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3.1 Colonia penale agricola di Castiadas

“Storica terra di deportazione sin dai tempi di Augusto”[1] la Sardegna ebbe fra l’Ottocento e il Novecento la maggiore quantità e estensione di colonie agricole in Italia. Questo ‘primato’ è senz’altro da attribuire all’inospitalità di alcune zone dell’isola. D’altronde la malaria in Sardegna era un male che attanagliava i nativi già dai tempi di Augusto per l’appunto.

“La malaria si colloca come causa e come effetto della debolezza economica, isolatezza politica e marginalità culturale. La miseria è causa della malaria e la malaria è causa della miseria. Un terribile circolo vizioso rimasto intatto sino a ieri (ancora nel 1947 esistevano casi di malaria in Sardegna per quanto, ormai, paragonabili al triste ricordo che un vecchio poteva avere di un suo male patito in gioventù).”[2][3] La prima colonia penale agricola che seguì le tracce e i fasti “penitenziari” della colonia toscana di Pianosa, fu quella posta nel territorio del Sarrabus, a Castiadas.

Castiadas, letteralmente significa “terra castigata”[4], era situata in una parte del territorio sardo che nell’Ottocento era totalmente abbandonato e lasciato all’inedia della malaria. Posta nella zona sud-orientale della Sardegna, la colonia si estendeva per 6500 ettari, circondati dal massiccio del Serpeddì a nord, sud e ovest, e affacciati sul mare a est, dove si trovava lo scalo di Cala di Sinzias. La colonia venne istituita in dei terreni ex-ademprivili, di proprietà demaniale, a partire dal 1875 anno in cui il Ministero dell’Interno decise di far partire le opere di bonifica: è stata proprio la colonia di Castiadas, per merito del suo fondatore Eugenio Cicognani[5], la prima a proporre tramite il lavoro dei suoi detenuti un consistente tentativo di bonifica, equiparabile solamente a quello che nel periodo fascista verrà effettuato nell’arborense.

Il Cavaliere Cicognani sbarcò nell’approdo di Sinzias con quindici lavoratori forzati prelevati dal bagno penale di San Bartolomeo di Cagliari con il compito di edificare da subito le dimore per i detenuti. Costruita la prima dimora, ebbero subito il compito di bonificare il territorio infetto e dare nuova vita ad un’ara ormai abbandonata e disabitata da oltre tre secoli.

Le prime opere di bonifica idraulica e agraria, furono effettuate dai coloni tra mille difficoltà, ma l’arrivo di nuove leve facilitò l’opera, tanto che, dopo un anno, secondo le stime del Corriere di Sardegna, già si stimava la presenza di 300 detenuti, per lo più con esperienze lavorative legate all’edilizia.

Nel 1877, sul promontorio di Praidis, tra i due ruscelli di Gutturu Frascu e Baccu Sa Figu, a circa 7 chilometri dalla cala di Sinzias, venne ultimata la dimora dei forzati in grado di accogliere già seicento condannati. L’ispettore Cicognani fece in modo che per la realizzazione del grande edificio destinato ad ospitare lo stabilimento penale e l’amministrazione, si utilizzassero materiali lapidei che la natura circostante offriva. Come riporta l’agronomo Giuseppe Cusmano il territorio di Castiadas era di “formazione granitica con tracce di silice, senza alcuna traccia di calcare […] Le rocce sono attraversate da strati senza costante direzione e per questo s’è cavata pietra da costruzione”[6].

Tabella redatta nel 1901 dal dottor A. Sanna Pintus[7] circa l’analisi dei terreni di Castiadas.

PODERI CALCARE SILICE ARGILLA ACQUA
Marina soprasuolo 0.00 35.00 61.200 3.80
Marina sottosuolo 0.00 32.00 68.00 0.00
Sito soprasuolo 0.00 32.00 65.00 2.20
Sito sottosuolo 0.80 59.00 41.00 0.00
Masone-Pradu soprasuolo 0.00 65.00 35.00 0.00
Masone-Prado sottosuolo 0.00 65.50 35.00 0.00
Sabadi soprasuolo 0.00 65.50 34.50 0.00
Sabadi sottosuolo 0.00 66.00 34.00 0.00

Alla fine del secolo lo stabilimento comprendeva gli uffici della direzione, le caserme per le guardie, un presidio militare, un ospedale, una farmacia, una lavanderia, un macello, un mulino a vapore, un pastificio, un forno, una scuderia, un caseificio, “una rivendita di tabacchi per i detenuti e per le guardie, una chiesa, officine per fabbri e falegnami”.[8] Nel 1884, a seguito di numerosi incidenti del precedente mezzo navale, dopo una accesa discussione epistolare fra il direttore generale delle carceri, Beltrano Scalia, e il prefetto di Cagliari, e fra quest’ultimo e il direttore della colonia di Castiadas[9] si ebbe l’autorizzazione alla costruzione di una nuova goletta, varata col nome di “Castiadas” atta al trasporto di merci e di posta da Cagliari alla colonia.

Nel volgere del primo venticinquennio di vita della colonia, vennero bonificati molti ettari, nonostante la malaria e l’infausta sorte: a tal proposito Giuseppe Cusmano, che nella colonia aveva il compito di agronomo e direttore dei lavori agricoli e degli allevamenti nonché la gestione del patrimonio boschivo, nel febbraio del 1880 dichiarò che su 700 condannati ne morivano “due o tre al giorno”.[10] Gli accorgimenti contro il terribile morbo, che si trasmetteva tramite la puntura di una zanzara, erano dei grossi guanti e cappucci di tela con davanti una rete metallica a fitte trame[11]. Cappucci simili, ma di colore bianco, venivano indossati anche dalle guardie, dal medico e dal cappellano, mentre “il direttore, gli impiegati e le rispettive mogli e prole usavano cappelli di paglia con veli di tulle”[12]: ciò non bastava e non si poteva nemmeno considerarsi un valido atto di preventivo.

Comunque nonostante la malaria, il lavoro dei coloni a Castiadas procedette con grande vigore e la colonia raggiunse il ‘traguardo’ come stabilimento penale agricolo più popolato assieme a quello di San Bartolomeo[13] (vedi tab.2 sotto). Nel maggio del 1900 erano attive all’interno della colonia undici diramazioni su tutti i 6500 ettari[14][15] ed in ognuna di esse erano presenti gli alloggi per le guardie e per i condannati, una cucina, un piccolo magazzino e una tettoia per il bestiame da lavoro. Fra queste undici diramazioni ‘Carbonai’ e ‘Mobile’ meritano una menzione speciale: si trattavano infatti di diramazioni mobili per l’appunto, quindi mai fisse in un solo punto. Erano delle vere e proprie stazioni itineranti composte da dei carrozzoni o “case di legno ambulanti”[16], tirate da dei buoi, a cui si faceva ricorso nel momento in cui si doveva lavorare in terreni molto lontani dalla diramazioni fisse. “Con la casa mobile, facilmente trasportabile per ogni dove, ogni opera si può considerare per metà compiuta. Ed essendo i condannati sempre vicini al lavoro, si evita quel perditempo di va e vieni dall’abitazione al luogo della fatica o in altri termini si risparmiano quattrini.”[17]

Nelle intenzioni più rosee, i terreni distanti dalla diramazione centrale, dovevano essere quelli che una volta bonificati andavano ceduti ai lavoratori liberi e come scrive Angelelli “gli scopi sociali ed economici a cui tende l’impianto di queste colonie penali riguardava il sano ed economico andamento agricolo, che si riporta all’utilità sociale, nel momento in cui i beni passano ai lavoratori liberi […]”[18]. “Così la diramazione centrale si trasforma in paese con Municipio e Pretura, i Distaccamenti conservando il loro nome dato”[19] diventano a loro volta o paese o frazione della diramazione centrale stessa.

Tab.2 Popolazione detenuta nelle colonie penali agricole, 1900-1924[20]

  Castiadas S.Bartolomeo Asinara Mamone-Bitti Isili
1900 655 722 269 155 155
1901 767 636 246 185 148
1902 685 743 304 156 154
1903 714 744 311 243 161
1904 657 732 282 231 160
1905 765 714 296 241 168
1906 807 721 279 234 180
1907 675 679 289 230 178
1908 616 653 311 232 183
1909 579 656 264 225 184
1910 492 661 281 234 164
1911 443 540 282 211 124
1912 583 578 307 238 127
1913 574 537 305 219 150
1914 477 492 281 220 148
1915 492 441 264 189 132
1916 472 449 187 203 158
1917 80 449 189 189 139
1918 23 506 203 203 168
1919 312 314 179 179 171
1920 437 309 195 195 153
1921 551 450 181 181 167
1922 485 445 263 263 165
1923 449 356 264 264 120
1924 481 260 196 196 151

Le attività all’interno delle colonie agricole era molto numerose, e ogni stagione aveva la ‘sua mansione’. Che ci fosse clima arido o che ci fosse il clima freddo umido tipico del Mediterraneo meridionale d’inverno, i poderi dov’erano presenti gli uliveti e i vigneti, avevano bisogno di un controllo accurato e costante, poiché entrambe le piante erano e sono soggette più delle altre agli agenti batteriologici. “D’inverno, per esempio, a Castiadas, la giornata tipo comincia con la campana che alle sette annuncia l’uscita dei detenuti, i quali si recano nel magazzino, prendono gli attrezzi, quindi si avviano al lavoro, chi verso la vigna, chi versi i terreni coltivati a grano, chi verso le zone ancora da bonificare. Sono tutti scortati da agenti. Un una valle alcuni reclusi piantano marze di pioppo bianco, sulla collina altri scavano buche per seminare mandorli, pini e ulivi. Qualcuno estirpa tuberi di asfodelo, per farne concime. […] Dei condannati badano al bestiame, mentre un detenuto conduce i tacchini in campagna per dare la caccia alle cavallette.”[21]

 Le coltivazioni più diffuse erano quelle di cereali, legumi, vigneti, ortaggi e frutteti, e nel 1903 venne attivato un allevamento di vacche da latte, che visti gli interessanti risultati indusse dopo qualche anno i gestori del carcere, ad attivare un caseificio che prese a trasformare il latte in pregiato formaggio e burro.

Dal 1901 al 1910 furono prodotti e venduti 2.000 litri di olio, 733.000 mila litri di vino (0.20-0,25 lire al litro). “Fra gli alcolici veniva distillato anche cognac, vermouth e un vino di prima scelto”[22]. Inoltre, furono raccolti oltre 24.000 carciofi, 112.000 chili di pomodori, molti dei quali furono poi usati per crearne i derivati, come la passata; coltivati per dare da mangiare al bestiame erano pure piselli e fave. Il patrimonio zootecnico era un altro fiore all’occhiello della colonia di Castiadas: erano presenti bovini di razza sardo-svizzera e bretone[23], pecore sia di razza sarda che di razza merinos-maremmana, capre, maiali di razza berkschine, cavalli, asini e muli per il trasporto. Appare consistente anche la produzione di latte e derivati. Nel 1908 si dispose anche l’avvio di “una selezione genetica del bestiame, e vennero inaugurati numerosi incroci fra le piccole vacche sarde e i tori di razza modicana.”[24]

Poi c’erano le cosiddette ‘attività fisse’: erano attive a Castiadas quattro carbonaie che producevano carbone dalla legna ricavata dal taglio del sottobosco e degli alberi: a questa mansione venivano adibiti quaranta condannati che costruivano anche le strade di accesso ai boschi. Sempre nello stesso lasso di tempo (1901-1910) dal bosco ghiandifero furono prodotti 49.000 quintali di carbone, successivamente venduti a 5,50 lire al quintale; erano state vendute 27.560 mc di legna e 51.000 kg di ghiande.

L’eccellenza era costituita però dalla coltivazione degli alberi da frutto: si erano prodotti 158.000 kg di agrumi e oltre questi, 22.000 kg di mandorle, 40.000 kg di carrube e 70.000 di altra frutta.

La colonia penale di Castiadas rimase in vita pressappoco fin quando con un Regio decreto del 1933 si stabilì la cessione dei territori di Castiadas all’ente Ferrarese di colonizzazione[25] delle terre incolte ormai bonificate. Il governo preannunciò che una vasta area della stessa colonia stava per essere affidata a cento famiglie contadine. Infatti “i detenuti non hanno soltanto prosciugato e dissodato, ma anche provveduto a tutto l’occorrente perché si dia vita ad un villaggio.”[26]

Nel 1941 l’ente entrò in possesso dei primi 1400 ettari di zona boschiva, quando divenne “Ente Sardo di colonizzazione” ottenne un secondo lotto di ettari boschivi, per incentivare i coltivatori e gli allevatori a colonizzare i terreni: furono infatti ottenuti i lotti da dividere ai futuri coloni.

La chiusura della Colonia Penale avvenne ufficialmente il 30 giugno del 1956, i forzati partirono a gruppi verso nuove sedi tra queste ricordiamo la colonia penale di Is Arenas appartenente al comune di Arbus[27], oppure verso la Colonia Penale dell’Asinara.


[1] Giulianelli R., L’industria carceraria in Italia, Lavoro e produzione nelle prigioni da Giolitti a Mussolini, Franco Angeli, Milano, 2006, pag.166.

[2]Pili G., “La malaria nella Sardegna medioevale”, www.scuolafilosofica.com, 2011, http://www.scuolafilosofica.com/682/la-malaria-nella-sardegna-medioevale, 2011, Cagliari

[3] Sullo stesso tema si veda anche, Tognotti E., Per una storia della malaria in Italia – Il caso della Sardegna, Franco Angeli Storia, 2008, Milano

[4] Deriva dal campidanese castiái «guardare», che a sua volta deriva dal latino castigare. Il centro abitato risulta citato nelle Rendite pisane nel Giudicato di Cagliari (RR 1316 pag. 30) dell’anno 1316 come Castiadasa, con una vocale paragogica finale. Cfr. Monte Bardia, in Pittau M., I nomi di paesi città regioni monti fiumi della Sardegna – significato e origine, Cagliari 1997, E. Gasperini Editore

[5] Ispettore penitenziario e dal 1892 direttore generale delle carceri italiane.

[6] Cusmano G., Castiadas-Casa penale agricola, in Annuario Agricolo illustrato, Tipografia Francesco Marcolli, 1903, Milano

[7] A. Sanna Pintus professore di viticoltura ed enologia di Cagliari presso la Regia scuola.

[8] Cusmano G., Castiadas-Casa penale agricola, in Annuario Agricolo illustrato, Tipografia Francesco Marcolli, 1903, Milano

[9] I problemi relativi al trasporto via mare da Castiadas a Cagliari e sulla costruzione di una nuova goletta per la colonia si trovano in Archivio di stato di Cagliari, in Prefettura. II versamento, b.374 in Relazione del direttore generale e degli ispettori delle carcere per gli anni 1878-1883.

[10] Cusmano G., Castiadas. Malaria. Bonifica. Bosco. 1904.

[11] Dworzak L. Il lavoro penitenziario agricolo nella legislazione e nella pratica, 1934.

[12] Mele F., L’Asinara e le colonie penali in Sardegna in Le colonie penali nell’Europa dell’Ottocento, Carocci, 2004, Roma.

[13] Quelli di Castiadas e San Bartolomeo furono gli stabilimenti più popolati; seguivano Pianosa in Toscana, Asinara, Bitti, quindi Isili, Capraia, Gorgona e le altre. Di Cuguttu non si hanno dati ufficiali, perché il censimento dei condannati era unito allo stesso del carcere, per questo è difficile reperire delle stime ufficiali.

[14] Un ettaro equivale a 10.000 , vale a dire, circa un quadrato100 metri x 100 metri (su per giù quanto un campo da calcio a undici).

[15] Le undici diramazioni erano: Orteduso, Sabadi, Masone Pradu, Piscinamendula, Genna Spina, San Pietro, Casa colonica, Monte Minimini, Marina, Carbonai e Mobile.

[16] Berardi, Impiego dei condannati.

[17] Cusmano G., Castiadas-Casa penale agricola, in Annuario Agricolo illustrato, Tipografia Francesco Marcolli, 1903, Milano.

[18] Angelelli A., La colonia penale agricola di Castiadas e il bosco in rapporto al clima, all’igiene e all’economia, Napoli, 1883.

[19] Ibidem.

[20] Tratta da Giulianelli R., L’industria carceraria in Italia, Lavoro e produzione nelle prigioni da Giolitti a Mussolini, Franco Angeli, Milano, 2006, pag.170.

[21] Cusmano G., Castiadas-Casa penale agricola, in Annuario Agricolo illustrato, Tipografia Francesco Marcolli, 1903, Milano.

[22] Serra T., Violenza, criminalità e giustizia in Sardegna dal 1500 al 1871, Zonza Editori, 2007, Cagliari pag. 375.

[23] All’inizio del Novecento, l’esportazione del bestiame dalla Sardegna ai paesi esteri, specie la Francia, era ancora una fonde di guadagno commerciale molto elevata e molto importante. Si veda Piano D. La guerra delle tariffe con la Francia in Brigaglia M., La Sardegna contemporanea, Edizioni della Torre, Cagliari, 1995.

[24] Zedda C., “La vita in carcere”, www.castiadas.com, 2008, Castiadas.

[25] Organizzazione creata in epoca fascista con lo scopo di attuare progetti di colonizzazione nelle terre bonificate.

[26] Grandi D., Bonifica umana. Decennale delle leggi penali e della riforma penitenziaria, vol. 1, Roma.

[27] Colonia tuttora attiva e molto attiva nel campo sociale. La direzione penitenziaria di questa colonia offre dei sistemi all’avanguardia di reinserimento nella società, che fanno della colonia di Is Arenas, un vanto a livello europeo per l’Italia, grazie anche ai numero progetti comunitari che vengono portati avanti.

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