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3. Modelle e top model: le due autorità

Cathleen Naundorf, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

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Consigliamo Leggere il linguaggio della moda


La moda ha attirato studiosi (non troppi) per diverse ragioni ma, a mio parere, essa si travisa nel momento in cui non si tiene sufficientemente presente che la moda ha un obiettivo ristretto, che è quello di imporre un certo stile di vestiario ad un numero sufficientemente limitato di persone, vale a dire quelle che possono permettersi i capi della moda. Certo, poi questi hanno un ritorno sulla vita di tutte le persone economicamente capaci di comprarsi vestiti seguendo più o meno quello che credono gli interessi. Gli abiti della moda diventano ‘modelli di consumo di vestiario’ e, quindi, influenzano quelle persone che sono comunque sensibili al problema di come mostrare cosa con cosa nel modo appropriato, un insieme non equivalente e ben più ampio di quello delle persone che si interessano specificamente di moda.

I ‘modelli di consumo di vestiario’ seguono una catena di diffusione dell’informazione precisa: in primo luogo vengono prodotti, poi vengono indossati e infine vengono fotografati (riviste) o filmati (sfilate). Il vestito è solo una parte insignificante della moda come fenomeno mediatico di massa, su cui purtroppo non è lecito soffermarsi in questa sede, sebbene sia indubbiamente interessante scoprire i meccanismi più sottili di una simile industria culturale. In ogni caso, il passo che interessa a noi consiste nella base della moda, ovvero essa nasce nel momento in cui il vestito viene indossato. I modelli di vestiario vengono interpretati dalle modelle, che vengono rappresentate nelle riviste. L’abito, dunque, diventa così modello con interpretazione. L’abito da solo, soprattutto quando così sofisticato, non è interpretabile o non è infinitamente interpretabile. Serve un interprete che ti mostri come applicare le norme della moda nel modo giusto. A questo servono le modelle.

Le modelle, a parte rarissimi casi (quelle che, non a caso, si chiamano ‘top model’ ad esempio, Miranda Kerr, Adriana Lima, Irina Shayk, Bianca Balti, Katy Perry etc., si veda oltre) non danno ulteriori informazioni: ti mostrano le regole di uso ma non come interpretare l’abito in modo che sia consono a certi utilizzi collaterali. Perché una cosa è essere sensuali, una cosa è essere alla moda. Per essere alla moda non è richiesto essere sensuali. E la dimostrazione sono proprio le stesse modelle. E’ un errore grossolano pensare che la moda del vestito si pone il problema della sensualità. Questo è un problema di trasmissione di una certa informazione soggettiva. Il motivo è che la moda del vestiario si pone il problema dell’essere adeguati rispetto ad un contesto sociale, che è un fatto eminentemente intersoggettivo e che non richiama l’utilizzo di una ragione soggettiva (cfr. 4).

Per questo la moda produce materiali astratti, nonostante tutto: essa costruisce narrative su vestiti proprio perché deve spiegare in che modo l’abito rientra nelle condizioni di utilizzo intersoggettivamente riconosciute. Rimane il fatto, però, che la soggettività non può venire eliminata o, perlomeno, rispetto alla nostra società: le parti libere dal vestito sono aree di pertinenza della persona, che può sfruttarle nel modo che ritiene più pertinente rispetto ai messaggi che egli intende lanciare agli altri (cfr. 5 e 6). Su questo la moda del vestito deve essere permissiva perché l’abito include e non esclude la persona che la indossa (vedremo che proprio su questo si fonda la critica al concetto stesso di ‘unisex’ (cfr. 7)).

Sicché le modelle sono androgine proprio perché devono essere neutrali sulla materia: esse devono dire come utilizzare gli strumenti offerti dalla moda, non come ‘re-interpretarli’. Per questo ci sono le altre figure: le celebrity, pagate apposta per indossare un particolare marchio. Le celebrità sono modelli di consumo (ti dicono cosa consumare per raggiungere certi scopi, quasi sempre legati al divertimento condiviso, ovvero le forme di piacere da consumare in compagnia.) ma sono anche modelli di reinterpretazione della moda: essi ti mettono in luce che un abito alla moda può anche veicolare informazioni, segnali e significati. Che una top model sia una modella, lo dimostra il fatto che deve essere alla moda. Ma il fatto che non sia solo una modella si mostra dal fatto che essa deve anche mostrare altro. Sicché essere una top model o una celebrità di questo tipo non si esaurisce nel suo essere modella: la sua soggettività è importante perché diventa l’esempio (elemento specifico ma elevato ad emblema di una categoria) di interpretazione di un oggetto neutro (intersoggettivamente riconosciuto, l’abito e il trucco con possibili marcatori (cfr. 5 e 6) con scopi individuali (intenzioni) veicolati mediante messaggi (appendici degli abiti, ad esempio le borsette) o segnali (il complesso del make up).

[Per chiunque voglia scaricare l’articolo integrale: The system of fashion]


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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