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Teorie esterniste della giustificazione in epistemologia

Introduzione

La teoria della giustificazione è un ampio settore dell’epistemologia analitica contemporanea. L’epistemologia indaga la definizione e i fondamenti della conoscenza. Fino ai problemi formulati da Edmund Gettier (Gettier (1963)), gli epistemologi accettavano la definizione tripartita di conoscenza: la conoscenza è credenza vera giustificata. La definizione di conoscenza può essere formulata in modo da distinguere le tre condizioni:

(C) Un soggetto S sa che p, solo se

(a) p è vera,

(b) S crede che p,

(c) la credenza di S in p è giustificata.

La prima condizione è nota come “condizione oggettiva”, perché stabilisce che l’oggetto della conoscenza è una proposizione vera. La seconda condizione è nota come “condizione soggettiva”, perché essa sottolinea il fatto che la conoscenza è una credenza creduta da un soggetto. Infine, la terza condizione è nota come “condizione della giustificazione”. Sin da Platone, che per primo formulò il problema nel Teeteto e nel Menone, la condizione della giustificazione differenzia la conoscenza dalla semplice opinione vera. La condizione della giustificazione indica che un soggetto sa che p non per ragioni addebitabili al caso.

La definizione tripartita della conoscenza è una definizione della conoscenza proposizionale. Si distinguono anche altre due tipologie di conoscenza: la conoscenza diretta (know what) e la conoscenza competenziale (know how). Per conoscenza diretta si intende la conoscenza di una persona o di un oggetto, non di una proposizione. La conoscenza competenziale è invece un saper-fare. La conoscenza proposizionale è quella su cui gli epistemologi si sono concentrati maggiormente e definisce le condizioni che stabiliscono quando un soggetto conosce una proposizione. Quest’ultima forma di conoscenza è quella che verrà considerata all’interno di questa tesi.

La definizione tripartita della conoscenza proposizionale (da ora solo “conoscenza”) era stata accettata da Ayer (1956) e Chisholm (1957). Nonostante fosse già stato formulato un controesempio da Russell (1912), è solo con i problemi di Gettier (Gettier (1963)) che gli epistemologi convergono nel riconoscere che la definizione di conoscenza sembra essere parzialmente insoddisfacente. Sebbene Gettier proponga due controesempi, ne riportiamo, qui, solo una versione semplificata del secondo: entrambi i controesempi insistono sullo stesso problema e quindi è sufficiente considerarne uno per chiarire il nodo cruciale della questione. Assumiamo che valga come condizione di giustificazione il ricordo di una proposizione vera e la credenza formata mediante un ragionamento inferenziale corretto, cioè privo di errori. Entrambe queste assunzioni sembrano intuitivamente plausibili. Un uomo, Smith, crede che un suo amico, Jones, possieda una Ford. La sua credenza è giustificata perché ha visto l’amico guidare una Ford proprio il giorno prima. Smith è amico anche di Brown e Smith non sa dove Brown si trovi in quel momento. Smith deduce la proposizione: “Jones possiede una Ford o Brown è a Barcellona”. Jones ha venduto la sua Ford e la Ford che guidava non era sua. Allo stesso tempo, quando Smith forma la suddetta credenza, Brown si trova proprio a Barcellona. Quindi Smith crede il vero ed è giustificato nel credere che “Jones possiede una Ford” per via del suo ricordo. Inoltre, egli è giustificato a credere alla proposizione “Jones possiede una Ford o Brown è a Barcellona” perché ottenuta per ragionamento inferenziale. La credenza di Smith è vera e giustificata ma non si può dire che Smith sappia che “Jones possiede una Ford o Brown è a Barcellona” perché si tratta di un caso di fortuna o di casualità epistemica, vale a dire che il fatto che Smith possieda una credenza vera è solo un caso fortuito, che avrebbe potuto facilmente non darsi: un caso come questo non può rientrare all’interno di ciò che è definibile conoscenza, o comunque non vorremmo che lo fosse. In generale, i due controesempi di Gettier sono due scenari immaginari nei quali un soggetto S crede in una proposizione p e p è vera e S possiede delle giustificazioni per credere in p e ciò nonostante egli non ha conoscenza di p. Il problema di Gettier mette in mostra con chiarezza che la definizione tripartita di conoscenza si dimostra insufficiente, almeno rispetto alla letteratura del periodo. Il problema sollevato da Gettier consiste nel fatto che la definizione non discrimina i casi in cui il soggetto creda in una credenza vera giustificata fortuitivamente: egli è giustificato nella sua credenza e ciononostante non possiamo dire che egli sappia. Questi sono casi che continuano ad essere considerati problematici dagli epistemologi e il problema della fortuna epistemica rimane una delle questioni aperte per qualsiasi teoria epistemologica (Pritchard (2003)).

I controesempi di Gettier conseguirono nel concentrare l’attenzione degli epistemologi perché hanno sollevato nuovi questioni rispetto a quelle fino ad allora considerate nel panorama epistemologico. Inoltre, gli epistemologi sono stati condotti a definire in modo più rigoroso la terza condizione della definizione di conoscenza o ad aggiungerne un’altra. Infine, i controesempi di Gettier hanno conseguito a creare uno stile argomentativo assunto assai spesso dagli epistemologi successivi, cioè la costruzione di esempi e controesempi immaginari per chiarire, precisare o demolire tesi, una prassi, questa, che, sebbene già presente nella tradizione filosofica, diviene, così, canonica. La letteratura successiva è ricca di strategie argomentative in cui vengono presentati scenari alla Gettier (per esempio, Goldman (1976, 1979, 1986), Bonjour (1980), Plantinga (1993a), Leherer (1990), Baehr (2006, 2011)).

Soluzioni al problema di Gettier e teorie della giustificazione

Le strategie di soluzione al problema di Gettier sono state di due generi distinti: (a) un’analisi della condizione della giustificazione in modo da escludere i casi alla Gettier; (b) l’aggiunta di una nuova quarta condizione alla definizione di conoscenza. Sia in (a) sia in (b), la teoria deve comunque conseguire nella formulazione di condizioni anti-fortuna epistemica che, come visto, rimane uno dei problemi più insidiosi all’interno delle teorie epistemologiche. In realtà esistono casi di strategie miste in cui la chiarificazione della nozione di giustificazione può anche seguire ad una ulteriore aggiunta di nuove condizioni. Non sempre può esserci una distinzione netta tra le due strategie. Infine, esistono anche teorie che definiscono la conoscenza senza entrare nel merito dei problemi della teoria della giustificazione (su questo ritorneremo).

I problemi di Gettier non si limitano a mostrare l’insufficienza della definizione tripartita di conoscenza. Essi dimostrano che la condizione della giustificazione, unita alle altre due, non è di per sé sufficiente a discriminare tutti i casi di conoscenza: la teoria della giustificazione diventa così il principale rimedio al problema della fortuna epistemica. Infatti, i problemi di Gettier considerano la possibilità che un soggetto possa avere una credenza vera e giustificata ma non pervenire a conoscenza proprio perché il soggetto in questione credeva nel vero giustificatamente solo per ragioni casuali. Gran parte degli epistemologi, sebbene non tutti, post-Gettier propongono una teoria della conoscenza incentrata sulla nozione di giustificazione, considerata centrale per tentare di affrontare in modo efficace i controesempi alla Gettier.

Il dibattito intorno alla teoria della giustificazione è assai diversificato ma si concentra soprattutto su due posizioni alternative: le teorie interniste della giustificazione e della conoscenza (Conee E. and Feldman R., (2001), Conee E., Feldman R., (2004), Pappas (2005), Steup, Ichicawa (2012), Chisholm (1989), Usberti (2004)), e le teorie esterniste della giustificazione e della conoscenza (Goldman (1967, 1979, 1986, 2009), Sosa (2007, 2009, 2011), Nozick (1981), Greco (2010), Plantinga (1988, 1993, 1993b, 1997). Le teorie interniste considerano che ciò che giustifica una credenza debba essere interno al soggetto. Esse si diversificano al loro interno sulla base di ciò che debba essere considerato come ‘interno’. Le posizioni evidenzialiste sostengono che l’evidenza a sostegno di una credenza debba essere accessibile al soggetto e quindi ‘interna’ ad esso. Le posizioni mentaliste, invece, sostengono che ciò che giustifica una credenza sia uno stato mentale, non necessariamente accessibile al soggetto, ma sicuramente interno ad esso. Le posizioni esterniste, invece, convergono nel sostenere che la giustificazione di una credenza di un soggetto non sia necessariamente interna al soggetto. In generale, le teorie esterniste sostengono che debba sussistere una relazione tra un fatto e la credenza resa vera dal fatto. La relazione tra fatto e credenza è spesso considerata nei termini di una relazione causale (per esempio in Goldman (1979, 1986, 2009), Sosa (2007, 2009, 2011)) ma non necessariamente (come in Nozick (1981)).

Le teorie esterniste della giustificazione

Le teorie esterniste si basano su alcune intuizioni comuni e sull’impiego di nozioni parzialmente simili, alcune delle quali sono ricorrenti. La teoria causale della conoscenza (Goldman (1967)) parte dai controesempi di Gettier per mostrare che il problema della fortuna epistemica nasce dalla mancanza di una adeguata connessione causale tra il fatto e la credenza del soggetto resa vera dal fatto. La teoria causale della conoscenza non è una teoria della giustificazione e non fornisce, conseguentemente, una caratterizzazione della nozione. Inoltre, essa si dimostra inadeguata perché suscettibile a controesempi (Goldman (1976)). Tuttavia, la nozione di relazione adeguata tra fatto e credenza viene ripresa nella teoria affidabilista (Goldman (1979, 1986, 2009)) e viene generalizzata nella posizione di Nozick (Nozick (1981)). In particolare, Nozick esplicitamente considera la teoria causale e sostiene che la sua posizione sia una generalizzazione delle nozioni correttamente impiegate dalla teoria causale. Anche la teoria di Nozick non è una teoria della giustificazione, ma è una teoria esternista della conoscenza. Essa viene formulata in termini di due condizioni aggiuntive alla condizione soggettiva e oggettiva della definizione di conoscenza:

(I) p è vero,

(II) S crede che p attraverso il metodo M,

(III) se p non fosse vero, e S usasse M per formarsi una credenza p, allora S via M non crederebbe che p.

(IV) se p fosse vero e S usasse M per formarsi una credenza su p, allora S via M crederebbe p.

La teoria di Nozick si fonda su una analisi controfattuale. Le nozioni impiegate da Nozick sono riprese e sviluppate anche da altri epistemologi più interessati alla teoria della giustificazione (per esempio Sosa (2007)).

Le teorie principali dell’esternismo per quanto attiene la giustificazione sono la teoria affidabilista di Goldman, la teoria del funzionalismo proprio di Plantinga, la virtue epistemology di Sosa. Esse si fondano su alcuni nuclei comuni, parzialmente analizzati dalla teoria causale della conoscenza e dalla teoria di Nozick: la conoscenza richiede una relazione adeguata tra il fatto e la credenza resa vera dal fatto, la relazione adeguata tra il fatto e la credenza è intesa in genere in termini causali, il soggetto può conoscere una proposizione e non avere accesso ai giustificatori della credenza. Tuttavia, esse hanno le loro specificità. La teoria affidabilista di Goldman sostiene che un soggetto S sa che p solo se la credenza di S in p è formata attraverso un processo affidabile. Un processo è, in generale, un processo cognitivo che è inteso in termini causali: un soggetto cognitivo forma una certa credenza attraverso un processo interno al soggetto tale che esso produce credenze. Un processo cognitivo è affidabile se tende a formare più credenze vere che false. La posizione di Goldman si declina in almeno tre versioni, elaborate nel corso del tempo, ma sono considerate dallo stesso Goldman sostanzialmente tre varianti della stessa teoria. Soprattutto, la nozione fondamentale di affidabilità del processo cognitivo come giustificatore delle credenze non viene mai messa in discussione, né il fatto che la giustificazione di una credenza dipenda dalla sua storia causale, cioè dalla relazione adeguata che la lega al fatto che la rende vera. La teoria affidabilista rimane forse la più influente di tutto il panorama esternista, ma ha avuto anche molte critiche e sollevato un ampio dibattito sulla sua stessa efficacia.

La teoria del funzionalismo proprio di Plantinga rimane vincolata alle nozioni comuni delle teorie esterniste ma, a differenza dell’affidabilismo, considera in modo più esteso il ruolo dell’ambiente, in cui è inserito il soggetto. Inoltre, a differenza della teoria affidabilista, i processi cognitivi sono considerati come peculiari facoltà del soggetto, le quali svolgono una particolare funzione all’interno della vita stessa dell’agente, in particolare, rispetto alla sua attività cognitiva. Un soggetto S sa che p solo se la sua credenza in p è prodotta da una facoltà che funziona in modo corretto rispetto all’ambiente per cui essa è designata. Questo deve valere in condizioni ordinarie, ovvero quelle nelle quali la facoltà consegue nel formare credenze vere. Una facoltà è un processo cognitivo di un soggetto la cui funzione è quella di formare credenze vere. Secondo Plantinga, le facoltà hanno come scopo quello di formare credenze vere, negli stessi termini in cui lo scopo del cuore è quello di pompare il sangue. La metafora che usa Plantinga è proprio quella del cuore e impiega la nozione di funzione in modo analogo a quanto proposto in biologia. In questo senso, una facoltà non svolge le sue funzioni adeguatamente in ogni ambiente possibile ma solo quelli in cui esso normalmente svolge la sua funzione in modo adeguato. Anche il cuore non pompa il sangue in ogni ambiente. Quindi, secondo Plantinga, il soggetto cognitivo perviene a conoscenza perché ha delle facoltà con delle funzioni che gli consentono di formare credenze vere in un ambiente adeguato. Infine, come il cuore consegue nel portare a termine le sue funzioni per via del ruolo che esso assume all’interno dell’organismo, anche le facoltà cognitive sono tali perché designate a svolgere una certa funzione. La designazione del loro compito dipende dal progetto per cui esse sono state formate. Plantinga, filosofo cristiano, assume una posizione teistica ma rimane aperto alla possibilità che le facoltà siano state il frutto dell’evoluzione.

La teoria dell’epistemologia delle virtù proposta da Sosa riprende alcune nozioni introdotte da Nozick, considera l’importanza della nozione di affidabilità dei processi cognitivi e il ruolo dell’ambiente all’interno della formazione di credenze vere, come nella posizione di Plantinga. Secondo Sosa, l’epistemologia è una disciplina che valuta un particolare tipo di performance: la performance è intesa, qui, come capacità del soggetto di formare credenze vere attraverso di virtù epistemiche. Una virtù epistemica è un processo cognitivo che forma più credenze vere che false in un contesto in cui l’esercizio delle virtù non è fallace. Per Sosa, un soggetto è giustificato in una credenza p se p è stata formata mediante l’esercizio di una virtù epistemica. Sosa discrimina due tipi di conoscenza: la conoscenza animale e la conoscenza riflessiva. In breve, la conoscenza animale è una credenza vera formata mediante l’esercizio delle virtù epistemiche. La conoscenza riflessiva è una meta-credenza formata attraverso l’esercizio delle virtù epistemiche del soggetto su una certa credenza animale. Inoltre, la conoscenza riflessiva richiede che la credenza formata mediante le virtù epistemiche sia coerente con l’insieme delle conoscenze del soggetto. Con l’introduzione della nozione di virtù epistemica, Sosa propone una nuova terminologia, non priva di ricadute sui piani dei contenuti, e fonda un’intera nuova categoria dell’epistemologia, nota come epistemologia delle virtù (virtue epistemology).


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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