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2. Dalla seconda guerra mondiale alla morte di Stalin

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La fine della seconda guerra mondiale aveva lasciato l’Europa in una condizione di distruzione senza precedenti. Alla distruzione si aggiunga la difficoltà di organizzare i popoli, vinti e vincitori, sotto un nuovo ordine, un nuovo ordine che avrebbe dovuto garantire l’assenza di una nuova guerra mondiale totale. Per questa ragione, durante i primi anni del secondo dopoguerra si assiste ad una massiccia ridistribuzione della popolazione in aree territoriali omogenee per via etnica. Tra decisioni politiche, ridefinizione di confini e la presa di coscienza di alcuni dei risultati più deteriori delle politiche razziali, ci furono atti di espulsione di massa o di emigrazioni di grandi dimensioni. Oltre a ciò, al termine della seconda guerra mondiale si crearono nuove e più accese tensioni tra le colonie e il centro degli imperi.

La seconda guerra mondiale è stato il più grande massacro della storia e, in particolare, è stato il più grande disastro di civili: si stima che circa il 50% dei morti furono di civili. Il che non sorprende, perché nella guerra totale il civile è un obiettivo militare. Infatti, le infrastrutture che garantiscono il mantenimento di un esercito sono quelle della civiltà materiale a disposizione di uno stato, riallineate con i bisogni della guerra. Questa realtà era già implicitamente nota dalla prima guerra mondiale, ma durante essa non c’era ancora molto modo di sorvolare le linee delle trincee per giungere direttamente a colpire la popolazione, per quanto alcuni sforzi in tal senso furono fatti come dimostra il caso degli zeppelin e come dimostrano le prime dottrine dell’air power: già circolavano dottrine sui bombardamenti strategici che coinvolgevano la popolazione civile e le infrastrutture.

Gli USA sostennero il 21% delle spese di guerra, il 20% furono sostenute dalla Gran Bretagna, il 18% dalla Germania, il 13% dall’URSS e il 4% dal Giappone. Queste cifre non mostrano, però, le conseguenze reali che le economie di questi paesi hanno avuto. Per esempio, la Gran Bretagna fu chiamata sin da subito a combattere e gli USA incominciarono a fornire armamenti ma senza entrare nel vivo del conflitto prima del 1942 (di fatto). Inoltre, il 20% della Gran Bretagna fu il risultato di uno sforzo superiore a quello sopportato dagli Stati Uniti, laddove essa doveva continuamente far fronte al problema della guerra sottomarina e alla logistica richiesta da un’isola a poche centinaia di chilometri dalla Germania e dalla Francia occupata. Considerazioni analoghe possono essere fatte per il 13% dell’URSS, le cui problematiche economiche non si possono esprimere in cifre percentuali rispetto all’ammontare della spesa di guerra (stimata intorno ai 1500 miliardi di dollari dell’epoca), senza considerare il fatto che l’URSS dovette, di fatto, costruire una serie di strutture sparse in tutta la Siberia, poi tristemente divenuti campi di lavoro, quando non già create appositamente per questo scopo. Inoltre, il Giappone imperiale aveva avuto alla fine della guerra delle devastazioni non compensabili in termini economici ed era stato ridotto ad una finlandizzazione della relativa politica estera.

Il risultato, dunque, fu un’Europa in grande difficoltà economica e strutturale, con esposizione a tutti i rischi di una ricostruzione, come fu durante il primo dopoguerra. Per tale ragione, una parte integrante della strategia politica americana fu quella di fornire i capitali, i macchinari e gli aiuti necessari alla ripresa economica dell’Europa Occidentale: il piano Marshall fu il contraltare economico della dottrina Truman a livello strategico-militare.

Il programma di ricostruzione europea (ERP, nome in sigla del piano Marshall) garantiva forniture di materie prime, prodotti finiti e capitali per la ricostruzione. Grazie agli aiuti americani, la produzione europea ritorna rapidamente ai livelli anteguerra e nel 1951 la produzione dell’Europa Occidentale aveva già superato la produzione anteguerra. Questo accadeva in paesi come la Francia e l’Italia, paesi in cui si discute ancora sul ruolo che il piano Marshall ha avuto in quella celebre ripresa nota come ‘boom economico’. Ad ogni modo, il 1947 fu un anno fondamentale della prima strategia del contenimento, avviata direttamente dal presidente Truman nel discorso alle camere, durante la quale promise il sostegno a tutti quei popoli minacciati dal comunismo. Ed è sempre nel 1947 che si consolida l’unificazione economica dell’Europa (1947-1961): il periodo è segnato da una serie di organizzazioni interstatali che cercano di promuovere un mercato libero europeo (occidentale).

Allo stesso tempo, proprio a seguito dell’iniziativa americana, paesi ancora in bilico tra i due blocchi, furono costretti a seguire la guida dell’URSS, come fu il caso della Polonia e della Cecoslovacchia, che si dissociarono dal piano Marshall, ai cui fondi si poteva accedere solamente su richiesta esplicita. Non senza ragione, si dice che fu proprio il piano Marshall a determinare in modo chiaro e definitivo la cesura dei due blocchi. Questo è probabilmente vero, come si dice, al lato pratico perché gli Stati Uniti utilizzarono il piano di sostegno economico per la ricostruzione a condizione che, di fatto, i paesi richiedessero il loro aiuto esplicitamente in quanto non comunisti e in quanto liberi. Il risultato fu uno show down di Mosca: i paesi in dubbio furono costretti a chiarire le posizioni e, allo stesso tempo, l’URSS si dovette impegnare a fornire i mezzi per la ricostruzione, quando l’Unione Sovietica era proprio lo stato che più di tutti aveva pagato la guerra.

In generale, dunque, quali che fossero le originali opinioni americane sul piano Marshall, sta di fatto che esso fu una vittoria strategica che venne pagata principalmente dai popoli che ancora potevano sperare in qualche margine di manovra. Probabilmente, però, il piano sortì gli effetti desiderati: di fatto, l’Europa Occidentale venne riedificata, di fatto Mosca dovette chiarire le sue posizioni e, oltre tutto, aumentare gli sforzi per gli aiuti economici ai paesi che, altrimenti, avrebbero partecipato al piano Marshall.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) venne fondata il 24 ottobre 1945 per prevenire nuovi conflitti mondiali e i risultati sono noti. Per quanti dubbi possano essere mossi per le attuali condizioni dell’ONU, la cui efficacia dipende innanzi tutto dalla forza di quegli stati che la compongono e di cui sempre più si piange la debolezza, sta di fatto che l’ONU durante tutta la guerra fredda e anche oltre ha costituito una tavola di discussione. Come ben sosteneva Immanuel Kant (Kant (1795)) per quanto una guerra sia feroce, bisogna sempre lasciare aperta la strada al negoziato e alla parola. Questo è il primo e principale motivo per cui l’ONU ha comunque reso un servizio importante al mondo: esso ha costituito comunque un punto in cui tutti gli stati hanno potuto perlomeno tentare di avere uno spazio della discussione di alcuni problemi globali. Se, ancora una volta, si vuol piangere sull’ovvio, non sarà difficile trovare tutte le pecche e i problemi intrinseci ed estrinseci di una simile organizzazione, ma sta di fatto che essa ha avuto un ruolo importante dalla data della sua fondazione.

Il 1947 fu anche l’anno del trattato di Parigi, in cui si sancivano alcune importanti clausole sulla gestione dei territori: la Finlandia doveva cedere alcune regioni all’URSS; l’Italia perde le colonie e Trieste diviene città libera (occupata dagli alleati); l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria cedono territori e modificano alcuni confini; il Giappone viene smilitarizzato, fatto che viene riproposto nel trattato di pace di San Francisco (1951). Stessa sorte del Giappone toccò all’Austria, almeno rispetto alle relazioni che questo stato intratteneva con gli alleati. La sorte della Germania fu decisa un anno più tardi durante la conferenza di Londra (1948): in questa gli alleati premettero perché la Germania ovest avesse un governo autonomo e indipendente. Questa mozione, di fatto passata, fu ampiamente contestata dall’URSS e dagli altri stati comunisti. Di fatto, questo era il primo passo verso il definitivo reintegramento della Germania. Infatti, le potenze occidentali e, in particolare, gli Stati Uniti sapevano che la stabilità europea passava inevitabilmente dalla Germania stessa, sia perché essa era il volano dell’economia dell’Europa occidentale, sia perché, stando alla divisione venutasi a creare, la Germania ovest era l’ultimo baluardo sentitamente occidentale e anticomunista. Sin dal principio era ben chiaro che le colpe del nazismo non potevano essere espiate se non da pochi, i più coinvolti nell’organizzazione nazista. Una volta riconosciuto questo fatto e il fatto che la Germania era semplicemente essenziale per l’Europa (occidentale), i passi successivi furono chiari. Non per nulla il 1948 anche l’anno della prima crisi di Berlino.

La crisi di Berlino fu uno dei primi episodi chiari di conflitto nella guerra fredda. Stalin chiedeva che fosse la Germania a pagare le riparazioni di guerra, inoltre essa sarebbe dovuta essere smilitarizzata, esattamente come il Giappone. Il presidente Harry Truman si rifiutò di avallare le proposte di Stalin, con la conseguenza di forzare i sovietici a mantenere stretto il controllo sulla Germania est: di fatto, da questo momento in poi, si poteva parlare di due Germanie con due modelli politici distinti. Il blocco di Berlino iniziò a fine giugno del 1948.

Se è vero che Berlino era una città occupata e divisa in quattro settori, di cui due contrapposti (blocco occidentale e blocco sovietico), è pur vero che Berlino stava ampiamente dentro la zona occupata dall’URSS. Per portare pressione al blocco occidentale, Stalin decise semplicemente di recintare la città di Berlino in modo da renderla inaccessibile via terra. Sebbene si fosse presa in considerazione la possibilità di forzare il blocco, Truman reputò troppo alto il rischio di una collisione diretta e, quindi, di una escalation del conflitto. Si optò per l’invio di aiuti tramite un ponte aereo, il più imponente della storia: dal giorno dopo il blocco furono inviati aerei con tutte le necessità per la sussistenza della popolazione e delle truppe a Berlino ovest. Per dare un’idea delle dimensioni, si giunse ad avere quasi 1500 voli per giorno. La crisi di Berlino terminò il 12 maggio del 1949, quando l’URSS tolse il blocco. Nel 1949 si tiene conferenza di Washington sulla divisione della Germania.

La prima crisi di Berlino fornisce un’idea della dinamica pura della guerra fredda: una delle due parti vuole raggiungere un prefissato obiettivo politico. Quando questo obiettivo diventa chiaramente irraggiungibile si tenta di contraccambiare in qualche modo contro la parte avversa, in modo tale che quest’ultima sappia di star pagando per via della negazione dell’obiettivo desiderato: siccome non mi dai questo, allora perlomeno ti complico la vita. A seguito di questo è necessario trovare una strada che sia compatibile con la pace, per non correre il rischio di essere la causa prima di una nuova guerra totale che, di fatto, viene così scongiurata. Non senza, però, l’aver tentato di ottenere una nuova vittoria strategica sull’avversario, quando possibile.

Il 1949 è l’anno in cui vede la luce l’alleanza atlantica, cioè la NATO (North Atlantic Treaty Organization): al principio essa contava dodici stati e l’obiettivo era la difesa collettiva degli stessi, unita ad una collaborazione politica ed economica tra i membri. Dopo il 1957 si incluse all’interno delle possibili opzioni dell’alleanza anche l’uso di armi atomiche e il loro dislocamento.

Fin’ora ci siamo concentrati sostanzialmente sul blocco occidentale. Ma come mostra bene la nostra scansione temporale, la data centrale e termine della prima fase della guerra fredda fu determinata dalla morte di Stalin. Il motivo sta nel fatto che Stalin, come Truman, fu una figura centrale della guerra fredda e, probabilmente, la più importante almeno al principio perché fu egli stesso a catalizzare sia le diffidenze che le simpatie tanto del blocco sovietico che del blocco occidentale. Per quanto la defezione della Jugoslavia di Tito mostrasse già i segni della potenziale frammentazione, mai come durante il periodo staliniano della guerra fredda sembrò che il comunismo fosse tanto forte e tanto compatto. E questo doveva sembrare anche agli stessi comunisti, dal momento che, dopo Stalin, tutti i leader sovietici ebbero Stalin come ombra lunga di paragone. Nonostante tutte le sofferenze, i sacrifici, il terrore, i lager e le purghe, Stalin era pur sempre colui che aveva guidato il paese dopo la guerra civile e durante e dopo la seconda guerra mondiale, nota in URSS come ‘grande guerra patriottica’ (un nome che diverrà espediente per alcune scelte narrative in La fattoria degli animali (1945) di George Orwell). Sicché, inevitabilmente, il prestigio di Stalin non poteva essere messo in discussione, per quanto possa far inorridire un uomo che si considera tanto grande da dover essere mitizzato.

La figura di Joseph Stalin (1878-1953) è senza dubbio una delle più importanti per la storia del XX secolo: pochi uomini furono capi di uno stato di tale influenza e dimensione (170 milioni nel 1939, per una federazione di stati che si estendeva dal Pacifico alla Polonia, dalla Carelia in Finlandia al Caucaso), furono considerati i depositari dell’interpretazione di un’ideologia da seguire, riuscirono nel sempre difficile intento di farsi venerare dalla popolazione. Di fatto, ancora oggi è difficile parlare di Stalin senza evocare immediatamente la suscettibilità di qualcuno, laddove la sua figura non soltanto pone sfide ardite sul piano della comprensione, ma solletica emotivamente sia il curioso sia lo studioso. Se di Hitler è difficile trovare opinioni discordi, per quanto la razza umana ci abbia abituato ad un amore sconsiderato per le possibilità più remote e più implausibili, su Stalin le intuizioni e i pareri possono variare, anche quando sia riconosciuto come uno dei più crudeli e spietati dittatori del XX secolo.

Il motivo delle controversie, a mio avviso, si gioca in sostanza sul fatto che, per quanto fosse un uomo dai mille vizi privati, incapace di avere fiducia nel prossimo a livelli che ben potrebbero dirsi patologici (durante il periodo successivo alla seconda guerra mondiale arrivò a diffidare anche dei suoi figli), dotato di una determinazione che può ben scambiarsi per follia, rimane il fatto che molte sue decisioni potrebbero comunque essere definite razionali, almeno in qualche senso della parola (per una introduzione alla figura di Stalin, Mongili (1995)). Infatti, se escludiamo il fatto che in politica debbano regnare valori morali, se escludiamo il fatto che l’obiettivo del politico è organizzare l’esistente in modo che possa funzionare, allora Stalin non fu un leader politico privo di un suo senno. Studioso degli imperi zaristi (Zubock (2007)) come in generale della storia (Mongili (1995)), Stalin dovette affrontare periodi critici della storia russa. E una volta al potere, lo mantenne con la ben nota ferocia che lo contraddistinse. Anche il numero dei caduti all’altare dei sacrifici lo incensa con i numeri che sono tristemente noti, numeri che oggi definiremmo ‘cinesi’, ma all’epoca probabilmente sarebbero stati chiamati diversamente…

Tuttavia, va pur detto che l’eredità storica della terza Roma era pur sempre quella che vedeva un modello di leader sostanzialmente autocratico, incapace di condividere con nessuno il peso del potere, con tutte le conseguenze del caso. A questo si aggiunga che Stalin era privo di un forte retroterra culturale, incapace com’era di grande autonomia in un linguaggio che pure non dominava. Sicché il suo modello di leader era quello di uno spietato padre famiglia, saggio quanto determinato: e si sa quanto la realtà scarti dai modelli.

La già naturale inclinazione di un uomo a diffidare di tutti gli sconosciuti viene rafforzata quando egli crede che ognuno di quegli sconosciute ha ragioni più o meno recondite per volere qualcosa che lui solo può dare. Inoltre, questa spontanea diffidenza può tramutarsi in feroce concentrazione quando si finisca per unire alla propria incapacità di mantenere un attivo controllo diretto, un senso di paura e di inferiorità nei confronti di persone più capaci: Stalin fu sempre avverso a principi fortemente meritocratici nei quadri di governo e di gestione del sistema-paese e i suoi uomini erano una accozzaglia disordinata dell’umanità più diversa, scelta in funzione della loro fedeltà e della possibilità di poterli bruciare ad ogni possibile momento, prassi ben nota in tutti quei contesti in cui l’autorità si fonda sulla forza e sull’arbitrio, come molti cittadini delle democrazie più illuminate sanno bene a loro spese.

Quando si ha a che fare con un potente è noto che ciò che bisogna fare è lasciargli credere ciò che vuole, ma non che si possa essere suoi nemici. Si ringrazia per la sola ragione della sua esistenza, non si lascia mai intendere che si abbia qualcosa che lui non abbia: se non l’avesse, che potente sarebbe? In fine, esistono uomini inclini a disprezzare la razza umana per delle ragioni che, potremmo dire, suonano anche plausibili: la razza umana non si lascia governare come si vorrebbe, che è poi il problema principale; inoltre essa è sempre restia a riconoscere i veri beni, quando, invece, si abbandonano all’istinto del momento e ciò perché le persone imbelli sono molte e quelle non imbelli sono pericolose. Come ben diceva il detective di Citizen Kane (Wells O., Quarto Potere, (1941)), inviato a scoprire i segreti di Charles Foster Kane: poche parole non bastano ad esaurire la vita di un uomo. Una frase che rimarrà sempre vera per tutti e in particolare per figure storiche di livello paragonabile a Stalin.

Dato il fatto che la storia si compone anche di qualche ‘se’, non sarebbe fuori luogo chiedersi se la guerra fredda sarebbe iniziata comunque se non ci fosse stato Stalin, ma un leader diverso magari dal volto più umano, quale che sia il significato del ‘volto umano’, evidentemente una maschera dotata di infinite e molteplici forme. La realtà dei fatti è che la storia si compone di milioni di uomini, per quanto alcuni di essi abbiano una capacità di influire sulla vita degli altri in modo più netto.

La realtà è che liquidare sbrigativamente il fatto che la personalità nella storia non conti nulla è falso, come è falso che sia tutto ciò che conti. La personalità nella storia può determinare un’epoca e il ragionamento è il seguente. Esistono persone che non sono capaci di convincere nessuno, per quanti buoni argomenti possano avere. Esistono, invece, altre persone con spiccate capacità sociali che riescono ad aggregare su di sé più stati di interesse e più persone. Esistono studi sul fatto che non è omogenea la quantità di partner sessuali per persona, cioè persone che, poste al posto giusto, nelle circostanze giuste, con le persone giuste ottengono risultati diversi da altri (si veda Buchanan (2003)): se ciò è vero nei piccoli numeri, non si vede per quale ragione nei grandi numeri la realtà dei fatti dovrebbe essere poi molto diversa. Un leader politico ha sue proprie virtù e vizi, tali che il loro esercizio fa variare gli effetti delle loro decisioni e le decisioni in sé stesse. Inoltre, almeno nella dimensione della prassi di governo, Stalin si curò sempre di mantenersi isolato, chiuso in una cerchia ristretta e ben controllata. Sicché, almeno in questo caso, la pratica ordinaria di governo veniva realmente svolta, oltre tutto, da piccoli numeri.

Stalin fu senza dubbio l’iniziatore di una politica (neo?)imperiale ispirata ad un realismo politico che non può essere sbrigativamente considerato l’alternativa al comunismo. Infatti, quasi tutti concordano nel considerare i quadri del PCUS come genuinamente comunisti, nonostante che essi sfruttassero a proprio vantaggio la loro condizione (la solita carne debole). Ma, appunto, a parte il fatto che sul piano umano molti di costoro non fossero del tutto cristallini a dir poco, rimane che la storia si fa sulla base di altre considerazioni.

Il periodo che seguì alla seconda guerra mondiale fu difficile per tutti e per l’URSS più che per gli altri. Il paese andava ricostruito quasi dalle fondamenta e quelle rimaste erano nei territori della Siberia, composte di campi di concentramento ben avviati, fonte di manodopera a prezzo stracciato anche se molto inefficiente. Inoltre, i problemi considerati fin qui dovrebbero mostrare quanto fosse difficoltosa la strada del compromesso. In fine, le basi degli alleati occidentali, sfruttate per infiniti voli-spia in URSS, erano dislocate sostanzialmente in tutti i territori confinanti con l’URSS, aiutandola a formarsi l’idea di essere in una condizione di assedio relativo e ricatto permanente. Sicché la domanda ferale è: ma quale compromesso sarebbe stato possibile? Sarebbe stata possibile una coesistenza pacifica a queste condizioni?

Quale che sia la risposta che si voglia dare a questa domanda, rimane che essa vada ben ponderata ed argomentata. Sta di fatto che il blocco comunista, capitanato dall’allora ‘guida geniale’ (uno dei tanti epiteti dell’uomo dai mille nomi), aveva più di una ragione per nutrire sane diffidenze per il blocco occidentale. Basti considerare che durante la guerra civile in Russia le potenze occidentali tentarono di sfruttare la debolezza della situazione: come già la rivoluzione francese aveva mostrato, il timore per l’allargamento della rivoluzione era, da un lato, una preoccupazione reale, ma anche un’ottima scusa per tentare di incamerare nuovi territori o imporre il controllo su aree altrimenti controllate da una potenza ostile e imprevedibile. Va poi considerato che Stalin, diffidente nei confronti di chiunque, non poteva certo non considerare con estrema prudenza la situazione allora venutasi a creare nel contesto globale. Tanto più che, dopo la Russia della prima metà XIX secolo, l’URSS si ritrovava inaspettatamente uno dei centri del potere mondiale. Nonostante il controllo autocratico neofeudale, nonostante la direzione scriteriata e centralizzata dell’economia, nonostante il fatto che tutto il potere fosse in mano ad un solo uomo e alla polizia segreta, da lui controllata, l’URSS era la potenza vincitrice, insieme agli USA, della seconda guerra mondiale.

Nel 1946 Stalin riunisce in sé i poteri di primo ministro, ministro della difesa, primo segretario centrale, i poteri del partito e quelli del governo. Stalin viaggiava poco e quando lo faceva, era per delle ragioni estremamente specifiche: conosceva il suo paese sulla carta. E nonostante avesse avuto modo di vedere con i suoi occhi la distruzione totale della zona occupata dai tedeschi, egli decise di riprendere la politica economica anteguerra: una pianificazione verticale dell’economia, impostata sulla produzione di beni ad uso e consumo delle forze armate, l’industria pesante. Il paese, stremato dalla riforma agraria costata milioni di morti, in ginocchio per via di carestie naturali ed indotte, aveva comunque trovato la forza di fare fronte compatto contro l’invasione della Germania nazista. Ma dopo la guerra, nuovamente, si ritornava alla pianificazione di un’economia indirizzata verso un’economia di guerra. Questa naturale inclinazione di Stalin a scegliere un simile percorso politico dell’economia, non sorprende, se non per il fatto che egli si disinteressò totalmente della vita dei cittadini. D’altra parte, per tutte le cose che abbiamo avuto modo di dire, questo non sembrerà strano, tanto più che, dopo aver ottenuto il potere e aver avuto l’ossessione di mantenerlo nei modi più arbitrari, adesso bisognava far fronte ad una situazione internazionale in cui l’URSS, per la prima volta, era chiamata ad essere il faro di mezzo mondo e da solo il blocco comunista si stima fosse circa un 1/6 del territorio planetario.

Dal 1951 al 1955 fu varato il 5° piano quinquennale fondato su grandi opere idrauliche, il cui fine era quello di aumentare la produzione elettrica e potenziare gli impianti per lo sviluppo delle bombe atomiche, immediatamente avvertite come un obiettivo strategico, anche quando Stalin sembrò non mostrare particolare interesse per esse, quando l’Occidente gli palesò durante la guerra il possesso di tali ordigni (fatto riportato in Kissinger (1996)).

Josip_Broz_Tito_Bihać_1942Dal 1946 al 1948 Stalin cercò di mantenere alta la pressione sulle potenze occidentali e sul blocco comunista allo stesso tempo. Ma la prima defezione era alle porte. Tito si discosta dalla linea di Stalin e viene, per ciò, tacciato di tradimento. Nel 1948 l’URSS si impone con le armi a Praga ed è il primo monito ai vicini allineati e non allineati: l’armata rossa era uno strumento non soltanto di deterrenza e, nei limiti degli spazi liberi, poteva marciare e imporre il potere di Mosca. La crisi per lo stretto in Turchia e le pressioni in Iran furono altri due punti di svolta, come già mostrato. Il principale risultato fu che la Turchia si allineò con il blocco occidentale e divenne membro della NATO e, successivamente, consentì lo schieramento di missili a testata nucleare sul suo suolo. La Turchia, che avrà più di un periodo di tribolazione (la crisi di Cipro con la Grecia, alleata occidentale, (1950-1955)), era un altro stato sorto dalle ceneri di un vetusto impero. E come insegna la storia di ogni impero decaduto, i vicini si dividono le spoglie, con il prezzo di una difficile normalizzazione della situazione che può durare anche secoli, come mostrò bene il crollo dell’impero romano d’occidente e come mostra, probabilmente, lo stesso impero ottomano.

Questo periodo congestionato di eventi, di fatto, mostra l’onda lunga della problematica materiale di trovare un accordo reale e condiviso tra le potenze alleate. Già quando la Germania nazista era chiaramente in via di essere sconfitta, il problema si era manifestato proprio con la corsa a Berlino (cfr. § 1). Dopo, a guerra finita, tutti i punti in cui si ritrovavano le truppe dei due blocchi erano, evidentemente, ragione di attrito.

Nel 1949 Mao visitò Mosca per la prima volta e stipula con Stalin un patto trentennale di amicizia, alleanza e reciproco sviluppo con la Cina. Ma come l’eredità di Stalin sarà difficile, anche il mantenimento di una simile alleanza tra due paesi così diversi e con obiettivi non combacianti, non poteva durare e sarà la chiave di volta per la diplomazia del ping pong, nome celebre delle iniziative americane culminate nel 1971 (cfr. § 4), anno di svolta della guerra fredda.

La guerra di Corea (1950-1953) è il primo conflitto vero e proprio dove armate dei due blocchi contrapposti si confrontano direttamente. In particolare, gli USA mettono in pratica per la prima volta la dottrina Truman. In Corea si trovavano due schieramenti contrapposti, uno guidato da Syngman Rhee (1875-1965), filo occidentale, e uno guidato da Kim Il-Sung (1912-1994), comunista. L’armata del blocco comunista aveva invaso la Corea del sud, preso Seul e quasi era giunta a Pusan, ultimo baluardo del blocco filoccidentale. Una forza ONU, guidata dagli USA, era giunta giusto in tempo: sbarcò nel 38° parallelo e costrinse l’esercito nord coreano alla ritirata. La forza ONU riconquistava Seul e si spinse a nord, fino a quando la Cina, con un esercito di ‘volontari’ ricacciò indietro l’esercito guidato dagli USA: nonostante fossero male armati, privi di dottrina strategica, facendo leva su ‘onde umane’, l’esercito cinese, per la prima volta schierato dopo la rivoluzione e sostenuto dai rifornimenti sovietici, riuscì ad ottenere un primo risultato. Il generale Mc Arthur arrivò addirittura a richiedere un bombardamento sulla Manciuria, anche con le armi nucleari. Truman negò tale linea di azione e sostituì Mc Arthur. La guerra si chiuse con il mantenimento dello status quo ante guerra, cioè il confine tra le due Coree, divise e distinte, fissato sul 38° e una tregua che permane tutt’oggi. Tregua che non è sinonimo di cessazione di ostilità, sicché, si può dire, che la questione coreana rimane una delle eredità della guerra fredda.

La guerra di Corea, che meriterebbe un capitolo a parte, mostra bene la dinamica del confronto tra i due blocchi in zone del mondo, prima prive di grande interesse per gli occidentali ma, ora, divenute di importanza strategica. Ancora una volta, la guerra convenzionale non è esclusa in presenza di arsenali nucleari, ora disponibili a entrambe le superpotenze. Tuttavia, USA e URSS continuarono a sfiorarsi, senza mai arrivare alla possibilità di un conflitto diretto. Questo era comunque impensabile, anche a prescindere dalla questione della guerra atomica. Ma erano ormai i tempi di ragionare anche su questo, come si vedrà in seguito.

Sebbene Stalin fosse sempre più solo, era anche l’unico che gestiva il potere assoluto dell’URSS. Ma ormai la sorte stava bussando anche alla sua porta perché la morte, qualunque cosa essa sia, non conosce arroccamenti e distinzione tra segretari di partito e kulaki… Dopo che il 1952 aveva visto un aumento dell’influenza complessiva dell’URSS, una crisi dell’economia socialista, sempre più improntata ad un approccio neoimperiale nei confronti dei territori occupati, con un conseguente mancato miglioramento del tenore di vita, Stalin non si privò della possibilità di dare un ultima stura alle forze politiche anche solo ipoteticamente resistenti ed avviò un’altra purga, con una feroce campagna antisemita, sempre meno mascherata.

Non era la prima volta che l’antisemitismo si palesava nei territori dell’Unione Sovietica. Ma il 5 marzo del 1953 Stalin morì di una morte atroce: fu trovato in preda ad una commozione cerebrale, dopo varie ore in cui nessuno poté far nulla per lui: nessuno poteva entrare nella camera di Stalin, eccetto alcuni fedelissimi, tra cui Berjia, allora capo della polizia segreta, uomo probabilmente dalle abitudini umane non indiscutibili. Stalin era divenuto diffidente anche dei medici, come di tutti i tecnici e, in generale, di uomini con peculiari qualità e meriti, un tratto tipico del suo temperamento e del suo stile di selezione: il risultato fu che nessuno dei medici infine portati nella stanza sapeva bene che fare. Dopo cinque ore in quelle condizioni, i medici non trovarono rimedi e, infine, la guida geniale, il grande timoniere, l’uomo d’acciaio, morì alzando in aria un braccio con fare minaccioso e nessuno seppe mai il perché, così raccontò sua figlia.

Stalin aveva controllato e dominato la società dell’URSS per quasi trent’anni e aveva pur sempre ricacciato indietro l’odiato invasore. Infine, per quanto tutto il popolo pagasse, Stalin compreso, malato com’era del suo stesso lavoro (lavorava incessantemente sino ad ora tarda e la domenica compresa), rimaneva il fatto che l’URSS era una potenza che nessuno avrebbe più potuto ignorare. Ma a questo punto si poneva il problema: Stalin, di quegli uomini che avrebbe potuto sempre dubitare della propria morte per via del suo stesso declino fisico (ma non degli attentati di presunti terroristi), non aveva previsto chi avesse dovuto succedergli né, certamente, un sistema non arbitrario per trovare un suo sostituto. D’altra parte, simili considerazioni avrebbero intaccato la sua reputazione di uomo d’acciaio. Sicché, dopo la sua morte, si aprì un’aspra lotta di successione per il potere, a termine della quale arrivò Nikita Kruscev.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' il fondatore di Scuola Filosofica in cui è editore, redatore e autore. Dalla data di fondazione del portale nel 2009, per SF ha scritto oltre 800 post. Egli è autore di numerosi saggi e articoli in riviste internazionali su tematiche legate all'intelligence, sicurezza e guerra. In lingua italiana ha pubblicato numerosi libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is an expert in intelligence and international security, war and philosophy. He is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) amateurish movie maker.

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