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Emozioni e ragione alleate

La visione che intende ragione ed emozione come forze opposte e antagoniste è, oltre che superficiale, falsa. Ad affermarlo e a fare chiarezza su questo punto di secolare interesse, con un esame della letteratura psicologica, è intervenuto Gerald Clore della University of Virginia. La sua riflessione era stata pubblicata, col titolo “Psychology and the Rationality of Emotion”, su Modern Theology.

La questione centrale è che la psicologia ha ormai dimostrato, negli ultimi cinquanta anni di ricerca, l’inconsistenza della visione tradizionale e di senso comune del rapporto tra emozione e ragione. Con le parole riassuntive di Clore: «rather then thinking of emotion and cognition as horses pulling in different directions, we should think of them as stands of a single rope, made strong by their being thoroughly intertwined». Vediamo perché.

Se consideriamo la razionalità in termini di processo psicologico, dobbiamo ammettere che l’uomo non è da definirsi razionale giacché le sue decisioni sono prese in larga misura sulla base di elementi inconsci, intuitivi, emotivi e strutturati attorno ad euristiche. Non è la razionalità, intesa come ragionamento deliberato, controllato e logicamente corretto, a guidare la maggior parte delle scelte umane. Nonostante ciò, nella stragrande maggioranza dei casi, le nostre conclusioni saranno valide, difendibili e comunque adattive. Un sorprendente studio longitudinale (Block & Funder, 1986) ha dimostrato che le persone le quali fanno maggiore affidamento sulle euristiche sono anche più felici, sane e affermate rispetto a quelle che invece fanno maggiore affidamento sul ragionamento deliberato e logicamente corretto.

Questa prima considerazione dovrebbe già incrinare la falsa (e comune) visione per cui essere razionali è positivo o buono, ed essere irrazionali negativo o cattivo. Che l’uomo, per altro, voglia negare a se stesso la proprietà della bontà a causa dell’essersi trovato fondamentalmente irrazionale, è cosa poco credibile. Sappiamo, infatti, molto sulla codardia dell’essere umano. Forse la questione è terminologica (cosa dobbiamo veramente intendere con “irrazionale”), ma senz’altro nasconde in seno al proprio linguaggio una visione dei fatti fondamentalmente errata: che l’irrazionale non possa essere razionale, o che, come vedremo in prosieguo, non possa da questo essere guidato. Se la questione fosse correttamente intesa, dovremmo, in prospettiva, incominciare a parlare, oltre che a sentire, in modo diverso.

Da qui il vocabolario tecnico della psicologia? Non “razionale” e “irrazionale”, ma controllato ed automatico, sistematico ed euristico, deliberato e intuitivo, e così via. La razionalità può essere anche intesa in termini di prodotto del pensiero. Di fatto l’uomo raggiunge spesso giudizi logicamente coerenti. O, per lo meno, possiede, nei confronti dei prodotti del proprio pensiero, aspettative di coerenza, logicità e razionalità molto alte. Lo dimostra la semplice esperienza dell’essere testimone dell’espressione altrui, ma anche propria, di ragionamenti illogici.

Ed è proprio l’emozione che, alleata con le aspettative della ragione che in noi risiedono, rispondendo in modo negativo alle espressioni irrazionali, motivano l’uomo ad essere e giudicare in modo razionale. Va riconosciuto che l’uomo sente il bisogno di razionalizzare i propri giudizi formulati su base intuitiva ed emotiva. Seppur un bisogno a posteriori esso tende, in realtà, a guidare l’abitudine di formazione dei giudizi verso l’obiettivo della ragione. L’emozione diventa razionale nel momento in cui reagisce coerentemente con l’obiettivo di rispettare l’alto standard di razionalità a cui l’uomo, nel complesso, tende.

In che modo, tuttavia, l’emozione guida razionalmente le decisioni e le azioni umane? Se la razionalità può essere concepita anche in termini di calcolo delle conseguenze dell’azione, allora dovremmo tenere in conto la rilevanza del ruolo dell’emozione nel prevedere e presentire scenari futuri, e così di organizzare il comportamento nel senso desiderato.

Innanzitutto dovremmo dare la giusta rilevanza ai casi in cui una schiacciante emozione determina il comportamento. Questi casi possono essere certamente molto spiacevoli, come un omicidio passionale, ma non sono la norma. Quest’ultima è che il comportamento “insegue le emozioni”, come affermano Baumeister et al., 2006. Le azioni sarebbero motivate da sensazioni ed emozioni anticipate.

Si tratta, in sostanza, del vecchio andante della ricerca del piacere e della fuga dal dolore come maggiori determinanti del comportamento umano. Al fine di scegliere l’uomo simulerebbe mentalmente la propria risposta emotiva ai risultati maggiormente probabili. E sarebbe il lato emotivo della simulazione a dare vita e spinta al processo decisionale. In altre parole a motivare per un certo corso d’azione. La cosa rilevante, infine, è che questo tipo di processo, spinto dalle emozioni, darebbe seguito, nella maggior parte dei casi, a decisioni coerenti, soddisfacenti e razionali.

Per rinforzare la tesi dell’interazione tra emozione e ragione possiamo riportare ancora alcune riflessioni. Diversi studi dimostrano l’efficacia dell’emozione nella stimolazione del pensiero. Ad esempio l’apprendimento può essere favorito da un’emozione consapevole, in grado di guidare l’attenzione sugli aspetti più rilevanti della situazione.

La visione tradizionale di un conflitto tra ragione e passione, supportata dall’evidenza della difficoltà di controllare stati emotivamente soverchianti come la depressione o l’ansia, che porta dunque a concepire una cognizione debole nei confronti dello stato emotivo, può essere messa in discussione anche considerando come, di fatto, e usualmente, la cognizione influenza l’emozione. Osservando le dinamiche quotidiane e normali si nota che molto spesso la cognizione non interviene a posteriori rispetto all’emozione, sopprimendola o controllandola, ma è l’elemento che da forma precisa all’emozione stessa. Sarebbe l’interpretazione cognitiva della situazione a dare una forma precisa a uno stato emotivo altrimenti indefinito.

La cognizione modellerebbe stati emotivi semplici e primitivi, indicanti che qualcosa è buono o cattivo, in emozioni precise e più elaborate (rabbia, vergogna, amore e così via). L’interpretazione cognitiva vincolerebbe dunque il significato dell’emozione, ne indicherebbe l’oggetto. In questo senso il potere e l’intensità di un’emozione o, più generalmente, di uno stato affettivo, sarebbero funzione dell’analisi cognitiva del contesto.

Come è vero che la cognizione regola l’emozione, è anche vero che l’emozione regola la cognizione. Ad esempio l’emozione positiva rinforza la fiducia nell’elemento più cognitivamente saliente della situazione, mentre l’emozione negativa stimola un approccio critico. Gli stati di felicità favoriscono l’adozione di un punto di vista globale, mentre gli stati di malumore favoriscono l’attenzione per i dettagli. I clinici conoscono bene queste dinamiche. Ora il punto vero e conclusivo è che non si dà, nella maggior parte dei casi, un rapporto conflittuale tra pensiero ed emozione, piuttosto un complesso rapporto di interazione.

Reference:

  1. Baumeister, R., Vohs, K., & Tice, D. (2006). Emotional influences on decision making. In J. Forgas (Ed.), Affect in social thinking, and behavior (pp. 143-160). New York: Psychology Press.
  2. Block, J. & Funder, D. (1986). Social roles and social perception: Individual differences in attribution and “error.” Journal of Personality and Social Psychology. 51; pp. 1200-1207.
  3. Clore, G. (2011) Psychology and the Rationality of Emotion. Modern Theology. 27(2); pp. 325-338.

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Articolo originale pubblicato su BRAINFACTOR Cervello e Neuroscienze – Testata registrata al Tribunale Milano N. 538 del 18/9/2008. Direttore Responsabile: Marco Mozzoni.

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