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Vecchiaia e giudizio morale: Chi è stato negligente?

Sempre più evidenze indicano che con la vecchiaia il giudizio morale vada incontro a importanti cambiamenti. Un nuovo studio, da me condotto in collaborazione con J. Geipel dell’Università di Chicago, C. Hadijcristidis e L. Surian dell’Università di Trento, suggerisce che nell’anziano aumenti la propensione ad attribuire negligenza alle azioni altrui. Questa propensione sarebbe particolarmente utile a spiegare come mai l’anziano sia più severo nel condannare chi, pur non avendone avuto l’intenzione, per errore provoca un danno agli altri (danno accidentale).

Tutti noi d’istinto condanneremmo chi causa del male agli altri, anche se la conseguenza spiacevole è del tutto accidentale. Di norma, però, il giudizio istintivo è frenato dalla considerazione che l’intenzione non era negativa: “È stato un malaugurato incidente!” diremmo. In vecchiaia, è come se questo freno al giudizio istintivo si allentasse. Precedenti ricerche suggeriscono infatti che a caratterizzare il giudizio morale dell’anziano sia una marcata rigidità di pensiero, che porta spesso alla condanna a partire dalla semplice constatazione che qualcosa di spiacevole è accaduto a una vittima (cfr. Margoni et al., 2018). Nell’anziano, dunque, come abbiamo già ricordato anche qui su Brainfactor, sembrerebbe esserci una maggiore attenzione alle conseguenze delle azioni, ai dati di fatto, rispetto alle intenzioni che motivano l’azione.

Dall’indagine empirica che ho condotto (Margoni et al., 2019) emergono due dati principali. Il primo è che la maggior parte degli anziani intervistati (età ≥ 75 anni) ha condannato i casi di danno accidentale raccontati dallo sperimentatore sia quando il protagonista della storia era caratterizzato come negligente (incurante o incauto) sia quando era caratterizzato come attento o diligente (in sostanza, privo di negligenza). Diversamente, gli adulti più giovani hanno condannato moralmente solamente chi nella storia aveva agito con negligenza. Ancora una volta, dunque, l’anziano si è mostrato attento più ai dati di fatto che agli stati mentali dei personaggi. Ma è proprio così?

Il secondo dato riportato nell’indagine suggerisce che quando viene raccontata una storia di danno accidentale senza, questa volta, specificare se il protagonista è stato negligente o invece ha agito con la dovuta attenzione, l’anziano tende a inferire che il protagonista ha agito con negligenza. Questa inferenza potrebbe essere forte e radicata nell’abitudine di pensiero dell’anziano a tal punto da presentarsi in maniera prepotente e sovrastare anche l’eventuale informazione data dallo sperimentatore sul carattere privo di negligenza delle azioni di un personaggio che danneggia accidentalmente.

In sostanza, si delinea un’ipotesi di cosa accade nelle mente dell’anziano. Non si tratterebbe di condannare semplicemente perché si è verificata una conseguenza spiacevole. Piuttosto, ci sarebbe un passaggio intermedio, una sovrattribuzione di negligenza (e, forse, ma questo dovrà essere oggetto di ricerche future, una sovrattribuzione di intenzioni negative). Se una conseguenza negativa si è verificata, allora chi l’ha causata deve pur aver agito con negligenza. E, come dimostrebbero alcune analisi riportate nella pubblicazione, sarebbe la spontanea attribuzione di negligenza, piuttosto che la mera presenza di una conseguenza negativa, a spingere l’anziano a formulare un giudizio di condanna.

Perché l’anziano va incontro a tali cambiamenti nel processo di giudizio morale? Non è chiaro, ma una possibilità è che con l’invecchiamento si deteriorino una serie di abilità di controllo del proprio pensiero (denominate, in gergo, funzioni esecutive) molto spesso implicate nei processi di giudizio e ragionamento. Ad esempio, nell’anziano potrebbe essere deficitaria la capacità di controllo inibitorio.

Inibire una risposta prepotente scatenata dalla considerazione del danno provocato e, successivamente, selezionare una risposta basata sulla considerazione dell’assenza di intenzioni negative è senz’altro un’operazione cognitivamente impegnativa. L’anziano potrebbe allora adottare delle scorciatoie di pensiero, a lui immediatamente accessibili, senza impegnarsi in un attento esame della situazione.

Lo studio permette di aggiungere un tassello alla comprensione delle poco studiate ma interessanti modificazioni che subisce il processo di giudizio morale in vecchiaia.

Lo studio:

Margoni, F., Geipel, J., Surian, L., & Hadjichristidis, C. (2019). The influence of agents’ negligence in shaping younger and older adults’ moral judgment. Cognitive Development, 49, 116-126.

Bibliografia:

Margoni, F., Geipel, J., Surian, L., & Hadjichristidis, C. (2018). Moral judgment in old age: Evidence for an intent-to-outcome shift. Experimental Psychology, 65, 105-114.

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Articolo originale pubblicato su BRAINFACTOR Cervello e Neuroscienze – Testata registrata al Tribunale Milano N. 538 del 18/9/2008. Direttore Responsabile: Marco Mozzoni.

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