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Filosofia del linguaggio: approcci possibili alle teorie della verità

Abstract

In questo articolo cercheremo di riportare alcune tra le principali teorie della verità presenti nell’attuale panorama della filosofia del linguaggio. La trattazione è essenziale e di natura prettamente divulgativa. Essa non ha la pretesa né di esaustività né di completezza. Per tanto, il lettore è invitato a leggere quanto gli serve solo come avvio di una più profonda e proficua ricerca personale.


 

Struttura articolo

1. Premessa indispensabile

2. Strumentalismo-pragmatismo e relativismo

3. Approccio epistemico alla verità (AEV)

4. Realismo, antirealismo e verità

5. Deflazionismo: svalutazionismo, teoria svalutativa prosentenziale e minimalismo deflazionista

5.1 Svalutazionismo

5.2 Teoria deflazionista prosentenziale

5.3 Minimalismo deflazionista

5.4 Critiche alle teorie deflazioniste

6. Teoria della verità come corrispondenza

7. Conclusioni

Bibliografia

 

1. Premessa indispensabile                         

La filosofia del linguaggio si fonda su due problemi fondamentali: teoria del significato e teoria della verità. Fornire una teoria del significato (riferimento o denotazione) non determina necessariamente una teoria della verità. Il significato, o riferimento, di una proposizione è ciò a cui una proposizione si riferisce, quale che sia la nozione del “significato” che supponiamo intesa. Caratterizzare la nozione di riferimento è una delle due sfide fondamentali della filosofia del linguaggio classica, che vanta un’illustre tradizione e una letteratura plurimillenaria.

La teoria della verità, invece, cerca di fornire un inquadramento teorico alla domanda: a quali condizioni una proposizione può essere definita “vera”. In altre parole, si cerca di caratterizzare il predicato di verità riferita a proposizioni. Anche la teoria della verità vanta una tradizione e letteratura plurimillenaria, laddove si tratta certamente di uno dei temi più interessanti per ogni genere di pensiero filosofico, fin dalle origini (si pensi alle posizioni classiche di Aristotele e Locke).

In questa sede, cercheremo di fornire un’introduzione generale e parziale ad alcune teorie della verità presenti nell’attuale panorama filosofico. In particolare seguiremo l’ordine di analisi offerta da Alvin Goldman in un suo lavoro di epistemologia (Knowledge in a Social Word). Il lavoro di Goldman (per un’introduzione, vedi qui) non è certo di filosofia del linguaggio, ma egli restituisce una summa concettuale che è chiara e al tempo stesso significativa. Essendo il sottoscritto principalmente interessato a questioni attinenti all’epistemologia, mi sono rifatto ad un testo che conosco abbastanza, almeno come punto di partenza per considerare alcune teorie di filosofia del linguaggio che stimo interessanti per un’introduzione informale come quella che segue.

Prima di considerare nello specifico le varie teorie della verità, sarà bene far rilevare che il problema principale di una teoria della verità è quella di riuscire a discriminare i casi in cui proposizioni sono vere piuttosto che false. In altre parole, ci si riferisce esclusivamente al problema dell’attribuzione del valore di verità ad asserti di natura descrittiva (cioè che descrivono una certa porzione di mondo, possibilmente esprimibili idealmente con enunciati della logica dei predicati del primo ordine con identità) e, in particolare, a quali condizioni si può predicare di una proposizione di “esser vera”. In questo senso, si escludono teorie della verità più generali (ad esempio, a quali condizioni una teoria può dirsi vera, piuttosto che fornire una caratterizzazione di “verità” da altri punti di vista, ad esempio religiosa, ideologica o di altra natura). Infatti, questa considerazione è fondamentale laddove con “verità” si hanno intuizioni assai diverse e, molto spesso, si cade in confusione in merito agli scopi di una simile analisi. In questa sede, dunque, considereremo esclusivamente la teoria della verità delle proposizioni.

Una specifica preliminare: data la natura esplicitamente ed esclusivamente introduttiva di questa analisi, ad usufrutto di un pubblico non specializzato, non scenderemo particolarmente nei dettagli di questa o quella teoria né utilizzeremo un gergo particolarmente tecnico, data la natura dello scopo. Ad esempio, non si farà distinzione tra “proposizione”, “enunciato” e “asserto”, nonostante i filosofi del linguaggio utilizzino i tre termini in modo diverso anche se, per quanto possibile, utilizzerò la parola “proposizione” per un contenuto astratto di forma sintattica ben formata dal punto di vista linguistico che può essere detto vero o falso. Ma in quanto il nostro scopo non riguarda gli specialisti ma un vasto pubblico di interessati, noi forniremo solo una caratterizzazione essenziale dei problemi senza la pretesa di esaustività. Come è giusto che sia.

 

2. Strumentalismo-pragmatismo e relativismo

Lo strumentalismo (Instrumentalism) come teoria della verità è stato proposto dai filosofi pragmatisti (ad esempio James) e si basa sull’idea che sussista un collegamento tra la verità e l’efficacia. Ovvero, se un soggetto S crede che p e p è vera allora p ha degli effetti desiderabili nel mondo. La credenza in una proposizione vera ha la caratteristica di avere delle conseguenze desiderabili, auspicabili. In questo senso, la teoria della verità pragmatista si sostanzia sulla tesi:

(P) Una proposizione p è vera se e solo se p produce degli effetti desiderabili nel mondo.

In particolare, la posizione di James può essere espressa come segue:

(PJ) Una proposizione p è vera solo se è utile credere che p per un soggetto S al tempo t.

E’ evidente che questa posizione ammette diversi problemi. Innanzi tutto, viene da chiedersi quali dovrebbero essere gli effetti desiderabili nel mondo e come questi si debbano realizzare. Ma esistono anche altre critiche ancora più incisive.

Innanzi tutto, anche le credenze false possono essere utili e questo si evince chiaramente da questo controesempio: poniamo che Luisa si trovi a dover saltare da un burrone. Se Luisa crede che ci sia un burrone di fronte a lei, la paura di saltare potrebbe renderle impossibile il salto, nonostante sia chiaramente vero che di fronte a lei ci sia un burrone. Esistono anche altri potenziali falsità che, in taluni contesti potrebbero rilevarsi estremamente utili da credere: credere di essere invincibili a scacchi aiuta a giocare meglio contro avversari estremamente forti, nonostante credere di essere invincibili sia chiaramente falso. Tuttavia, gli effetti psicologici di una tale credenza sono chiaramente positivi per il soggetto. Quindi, non è sempre utile credere nel vero (basti pensare a Galileo per un caso storico da manuale) e non è sempre inutile credere nel falso. Questi controesempi mostrano che il concetto di verità e il concetto di efficacia di una proposizione vera non sono coestensivi, per tanto vanno tenuti scissi.

Alvin Goldman, inoltre, fa notare che (PJ) può portare a contraddizione. Vediamo come:

(PJ) Una proposizione p è vera solo se è utile credere che p per un soggetto S al tempo t.

a. p è utile a S1 al tempo t. Quindi p è vera per (PJ).

b. non-p è utile a S2tempo t. Quindi non-p è vera per (PJ).

c. p è vera e non-p è vera. Contraddizione.

La salvezza per (PJ) si può avere soltanto relativizzando la verità rispetto ad uno specifico soggetto (cosa non prevista da (PJ) che tratta di qualche soggetto rispetto ad un certo tempo). Quindi, nel caso considerato, la proposizione p sarebbe vera solo per il soggetto S1al tempo t. Tuttavia, questa posizione è in contrasto con l’idea che la verità non sia qualcosa di eminentemente soggettivo, anche perché, se così fosse, ognuno avrebbe dei valori di verità arbitrari per le proposizioni e, in aggiunta, sarebbe possibile che una stessa proposizione cambi valore di verità nel giro di pochi istanti per ricambiarsi nuovamente dopo altri pochissimi istanti. Il che è chiaramente molto problematico.

Esiste, poi, un argomento più puntuale contro questa posizione. Posto che p è vera solo per S al tempo t: ciò è equivalente a S considera p come vera, cioè S crede che p. In altre parole ancora, S ha l’opinione che p. Se questa parafrasi è corretta (e sembra esserlo), allora p è vera solo per S al tempo t è equivalente a S ha l’opinione che p al tempo t. Ma avere un’opinione in una proposizione non significa che quella proposizione debba anche essere vera. Infatti, siamo passati da un problema di filosofia del linguaggio ad un problema di natura epistemica.

Si potrebbe, dunque, voler relativizzare la verità ad un soggetto, liberandoci definitivamente dai problemi posti sopra. Nella posizione del relativista si insinua la possibilità di un regresso all’infinito riguardo alla valutazione della verità di un asserto:

(R) p è vera relativamente a S.

Secondo (R) una verità di una proposizione è tale solo se relativa ad S. Noi potremmo domandarci legittimamente se “p è vera relativamente ad S” è a sua volta vera. Questo argomento fu portato da Hilary Putnam. Con questo si mostra il regresso all’infinito: “se p è vera relativamente ad S è vera solo relativamente ad un altro S o rispetto ad S stesso” allora anche di questa proposizione ci si può legittimamente chiedere se sia vera e così via. Il problema è chiaro: la funzione di verità relativa impone una funzione di verità che regredisce per ogni proposizione di ogni soggetto ad un qualunque tempo. In sostanza, diventa impossibile fermarsi nella catena di attribuzione di verità di un asserto o almeno di alcuni tipi di asserti.

Se questo problema del relativismo sembra alquanto serio, si potrebbe figurare un ulteriore ostacolo per la posizione pragmatista, la quale ha lasciato aperto ancora un possibile stratagemma. Si potrebbe dire che una proposizione p è vera solo se credere che p avrà un complesso di benefici sufficiente. Tuttavia il problema, allora, potrebbe essere che una proposizione creduta vera da una persona potrebbe non essere utile per un’altra (come avevamo già notato sopra). Sicché si potrebbe riformulare la tesi in modo da uscire dalla trappola: p è vera solo se credere che p avrà un complesso di benefici per tutti gli S di una certa comunità C. Tuttavia, in questo caso, si pone il problema evidente che credere in una proposizione falsa potrebbe avere più benefici: come si può comprendere, allora, il problema appena formulato se non si tengono distinte la verità dagli effetti che essa produce? Se “p è vera solo se ha solo benefici” allora come ci si può porre il dubbio che questa stessa affermazione sia vera? Dovrebbe essere un’ovvietà. Ma non lo è proprio per il fatto che è intuitivamente plausibile che esistano verità che non apportano benefici. Ad esempio, la dimostrazione di un teorema triviale potrebbe non avere alcun beneficio, ma ciò nonostante rimarrebbe vero. Sicché questa posizione non fornirebbe un valore di verità al teorema vero ma inutile.

 

3. Approccio epistemico alla verità (AEV)

L’approccio epistemico alla verità riguarda le posizioni che considerano la verità come ciò che può essere verificato come vero. In altre parole, una proposizione è pensabile come vera a condizione che abbia un certo grado di evidenza che la rende probabile. Secondo Alvin Goldman, e non senza ragioni, questa impostazione sembra scambiare la verità con il processo di verifica della verità stessa. Per usare un’immagine, è come scambiare la bottiglia di vino con il processo che c’è voluto per imbottigliarla. Ma è evidente che le due cose sono distinte: una cosa è un oggetto, un’altra è il processo attraverso quell’oggetto è venuto ad esistere. Infatti, una proposizione può essere vera anche qualora nessuno attribuisca ad essa alcuna evidenza o, al più, che nessuno ci creda. Ad esempio, c’è stato un tempo nella storia in cui tutti ignoravano l’esistenza di Plutone, ma la proposizione “Plutone è un pianeta” rimaneva vera nonostante l’assenza di evidenza per qualunque soggetto nel credere in tale proposizione.

Uno stato di evidenza e per una proposizione p può essere sempre sconfitto da un altro stato di evidenza e2 per la stessa proposizione p, ma il valore di verità di p non cambia al cambiare di uno stato di evidenza. Il fatto che noi crediamo che una certa proposizione p sia vera in forza di uno stato di evidenza qualunque non significa che ci sia una relazione tra lo stato di evidenza e il valore di verità dell’asserto (anche se vale il viceversa: ed in questa asimmetria già si coglie un fatto rilevante). In altre parole, l’evidenza può essere sconfitta da nuova evidenza ma la verità non può essere sconfitta da altra verità.

Questi problemi all’idea della connessione tra verità ed evidenza fanno capo a ragioni di natura concettuale. Ma si possono portare anche altri problemi ad (AEV) in forza di ragioni condizionali (che fanno riferimento alle condizioni di definizione dei termini considerati). Il predicato di verità è a un posto (vero(p)) mentre il predicato di giustificatezza è a tre posti (Giustificato(s, t, p) dove la variabile individuale “s” sta per “soggetto”, “t” sta per “tempo” e “p” sta per “proposizione”).

Postuliamo una possibile formulazione della definizione di verità secondo (AEV):

(AEV) p è vera solo se c’è un S al tempo t così che S è giustificato nel credere che p al tempo t.

Primo problema: se con “giustificato” si intende una nozione debole (cioè l’evidenza per la giustificatezza è sconfiggibile) allora se p è una proposizione con un indicale (parole con riferimento variabile in relazione al tempo e allo spazio e all’oggetto: ora, qui, questo, quello)  allora una simile proposizione può essere vera in un giorno e falsa in un altro! Infatti, un soggetto potrebbe essere giustificato nel credere che “domani c’è una festa” il lunedì ma non il martedì. In questo caso, si vede la differenza tra il conoscere una proposizione e nel fatto che una certa proposizione sia vera. Secondo problema: se con “giustificato” si intende una nozione forte (cioè l’evidenza per la giustificatezza non è sconfiggibile) allora ci si può legittimamente chiedere se le proposizioni empiriche (quelle che Leibniz definirebbe contingenti) possano mai dirsi vere o false (dato il fatto che è difficile sostenere che la giustificatezza per simili proposizioni sia non sconfiggibile). Il problema, qui, è di attribuzione del valore di verità: cioè sembra che molte proposizioni potrebbero non predicarsi né vere né false, contravvenendo al principio di bivalenza. Ma anche rimanendo indifferenti rispetto alla contravvenzione, rimarrebbe che troppe proposizioni sarebbero impredicabilmente vere o false, il che sarebbe quanto meno problematico per aver posto una discriminante troppo restrittiva.

Si può proporre una nuova versione di (AEV):

(AEV2) p è vera solo se c’è qualche soggetto S e qualche tempo t tale che p è coerente con il resto delle proposizioni di qualche S credute a t.

Il problema di (AEV2) è che lascia aperta la possibilità che una certa proposizione p sia coerente con il resto delle proposizioni di un certo S ma non di un’altro. Nel qual caso avremmo di nuovo il problema (già visto per la posizione relativista) in cui una proposizione può essere sia vera che falsa, il che è chiaramente indesiderabile.

C’è una terza possibilità di definire un (AEV), tesi che Goldman fa risalire a Charles Peirce secondo cui la verità di una proposizione è l’opinione che risulta essere definitivamente in accordo rispetto a tutti quelli che ricercano su essa. Così:

(AEV3) Dire che una proposizione è vera è dire che sarebbe giustificabile nella situazione in cui tutta l’evidenza rilevante è effettivamente disponibile da qualunque S che ricerchi su p.

L’obiezione decisiva a qualunque tipo di (AEV) è probabilmente la seguente, sotto la quale ricade anche la (AEV3): come si può definire il concetto di giustificazione senza fare riferimento implicitamente alla nozione di verità? Infatti, è ben possibile fare il viceversa. E’ possibile caratterizzare la verità senza far riferimento all’evidenza, ma è possibile definire i termini epistemici fondamentali (conoscenza, giustificazione, evidenza) senza far riferimento alla verità? Se non è possibile allora il concetto di verità sembra essere più elementare rispetto a qualunque nozione di natura epistemica. Ad esempio, dire che S sa che p suppone che p sia vera, altrimenti come potremmo dire che S sa effettivamente che p? Potremmo dire, al più, che S ha delle ragioni per credere che p, ma se poi p risultasse falsa, saremmo inclini a dire che S non sa che p. Viceversa, è possibile pensare ad una proposizione p come vera pur senza stabilire che p sia conosciuta da qualcuno. Se non altro è possibile intuire come starebbero le cose in tal senso, ma non è possibile comprendere come sarebbe la conoscenza di una proposizione senza supporre il valore di verità della proposizione stessa. Qui, dunque, si profila un argomento controfattuale: non ogni proposizione vera è conosciuta ma ogni proposizione conosciuta è vera. Cioè quale che sia il mondo possibile in cui ci ritrovi, non si dà il caso che una proposizione sia conosciuta ma non sia vera. Sicché si evidenzia il fatto che una proposizione vera non è sempre conosciuta ma vale il viceversa. E, allora, la conoscenza può esser detta sottoinsieme proprio della verità.

In fine, aggiungiamo anche un altro argomento, se non così decisivo come i precedenti, comunque piuttosto indicativo. In condizioni ordinarie le persone suppongono l’esistenza della verità indipendentemente da ciò che essi pensano. Quando si discute sull’attribuzione di un valore di verità, lo si fa in forza del fatto che le persone ritengono che tale valore sia chiaramente indipendente dalle singole opinioni ma che possa essere raggiunto in qualche modo. Questo è senza dubbio facilmente riconosciuto dalla gran parte dei soggetti a meno che non si tratti di proposizioni di valutazione, su cui, però, non ci stiamo interrogando qui. Si può discutere sul fatto che la cannuccia sia spezzata in un bicchiere d’acqua a condizione che si supponga che ci sia un fatto esterno che fa da discriminante per il valore stesso della proposizione. Anche perché, quando si fa una stima della probabilità di una certa proposizione, si sta già supponendo che questa stima non sia in forza di ciò che la proposizione denoti ma di quelle che sono le informazioni a nostra disposizione per riuscire a credere nel vero. Goldman, in altra sede, fa l’esempio della scommessa sulle corse dei cavalli: attribuire una certa probabilità sul cavallo vincente non rende quel cavallo vincente, ma il cavallo vincente rende buona o cattiva la nostra scommessa. Sicché, una cosa è l’evidenza per credere nel cavallo, un’altra cosa è la sua vittoria.

 

4. Realismo, antirealismo e verità

La distinzione tra il realismo e antirealismo riguarda un ambito della metafisica che cerca di investigare sulla natura del “reale”. Cosa è o non è reale riguarda il problema di stabilire a priori il fondamento delle proposizioni, cioè quale sia la natura del significato degli asserti. In generale, il realismo riguarda quelle teorie che si pongono il problema di stabilire quali oggetti esistono e quali no. Mentre l’antirealismo consiste nella negazione dell’approccio realista, ovvero è la negazione dell’idea che esistano oggetti specifici considerati dai realisti. In generale, un approccio antirealistico agli oggetti di senso comune (variamente difesi dai realisti) consiste nel mostrare come questi oggetti siano in realtà riducibili ad altri più semplici. Il caso della filosofia di David Hume o di Epicuro riguardo agli oggetti materiali sono antitetiche e canoniche. In caso, David Hume mostra come le proposizioni munite di senso si fondino su collezioni di dati empirici e rivendica l’inesistenza degli oggetti in quanto distinti dalle collezioni di dati di senso (in questo pienamente in linea con il principio berkeleiano dell’essere come essere percepito). Mentre Epicuro non arriva a negare l’esistenza dei corpi esterni (o non li mette in dubbio) ma li considera come aggregati di atomi (in questo come anche il suo predecessore Democrito).

Il campo della sfida tra realisti e antirealisti, che vanta una tradizione realmente plurimillenaria e, di fatto, uno dei terreni di contesa più frequentati dai filosofi, riguarda diversi ambiti e diverse cose fondamentali: proprietà degli oggetti, proprietà morali, il concetto del movimento, di corpo, la natura del tempo, dei numeri e delle proposizioni, giusto per stilare un elenco parziale.

Tuttavia, almeno secondo Goldman, la disputa tra realisti e antirealisti non si risolve in una teoria della verità ma piuttosto del significato delle proposizioni (Quine mostra che le due cose non sono poi così disgiunte. Ma del resto, non nega che siano anche disgiunte). L’idea di Goldman è chiara: il fatto di sposare una particolare tesi metafisica sulla natura degli oggetti semplici considerabili esistenti non consegue ad un impegno di natura semantica dal punto di vista della verità. Quale che sia la posizione (realista o antirealista) sulla natura del significato, non abbiamo alcuna immagine corrispondente della teoria della verità, cioè di ciò che può esser predicato vero o falso. Ad esempio, la disputa tra realisti e antirealisti non determina una scelta di campo rispetto a posizioni propriamente essenziali alla teoria della verità (ad esempio, tra la teoria della verità deflazionista o corrispondentista).

La natura metafisica degli oggetti non determina una posizione per sé, per quanto riguarda la natura della verità. La disputa sul realismo e antirealismo metafisico, dunque, non costituisce un fondamento per una teoria della verità o, perlomeno, non necessariamente.

L’indagine sulla natura del significato è uno dei campi della disputa. In particolare, Michael Dummett è un antirealista: secondo Dummett, il significato di una proposizione è dato nei termini di ciò che verifica questa o quella proposizione, ovvero la verità ricade sotto le condizioni sotto le quali un enunciato può essere riconosciuto vero. Agli antipodi della posizione di Dummett, troviamo la classica e canonica teoria di Gottlob Frege: la verità di una proposizione dipende dalle condizioni sotto le quali un enunciato può dirsi vero. Rimane il fatto che, stando ad un interesse esclusivamente puramente orientato alla teoria della verità, scegliere tra le due posizioni potrebbe non essere indispensabile.

Goldman riporta alcune obiezioni riguardo l’approccio verificazionista in semantica, ciò perché egli è comunque incline a sposare una teoria quanto più realista. Egli, tuttavia, non rivendica alcun impegno in tal senso, quanto solo una inclinazione dovuta ad una particolare predisposizione sua personale. Tuttavia, merita un po’ di attenzione quanto egli ci dice in relazione al verificazionismo semantico: secondo Goldman, il verificazionista ha problemi riguardo i valori di verità in base alla variazione del metodo di verifica di un asserto. Ma in questo senso, è abbastanza chiaro che un verificazionista non può essere necessariamente impegnato in tal senso: il verificazionista può essere incline a riconoscere un metodo generale che un soggetto idealizzato potrebbe adoperare come metodo unico per stabilire a quali condizioni un enunciato può essere detto vero o falso.

Il secondo problema risulta sollevato da Quine (ad esempio in Epistemologia naturalizzata) secondo cui nessun asserto specifico può essere oggetto di un testo osservativo specifico ma è possibile verificare esclusivamente teorie in blocco, non nei suoi specifici asserti: non è possibile parcellizzare la verifica degli enunciati di per sé. Questo, secondo Goldman, costituirebbe un potenziale argomento contro la tesi verificazionista. Ma anche in questo senso, non sembra che Goldman abbia portato un argomento decisivo, laddove il verificazionista potrebbe benissimo riformulare la sua teoria nei termini più generali di “verifica di asserti in relazione a teorie esistenti”. Proprio per l’insufficienza di per sé di tali argomenti, Goldman ne conclude che non c’è una stringente ragione per prendere parte alla questione realista o antirealista nella teoria del significato per abbracciare una particolare posizione teorica riguardo alla verità.

5. Deflazionismo: svalutazionismo, teoria svalutativa prosentenziale e minimalismo deflazionista

Come e più delle altre posizioni, con il termine “deflazionismo” si intendono una collezione di teorie sulla verità che fanno capo ad un’idea comune ma che si declinano singolarmente in modi diversi. L’idea comune del deflazionismo è che la verità è un predicato ridondante che non aggiunge nulla alla proposizione. Il deflazionismo sostiene che il predicato di verità è semplicemente un avvertimento, ma non indica alcuna relazione metafisica profonda tra fatto (come che sia) e proposizione.

Poste le due proposizioni:

(a) p

(b) p è vera

 

tra a e b non sussiste una discernibilità sostanziale, per il deflazionista, perché il predicato di verità è ridondante rispetto all’affermazione della sola proposizione p. In altre parole, affermare che p e dire che p è vera non sussiste una grande differenza. Vediamo ora alcune posizioni deflazioniste e poi qualche critica.

5.1 Svalutazionismo

La prima posizione deflazionista considerata è lo svalutazionismo, secondo cui il predicato di verità non alcun significato, cioè non c’è una formulazione o caratterizzazione del predicato di verità. Allo sfondo dello svalutazionismo c’è l’idea del linguaggio performativo, ossia che con “p è vero” si intenda un particolare atto linguistico, simile a quello compiuto quando asserisce “prometto che p“. In questo senso, il predicato di verità non ha un significato, ma ha una valenza performativa, cioè, se ben eseguito e le intenzioni del parlante sono chiaramente riconosciute, allora ha degli effetti sull’uditorio in virtù della forza illocutoria espressa (in tal senso, si possono vedere i due articoli su Austin, Manifestare il dissenso con gli atti linguistici già presenti nel sito).

Alcuni ritengono che il predicato di verità sia un segnale di ascesa semantica, cioè il segnale per parlare di una proposizione che si riferisce a qualcosa (una sorta di spia che indica che ci dice: “guarda alla proposizione, non al suo significato corrispondente). In questa dimensione, il predicato di verità è utile ma non indispensabile. In conclusione, le teorie svalutazioniste hanno in comune l’idea che il predicato di verità sia vuoto da un punto di vista semantico, ma abbia una sua valenza sul piano performativo.

5.2 Teoria deflazionista prosentenziale

La teoria deflazionista prosentenziale ritiene che il predicato di verità sia simile ad un uso anaforico dei pronomi in casi simili a questo: “Quello è chiaro”. Con “quello”, riferito ad una precedente asserzione, si sta facendo un uso prosentenziale del dimostrativo in quanto esso sostituisce una proposizione precedentemente dichiarata. L’idea sarebbe che parti del linguaggio stanno per altre proposizioni, ovvero ci sono parti del linguaggio che sostituiscono parti delle proposizioni precedentemente espresse. Sicché, il predicato di verità si usa in questa accezione: esso, dunque, sostiene un rimando “ipertestuale” ma non ha alcun contenuto indipendente suo proprio. “E’ vero quel che dici” sarebbe un modo per non riportare direttamente quanto è stato precedentemente detto, una forma di abbreviazione comoda o di indicatore di riferimento indiretto a parti antecedenti di quanto detto o scritto.

5.3 Minimalismo

La posizione che Goldman considera è quella di Horowich, posizione che non nega che il predicato di verità esprima qualche proprietà, ma nega che esso esprima qualche relazione sostantiva, complessa o naturale proprietà. Secondo il minimalismo deflazionista, una proposizione è vera solo a condizione che rientri nello schema:

(T) “p è vera” solo se p.

(T) è un assioma del minimalismo deflazionista. Si faccia caso che lo schema (T) determina una infinità di proposizioni perché (T) è uno schema di assiomi (cioè da (T) si possono costruire infiniti assiomi – proposizioni assunte vere per definizione – sostituendo alle istanze proposizionali “p” qualunque proposizione ben formata del linguaggio).

5.4 Critiche alle posizioni deflazioniste

A questo punto vediamo qualche critica che si può muovere alle varie teorie deflazioniste. Iniziamo dal deflazionismo svalutativo. Esso sostiene che il predicato “esser vero” applicato a proposizioni non ha alcun significato sostanziale. Questa tesi sembra essere smentita da un argomento controfattuale, che mette in luce come affermare che p e affermare che “p è vera” non sono affermazioni coestensive. In altre parole, sussiste una differenza di significato tra “p” e “p è vera”. Posto che p sia “la neve è bianca”:

(1) Se avessimo usato “neve” in modo diverso, per esempio come se significasse “erba”, “la neve è bianca” non sarebbe stata vera.

(2) Se avessimo usato “neve” in modo diverso, per esempio come se significasse “erba”, allora la neve non sarebbe stata bianca.

Il problema per il deflazionismo svalutazionista (1) sarebbe stata uguale a (2)! Ma è evidente che (1) è molto diverso da (2), sicché la posizione deflazionista svalutazionista non sembra essere accettabile.

Una seconda critica alla posizione deflazionista svalutazionista emerge da un problema che ha con il principio di bivalenza, secondo cui ogni proposizione o è vera o è falsa. Lo svalutazionismo identifica la falsità con assenza di verità. Sicché non c’è distinzione tra “è falso” e “non è vero”. Sicché si ha il seguente controargomento:

(a) p è falso = p non è vero.

(b) p non è falso = p è non non vero.

_

(c) p non è vero e non è falso.

_

(d) p non è vero e non è non vero.

Veniamo ora a due argomenti contro il deflazionismo preosentenziale. Esso sembra avere almeno un problema: secondo il deflazionismo prosentenziale il predicato di verità è un’abbreviazione per non riportare una proposizione presentata in precedenza. Ma perché questo dovrebbe avvenire sempre, quando ci sono delle prosentenze che non si comportano sempre in tal modo? In altre parole, non è sempre vero che con “verità” si intende un’abbreviazione di quanto detto in precedenza. In alcuni casi sembra che il predicato di verità si comporti in questo modo prosentenziale ma non sempre. Inoltre, di fronte ad una domanda come “è vero che p è vera?” vien da chiedersi come si dovrebbe rispondere.

In fine, il deflazionismo minimalista è affetto da un potenziale regresso all’infinito dovuto proprio allo schema di assiomi (T). Inoltre, ci sono problemi di fronte a proposizioni come: “Non ho accesso alla ragione della verità di p ma credo che p sia vera”. Cosa dovrebbe significare questa proposizione? Essa non è l’affermazione della comprensione di un concetto da parte di S ma allora che cosa dovrebbe significare? In altre parole, sembra che una teoria deflazionista come quella minimalista non riesca a caratterizzare ogni genere di predicazione di verità anche quando non si consideri il regresso all’infinito posto dallo schema di assiomi (T).

6. Teoria corrispondentista della verità

La teoria corrispondentista della verità è una delle teorie più antiche nel panorama filosofico. Essa si sostanzia sull’idea che una proposizione è vera a condizione che ci sia un fatto corrispondente che la rende vera. In altre parole, si ritiene che sussista una certa corrispondenza tra fatti e proposizioni, quale che sia la natura dei fatti e delle proposizioni. Abbiamo già visto come sembra non essere indispensabile porsi in un’ottica metafisica e assumere una certa posizione in merito alla natura dei fatti e delle proposizioni per poter assumere e difendere una teoria della verità. Le proposizioni sono candidate alla verità, cioè possono dirsi vere o false, a condizione che descrivono porzioni di realtà, come che sia intesa questa “realtà”. Altri generi di proposizioni non sono né vere né false, come, ad esempio, le credenze disposizionali (asserzioni di desideri) proprio perché non descrivono fatti ma modalità della realtà, che sarebbero considerate positive da parte del soggetto.

Per una teoria della corrispondenza, potrebbe valere la seguente condizione generale:

(TC) Un elemento x (una proposizione, una frase…) è vero solo se x riesce a descrivere una porzione di realtà, cioè x ha come scopo quello di descrivere la realtà e il suo contenuto è relativo ad una certa porzione di realtà.

La verità e la falsità sono categorie per il successo o fallimento di “progetti descrittivi”, che hanno come intento quello di fornire una descrizione di una parte del mondo. Un contenuto è descrittivamente efficace solo se rispecchia la realtà, ovvero la corrispondenza con la realtà di una o più proposizioni è ciò in cui consiste il “successo descrittivo” della proposizione o dell’insieme di proposizioni. Sicché l’idea fondamentale è che il predicato di verità attesti una certa fedeltà oggettiva alla realtà descritta da una certa proposizione e il suo successo si misura in termini di “fedeltà descrittiva”.

Ciò che rende vera (truth makers) una proposizione sono i fatti. Una proposizione, allora, è vera se c’è un isomorfismo con la realtà descritta e falsa altrimenti. Secondo Goldman, l’unico impegno ontologico reale per la teoria corrispondentista è che sia possibile che una proposizione sia resa vera da un singolo evento. Cioè è richiesto che esista un evento indipendente dalla proposizione che rende vera quella proposizione qualora esso si verifichi e la rende falsa se non si verifica. Sicché è da assumere che sia possibile una qualche corrispondenza tra fatti e proposizioni.

Sempre secondo Goldman, la teoria corrispondentista spiega meglio di ogni teoria deflazionista la natura del predicato di verità applicato alle proposizioni e, così, riesce a discriminare in modo più efficace la distinzione tra discorso o teoria empirica (fattuale) vera piuttosto che falsa. Inoltre, egli aggiunge che questa caratterizzazione è molto vicina al senso comune e questo è un punto a favore della teoria corrispondentista: laddove si sta chiarificando una nozione del senso comune, una teoria che si riferisca a ciò non potrà discostarsene più di tanto. Si noti che (TC) non entra nel merito della natura ontologica dei fatti e delle proposizioni e sembra essere compatibile tanto con versioni di realismo che di antirealismo in merito alla natura del significato.

Rimane il fatto che non è affatto semplice fornire una caratterizzazione filosofica soddisfacente della natura della corrispondenza. Inoltre, non è del tutto vero che la teoria della corrispondenza sia così innocente di fronte al problema della denotazione. In fondo, bisogna stabilire che generi di fatti essa riesca a discriminare e come riesca a farlo. Rimanendo silenti su questo fatto, allora è naturalmente possibile sostenere una teoria corrispondentista in modo molto generale, pur senza riuscire a dimostrare come e perché essa riesca effettivamente a difendere il suo “impegno descrittivo”, che era uno dei punti assunti da Goldman stesso.

7. Conclusioni

Il nostro intento in queste pagine era solo fornire una breve analisi delle teorie sulla verità in filosofia del linguaggio, ricalcando e seguendo abbastanza fedelmente gli argomenti di Alvin Goldman. Il lettore prenda con il dovuto beneficio di inventario quanto scritto, ricordandosi che questa è solo una analisi del tutto insufficiente e molto parziale. Egli, dunque, si senta invitato a approfondire da solo i singoli aspetti e lo invitiamo a segnalarci refusi qualora se ne diano.

Bibliografia di riferimento

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