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7. Le forme a priori dell’esperienza: lo spazio

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Spazio e tempo sono forme a priori dell’esperienza, ovvero, l’esperienza è un prodotto dello spazio e del tempo, per come li concepiamo noi. In altre parole, il soggetto stesso colloca l’esperienza all’interno di uno spazio in un certo tempo. Per questo l’esperienza stessa non può esistere se non in uno spazio e in un certo tempo: “Conseguentemente, la rappresentazione dello spazio non può derivare, mediante l’esperienza, dai rapporti del fenomeno esterno; al contrario, l’esperienza esterna è possibile solo in virtù di detta rappresentazione”.[1] Per tale ragione, dunque, per Kant, lo spazio in sé non è il risultato di una costruzione geometrica (ad esempio, una definizione  di spazio come piano infinito costituito da infinite rette etc.) ma la costruzione geometrica è essa stessa possibile in quanto noi intuiamo lo spazio indipendentemente da ogni possibile costruzione di esso: “Lo spazio non è affatto un concetto discorsivo [non si ottiene per costruzione] – o, come si dice, universale – dei rapporti delle cose in generale, ma un’intuizione pura”.[2] Insomma, il fenomeno che chiamiamo ‘tavolo’ definisce uno spazio perché noi intuiamo la sua forma in questo modo. Dato il fatto che lo spazio è concepito a noi esterno, a differenza del tempo, esso è, per Kant, il senso esterno che determina la percezione di ciò che non sta in noi. Il fenomeno del tavolo, nella sua dimensione spaziale, è indipendente da noi proprio perché esso si intuisce a noi esterno. Tutto questo è spiegato da Kant in questi termini:

Come può dunque trovarsi nell’animo un’intuizione esterna, precostituita agli oggetti stessi e in cui il concetto di tali oggetti possa esser determinato a priori? Evidentemente, solo in quanto essa abbia la sua sede esclusivamente nel soggetto, costituendo in esso la disposizione formale ad essere affetto dagli oggetti dei quali riporta in tal modo una rappresentazione immediata, cioè un’intuizione; e quindi solo come forma del senso esterno in generale.[3]

Il punto nodale qui è “solo in quanto essa [intuizione esterna] abbia la sua sede esclusivamente nel soggetto, costituendo in esso la disposizione formale…”. Questo è il centro della nozione di spazio in Kant: essa è una forma entro cui ogni esperienza è data e non perché gli oggetti siano essi nello spazio, quanto perché noi costruiamo gli oggetti dentro lo spazio. In ultima analisi, lo spazio è un nostro modo di ordinare i dati “dell’intuizione esterna”.

Non è possibile qui tratteggiare le complesse nozioni di spazio introdotte da altri filosofi o fisici di tempi recenti. Però, almeno un’osservazione sulla nozione di spazio-tempo nella recente esposizione della vulgata della relatività può valere la pena. Kant non ha grandi problemi nel concepire spazi che non sono propriamente euclidei. Quello che la sua teoria richiede è che ogni esperienza ha uno spazio e che ogni osservazione risulti al soggetto nei termini da lui posti. Lo spazio curvo per via della gravità terrestre è, in realtà, qualcosa di complesso: esso è un concetto fondato sull’esperienza che noi concepiamo grazie alla ragione che opera estensioni complesse alle nostre capacità osservative. Questo è compatibile con la posizione kantiana perché, infatti, ci dice che ogni cosa esiste in uno spazio, la cui forma è creduta essere curva per via delle osservazioni che, allo stesso tempo, a noi giungono in una dimensione euclidea. Quindi, il soggetto (umano) può continuare a vivere costruendosi il suo spazio – come intuizione esterna – in termini euclidei e, allo stesso tempo, può concepire il fatto che, a quanto pare, la gravità modifichi la curvatura stessa dello spazio. Qui tutto il problema si gioca sul fatto che la nozione di spazio, usando una sola parola, è ambigua o, per meglio dire, ambivalente perché cattura nozioni diverse di uno stesso problema (la superficie dell’esistente). Tuttavia, ancora, non dovremmo cadere nell’errore di oltrepassare i limiti del ragionevole per sostenere che noi non viviamo in uno spazio euclideo: c’è un senso in cui chiaramente questo è falso e continuerà ad essere falso, fintantoché noi costruiamo l’esperienza in questo modo. Il che non nega che la forma dello spazio siderale possa, infatti, essere diverso. Ma questo non sarebbe un grande dilemma per Kant e non lo dovrebbe essere neanche per noi!


[1] Ivi., Cit., p. 100.

[2] Ivi., Cit., p. 101.

[3] Ivi., Cit., p. 103.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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