Press "Enter" to skip to content

L’Epistemologia Sociale di Alvin Goldman. Una presentazione essenziale.

I. Approccio generale dell’Epistemologia e l’Epistemologia sociale.

La ricerca di un’adeguata definizione dei termini epistemologicamente fondamentali, come quello di giustificazione, certezza, evidenza sono stati alla base di un’impostazione che ha privilegiato la mente, come cosa pensante, come ultimo fondamento soggettivo alla base della conoscenza: “Epistemology has had a strongly individualist orientation, at least since Descartes”.[1] Cartesio parlava di cogito così come la tradizione empirista parlava di un “centro di percezioni”, Leibniz parlava di “appercezione” mentre Kant parlava di “soggetto conoscente” ma tutta la tradizione moderna ha fondato la teoria della conoscenza direttamente sul soggetto e su sue particolari attitudini nel retto pensiero. La conoscenza, sia essa pensata nei termini empiristi o razionalisti, si fondava sulle capacità “cognitive” del soggetto conoscente tali per cui la certezza e l’evidenza sono caratteristiche di determinate idee, idee che sono parte del contenuto della mente. Un’impostazione meno legata alla presenza di un soggetto individuale conoscente, come unico centro della conoscenza, è quella del successivo pensiero idealista, con il pieno e consapevole vertice di Hegel, per il quale la conoscenza è un fatto di conflitto di opposti e superamento, superamento che è, però, un fatto della storia dello Spirito, e non semplicemente dei singoli individui. Curiosamente, Goldman non parla esplicitamente di Hegel, sebbene fosse stato un indubbio precursore di un approccio sociale all’epistemologia. E’ possibile che Goldman non prenda sul serio la posizione di Hegel all’interno di una cornice che includa una Teoria della Conoscenza mentre la consideri più una dottrina di metafisica pura e semplice. Comunque, a parte l’idealismo tedesco e alcune derive storicistiche, la Teoria della Conoscenza è stata considerata una ricerca normativa di qualifica e valutazione delle differenti credenze, idee e pensieri, così da indicare in quali casi una credenza possa dirsi giustificata e quando no. Invece di considerare Hegel e altri filosofi dell’idealismo tedesco, Goldman sostiene che il precedente illustre, più illustre, nella tradizione è David Hume, il quale si accorge dell’importanza della testimonianza all’interno dell’Impresa Epistemica Generale, e la concepisce come valida fonte di giustificazione delle credenze dei singoli soggetti cognitivi: [T]here is no species of reasoning more common, more useful, and even necessary to human life, than that which is derived from the testimony of men, and the reposrtos of eye-witness and spectators… [O]ur assurance in any argument of this kind is derived from no other principle than our observation of the veracity of human testimony, and of the usual conformity of facts to the reports of witness” (Hume 1972:11).[2] L’altro precedente, piuttosto recente, è invece Thomas Reid, il quale sostiene che l’essere umano ha una naturale tendenza a fidarsi delle opinioni degli altri e ad assumerle acriticamente.

In ambito sociale, invece, l’Epistemologia si è configurata più vicina a posizioni che esulano dalla ricerca di un parametro oggettivo di valutazione delle credenze, e rientra in un approccio più simile alle analisi di Storia e Sociologia, vale a dire ricerche improntate dallo studio di particolari fatti, senza un’ulteriore valutazione normativa. Inoltre, proprio perché l’Epistemologia Sociale è lo studio delle credenze condivise da comunità, il concetto di diffusione e partecipazione a determinate credenze da parte degli individui ha spostato l’attenzione dalla problematica della verità alla dimensione più propriamente appartenenza ad una determinata società da parte degli individui. In altri termini, se nell’Epistemologia soggettiva (cioè nella disciplina che viene chiamata usualmente Epistemologia) si privilegia il problema della ricerca della verità e di come questa possa essere assunta correttamente dall’individuo, nell’Epistemologia Sociale è andata a formarsi una corrente maggioritaria di filosofi che hanno sostenuto un relativismo sul piano normativo e un costruttivismo-sociale radicale. Di ciò parleremo più sotto. Goldman, invece, rivendica la centralità della ricerca della verità anche in ambito di Epistemologia Sociale nel quale la verità, la sua conservazione e la sua diffusione costituiscono i termini centrali della sua analisi, in contrasto con quello che è, appunto, l’approccio dominante. Goldman, dunque, si configura un sostenitore della centralità della verità, e di come questa possa essere concepita all’interno delle credenze di un soggetto conoscente tanto all’interno di un panorama di Epistemologia soggettiva quanto Epistemologia sociale.

II. Critiche alle alternative dominanti in Epistemologia Sociale.

Il rifiuto della verità come centro dell’impresa epistemologica costituisce la base su cui si muove gran parte dell’Epistemolgia Sociale. Il rifiuto della verità forte è la conseguenza di un rifiuto ancora più radicale: i fatti non sono delle configurazioni di entità extramentali, quanto il risultato di un peculiare costrutto sociale, relativo ad una determinata comunità storicamente determinata. Dunque, i fatti sono il risultato delle opinioni su di essi e non esistono precedentemente ad esse. L’oggettività è condannata sulla base del fatto che essa si situa esclusivamente sulla base dell’adozione di certe pretese normative e non prima di esse, e, senza dubbio, non indipendentemente dalle categorie soggettive condivise all’interno di un contesto sociale. In altre parole, un fatto inizia ad esistere una volta che un determinato individuo, con determinate categorie desunte dalla società a cui appartiene, assuma una determinata opinione in merito a determinati stati di cose i quali non sono più oggettivi di una qualunque altra concezione dello stesso fatto. L’idea di fondo è proprio l’assenza di un accordo assoluto possibile su un certo stato di cose, in quanto tale stato di cose è solo un particolare modo di pensare di un determinato individuo in un determinato contesto sociale. Un medioevale non aveva la stessa visione delle cose di astronomia rispetto ad un uomo contemporaneo, di conseguenza si può dire che sia l’uomo contemporaneo che il medioevale non abbiano soltanto idee differenti in merito ad una stessa cosa, ma la stessa cosa sia essenzialmente diversa. I fatti sono un costrutto sociale così che la verità delle proposizioni non può che essere il prodotto di un determinato approccio sociale. La verità, dunque, non è la valutazione di una proposizione che può essere vera o falsa in relazione ad un particolare stato di cose che la proposizione stessa descrive, la verità è relativa ad un particolare soggetto che pensa una determinata idea: se la pensa, allora essa è vera in base alla sua credenza, se non la pensa allora essa è falsa in base ad un’altra sua credenza. Dunque, l’Epistemologia Sociale, fondata sul costruttivismo-sociale dei fatti, mette le basi per un ulteriore forma di relativismo: privato del livello oggettivo della base fattuale, relativizzato il concetto di verità rispetto ai singoli individui che assumono determinate idee in base al contesto sociale di appartenenza, si arriva ad assumere che non esista un sistema normativo epistemologico preferibile rispetto ad un altro perché la giustificazione di una credenza è relativa esclusivamente ad un atto di scelta dell’individuo, che “decide” di aderire a determinate idee sociali piuttosto che ad altre: Galileo non aveva più ragioni o più giustificazioni della Santa Sede, semplicemente perché né Galileo né la Santa Sede potevano rivendicare un principio normativo superiore: The linchpin of the argument is that there is no way for either Galileo or Cardinal Bellarmine to justify the acceptance of their respective epistemic system.[3] La conoscenza è così intesa:

If your belief isn’t true, it isn’t a piece of knowledge. Social constructivists, though they talk about knowledge, are characteristically dismissive or disparaging of truth. There are no facts, they maintain, only what is believed by this or that individual or community. For social constructivists, then, knowledge is simply what is believed, or at least what is communally believed.[4]

Il relativismo, dunque, si spinge fino a negare la possibilità di definire un sistema normativo migliore di un altro: ognuno ha le sue opinioni e le valuta in base alle sue peculiari assunzioni normative. Il relativista, in questo senso, non ha la necessità di postulare l’assenza di un sistemi normativi, basta che egli sostenga che non c’è né una buona ragione né una buona motivazione per assumere che esistano sistemi normativi migliori di altri, migliori in qualunque senso possa essere inteso perché l’unica ragione per adottare un certo sistema normativo rispetto ad un altro consiste o in ragioni puramente soggettive (ammesso e non concesso che una qualunque ragione sia puramente soggettiva) o in ragioni di appartenenza dell’individuo ad una certa società. Diretta conseguenza di questa concezione è l’idea che non sia disponibile una buona spiegazione dei fatti, primo perché non esistono i fatti, secondo perché non esiste un modo per definire univocamente quale sia una buona e una cattiva spiegazione, giungendo così a considerare ogni spiegazione di un singolo fatto qualcosa di puramente relativo, così che la stessa ricerca scientifica sembra non essere niente di più che una spiegazione tra le tante, né migliore né peggiore di queste altre. Questa posizione relativistica, fondata sul costruttivismo-sociale, è chiamata “verofobica” (Verophobic Social Epistemology) da Goldman perché rifiuta categoricamente non soltanto che la verità non sia il centro della ricerca dell’Epistemologia Sociale, ma sia priva di qualunque base oggettiva: “I called them veriphobes, because they display an aversion or abhorrence of truth. (…) The affliction from which they suffer is called veriphobia“.[5]

Il costruttivismo-sociale sembra essere in pieno conflitto con alcune intuizioni ordinarie, condivise anche da molti relativisti di questo tipo: se un fatto è un’opinione di un uomo di una particolare società in un particolare momento storico, allora non sono mai esistiti fatti precedenti all’esistenza degli esseri umani. Ciò è la diretta conseguenza dell’accettazione del costruttivismo-sociale: se un fatto è il frutto di una particolare opinione, allora senza l’opinione di qualcuno tale fatto non esiste. Ma ciò è paradossale: prima che si scoprisse il plasmodio, si riteneva che la Malaria fosse causata dalle cattive condizioni climatiche di una determinata regione. Si può veramente credere che il plasmodio sia “nato” una volta che è stato “costruito” nella “mente” di un uomo che apparteneva ad una determinata comunità? Infatti, in questo caso, niente è stato scoperto e tutto costruito perché per scoprire qualcosa bisogna postulare la sua esistenza prima che sia stato scoperto. Un’altra conseguenza del costruttivismo sociale è questa: se si accetta che esiste solo ciò che è costruito da un insieme di menti in una comunità, allora se molti pensano che esista il flogisto, esso esiste! O, ancora meglio, se tutta una comunità crede all’esistenza di un drago nella grotta esso esiste tanto quanto la Chiesetta del paese nel quale tutti credono all’esistenza del drago! Un’ulteriore problema risiede, allora, in questo: se la comunità è equamente divisa in chi crede nel drago e in chi non ci crede, allora il drago esiste, non esiste o esiste e non esiste? D’altra parte, c’è il rischio di scivolare in problemi ancora più gravi: c’è il rischio di scambiare le proprietà degli elementi (uomini) dall’insieme (società), vale a dire di attribuire le caratteristiche degli elementi all’insieme, scivolando, così, in pericolosi fraintendimenti categoriali. In fine, si dà il caso in cui ci sia da giudicare un individuo che la pensa in modo molto diverso rispetto alla società alla quale appartiene, come stabilire chi ha ragione? Secondo il relativista, non ci sarebbe alcuna possibilità di tale giudizio, così che Galileo non aveva più ragione del Cardinale Bellarmine. Così, Goldman arriva a concludere che: “These are among the conundrums that descend upon us if we adopt the crazy position of fact-constructivism”.[6]

Queste sono le considerazioni critiche che si possono muovere ad un approccio costruttivista sociale. Non tutte sono considerate da Goldman, ma la gran parte. Per quanto riguarda il problema del relativismo normativo, cioè relativismo normativo sul piano sociale,[7] il problema risiede nel seguente paradosso: se il relativismo sostiene che nessun argomento sia più stringente di un altro, allora il suo stesso argomento non è più valido di altri. L’accettazione di ciò sembra comportare lo sfascio non solo di ogni ricerca in merito ai fatti, ma anche ad ogni ragionamento: anche un argomento di logica diviene squalificato proprio sulla base di un relativismo radicale sul piano normativo: non per niente anche i Teoremi di Gödel sono stati ritenuti degli argomenti che dimostravano l’assenza di una dimostrabilità ultima della giustezza di un sistema logico rispetto ad un altro.[8] D’altra parte, rifiutando l’unicità di principio dei valori di verità relativamente alle proposizioni elementari, si finisce per avere sempre e comunque una pluralità di argomenti in conflitto ma impossibili da qualificare. Ogni ricerca diventa semplicemente una storia. Vie da sé che, allora, la stessa posizione relativistica diviene indifendibile, perché nessuna posizione è difendibile! Siamo di fronte ad un argomento che, se viene accettato, deve venire rifiutato:

If this is right, the relativist is assuming that there is some fact of the matter about the illegitimaticy of certain patterns of inference. The relativist isn’t entitled, however, to appeal to any such justificational fact. Objective facts in matters of justification are precisely what the relativist is denying! So relativism about justificational facts is difficult to sustain and hasn’t been done successfully.[9]

Sorge spontanea la domanda: qual’è la ragione di un relativismo siffatto? Non avendo risposte soddisfacenti per tale approccio a livello argomentativo, ci possiamo limitare ad osservare che attraverso questa attitudine di pensiero si crede di poter accettare qualunque posizione, così da avere una sorta di acosmismo epistemologico e morale che solleva da ogni responsabilità di fronte ad una sana ricerca razionale, sia rispetto alle qualifiche etiche che epistemiche.

III. Epistemologia sociale verofila. 

Goldman, dunque, prende le distanze da questo genere di approcci, sia a livello fattuale che a livello normativo. Prima di tutto, egli accetta l’idea che esistano dei fatti, degli stati di cose indipendenti dalla mente umana, che sono oggetto del pensiero degli uomini (credenze) tali per cui esistono proposizioni vere oppure false in base allo stato di cose che esse descrivono: saranno vere se lo stato di cose sussiste, false altrimenti.

Mainstream epistemologists are lovers of truth; at least they are comfortable doing epistemology with the truth concept in hand. No doubt there are many philosophical problems concerning truth, both logical and metaphysical. Still, tradizional epistemologists (of the last 50-60 years) help themselves to the assumpion that some propositions are true, others are false, and what makes them true or false are (generally) mind-independent and community-independent facts, which we may call “truth-makers”. The exact nature of truth-makers is controversial, but their characteristic independence of human construction or fabrication is taken as given.[10]

A livello normativo, invece, se esiste un relativismo, questo non sussiste a livello di validità: ci sono sistemi epistemici validi e sistemi non validi. E la validità è stabilita proprio dal fatto che solo alcuni sistemi epistemici sono in grado di fornire giustificazione adeguata alle credenze dei singoli, specificamente quelle assunta via processi cognitivi affidabili. Goldman, tuttavia, non parla direttamente dei problemi connessi ai termini propriamente epistemici, cioè di giustificazione e razionalità, ma piuttosto parla della verità: è la verità lo scopo e il valore stesso della ricerca epistemologica, ancor più che i concetti di giustificazione e razionalità. Il problema di una teoria epistemologica soggettiva consiste nel mostrare come la verità possa essere riportata al livello delle singole credenze, cioè come queste possano essere connesse adeguatamente ai fatti in modo tale che i fatti sostanzino la verità delle proposizioni assunte dai singoli soggetti cognitivi: è la connessione virtuosa fatto-credenza che è l’essenza della giustificazione, e il valore della giustificazione è tale proprio perché riesce a garantire la verità alle proprie idee, credenze, pensieri. Così che la verità, in quanto concetto non controverso, è il centro stesso, lo scopo ultimo della ricerca epistemologica. L’altro valore di fondo, comune a tutta la ricerca epistemologica tradizionale e analitica, è il rifiuto della credenza falsa, intesa come falsità da rigettare. Tutto il pensiero della modernità rigetta la falsità da ciò che va assunto nella mente, allo stesso modo la più recente ricerca analitica. Così, si può concludere che lo scopo dell’Epistemologia anche in campo sociale deve consistere proprio nella ricerca della verità, della sua difesa, diffusione e assunzione. Una società epistemologicamente virtuosa sarà quella che diffonde e favorisce la verità sulla falsità.

Sulla base di queste considerazioni, è possibile fissare dei parametri di giudizio, di valutazione di reti sociali: una rete sociale sarà epistemologicamente virtuosa solo se essa consente di assumere verità, più che falsità. Mutatis mutandis, una rete sociale è epistemicamente virtuosa solo se essa consente sempre o per lo più di connettere la credenza di un soggetto cognitivo alla fonte di ciò che assume mediante la rete sociale stessa: un buon giornale è quello che filtra le informazioni in modo tale che ogni proposizione contenuta in esso è vera. Ecco spiegato il motivo per cui il 99% dei giornali non si può considerare un sistema epistemico-sociale virtuoso! Si tenga presente, comunque, che l’Epistemologia Sociale non deve tener conto delle situazioni in cui la verità è pericolosa per il bene pubblico (ammesso che si dia il caso), come nel caso in cui scoppi un conflitto tra due Paesi e i reciproci governi stabiliscano di tener segrete determinate informazioni in modo tale da non consentire lo sviluppo di panico o di terrore. Anche le questioni inerenti alla privatezza (privacy) costituiscono dei problemi analoghi.

IV. Alcuni esempi di applicazioni pratiche dell’Epistemologia Sociale Verofila.

Esistono delle organizzazioni sociali preposte allo studio di dati, informazioni e, in fine, descrizioni attraverso insiemi di proposizioni relativamente a stati di cose. Un esempio emblematico può essere l’analisi della scientifica legale, organizzazione preposta allo studio delle situazioni in cui avvengono crimini. Altri sistemi sociali di veicolo e diffusione di credenze sono i mass media e tutti i sistemi che forniscono testimonianze dirette o indirette rispetto ai fatti che trattano. L’Epistemologia Sociale deve fornire delle norme valutative che giustifichino i giudizi in merito al funzionamento virtuoso di tali sistemi di informazione sociale. Attraverso le analisi si può anche studiare un complesso di sistemi sociali che siano epistemicamente virtuosi. Goldman, ad esempio, mostra come il principale problema in merito alle agenzie di scientifica legale sorge dal fatto che le indagini vengono effettuate da singoli studi e non da più agenzie di ricerca, venendo a creare una situazione di monopolio informativo. In questo modo, se l’agenzia 1 sbaglia il referto, imponendo un dato che costituisce una valida prova contro l’imputato, non solo non c’è un sistema di monitoraggio sufficiente, ma essendo l’agenzia 1 impunita, risulta, per ragioni motivazionali, che il suo lavoro sarà svolto in modo più superficiale. Analogamente, è fondamentale disincentivare la diffusione di notizie false, come quelle che circolano tra i giornali: Goldman riporta il caso di un quotidiano che aveva rivelato la (falsa) notizia che gli Stati Uniti avrebbero attaccato l’Iran per ragioni di guerra preventiva. Il giornale aveva difeso la fonte da cui aveva tratto la notizia e rivendicava il fatto che essa andasse pubblicata perché c’era di mezzo l’interesse di ogni singolo individuo. Il giornale non fu sanzionato e, secondo Goldman, questo fu un errore, nell’ottica di uno sviluppo di organizzazioni sociali virtuose da un punto di vista epistemico.

Così, Goldman sostiene che l’Epistemologia Sociale si configura come disciplina normativa perché stabilisce quali sistemi sociali sono epistemicamente virtuosi e quali no; si configura come disciplina prescrittiva perché può mostrare come determinate architetture sociali possano essere studiate per essere epistemicamente virtuose. La sua proposta, dunque, è quella di una disciplina che massimizzi la verità a livello globale, in base allo studio di come reti di informazione possano essere epistemicamente virtuose.

V. Critiche all’Epistemologia Sociale di Alvin Goldman.

L’approccio di un’Epistemologia Sociale Verofila sembra avere molte indiscutibili qualità: in primo luogo, essa fornisce una buona base di giudizio di ciò che deve essere considerato come “epistemicamente virtuoso” da un punto di vista sociale; in secondo luogo, essa riesce a fornire delle solide basi per progettare nuove organizzazioni sociali epistemicamente virtuose per costruzione; in fine, essa è una teoria che riesce a descrivere e qualificare stati di cose sussistenti, mostrando come esistano dei sistemi sociali viziosi da un punto di vista epistemico. Eppure, l’Epistemologia Sociale, così come viene presentata da Alvin Goldman in Social Epistemology: Theory and Applications, non sembra essere un’impostazione priva di critiche e problemi radicali.

Innanzi tutto, Goldman fonda la virtù epistemica sulla verità, che è un concetto propriamente semantico e non epistemico. Quest’accusa è stata rifiutata da Goldman in quanto “meno controversa” rispetto ai concetti di giustificazione e razionalità, più controversi. Tuttavia, la controversia risiede esclusivamente nei problemi teorici della giustificazione e razionalità, e non nel loro riconoscimento normativo all’interno del panorama epistemologico. Il fatto è che la verità senza giustificazione è inaccettabile in un panorama di Epistemologia Sociale perché il problema principale non è quello di una prospettiva soggettiva, ma di una intersoggettiva nella quale la valutazione non può scaturire esclusivamente in base alla “quantità” di verità che i singoli individui assumono, in base alle strutture sociali epistemicamente virtuose, quanto alla loro “qualità”. Il problema principale non è quello di spingere i singoli ad assumere acriticamente verità, sulla base del fatto che devono fidarsi a credere a ciò che gli vien detto, quanto gli si deve insegnare a fornirsi di sistemi di formazione di credenze che siano affidabili. Lo studio dei sistemi di insegnamento è molto più importante dell’analisi delle agenzie di medicina legale perché saranno i singoli individui a fare la differenza all’interno dei sistemi sociali epistemici, e non entità superiori ad essi.

All’interno di una cornice sociale, paradossalmente, l’amore per la verità di Goldman lo spinge a non riconoscere l’importanza dell’autonomia individuale e della ricerca della verità, come valore indipendente rispetto ad ogni altra considerazione. Una società non potrà mai essere epistemicamente virtuosa laddove riconosca la subordinazione della conoscenza all’interesse politico, religioso, ideologico o di interesse individuale. L’Epistemologia Sociale, ad esempio, deve mostrare come seppure un individuo seguisse un’ideologia antiepistemica (per così dire) ma acquisisse solo credenze vere (casualmente) egli non solo non sarebbe giustificato a livello individuale, ma la sua comunità non sarebbe epistemicamente virtuosa ma gravemente e pericolosamente viziosa! La verità non può essere l’unico valore dell’Epistemologia Sociale proprio perché la sua garanzia è più importante, in questa sede, che non l’assunzione dell’informazione stessa. Così, una società virtuosa è quella che ha un buon sistema di insegnamento, da un lato, e un buon sistema di incentivi per chi si sforza di conoscere dall’altro. Si può immaginare una società nella quale ci sia un forte disincentivo alla conoscenza, una società la cui visione conservatrice è tale che non viene vietata la diffusione di notizie vere, ma viene disincentivata l’accettazione delle verità. Questa società non sarà epistemicamente virtuosa anche quando i sistemi di comunicazione saranno buoni proprio perché alienerà coloro che ritengono che la conoscenza sia un bene in sé, la conoscenza e la sua ricerca (che non è la stessa cosa). L’Epistemologia Sociale, dunque, deve mostrare come l’ostruzionismo sociale alla conoscenza sia un male da un punto di vista epistemico, così come deve mostrare in che modo i sistemi scientifici debbano rendersi indipendenti dalle spinte sociali, politiche, ideologiche e morali, grazie ad una società che sostenga la ricerca come valore in sé e non solo come sistema di assunzione di nuove verità. In fine, il fatto di assumere nuove verità non è ancora una condizione sufficiente per avere una società epistemicamente virtuosa, laddove la verità non sia associata ad un sistema di ricerca critica consapevole. Se una persona non può risalire alla fonte diretta dell’informazione di un giornale in linea di principio non si può assumere che tale informazione sia anche qualitativamente buona. Anche quando un giornale scrivesse solo cose vere, se non avessimo delle ragioni per credere che sia così, non sarebbe una condizione sufficiente per credere a ciò che esso scrive. In fine, l’Epistemologia Sociale deve poter giudicare su una società nel suo complesso, anche considerando sistemi sociali non direttamente epistemici, cioè non immediatamente interessati alla diffusione e formazione di credenze vere. Ad esempio, le industrie farmaceutiche sono spesso interessate alla diffusione di credenze false e le inducono solleticando le paure delle persone, sebbene, poi, abbiano foglietti illustrativi scritti correttamente (dunque, veicolano verità, ammesso che si possa comprendere ciò che ci sia scritto): anche in questo caso, una società che avesse al suo interno sistemi di interesse tali che l’informazione, per quanto vera, non consenta di fondare la giustificazione individuale non sarebbe comunque virtuosa. In fine, non si può considerare una società epistemicamente ben fondata quella che preveda la presenza di condizioni nelle quali gli individui non sono messi nelle condizioni di comprendere ciò che devono leggere, come quando firmano i contratti nelle banche. Altro problema è offerto dal fenomeno di gravitazione universale della verità dalla fonte: tanto più una notizia è fa riferimento ad una fonte “lontana” e tanto più risulterà inattendibile. Con “lontananza” si intende la quantità di “passaggi” attraverso cui l’informazione deve passare per giungere al destinatario: per sapere quanti morti ci sono stati durante le guerre puniche dobbiamo fare una serie di passaggi tali per cui il risultato sarà irruducibilmente imperfetto (non vero?, dunque, quanto vero? etc.). Le condizioni di ottimalità della relazione fonte-destinatario è un problema aperto che Goldman non tratta. Tutti questi problemi sono evidenti che una Teoria di Epistemologia Sociale non può non tener conto e che una Teoria Verofila sembra non poter rispondere. D’altra parte, ciò che è accettabile a livello individuale non necessariamente è accettabile a livello sociale, così come la sola verità non sembra essere condizione necessaria né sufficiente per la presenza di una società epistemicamente virtuosa.

Bibliografia.

Boghossian, P. (2006) Fear of Knowledge. Oxford University Press, New York.

Berto F. (2008), Tutti pazzi per Gödel, Laterza, Roma-Bari.

Chisholm R. (1966), Teoria della conoscenza, Il mulino, Bologna, 1968, cap. 1.

D’Agostino F., Vassallo N., Storia della filosofia analitica, Einaudi, Torino, 2002. Cap. Epistemologia.

Descartes R., Meditazioni Metafisiche, Laterza, Roma-Bari, 2007.

Fumerton R. (2006), Epistemology, Blackwell, Oxford, 2006.

Gettier E. (1963), “E’ la conoscenza credenza vera giustificata?”, Analysis 23 (1963): 121-123, in Bottani, A., Penco, C. (a cura di), Significato e teorie del linguaggio, Franco Angeli, Milano, 1991.

Goldman A., (1986), Epistemology and Cognition, Harvard Press, Harvard, 1986.

Goldman A., (1967), A Causal Theory of Knowing,  The Journal of Philosophy, voll. 64, n. 12, pp. 357-372

Goldman A. (1979), What Is Jusitified Belief?, in G.S. Pappas (ed.) Justification and Knoledge, Dodrecht, Reidel, 1979, pp. 1-23.

Goldman A., (1999), Knowledge in a Social Word. Oxford University Press, Oxford.

Goldman A., (2006), Immediate Justification and Process Reliabilism, in Q. Smith, ed. Epistemology: New Essay (Oxford, University Press), 63-82.

Goldman A. (2008), Reliabilism, Standford Enciclopedy.

Goldman A. (2009), “Reliabilism and the Value of Knowledge” (with Erik J. Olsson), in A. Haddock, A. Millar, and D., Pritchard, eds., Epistemic Value, pp. 19-41. Oxford University Press (2009).

Goldmad A. (2009b), Social Epistemology: Theory and Applications, Royal Institute of Philosophy Supplment 64.

Hume D., Trattato sulla natura umana, Bompiani, Milano, 2001.

Hume. D., Ricerca sull’intelletto umano, Laterza, Roma-Bari, 2004

Kant I., Critica della ragion pura, Laterza, Roma-Bari, 2003.

Locke J., Saggio sull’intelletto umano, Laterza, Roma-Bari, 2006.

Vassallo N. (2003), Teoria della conoscenza, Laterza, Roma-Bari 2003.



[1] Goldman A. (2009), Social Epistemology: Theory and Applications, Royal Institute of Philosophy Supplement 64, p. 1.

[2] Riportato in Goldman A. (2009), Social Epistemology: Theory and Applications, Royal Institute of Philosophy Supplement 64, p. 1.

[3] Ivi., Cit., p. 5.

[4] Ivi., Cit., p. 3.

[5] Ivi., Cit., p. 3.

[6] Ivi., Cit., p. 5.

[7] Anche Goldman propende per un “relativismo normativo” in Epistemology and Cognition ma non nel senso qui inteso: egli sostiene che possono esistere più sistemi cognitivi che rispettino il principio di giustificatezza, così da avere più sistemi di J-Rules che non escludano mutualmente. Tuttavia, tale forma di relativismo è più un relativismo prescrittivo, perché accetta che esistano più sistemi cognitivi empiricamente determinati che portino allo stesso risultato epistemico, ma non che ogni sistema normativo quale che sia sia equiparabile ad ogni altro.

[8] Per una discussione di queste strane argomentazioni si veda Tutti pazzi per Gödel.

[9] Goldman A. (2009), Social Epistemology: Theory and Applications, Royal Institute of Philosophy Supplement 64, p. 6.

[10] Goldman A. (2009), Social Epistemology: Theory and Applications, Royal Institute of Philosophy Supplement 64, p. 3. 3.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

Be First to Comment

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *