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L’ignoranza non paga per sempre – Un’analisi critica della situazione carceraria in Italia.

Non molto tempo fa, due fatti piuttosto inquietanti: la morte di un giovane in prigione in circostanze oscure, Ciro Ruffo; il suicidio di un’ex brigatista, Diana Blefari. L’indignazione pubblica è sorta e tramontata, seguita a ruota dai mass media e dal ministro della Giustizia, costretto a scomode inchieste.

Aspettando i risultati, diamo uno sguardo a dati concreti. Secondo un articolo del “Corriere della Sera”, i suicidi in carcere nel solo 2009 sono stati in totale 67, [1] le morti 169. In un altro articolo, alcuni politici sostengono che la qualità di vita nelle prigioni spinga a gesti estremi, fino al suicidio. [2] In Italia, dal 1990 al 2000 c’è stato un aumento di 20.000 detenuti, cioè si è passati da 32.000 detenuti a 53.000.[3] Sempre per la stessa decade di riferimento, per ogni anno c’è stata una media di due milioni di delitti denunciati, cioè, se la popolazione italiana è di sessanta milioni, c’è una denuncia ogni trenta persone. Ma il dato più significativo viene da un’altra serie di dati: 55.624 detenuti nel 2001, quasi uno ogni mille abitanti, per 43.507 posti letto disponibili. La densità carceraria era la seconda d’Europa, inferiore solo a quella greca. In due parole: le carceri sono sovraffollate, la qualità della vita non può che essere conseguente.

Dati recenti per un problema antico: risale alla nascita dello Stato moderno, avvenuta tra il ‘600 e il ‘700,  le cui strutture istituzionali sono trapassate sino alla nascita delle democrazie formali occidentali.

La riforma della società ha implicato un preliminare ripensamento della giustizia e del concetto stesso di legge. I lavori d’intellettuali come Cesare Beccaria, Locke, Rousseau e di tanti altri riflettono lo spirito del tempo, impegnato nella grande costruzione della “modernità”.

La pena non è più vista come il marchio di un singolo peccatore, né è considerata come il frutto d’un errore umano rispetto ad una più alta realtà sociale o divina. L’infrazione alla legge diventa un fatto naturale. Per evitare che un fiume straripi, non bisogna invocare Dio perché Egli rimedi ai nostri peccati, ma è necessario porre degli argini ai fiumi. Così con il crimine. Rendendo la delinquenza un fatto naturale, il problema non è più come fustigare il singolo, piuttosto, come evitarlo, prevenirlo ed, al massimo, curarlo.

Il delinquente, osservava Foucault, è una categoria di persone sconosciuta in periodi precedenti alla modernità. Ora diventa un emarginato. Bisognava costruire delle strutture adeguate per contenerlo.

L’uomo è inscritto in un rigido meccanismo che ne definisce i limiti, vale a dire le libertà. Le libertà sono difese dalle infrazioni degli altri e rappresentano l’unico privilegio di chi sta nello Stato.

Il diritto alla proprietà, in tutte le sue sfaccettature, e il diritto alla vita sono i due termini su cui si erge la democrazia formale contemporanea. Qualora esistano degli uomini che non rientrino all’interno degli steccati, lo Stato si prenderà cura di loro, isolandoli e negandogli l’unico privilegio dell’uomo civile: le libertà.

La salvaguardia dei diritti degli altri necessita la costruzione di recinti più rigidi, di confini più ristretti, parcellizzati e uguali per tutti. Tuttavia, per fare questo, occorre un controllo sistematico dei comportamenti di ciascuno. Così è necessario creare un retroterra di credenze e pregiudizi legati alla paura dell’infrazione. Le prigioni, le scuole, i collegi, gli ospedali psichiatrici diventano il luogo di formazione delle coscienze. Tutti così simili, uniti per un unico scopo. L’uomo deve esser controllato.

Lo Stato diventa struttura repressiva. I costi sul piano economico e sul piano umano sono conseguenti. Le democrazie occidentali hanno la pretesa di “riformare” gli uomini estranei, rieducarli e reinserirli in società. Questo processo di rieducazione ha dei costi. Per garantire una condizione “umana” di sopravvivenza in prigione occorrono dei fondi che gli Stati non sono disposti ad investire. Le condizioni di pura e semplice sussistenza sono difficili, la qualità della vita è misera, le azioni dei carcerati conseguenti. La repressione diventa l’unico mezzo per imporre e mantenere la disciplina, un sistema a basso costo economico ed altissimo prezzo umano.

Il fondamento di questa concezione della pena è il simbolo dell’uomo attuale. L’istituzione non richiede uomini intelligenti, creativi, liberi davvero. Lo Stato richiede il servizio unico, generale, uniforme. Come un grande esercito, la società deve essere indirizzata verso comportamenti uniformi.

Questo è il quadro attuale. I problemi delle prigioni cioè il sovraffollamento, le condizioni ai limiti dell’inumano, che non consentano alcun reinserimento della società, che mantengano intatte tutte le ingiuste disuguaglianze di diritto, sono gli stessi da duecento anni.

Non è affatto evidente un’alternativa. Nella pratica dei vari governi, quello italiano, ad esempio, v’è solo rassegnazione. Quando le carceri sono troppo affollate, si procede con lo stratagemma dell’indulto. Questo strumento non è affatto recente, esso è usato ciclicamente nel nostro paese. Come dimenticare che Cesare, uno dei protagonisti del celebre I soliti ignoti, esce di galera proprio per un indulto? Sebbene esso non prevenga crimini, consente di tergiversare, avere un respiro passeggero.

I fenomeni mostrati con lucidità da Kubrick nel film Arancia meccanica sono accettati dal mondo politico e dalla comunità, forse con la tristezza di chi non ha idee migliori, ma pur sempre accettati. La brutalità e neutralità dei sistemi carcerari, l’indifferenza di fronte a questi casi di disperazione sociale, l’annullamento delle libertà che contraddistinguono l’uomo civile sono tutti dati di fatto difficilmente negabili. Nessuno li nega. Però nessuno sa come fare.

Un altro film da cineforum, Detenuto in attesa di giudizio, mostra l’ingranaggio repressivo sino alla prigione dal di dentro, ricordandoci come l’innocenza o colpevolezza di un uomo, una volta inserito nel meccanismo, non contano e nulla può fermare il processo di disumanizzazione del sistema sul singolo.

Attraverso le opere di grandi maestri del cinema, attraverso dati saldi, fatti di cronaca, abbiamo intravisto la realtà sulla repressione istituzionale, taciuti dalla stampa irrigimentata e ignorati dai singoli uomini perché argomenti scomodi, sebbene patrimonio del nostro mondo.

Una soluzione sarebbe quella di riuscire a concepire dei sistemi non repressivi, che insegnino ad utilizzare le proprie libertà piuttosto che a negarle. Chi si ritrova in prigione non è diverso da uno che sta fuori. Si potrebbe dargli un lavoro, un’abitazione e obbligarlo al conseguimento di titoli di studio, tutto questo lontano dal luogo in cui ha commesso dei crimini. Una proposta, questa, lo spunto per una riflessione che ci costa troppo affrontare. L’ignoranza non paga per sempre.

 


[2]http://archiviostorico.corriere.it/2009/novembre/02/Blefari_muore_cella_legali_suicidio_co_8_091102010.shtml

[3] Tutti i dati sono presi dallo studio ISTAT, http://www.istat.it/dati/catalogo/20040802_00/,  a partire dalle tavole scaricabili per l’articolo “Gli stranieri e il carcere: aspetti della detenzione”. I dati a cui noi facciamo riferimento sono relativi alle tavole 5.1, 5.2, 5.3, 5.4, 5.5.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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