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Il furto della storia – Jack Goody

“Il –furto- a cui si riferisce il titolo del presente libro è l’appropriazione della storia compiuta dall’Occidente. Cioè, il passato viene concettualizzato e formulato in base a ciò che è avvenuto nel periferico teatro europeo, spesso dell’Europa occidentale, dopo di che è imposto al resto del mondo”.

L’autore, il grandissimo antropologo inglese Jack Goody, professore emerito di Antropologia sociale presso l’Università di Cambridge, rilegge l’intera storia dell’Occidente senza “eurocentrismo”.

L’obbiettivo di Goody, com’egli stesso chiarisce sin dalle prime pagine, è di ricacciare l’etnocentrismo europeo al di fuori della Storia e, per far questo, deve combattere con tutta la tradizione “dei vincitori”, cioè di chi ha privilegiato il forte e sminuito o ignorato il debole. Il caso di Roma “caput mundi”, del tutto incurante delle visioni “altre” degli storici di Cartagine è emblematico. Il “furto”, l’espropriazione di ciò che è di altri, deve essere smascherato.

La storiografia tradizionale occidentale concepisce la Storia con le sue proprie categorie con tempi e spazi modellati sullo scenario tutto europeo. La datazione degli eventi, non solo quelli avvenuti in Europa, sono pensati a partire dal calendario romano, poi cristiano, tradendo così una scelta chiara nella “convenzione” del Tempo. Se la “relatività” del Tempo, reso assoluto dalla tradizione dell’Occidente, è un punto chiaro, più difficile è osservare il medesimo fenomeno, pur presente, nello Spazio. Ma è il meridiano di Greenwich a segnare il punto di partenza dello spazio: oggi tutte le carte nautiche descrivono la latitudine in base a quel meridiano e dall’Europa alla Cina tutti devono seguire Greenwich, un punto, una linea immaginaria inesistente.

Le categorie nascono come descrizioni e trapassano in dimensioni assolute. Da una scelta opinabile, aperta ad altre possibilità, si passa alla necessità. Il principio d’estensione del particolare al generale si applica non solo alle “categorie a priori”, Spazio e Tempo, ma anche alle concettualizzazioni epocali, siano esse di carattere istituzionale (feudalesimo, dispotismo asiatico, bizantinismo etc.), di genere economico (economia agraria, capitalismo, mercantilismo etc.) o di categorie conoscitive (filosofia, scienza moderna etc.). Gli storici europei hanno fatto ampio uso di concetti relativi a fenomeni propri dell’Occidente per comportamenti del tutto estranei. Goody porta l’esempio del Giappone il quale è il più “Occidentale” dei paesi asiatici. Per spiegare il precoce capitalismo e la diffusione e stima della scienza moderna in Giappone, molti storici hanno parlato di “feudalesimo giapponese” come se dall’”istituzione feudale” si debba necessariamente passare ad un “rinascimento” quindi al capitalismo e alla scienza moderna. Tutto questo tradisce il pregiudizio, radicato nella cultura occidentale dalla tradizione cristiana e aristotelica, d’un “progetto” secondo cui la Storia si pre-ordina per raggiungere determinati “fini”, l’ultimo dei quali coincide col Meglio. Il mito del progresso è una trasformazione materialista del mito del progetto al quale gran parte della Storia occidentale ha fatto riferimento.

La storiografia occidentale ha spesso fatto appello ad una descrizione finalistica degli avvenimenti, ripensando le categorie del passato con quelle del presente. Questa operazione è in parte lecita, là dove esiste una certa realtà da ri-costruire. Ma il processo di ri-costruzione, osserva Goody, non può seguire categorie preconcette. Il problema sta proprio nel conciliare la descrizione della Storia con una solida base fattuale e inerente ai processi storici realmente accaduti e non a categorie astratte, fonti inattendibili di oscuri concetti trionfalisti. L’idea di un “destino” e di una Storia eurocentrica è un tutt’uno e non è altro che un pregiudizio, come un tempo era un preconcetto l’idea che fosse il Dio, e non l’Uomo, a gestire gli eventi della Storia.

Applicando i pregiudizi eurocentrici alle culture “altre” si arriva anche a credere che solo in Occidente si siano elaborate delle idee o sentimenti quali “l’amore” o “l’individualismo”. La “libertà individuale” è da molti storici concepita come una “rivelazione” della realtà al solo popolo occidentale. Ci sarebbe da chiedersi se davvero si può concepire che la “libertà individuale”, il “valore dell’individuo” o “l’amore” possano essere delle parole e concetti attribuibili alla sola porzione del globo che sta al di là degli Urali o anche oltre. La grandezza dello studio compiuto dal grande antropologo sta proprio in questo: nel mostrare le estreme conseguenze di un ragionamento viziato al principio dal pregiudizio, sia pure esso conveniente a chi scrive, Storico, filosofo, antropologo o scienziato che sia.

La critica di Goody all’eurocentrismo è fondata soprattutto sull’idea che gli europei traspongano le proprie categorie all’“altro” relegandolo a un “tutto senza differenze” e annullando le convergenze tra l’Occidente e l’Oriente. Tuttavia, egli stesso parla di “Europa” e “Occidente” in termini di “tutto”.

Uno dei problemi che Goody pone e cerca di risolvere è la formazione storica della scienza e di come quella occidentale abbia raggiunto degli apici indelebili. Egli si limita ad osservare come la scienza della Cina del seicento fosse sostanzialmente identica a quella coeva dell’Occidente. Solo dal seicento ci sarebbe stata una maggiore quantità di scoperte in Occidente piuttosto che in Oriente, un lasso di tempo (tre secoli) ben minore rispetto ai duemila anni, almeno, in cui la Cina aveva una cultura scientifica e non solo, più avanzata. Il fatto è che l’Europa è un mondo estremamente vario e diversificato dove vivono a continuo contatto popoli di natura diversa, di tradizioni diverse, di lingue diverse, di credenze diverse. In Europa ci sono state delle guerre intestine continue e logoranti. Se considerassimo la guerra dei trentenni uno scontro puramente occidentale, dovremmo parlare di “guerra civile”, ma sarebbe inesatto. E se è inesatto parlare delle culture altre annullando le distinzioni e convergenze, allo stesso modo bisogna applicare ciò anche all’Europa.

In una dimensione di una “Storia eurasiatica”, non più europea, non più orientale, dove le due categorie devono essere riscritte in un unico contesto di culture relazionate in continuo dialogo, bisogna anche mostrare come esiste una certa differenza tra la scienza moderna e gli altri generi di conoscenza. All’interno della storia europea esistono almeno due concezioni della fisica contrarie: quella aristotelica e quella cartesiana-galileiana. E’ indiscutibile che la scienza fisico-matematica sia oggi il paradigma dominante e non per pregiudizio ma perché consente di esplorare la natura molto più che un’analisi qualitativa come quella aristotelica. E’ chiaro che si può estendere il problema anche a culture non occidentali: bisogna spiegare il motivo per cui la scienza cinese, con lo stesso obbiettivo di quella fisico-matematica occidentale, non abbia raggiunto dimensioni e capacità identiche a quella occidentale. Non può essere un caso che le nazioni culturalmente più sviluppate, come il Giappone o l’emergente Cina, per accelerare il loro sviluppo hanno puntato proprio sulla diffusione della scienza “moderna” così come, in altri tempi, fu l’Occidente a servirsi di scoperte avvenute fuori dall’Europa.

Ogni trattato abbastanza ampio può avere delle oscurità o imprecisioni e a ben guardare si può sempre trovare qualche errore o inesattezza, proprio come ricordava il grande Tocqueville, ma è l’approccio generale e l’onestà intellettuale a discriminare un caposaldo da un’opinione. Jack Goody non avrà risolto tutti i dubbi che egli stesso ha aperto, ma ha il grande merito di sforzarsi di decostruire i pregiudizi di chi scrive la Storia e la tramanda alle generazioni future. La Storia deve liberarsi dai pregiudizi perché il suo insegnamento nelle scuole, primarie o secondarie, non produca più nazionalismi, pregiudizi razziali e contribuisca al benessere sociale e a una più razionale visione del Mondo. La Storia è di tutta l’umanità e così deve essere pensata.


GOODY JACK

IL FURTO DELLA STORIA

FELTRINELLI

PAGINE: 411

EURO: 39,00


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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