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Il giocatore di scacchi di Maelzel. Poe E. A..


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Il giocatore di scacchi di Maelzel è un saggio breve del grande scrittore americano, Edgar Allan Poe. Il giocatore di scacchi in questione, com’è suggerito dal titolo, non è un uomo, bensì un automa. Si trattava del celebre marchingegno inventato dal tedesco Von Kempelen, poi comprato e revisionato da Maelzel, che lo adoperò a scopo di lucro, tenendo incontri con il pubblico, chiamato a sfidare la macchina.

Gli artefatti meccanici sono tra gli oggetti che più hanno affascinato la mente umana sin dai tempi antichi. Testimonianza di ciò, nella mitologia classica, è il colosso bronzeo Tantalo, un essere antropomorfo semovente. E il sogno finale è sempre stato la replicazione dell’intelligenza umana.

Gli scacchi sono sempre stati diffusissimi in Occidente, e rappresentano la ragione incarnata nel gioco. Il loro fascino ha sempre suscitato viaggi nella fantasia, speculazioni filosofiche, indagini scientifiche e così, da sempre, l’idea, che una macchina potesse giocare (e trionfare) nel gioco occidentale-razionale per eccellenza, ha sempre avuto un enorme potenza. Se l’uomo avesse costruito una macchina capace di vincere contro i campioni nel nobil gioco, cos’altro si poteva ancora dire di essere fuori della portata della potenza umana, sua e delle sue macchine? Il giocatore a scacchi di Maelzel ebbe un enorme successo addirittura tra i sovrani. Si sa che illustri uomini hanno sfidato “la macchina” ed hanno perso: Napoleone è il più celebre di questi. Tuttavia, è bene dirlo, la tecnologia dell’epoca non avrebbe mai consentito l’elaborazione di un progetto e la sua realizzazione pratica di un automa in grado di giocare a scacchi: in primo luogo, non era possibile costruire un cervello elettronico capace di computare le mosse, in secondo luogo era impossibile costruire un corpo capace di riconoscere le mosse dal punto di vista percettivo. D’altra parte, come lo stesso Poe ci ricorda, la tecnologia meccanica, la cui immaginazione si radicava nella scienza meccanicista sei-settecentesca, non solo era capace di costruire macchine semoventi (come gli attuali giocattoli a molla per bambini) ma anche dispositivi capaci di effettuare calcoli:

Ma se queste macchine erano ingegnose, cosa dovremmo pensare della macchina calcolatrice di Mr. Babbage? Di un congegno di legno e metallo che non soltanto può calcolare tavole astronomiche e di navigazione di qualsiasi dimensione, ma può anche render matematicamente sicura l’esattezza delle sue operazioni, avendo la capacità di correggere eventuali errori?[1]

Comunque sia, la conoscenza dei limiti, intrinseci in quella tecnologia, erano preclusi all’epoca e, così, molti si lasciarono convincere che l’automa fosse effettivamente una “macchina”. Tra questi non c’era Poe. Lo scrittore americano non fu l’unico, però, a criticare la possibilità dell’esistenza di un tale marchingegno e lo stesso Poe, prima di porre le sue critiche, che dal suo punto di vista dovevano essere “definitive”, ricorda alcuni articoli, precedenti al suo.

Al principio del saggio, Poe ci dà una preziosa descrizione del funzionamento esteriore dell’automa e di ciò che Maelzel mostrava della macchina al pubblico per dimostrare che “non ci sono trucchi e non ci sono inganni”.[2] Dopo di che, Poe passa in rassegna alcuni altri articoli critici, enumerandone pregi e difetti. In fine, lo scrittore porta ben diciassette argomenti contro la possibilità che il Turco (l’automa fu così chiamato perché era vestito in modo simile ad un turco ottomano) fosse effettivamente solo un automa e non fosse, come invece era, governato da una persona al suo interno.

Poe aveva visto bene, ma non tutti gli argomenti portati sono decisivi, alcuni sono addirittura sbagliati e fondati su ragioni poco solide, anche per un pensatore dell’epoca. Comunque sia, rimane interessante l’analisi di Poe. In particolare, egli credeva che negli scacchi (gioco nel quale egli non eccelleva egli stesso, mentre era un ottimo giocatore di dama) si possa vincere esclusivamente per distrazione dell’avversario. Com’egli stesso dice:

Questa occasione mi serve per proclamare la potenza della riflessione è messa in gioco assai più attivamente e proficuamente dal modesto gioco della dama che dalla laboriosa futilità degli scacchi. La complessità di quest’ultimo gioco, determinata dai diversi e bizzarri movimenti dei pezzi, dotati a loro volta di diversi e vari valori, fa cadere nel comune errore di scambiare la complessità con la profondità. Certo il gioco richiede un grandissima attenzione, continuamente tesa ad evitare un errore che determinerebbe la perdita della partita[3]

La dama è più semplice ma non meno profonda degli scacchi mentre questi ultimi sono tanto complessi (inutilmente complessi) ché si può vincere esclusivamente per distrazione. Per questo un giocatore di scacchi non umano dovrebbe vincere sempre! Questo principio è sostenuto nel libricino in questione ed è interessante osservare come Poe squalificasse per intero i problemi di intelligenza strategico-posizionale del gioco e non considerasse pienamente i dettagli dell’analisi fondata su calcoli e delle sue intrinseche difficoltà. In questo senso, egli dice, se esistesse una macchina in grado di giocare a scacchi, per definizione non dovrebbe mai perdere. Ma questo non è ciò che accade nel caso del Turco, il quale perdeva, di tanto in tanto, qualche partita. E ciò diventava, per necessità logico-argomentativa, un argomento a favore della tesi della non-artificialità del pensiero del Turco. Per usare le sue stesse parole:

L’Automa non vince invariabilmente la partita. Se la macchina fosse una pura macchina, ciò non accadrebbe: vincerebbe sempre. Trovato il principio in base al quale si possa ottenere una macchina che gioca a scacchi, un’estensione dello stesso principio metterebbe quella macchina in condizione di vincere una partita; un’ulteriore estensione le consentirebbe di vincere tutte le partite, ossia di battere ogni possibile gioco di un avversario. Una modesta considerazione convincerà chiunque che la difficoltà di far sì che una macchina vinca tutte le partite non è maggiore, in definitiva, riguardo al principio delle operazioni necessarie, della difficoltà di farle vincere una singola partita.[4]

Tuttavia, la storia dei software di scacchi, proprio la storia delle macchine, mostra in modo inequivocabile che Poe aveva torto! Non solo non basta che un computer possa giocare, cioè sia capace di “vedere” la scacchiera e sia abile ad utilizzare le regole del gioco, deve anche associare a ciascuna variante un valore e, dunque, poter scegliere la variante migliore. Ma proprio in questo sta il problema ed è su questo che l’I.A. ha ottenuto i suoi maggiori successi. D’altra parte, se alcuni dei più grandi giocatori di scacchi di tutti i tempi, Kasparov e Karpov, hanno perso delle partite con il software scacchistico, non fu per distrazioni. Inoltre, non esiste nessun principio, così come lo intendeva Poe, in grado di esaurire l’intera strategia di gioco. Di sicuro, la “legge di Poe” non è valida.

D’altra parte, è al di là di ogni possibile difesa la seconda considerazione dello scrittore americano: se l’automa possiede un algoritmo, diremmo oggi, in grado di vincere una partita, allora dovrebbe poter vincere tutte le partite. In realtà, se è pur vero che oggi i software utilizzano ciascuno un algoritmo per associare alle mosse il loro valore, non si può certo dire che esso esaurisca per intero le possibilità del gioco: non è vero che quell’algoritmo conduce inevitabilmente alla vittoria di ogni partita ma consente patte e sconfitte. Inoltre, il software scacchistico è ben più complesso di quel principio monolitico e universale che Poe immagina che sia la base di una macchina in grado di giocare a scacchi. Tuttavia, ciò che veramente colpisce il lettore moderno, è l’idea che nell’immaginario collettivo, supposto incarnato nella visione del Nostro, la macchina, se tale, avrebbe vinto perché perfetta, idonea al suo scopo: se una macchina potesse giocare allora vincerebbe.

Nel saggio, però, si ritrovano anche grandi intuizioni. Una di queste è sicuramente interessante: Poe sostiene che il Turco non poteva essere una macchina perché impiegava tempi diversi nel calcolo di mosse diverse. Ma, egli osserva, se il Turco fosse stato davvero un marchingegno, per ogni mossa dovrebbe impiegare lo stesso tempo, a differenza di quanto accadeva. Anche in questo l’idea di Poe non troverà riscontro, nell’attuale realizzazione del software di scacchi, tuttavia è rilevante che la concezione della “macchina” nella coscienza collettiva dell’epoca (stiamo parlando di un periodo in cui le calcolatrici attuali erano solo dei sogni) prevedesse l’idea della serialità e dell’esecuzione di compiti in unità di tempo ben definite. Poe sottolinea che l’incostanza, sia nell’elaborazione dell’informazione che nel comportamento, sia uno dei tratti essenziali dell’essere umano. Di fatti, non solo l’automa impiegava tempi diversi per giocare i singoli tratti ma anche i comportamenti esteriori (come la rotazione degli occhi o strani movimenti della testa) non seguivano automaticamente e in modo prevedibile: ancora una volta, l’imprevedibilità nell’unità di tempo non è un tratto tipico di un meccanismo programmato ma di un organismo non ideato per un solo compito. La natura, infatti, sfrutta i singoli organi e le singole parti di un individuo per più scopi, non così l’uomo, che realizza artefatti vincolati da un unico fine.[5]

Sebbene la psicologia comportamentista non fosse stata ancora canonizzata a scienza della mente, ed era ancora lontana dall’essere ipotizzata, Poe, nel sesto punto, mette in luce l’implausibilità delle azioni del Turco nella sua simulazione del comportamento reale:

L’aspetto e, soprattutto, il comportamento del Turco, considerati come imitazioni della vita reale, altro non sono che imitazioni del tutto mediocri. L’espressione non rivela alcuna intelligenza, e la somiglianza col col volto umano è inferiore ai più comuni fantocci di cera.[6]

Tuttavia, osserva Poe, tale trascuratezza nelle capacità simulative dell’automa, non erano dovute alla mancanza di capacità tecnica, bensì all’intenzione dell’autore di rimarcare il fatto che il Turco fosse esattamente quel che si diceva che fosse: una macchina. Infatti, Poe prosegue:

Ebbene, o tutto ciò è il risultato dell’incapacità di Maelzel a fare di meglio, o dipende dalla sua intenzionale trascuratezza; è fuori discussione la trascuratezza accidentale, considerando che l’ingegnoso proprietario dedica tutto il proprio tempo al perfezionamento delle sue macchine. Certamente non possiamo attribuire queste sembianze innaturali all’imperizia, poiché tutti gli altri automi di Maelzel sono esempi della sua grande abilità nel riprodurre i movimenti e i particolari della vita reale con la massima esattezza.[7]

E’ curioso come Maelzel, secondo Poe, sfrutti proprio le aspettative del pubblico al contrario: mentre egli cerca di emulare perfettamente il comportamento di una papera (com’è noto, infatti, Maelzel aveva costruito simili automi) risulta incredibile che il Turco sia così grossolano nelle apparenze. D’altra parte, tale “trascuratezza” è, evidentemente, una forzatura capace di indurre l’idea che tale oggetto fosse un automa e non un uomo, qualora potesse mai essere sollevato il dubbio.

In definitiva si tratta di un libro interessante solo per chi ha la curiosità di sapere come funzionava il leggendario Turco. Infatti, Poe, anche per i suoi fini critici, abbonda in dettagli e supposizioni sul come funzionava e su come veniva presentato al pubblico. Non tutte le sue osservazioni sono pertinenti e pochissime superano l’oggetto di analisi per offrire spunti e intuizioni interessanti. Tuttavia, dal punto di vista scacchistico e meta-scacchistico è un testo preziosissimo, così come lo è dal punto di vista della storia degli automi e della correlata coscienza e immaginazione collettiva.

Un libro un po’ costoso (12,50 euro), se si pensa al numero di pagine (90).

Due parole vanno pur spese per il saggio finale di Roberto Barbolini che inizia con le seguenti parole:

 Non ho mai giocato a scacchi in vita mia. Lo scacco, credetemi, è matto. Si rischiano brutti incontri e partner sgradevoli (chiedetelo a Bergman del Settimo sigillo). Anche il celebre Giocatore di Scacchi di Maelzel (…) non ha l’aria troppo raccomandabile. Innanzi tutto, non è un essere vivente, bensì un automa, come ogni scacchista che si rispetti. E poi – al peggio non c’è fine – è un Turco: personaggio certo «con-turbante», ma d’aspetto fraudolento: un orientale melodramma. Del resto, provate ad anagrammare la parola Turco, ci troverete il trucco.[8]

Sarebbe bello poter pensare che tali parole fossero scritte dall’autore di questa recensione per fare un po’ d’ironia. Purtroppo non è così. Innanzi tutto, è assai raro avere gradevoli incontri quando non si esce di casa. Inoltre, il problema dell’indifferenza al gioco non può che suscitare perplessità, in uno scritto così poco interessante per altri versi. In secondo luogo, oggi esistono (ed esistevano già quando è uscita questa postfazione) svariati “automi” capaci di vincere contro giocatori mediodotati. In fine, la presunta, fine ironia lascia il tempo che trova di fronte alla mancanza competenza scacchistica, alla sua esplicita carenza informativa storica della questione. Sebbene ci venga detto in quale posizione cronologica vada collocato lo scritto di Poe (punto di vista letterario), ciò sembra costituire, o, per essere più leggeri, sembra esser lasciato intendere che esso costituisca l’unico motivo per leggere questo libro, che risulta “in apparenza un nadir saggistico rispetto al Poe più genialmente visionario – si colloca in realtà nel cuore della riflessione estetica dello scrittore americano.”[9] Il corsivo è mio. Infatti, tale saggio non è niente più che lo smascheramento di una truffa “attuato da un letterato con lo sfizio dell’enigmistica”, robetta da poco sul piano letterario, rispetto al lavoro più profondo che Poe compirà qualche tempo dopo nel quale egli “«smonta il congegno» del suo poemetto (1845), enunciando le razionalistiche prescrizioni, l’ideale normativa di una composizione POE-tica”. Se proprio si voleva prender sul serio lo scritto di Poe, indipendentemente dalla “collocazione cronologica”, sarebbe stato fruttuoso indagare sulla natura dei contenuti, invece che sorvolarli, come se tutti gli argomenti portati da Poe fossero sciocchi o, viceversa, fin troppo acuti. Se la teoria filosofica degli atti linguistici ci insegna qualcosa, allora l’autore della postfazione non riesce a compiere un atto illocutorio perché fallisce nella sua serietà o nella sua ironia, non chiarendo dove inizi lo scherzo e dove finisca. Di fatto, comunque, la postfazione risulta essere essa stessa una burla, per lo più totalmente involontaria, il che scagiona sul piano delle intenzioni ma squalifica sul piano dei fatti. L’apice, se così si può dire, di questa ironica, quanto superficiale bonaria dissertazione, scritta quasi con un sorriso paternalista, arriva quando ci vien detto che: “il Poe notomista del Giocatore di Scacchi è attento, ancor più che alle linee maestre, ai trattini – seppur graficamente inespressi –con i quali il pensiero logico non manca di tratteggiare il proprio percorso.” Se Wittgenstein diceva che si doveva parlare chiaro, là dove si può, noi vorremmo aggiungere che quando non si sa proprio cosa dire è sempre meglio il dignitoso, sempre gradito, silenzio. D’altra parte, nella postfazione al libro di Poe, almeno una cosa andava detta chiaramente: che lo scrittore americano aveva ragione, non c’era nessuna macchina e davvero dentro le viscere del Tuco si celava un uomo, un piccolo nano!


EDGAR ALLAN POE

IL GIOCATORE DI SCACCHI DI MAELZEL

SE

PAGINE: 90.

EURO: 12,50.


[1] Poe E. A., Il giocatore di scacchi di Maelzel, SE, Milano, 2009, p. 17.

[2] In realtà, come osserva lo scrittore americano, il gioco di prestigio stava proprio in questo momento: Maelzel mostrava l’interno della macchina ma lanciava dei segnali espliciti nella sua rappresentazione, al piccolo nano che stava all’interno. Dal punto di vista del pubblico, tutto doveva apparire evidente, senza trucchi. Ma, in realtà, la stessa verifica offerta dal Maelzel non era che un’astuta messinscena. In realtà, non sappiamo come funzionasse “la macchina”, nei dettagli, il che lascia intendere quanto questa finzione fosse elaborata.

[3] Poe E.A., Due inchieste di Dupin. Edizioni Paoline, Chieti, 1966, pp. 12-14.

[4] Poe E. A., Il giocatore a scacchi di Maelzel, SE, Milano, 2009, p. 57.

[5] Per uno sviluppo di tale tema si può leggere il prezioso libro di Dennett: La coscienza, che cosa è.

[6] Ivi. p. 61.

[7] Ivi. p. 61.

[8] Ivi. p. 85.

[9] Ivi. p. 86.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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