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7. Esibizione e vestiario: il fallimento dell’unisex

Cathleen Naundorf, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

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Se l’esibizione è il complesso delle attività congiunte di trucco, vestito, segnali, marcatori etc., va comunque detto che niente si può sostituire al corpo. Se il soggetto è l’oggetto dell’esibizione, ovvero la sua apparenza, allora il suo corpo è l’obiettivo de facto di tutta la sua esibizione. Questo è inevitabile. Se così stanno le cose, l’unisex è semplicemente un mito.

L’unisex è un mito perché la soggettività è sessualmente caratterizzata. Questo è stato, paradossalmente, messo in luce proprio dalle femministe perché esse fanno più di tutti notare che il soggetto concepito “alla occidentale” è un maschio bianco occidentale adulto economicamente caratterizzato e socialmente determinato. La negazione di questo non significa sospendere l’idea che un soggetto sia asessuato. Al contrario: il soggetto più astratto concepito dalla cultura notoriamente più amante delle astrazioni è sessualmente definito. Ogni soggetto ha uno sguardo sul mondo che non è privo di sessualità. A prescindere che questo possa essere opinabile, nel contesto dell’esibizione questo rimane un dato di fatto ovvio e banale ma non scontato da un punto di vista teorico.

Le prove empiriche di questo fatto sono infinite, ma si vedono bene proprio dal fatto che anche quando gli items del vestiario sono tipicamente unisex in termini di categoria (giacca, camicia, pantaloni…) non lo sono la gran parte delle loro manifestazioni. Una giacca rosa è ancora quasi sempre appannaggio della donna. Ma in modo più fine questo si può osservare dall’accorgimento delle giacche maschili di sottolineare la forma ‘squadrata’ del corpo del maschio. Questo fatto lo trovai sconcertante e lo scoprii quando vidi con stupore che alcune giacche sofisticate per uomo non solo hanno due soli bottoni, lasciando scoperta la parte centrale del busto, ma non vanno abbottonati entrambi. Perché? Perché abbottonando solo quello in alto si conferisce una forma dell’abito che accentua la fascia alta della muscolatura maschile e si crea un effetto visivo che richiama chiaramente una parte erogena del maschio. Cosa curiosa è il fatto che lo stesso effetto non si ottiene se si abbottona il bottone in basso, che infatti tendenzialmente non andrebbe abbottonato.

Ma quello che, a mio parere, rimarca questo fatto inequivocabilmente, cioè la resistenza dei generi all’unisex, sono proprio i capelli. Sebbene nulla vieti di avere lunghe chiome anche ai maschi, è molto raro vedere un uomo con una lunga capigliatura. Mentre è molto raro vedere delle donne in età fertile con capelli al di sopra delle orecchie. Sottolineiamo il fatto che i capelli lunghi sono delle donne in età fertile perché questo non vale per le donne in avanti con l’età. E’ un fatto curioso che ho avuto modo di notare anche con altre persone. Sarà un caso e naturalmente tutte le donne in avanti con l’età negano questa correlazione (giustificano il taglio più maschile con il fatto che le ringiovanisce). Ma sta di fatto che oggi le donne tengono molto ai capelli e non è un caso che i cappelli da donna siano un fatto molto raro, da almeno cinquant’anni a questa parte (gli ultimi utilizzati in massa erano degli anni cinquanta e molto piccoli). Il cappello celerebbe i capelli che sono diventati un segno e marcatore di fertilità e genere in modo, a mio parere, inequivocabile. Nessuna top model a mia conoscenza si taglia i capelli corti o, se lo fa, non li tiene per un periodo prolungato. L’attuale miss Italia ha i capelli tagliati corti, ma sono caratterizzati in modo che nessun maschio li vorrebbe emulare e infatti non vengono da loro emulati e in ogni caso la scelta della miss è indubbiamente minoritaria (si consiglia il lettore di andarsi ad accertare dei fatti per verificare le assunzioni qui poste). I capelli, dunque, sono fondamentali nel lanciare il segnale che all’interno dell’abito c’è un uomo o una donna.

Che i capelli siano avvertiti più importanti dalla massa delle donne piuttosto che dalla massa degli uomini potrebbe sembrare opinabile. D’altra parte, il fenomeno del trapianto di capelli per i maschi sembra negare questa affermazione. E prima del trapianto si spendono soldi in medicine (più o meno inutili) ovvero si investono capitali in parrucche (ormai fuorimoda). Ma c’è un insieme di indicatori molto eloquenti dell’asimmetria che non fa capo ad opinioni più o meno personali. In un recente studio dell’ISTAT (Istat (2008)) una buona percentuale di donne dichiarava di spendere il proprio tempo libero nella cura dei capelli ed era anche la principale occupazione riportata da esse nel tempo libero.

Ma se questo può ancora essere opinabile e forse lo studio è come al solito viziato dai noti bias delle statistiche, i barbieri e i parrucchieri parlano chiaro. Il prezzo di un taglio semplice per uomo in un barbiere di Milano (notoriamente non economici quanto altre parti d’Italia) è di 15 euro, includendo anche i barbieri non italiani. Il prezzo di un taglio semplice da donna è di almeno il doppio. E la distinzione rimane vera anche in zone d’Italia con tagli di capelli più economici e anche all’interno della stessa categoria. Inoltre il carnet di offerte per i trattamenti dei capelli di donne è perlomeno il doppio di quello indicato dai barbieri dedicati solo ai maschi. E il risultato è, infatti, che i parrucchieri hanno quasi eliminato la mia molto amata categoria dei barbieri. Se il prezzo fissato per un taglio di capelli di una donna è circa il doppio, significa che la domanda è molto più alta. Quindi, anche solo da questo, sembra lecito inferire che la cura dei capelli della donna è molto maggiore di quella di un uomo. A questo si aggiunga che la varietà dei prodotti e cosmetici per i capelli delle donne sono assai maggiori e più costosi dei corrispettivi maschili (che infatti devono adattarsi anche a quelle delle donne per essere competitivi sul mercato ma non vale il viceversa).

Il fallimento dell’unisex è mostrato anche da un altro fatto. Quando le persone si riuniscono in momenti puramente ricreativi, quando il loro impegno sociale non è finalizzato allo scopo di produrre i mezzi di sussistenza, esse enfatizzano a dismisura il sex anche quando l’abito sia unisex. Questo fenomeno potrebbe apparire sconcertante, ad esempio, alla generazione degli anni ’60-‘70, che fondava rivendicazioni politiche e sociali proprio sul rifiuto di tutto questo. Ma proprio in quanto la distinzione nel vestiario è povera, essa trova il suo sfogo in altri ambiti. E così il trucco diventa ‘pesante’, cioè appariscente. E non è solo un’esigenza limitata ad alcune persone espansive: è un’esigenza generale per chi vive in una società in cui è difficile mostrarsi come parte di un genere piuttosto che di un altro. E questa è anche la causa della diffusione, a mio avviso irriguardosa nei confronti della dignità della persona (per una analisi sulla posizione kantiana a cui mi sto rifacendo, Cosio (2016)), della chirurgia estetica (cfr. 8).

Si noti, infine, che tutte le top model attualmente utilizzano un trucco solo apparentemente non pesante, ovvero anche quelle che sembrano lasciate al naturale (con la curiosa etichetta di ‘acqua e sapone’) sono in realtà molto truccate. Per avere una riprova di questo fatto consiglio di cercare i blog delle fashion blogger, i video dei tutorial sul trucco su youtube per scoprire tutti i mezzi attraverso cui le top model valorizzano il proprio aspetto. Si scoprirà immediatamente (a) l’infinita varietà di prodotti per ogni parte del volto (la parte, cioè, in cui i segnali si moltiplicano), (b) il loro costo complessivo e (c) le tecniche di utilizzo che richiedono tempo di addestramento e l’elaborazione di una certa sensibilità. Ci sono informazioni per ogni parte del volto, anche zone che reputavo intruccabili sono in realtà oggetto di studio, premiate dalla produzione di make up specifici.

Concludendo, vorrei portare una controprova. Se l’unisex dovesse essere davvero il canone imperante nella società di massa occidentale contemporanea, allora questo dovrebbe essere vero anche per tutto il resto del complesso dell’esibizione della persona. Sicché il trucco dovrebbe essere identico, sia per maschi che per femmine. Non solo il trucco, ma anche gli artefatti con scopo di moltiplicatore di potenza, marcatori e segnali dovrebbero essere identici. Inoltre, le persone dovrebbero neppure avvertire la necessità di una tale distinzione. Le cose stanno evidentemente in modo opposto: il trucco è sempre più diversificato, i marcatori sono completamente diversi e i segnali continuano a mantenersi distinti. Anche l’addestramento specifico è diverso, come è diversa la sensibilità richiesta per trovare i segnali migliori e marcatori adeguati. E sono distinti anche gli investimenti economici, che sono sempre un indicatore oggettivo, perché non vincolato alle singole soggettività ma a tutte nel loro complesso. Perché i generi continuano a volere la loro parte. E non c’è nulla di strano.

[Per chiunque voglia scaricare l’articolo integrale: The system of fashion]


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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