garzanti, Milano.

Keegan J., (1993), A History of warfare, Vintage Book, New York.

Leoncini M., Lotti F., Partita a scacchi con il morto, Prisma, Roma, 2004.

Leoncini M., Natura simbolica degli scacchi, Caissa, Roma, 2010.

Leoncini M., Scaccopoli, Phasar, Firenze, 2008.

Pili G., (2010), 2001, Filosofia degli scacchi, Scacchitalia, http://www.federscacchi.it/scacchitalia/2010/scacchitalia2010_1_S.pdf

Pili G., (2012), Un mistero in bianco e nero La filosofia degli scacchi, Le due Torri, Milano, (specialmente, cap. 12).

Pili G., (2014), L’eterna battaglia della mente Scacchi e filosofia della guerra, In via di pubblicazione.

Pollini I., (2013), “Dal mondo degli Scacchi al mondo della Bellezza”, www.scuolafilosofica.com, www.soloscacchi.net

Pollini I., (2013), “Gli Scacchi come metafora della Vita”, www.soloscacchi.net


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' il fondatore di Scuola Filosofica in cui è editore, redatore e autore. Dalla data di fondazione del portale nel 2009, per SF ha scritto oltre 800 post. Egli è autore di numerosi saggi e articoli in riviste internazionali su tematiche legate all'intelligence, sicurezza e guerra. In lingua italiana ha pubblicato numerosi libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is an expert in intelligence and international security, war and philosophy. He is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) amateurish movie maker.

8 Comments

  1. Ivano E. Pollini Ivano E. Pollini 7 Giugno, 2014

    Articolo molto interessante, anche se opinabile in alcuni punti, per esempio nella frase “gli scacchi, in una parola, non sono metafora della vera guerra, della guerra in generale, ma della guerra così come piace agli occidentali: breve, devastante, a grande intensità di concentrazione di fuoco, capace di esaurirsi in un controllo diretto immediato ma di durata limitata, per quanto terribile e brutale”. Redatto dopo una presentazione orale, seguita dal pubblico con attenzione, è ora scritto in modo magistrale, chiaro e convincente, come è da attendersi dal Dott. Pili

    • Giangiuseppe Pili Giangiuseppe Pili 7 Giugno, 2014

      Gentile prof. Pollini, La ringrazio per il suo commento, in particolare per il dubbio lecito sollevato. Si trattava, in effetti, di un testo scritto antecedentemente alla presentazione orale a cui faceva riferimento. Ad ogni modo, io sono assolutamente d’accordo. Non bisogna mai sopravvalutare le metafore e convincersi che esse esauriscano l’oggetto di cui sono, appunto, un modello rappresentativo ma non esaustivo. Questo, d’altronde, dovrebbe essere chiaro da quante altre metafore sugli scacchi io stesso ho cercato di costruire. Ma, appunto, lei ha ragione nel punto specifico: grazie a Dio, gli scacchi non sono solo quello e sono molto meno e molto di più!

  2. Ivano E. Pollini Ivano E. Pollini 7 Giugno, 2014

    Il presente saggio con commento è stato anche messo su Facebook in modo da diffondere il messaggio ai lettori del sito.
    Aggiungo un’interessante osservazione di Capablanca (Il primo libro degli scacchi, 1935): Gli scacchi sono un gioco di guerra e di corte come si deduce dal nome e dall’attività dei pezzi. Al giorno d’oggi-1935-educatori e filosofi non esitano a considerarli un eccellente allenamento per il cervello.”

    • Giangiuseppe Pili Giangiuseppe Pili 7 Giugno, 2014

      Effettivamente l’osservazione di Capablanca non la conoscevo. E sembrerebbe andare nella direzione delle idee dell’articolo. Comunque, è interessante perlomeno osservare come molto del gergo scacchistico sia profondamente legato alle attività militari. Molto probabilmente perché, come in altri casi culturali di “saccheggio”, nel gergo militare c’era già sedimentato quanto necessario per avere un vocabolario completo per esprimersi su concetti analoghi.

  3. Giorgio Della Rocca Giorgio Della Rocca 3 Novembre, 2014

    «Credete pure che chi non sa disporre bene i pezzi nel gioco degli scacchi, giocherà male e se non sa fare scacco, non farà neppure scacco matto. Voi certo mi biasimerete perché parlo di un gioco che non esiste né deve esistere in questa casa. Da ciò potete vedere quale madre vi abbia dato Dio, se ha conosciuto anche questa vanità, ma dicono che qualche volta tale gioco sia permesso; a maggior ragione, sarà lecito a noi usarne la tattica, e vedrete come presto, se vi ricorriamo spesso, daremo scacco matto a questo Re divino, il quale non potrà sfuggirci, né lo vorrà».

    Il brano riportato fa parte del ventiquattresimo capitolo del “Cammino di perfezione” di Teresa d’Avila (prima redazione del 1566) [faccio riferimento alla quarta edizione Paoline (2012), a cura di Luigi Borriello e Giovanna della Croce], capitolo in cui Teresa, rivolgendosi alle monache carmelitane del monastero di San Giuseppe ad Avila (ove si trovava in quel periodo), parla del fondamento dell’orazione e ne anticipa il compimento nella contemplazione.
    In questo capitolo l’Autrice, più che presentare un’interpretazione particolare del gioco degli scacchi, ne propone un’applicazione assolutamente originale (nonché paradossale!).

    Teresa d’Avila (1515-1582) fu canonizzata nel 1622; oltre a “Vergine e Dottore della Chiesa”, è stata proclamata “Patrona degli scacchisti” dal vescovo di Madrid nel 1944 (la ricorrenza è il 15 ottobre).

    Giorgio Della Rocca

    • Giangiuseppe Pili Giangiuseppe Pili 3 Novembre, 2014

      Passo meraviglioso, caro Giorgio. Il che mostra l’interesse filosofico e anche teologico degli scacchi, in un ambito così insolito. Avevo a suo tempo considerato una “divagazione teologica” in un mio lavoro. Niente di così profondo come il passo da te riportato, ma alla fine si dimostra come gli scacchi siano così vasti da consentire anche approcci quasi religiosi e mistici.

  4. Giorgio Della Rocca Giorgio Della Rocca 10 Giugno, 2015

    In una lettera indirizzata al fisico Max Born (4 dicembre 1926), Albert Einstein, che rifiutava l’idea secondo la quale l’universo fisico sarebbe dominato, in parte, dalla casualità, scrisse: «La meccanica quantistica è degna di ogni rispetto, ma una voce interiore mi dice che non è ancora la soluzione giusta. È una teoria che ci dice molte cose, ma non ci fa penetrare più a fondo il segreto del Gran Vecchio. In ogni caso, sono convinto che “lui” non gioca a dadi col mondo».
    In un’altra lettera indirizzata a un banchiere che gli aveva chiesto se credesse in Dio (5 agosto 1927), Albert Einstein rispose: «Non riesco a concepire un Dio personale che influisca direttamente sulle azioni degli individui o che giudichi direttamente le proprie creature. […] La mia religiosità consiste in un’umile ammirazione dello spirito infinitamente superiore che si rivela in quel poco che noi, con la nostra ragione debole ed effimera, possiamo capire della realtà».
    [Le citazioni sono tratte da: “EINSTEIN. La sua vita, il suo universo” di Walter Isaacson, 2007, ed. Mondadori 2008 (rispettivamente, p. 324 e p. 374).]

    Nel libro “DIO E LA SCIENZA. Verso il metarealismo” [1991, ed. Bompiani 1992], scritto dal filosofo cattolico Jean Guitton (1901-1999) insieme con Grichka Bogdanov e Igor Bogdanov (rispettivamente, matematico e fisico teorico), il filosofo afferma: «Quello che chiamiamo caso non è altro che la nostra incapacità di capire un grado di ordine superiore» [capitolo “Caso o necessità?”, pp. 50-51].

    Dopo svariate letture ed esperienze personali, penso che Dio – mi riferisco al Dio del Cristianesimo –, oltretutto, giochi a Scacchi con donne e uomini.
    Credo, tuttavia, che la Sua Strategia non coincida con la nostra strategia…

    Giorgio Della Rocca

    (Saluto cordialmente il dott. Giangiuseppe Pili e il prof. Ivano E. Pollini.)

    • Giangiuseppe Pili Giangiuseppe Pili 11 Giugno, 2015

      Carissimo,

      Ricambio senz’altro i saluti. E colgo l’occasione per ringraziarti delle tue sempre ampie riflessioni. Sul versante filosofico analitico ti consiglio la lettura di Alvin Plantinga (in SF trovi un articolo su di lui).

      Un caro saluto e ancora grazie per i preziosi commenti!

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