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La morale degli alcolisti

“Alcohol Dependance Associated with Increased Utilitarian Moral Judgment: A Case Control Study” è il titolo di un originale articolo di Khemiri et al. suPlos One. Sebbene gli autori non arrivino a sostenere in modo cogente alcuna tesi realmente interessante, vi si può trovare qualche fonte di allegria e speranza per la nostra futura comprensione della mente morale… Ma arriviamo per gradi a questa conclusione.

Il risultato centrale dello studio è che i pazienti dipendenti da alcol (AD) hanno, rispetto ai controlli, maggiore tendenza a rispondere in modo utilitarista a dilemmi morali personali. Siamo, dunque, tra la neuroetica e la neurologia clinica. Al fine di studiare, in psicologia morale, il preciso ruolo della cognizione e dell’emozione nel processo di presa di decisione morale, è stata introdotta la distinzione tra dilemmi morali personali e impersonali (oggi ancora usata nonostante sia controversa).

Un dilemma morale come quelli usati in letteratura è una situazione strutturata in modo tale da stimolare nel soggetto un conflitto tra decidere per la massimizzazione del bene comune (fine utilitarista) e decidere per l’incondizionato rispetto di una norma morale (deontologica). L’esempio classico è la situazione per cui, al fine di salvare cinque persone, ne deve essere sacrificata una.

I modi del sacrificio possono variare, e determinare la classificazione del dilemma come personale o impersonale. Ad esempio, se, per sacrificare la persona, dobbiamo semplicemente tirare una leva, ecco che il dilemma sarà impersonale, mentre se  dobbiamo agire fisicamente sulla vittima – con le nostre mani – al fine di sacrificarla, avremo un classico esempio di dilemma morale personale.

Un noto modello esplicativo (la “dual-process theory” sviluppata da Greene et al.) afferma, sulla scorta di studi (fMRI e comportamentali) condotti utilizzando questo tipo di dilemmi, che il giudizio morale è il risultato di uno scontro tra due diversi sistemi. Un sistema intuitivo, automatico, emotivo e veloce che propone al soggetto di scegliere l’opzione deontologica (ovvero quella basata su semplici regole morali guida al comportamento); un sistema razionale, più lento, che propone la scelta consequenzialista (basata sul calcolo utilitario delle conseguenze dell’azione).

I dilemmi morali impersonali sono generalmente risolti in senso utilitarista. Dunque, secondo la teoria di Greene, a vincere, nell’individuo, sarebbe la sua parte razionale. I dilemmi morali personali, più emotivamente salienti, sono generalmente risolti in senso deontologico. Dunque a vincere sarebbe la parte emotiva.

Di ciò si avrebbe il riscontro neuronale. La contemplazione dei dilemmi impersonali si accompagnerebbe all’incremento dell’attività neuronale delle aree cerebrali tipicamente associate alla cognizione, quella dei dilemmi personali, invece, all’incremento dell’attività neuronale delle aree tipicamente associate all’emozione. I processi cognitivi guiderebbero i giudizi utilitaristi, mentre le decisioni deontologiche sarebbero prese su base per lo più emotiva.

Qui entrano in gioco i pazienti AD, i quali rappresentano una popolazione clinica psichiatrica con funzioni prefrontali danneggiate. Ad esempio, e centralmente, la corteccia prefrontale, essenziale per il controllo del comportamento, è funzionalmente danneggiata in questi pazienti. Ciò gli accomuna, per quello che ci interessa ma ancora ipoteticamente, ai pazienti affetti da demenza frontotemporale o ai pazienti con lesioni selettive della corteccia prefrontale ventromediale, relativamente ai quali esistono evidenze empiriche di disfunzioni nell’integrare l’emozione nel processo decisionale e, dunque, della loro tendenza a risolvere in modo utilitarista dilemmi morali emotivamente salienti.

Sembrerebbe, dunque, di poter spiegare la propensione degli AD a risolvere in modo utilitarista i dilemmi morali personali, rilevata per la prima volta dallo studio di Khemiri et al., ponendo l’attenzione sulla loro disfunzione emotiva causata da anni di dipendenza. Siamo, ovviamente, nel regno delle ipotesi. L’unica cosa che possiamo dedurre con rigore dallo studio è che i pazienti AD hanno una tendenza maggiore rispetto alla popolazione sana a risolvere i dilemmi morali personali in modo utilitarista, mentre risolvono allo stesso modo dilemmi impersonali e dilemmi non morali, oltre ad avere una conoscenza esplicita delle norme morali e sociali del tutto equivalente a quella dei controlli.

Certamente, interpretare questo risultato all’interno della cornice teorica offerta da Greene, fa tornare piuttosto elegantemente i conti … i dilemmi morali personali solleciterebbero una prepotente risposta emotiva a favore del giudizio deontologico e, perciò, fornire una risposta utilitarista vorrebbe dire avere una forte razionalità. Oppure, essere emotivamente disfunzionali, il che sarebbe il caso, date le evidenze neuroscientifiche attualmente disponibili.

Le limitazioni dello studio sono diverse. Il campione non è sufficientemente ampio (e questo è un problema statistico che affligge molti studi). C’è la possibilità che sintomi depressivi minori possano aver costituito un fattore confondente; infatti, rispetto ai controlli, la maggior parte degli AD presentano questi sintomi. Non è chiara la relazione causale; è una vita di abuso a causare la tendenza utilitarista, oppure è la predisposizione alla soluzione utilitarista a rendere probabile l’insorgenza della dipendenza? Lo scienziato non dovrebbe essere incline a cedere tanto facilmente al buon senso comune. Infine, lo studio è comportamentale e, dunque, le osservazioni che contemplano le strutture cerebrali restano del tutto ipotetiche.

Detto questo, non si intravedono grandi speranze all’orizzonte? Eccone una per tutte: che, finalmente, l’uomo sia sulla via corretta per la comprensione della complessità morale … che egli, in buona sostanza, stia smettendo di fare sconti a questa complessità, come è fino ad oggi avvenuto nella maggior parte delle discussioni sulla morale. Abbiamo appena assistito ad un esempio della curiosità di quest’uomo Acaro ormai di sé stesso, felicemente Acaro … cos’è il dipendente da alcol se non un’altra, l’ennesima variante dell’essere umano, un modo per semplificare, a noi studiosi Acari, l’infinita complessità della materia uomo?

Reference

– Khemiri L, Guterstam J, Franck J, Jayaram-Lindstrom N (2012) Alcohol Dependence Associated with Increased Utilitarian Moral Judgment: A Case Control Study. PLoS ONE 7(6): e39882.

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Articolo originale pubblicato su BRAINFACTOR Cervello e Neuroscienze – Testata registrata al Tribunale Milano N. 538 del 18/9/2008. Direttore Responsabile: Marco Mozzoni.


Francesco Margoni

Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università di Trento. Studia lo sviluppo del ragionamento morale nella prima infanzia e i meccanismi cognitivi che ci permettono di interpretare il complesso mondo sociale nel quale viviamo. Collabora con la rivista di scienze e storia Prometeo e con la testata on-line Brainfactor. Per Scuola Filosofica scrive di scienza e filosofia, e pubblica un lungo commento personale ai testi vedici. E' uno storico collaboratore di Scuola Filosofica.

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