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Tra la decadenza e l’oltreuomo – la morale secondo Nietzsche

Schema dell’articolo

Introduzione schematica

Contro Heidegger: Nietzsche come filosofo morale

La decadenza: l’uomo europeo si è infiacchito

La morale degli schiavi

Variazioni sul tema della morale degli schiavi

La morale degli aristocratici e l’oltreuomo – La morale secondo Nietzsche

Considerazioni finali sulla morale secondo Nietzsche

Conclusioni e considerazioni

Bibliografia

Introduzione schematica

Ridurre Nietzsche ad uno schema assiomatico, formalizzato e ben definito sarebbe un atto indebito. Tuttavia potrebbe essere molto utile mettere in chiaro da quali principi generali egli parta per aver sempre in mente il punto di partenza e il punto di arrivo.

 

  1. L’uomo europeo si è infiacchito.
  2. La causa fondamentale dell’infiacchimento dell’uomo europeo è dovuta alla sbagliata costruzione morale seguita dalla massa.
  3. La morale dell’infiacchimento è la morale socratico-giudaico-cristiana.
  4. La “morale degli schiavi”, cioè la morale socratico-giudaico-cristiana, infiacchisce l’uomo perché è essenzialmente contraria alla natura stessa dell’essere umano e, in generale, a tutti i valori della vita.
  5. Superare la decadenza significa “tra svalutare tutti i valori” ovvero soppiantare i valori della “morale degli schiavi” per riportare una morale più antica e autentica.
  6. La morale antica e autentica è incentrata sul riconoscimento della vita come sommo valore e somma naturalità dell’essere umano.

In questo articolo non ci prendiamo la briga di ricostruire per intero il pensiero articolato di Nietzsche, quando di ricostruire l’essenziale e non di più, della sua concezione morale. Ci soffermeremo in particolare sulla critica alla morale degli schiavi e alla visione nietzschiana della filosofia e della scienza dopo Socrate. In fine offriamo qualche considerazione come chiusura critica di uno dei più grandi e profondi pensatori dell’occidente, primo per onestà intellettuale.

Contro Heidegger: Nietzsche come filosofo morale

Nietzsche non è stato un pensatore sistematico nell’esposizione del suo pensiero e basterà leggere una qualunque delle sue opere per rendersene conto. Non solo non è stato sistematico nelle modalità di analisi filosofica, ma pure nello stile: egli ha composto opere poetiche, saggi brevi, saggi lunghi, almeno un trattato in senso più classico (La nascita della tragedia), un romanzo filosofico se così si può chiamare Così parlò Zaratustra, svariati componimenti aforismatici (basti pensare a Al di là del bene e del male). L’asistematicità dell’esposizione, tuttavia, non cede all’asistematicità dei tratti fondamentali della sua filosofia: sebbene la forma lo celi, egli fu, come tutti i grandi filosofi, un pensatore sostanzialmente unitario negli intenti.

La difficoltà di ridurre Nietzsche ad uno schema rigido è più una questione di riverenza nei suoi confronti giacché la sua coerenza è notevole e là dove si parla di coerenza è lecito parlare anche di principi. Una questione piuttosto interessante è come sia lecito “leggere” Nietzsche. In molte delle sue opere si possono trovare delle riflessioni ontologiche, cioè sulla natura dell’essere, estetiche e morali. Secondo un’illustre tradizione filosofica, risalente a Heidegger, Nietzsche fu soprattutto un metafisico, interessato soprattutto al livello ontologico ed estetico. Tuttavia è difficile disquisire sulla centralità della riflessione etica e morale del grande filosofo tedesco. Ciò si può basare su molte considerazioni: (1) Nietzsche in tutte le sue opere discute di problemi morali, (2) egli propone una trasvalutazione di tutti i valori i quali appartengono al lessico morale, (3) egli ha una precisa considerazione non solo della morale negativa ma propone una sua rivisitazione della morale perché (4) egli assume come uno dei problemi fondamentali e di fondo il problema dell’infiacchimento dell’uomo europeo, del suo incespicante senso di colpa di fronte alla sua stessa vitalità, un essere umano debole destinato alla morte. Sebbene ci sia spazio per un’ampia discussione, sarebbe interessante stabilire se la lettura filosofica di un Nietzsche metafisico sia piuttosto dovuta, più che ad una pacata e distaccata lettura del filosofo stesso, all’orientamento intenzionale dell’interprete: Heidegger era filosofo il cui principale interesse era l’essere e l’analisi (più o meno) fenomenologica dell’esser-ci. Una discussione interessante potrebbe vertere sull’interpretazione morale di Nietzsche: è indiscutibile che egli fosse interessato ad alcune questioni metafisiche, come quasi tutti i più grandi filosofi, però potrebbe darsi che questi interessi siano nati come conseguenze della sua riflessione morale che, per altro, è stata di grande rilevanza almeno sul piano della cultura non-filosofica e, a parer nostro, giustamente. L’influenza di Nietzsche è stata grande anche sulla Cultura occidentale in generale e non solo a livello filosofico. Aggiungeremo: forse troppo poco.

La decadenza: l’uomo europeo si è infiacchito

Nietzsche assume come punto di partenza della sua analisi l’idea che l’uomo europeo si è infiacchito, vale a dire che non è più capace di affermare valori vitali ma, piuttosto, soggiace in una condizione di pigra costernazione rispetto allo svolgersi dell’accadimento del mondo. La volontà dell’uomo europeo gira a vuoto giacché essa desidera il nulla: essa è ricaduta nel nichilismo. Il nichilismo non è una condizione auspicata da Nietzsche ma l’essenza stessa del presente morale europeo. La parola chiave di molta letteratura successiva a Nietzsche e ossessivamente presente oggi, cioè nichilismo, è l’emblema di tutto ciò che il filosofo considerava aberrante e da combattere.

Tuttavia, il processo che ha condotto all’affermazione del nichilismo non è stata la recente nascita dell’industrializzazione, il processo di democratizzazione iniziato con la rivoluzione inglese e ribadito dalla rivoluzione americana e francese, o la diffusione dei diritti fondamentali (in Europa). La decadenza ha radici ben radicate nella cultura stessa e, in particolare, nella concezione filosofica e religiosa che ha dominato l’Occidente: l’etica socratico-platonica e la morale giudaico-cristiana. Le due morali non si sono poste in antitesi ma, piuttosto, in compenetrazione giacché Nietzsche considera la morale cristiana un surrogato popolare della morale socratico-platonica.

Nietzsche considera Socrate come l’iniziatore della decadenza che ha imposto alla cultura greca il gusto per l’apollineo nel quale è la ragione rigorosa e demistificatrice ad essere eletta a sommo valore. La cultura greca presocratica era incentrata sul culto della vita e egli dei non erano che delle costruzioni, delle maschere, utili a giustificare l’esuberanza di vita e non, invece, la castrazione e la rinuncia della volontà di potenza, risvolto della medaglia della vita stessa. In simboli assoluti, che Nietzsche usa spesso per rendere in immagini e emblematici concetti astratti, è il Dio cristiano contro gli dei omerici. Prima di Socrate, in Grecia si era raggiunto un equilibrio (quanto mai instabile se una sola persona ha potuto stravolgerlo) tra il gusto armonico sobrio e razionale dell’apollineo e il gusto esplosivo, amante degli eccessi e della vita del dionisiaco. Al culto di Dioniso si sostituì quello per Apollo e, da questo momento storico-ideale, la cultura occidentale ha iniziato la sua decadenza che continua ad imperversare l’Europa.

La morale degli schiavi

Nietzsche ravvisa in Socrate l’iniziatore di una lunga e vincente tradizione di una morale contraria alla vita. Da Socrate, infatti, Nietzsche fa discendere tutta la filosofia che esalta la ragione calcolatrice e non i valori vitali: lo stoicismo, l’epicureismo e i loro derivati fino alla morale kantiana inclusa. Tuttavia, non ci fu solo la riflessione socratica e post-socratica ad imprimere al mondo europeo il marchio della decadenza, ma anche la religione cristiana, nata dal giudaismo.

La religione giudaico-cristiana concepisce l’uomo come un’entità fittizia e malevola la cui natura lo conduce sistematicamente a sbagliare, cioè infrangere le rigide norme che Dio ha dato al mondo: l’uomo cristiano è continuamente combattuto tra le spinte vitali, dovute alla sua stessa costituzione, e il volere divino. Il Dio cristiano è un Dio onnisciente che, dunque, scruta immediatamente ogni infrazione: questo non è certo l’emblema della misericordia, cioè dell’accettazione del male e del suo perdono ma, piuttosto, l’affermazione di una volontà assoluta su ogni singolo essere. Nietzsche ravvisa l’assurdità di questa concezione nel fatto che non si può chiedere all’uomo di essere diverso da ciò che è, cioè un essere che vive e vuole vivere.

La vita non è bella ed essa si manifesta in tutte le sue forme come affermazione di sé, sopraffacendo ciò che non l’aiuta e lottando non solo per la propria sopravvivenza ma anche per l’aumento del proprio potere. Come avrebbe sottoscritto Spinoza, seguendo una concezione ben diversa da quella di Nietzsche, l’essenza stessa della felicità è l’aumento di potenza: la vita che percepisce il suo stesso accrescersi.

Tutto questo è falsificato dalla “teoria” cristiana e dalle filosofie di stampo socratico, le varie forme di stoicismo prima di tutto: esse dicono che l’uomo è un’entità razionale o, comunque, un essere che deve essere vincolato ai suoi “doveri”. L’uomo è reso regolare, passibile di previsione e gli è imposto il giogo del (auto)controllo. La responsabilità non è altro che una forma di dominio della coscienza attuata in una forma apparentemente non violenta. La vita umana, ridotta in questo stato di cattività, recalcitra perché rifiuta questa prigionia ma diventa incapace di fuoriuscire. Questa condizione di privazione di libertà e castrazione della propria volontà di vita implica una sofferenza che nell’uomo europeo contemporaneo diventa coscienza ferita e malata.

La critica alla morale cristiana è in linea di continuità con le precedenti osservazioni: essa predica la venerazione di uno schiavo, cioè di un debole, un uomo incapace da solo di affermare i suoi valori. Essa sostiene la rinuncia ai propri valori in nome di quelli di un Dio che, tuttavia, risulta in sommo grado distante dalla vita umana e, di fatto, è l’emblema stesso del nichilismo. Il cristianesimo, infatti, nasce dall’esigenza di giustificare i mali alla propria coscienza. La condizione dell’uomo debole nel mondo non è certo di felicità imperturbabile  ma di continua e ingiustificata sofferenza. Nessuno può soffrire senza giustificarsi e qualunque giustificazione è buona e accettabile purché si privi la coscienza del suo tormento, della sua angoscia, cioè della contemplazione pura del male senza cause e senza motivo. Questo offre la religione cristiana: un palliativo, un antidolorifico. Tuttavia, i sommi valori cristiani girano a vuoto giacché essi sono, in definitiva, nichilisti. L’uomo, osserva Nietzsche con grande acutezza, preferisce desiderare il nulla pur di volere qualcosa. Questa analisi metastorica e metafisica spiega perché la religione cristiana, che vede uno schiavo come suo sommo Dio ma, di fatto, profondamente nichilista, sia stata la vincente sul dionisiaco e sulla morale aristocratica.

Variazioni sul tema della morale degli schiavi: filosofia e scienza

D’altra parte, qualunque concezione del mondo che non sia sfavorevole alla vita ne è una negazione. La scienza è una teoria (o un insieme di teorie) che non afferma niente se non sé stessa: essa è un’imposizione di un ordine al mondo, non l’orientamento effettivo dell’accadimento naturale. Essa è un’immagine e, come tale, va considerata. L’idea che esista un’assoluta verità o, piuttosto, che esista una verità in generale è un pregiudizio dei filosofi. Ma la scienza, così come la verità, è assai spesso negatrice dei valori vitali e, di conseguenza, essa non è nulla di più di un aspetto diverso, ma non essenzialmente alternativo della morale degli schiavi e della decadenza.

Gli assunti di Nietzsche, in questo senso, sono due: prima di tutto non esiste una verità né le verità ma solo dei discorsi su un’unica realtà. E’ illecito stabilire quale sia la migliore descrizione possibile perché essa assume già come pregiudizio l’idea che esista qualcosa di simile alla verità. In questa assunzione di relativismo esplicativo radicale ricadono alle le teorie pragmatiste della scienza giacché, di fatto, credere che la scienza sia utile significa pensare che qualcosa di negativo per la vita possa essere, al contempo, positivo.

Queste considerazioni valgono anche per le varie correnti filosofiche che, dopo Socrate, si sono essenzialmente indirizzate tutte verso un’esaltazione della ragione e della verità. Tuttavia, la concezione morale derivante da queste filosofie non fa che confermare tutti quei valori negativi che pongono al centro l’uomo malato e la sua tutela piuttosto che l’uomo forte, capace di sollevarsi sulla massa per imprimergli i veri e giusti valori morali. Ben inteso: non esistono “valori veri e giusti” ma esiste solo l’affermazione della vita nella sua forza, brutalità, nel suo eccesso e, cioè, secondo la sua natura.

Il tracciato della filosofia occidentale post-socratica è una sequenza ordinata di ripensamenti che falsificano la natura umana e la squalificano sul piano normativo: essa deve essere indirizzata verso un complesso di valori inautentico. La morale stoica predicava la rassegnazione e il rifiuto del mondo, le varie morali edoniste, siano esse antiche o le moderne versioni empiriste, non sono altro che una ragion pratica finalizzata alla massimizzazione del piacere e, di conseguenza, ad un rifiuto del dolore e ciò implica il rifiuto di un aspetto caratteristico della vita. Kant e Schopenhauer sono gli ultimi della lunga serie di pensatori e, in particolare, di Kant si critica l’imperativo categorico che “puzza di crudeltà” giacché esso è una regola fortemente coercitiva e difficilmente va in direzione di un egoismo vitalistico che, però, sarebbe auspicabile. Schopenhauer sbaglia nel considerare la volontà come un’entità semplice, quando, invece essa si esprime in molti modi: desiderio, bisogno, volontà di potenza. Inoltre, Schopenhauer propone ancora una volta un’ideale ascetico ultimo, dunque, di un’illustre tradizione.

Tutto ciò sembra far finire Nietzsche nella contraddizione: se non esistono discorsi veri o falsi allora anche il suo discorso non è né vero né falso. Nietzsche ha accettato tale conseguenza giacché egli non si lancia in grandi costruzioni teoretiche ed è più interessato a “tra svalutare ogni valore”, cioè trascendere quei valori apparentemente positivi e assunti dal luogo comune, sia esso “popolare” che “filosofico”. Ma allora che senso ha la valutazione del mondo e della vita di Nietzsche se, in fin dei conti, non ci può guidare verso la verità? Non ci guiderà verso la verità ma essa è una visione “più autentica” della vita e dei suoi effettivi valori: l’idea è che la decadenza non è sempre esistita ma è una condizione storico-culturale che può e deve essere oltrepassata. Tuttavia, Nietzsche stesso non conduce al di là del limite della decadenza ma imposta il problema per i nuovi “eroi” dell’umanità, egli prepara la venuta per l’Oltreuomo.

La morale aristocratica e l’oltreuomo – La morale secondo Nietzsche

Per quanto la parte negativa del pensiero morale di Nietzsche sia effettivamente la più convincente (se non da riconoscere come vera in tutti i suoi aspetti, almeno nella gran parte) egli propone anche una nuova visione del mondo e della morale che si radica nel riconoscimento di alcune evidenze.

Innanzi tutto, bisogna considerare la vita e la sua affermazione come principio di ogni valore. Non esiste una morale migliore di un’altra, ma solo degli uomini capaci di affermare la loro vita e, conseguentemente, i loro valori sugli altri. Tali “eroi” sono come i personaggi omerici che, simili a dei più che a veri e propri uomini, lottano per sé e per affermare ciò che essi stessi credono. L’idea è che se uno spirito così ardente di vita s’impone non può che portare una ventata di affermazione vitale universale. Un’immagine potrebbe essere quella di un Giulio Cesare che, lottando per il proprio potere, smuove l’umanità da uno stato di pigra rilassatezza (condizione caratteristica della decadenza) ad uno stadio di maggiore affermazione: un eroe destinato ad affermare i più alti valori e al quale ne seguiranno altri che, attraverso lo scontro con altri titani (come Cesare con Vercingetorige) determineranno le sorti di un’umanità rigenerata.

Nietzsche riconosce l’esistenza di una morale dei pochi, non democratica che rinuncia all’egualitarismo dei diritti per rivendicare come unico valore la vita e la sua affermazione. Tale morale non appartiene all’uomo comune, ché è debole e armato di risentimento nei confronti del forte, essa è di quei pochi che sono in grado di affermare i sommi valori della vita.

Tutto questo conduce, evidentemente, all’affermazione di una morale totalmente ingiusta e caratterizzata dal rifiuto di tutto ciò che è debole, indifeso perché indifendibile e, in ultima istanza, malato. Ma questo non deve condurre all’idea che la migliore morale si misuri sulla bruta forza perché, allora, si ricadrebbe nel paradosso che, in ultima analisi, la morale giudaico-cristiana è effettivamente la vincente: essa ha vinto Roma, l’emblema del mondo aristocratico in cui i forti imponevano il loro più giusto giogo alla plebe. Piuttosto si deve considerare la morale preferibile quella che conduce alla maggiore affermazione della vita in assoluto, della vita e di tutto ciò che la volontà di potenza ci spinge a ricercare.

Considerazioni finali sulla morale di Nietzsche

Forse Nietzsche si è spinto addirittura verso una considerazione ulteriore: l’oltreuomo, in realtà, desidera la vita in ogni suo istante e vuole l’eterno ritorno dell’identico. Infatti, se negasse anche solo un momento della sua vita sarebbe roso dal senso di colpa mentre la vita va accettata in tutte le sue sfaccettature, nel suo orrore come nella sua gioia. Zaratustra ama tutti gli aspetti della vita e desidera che ogni momento del tempo trascorso ritorni per sempre, immagine, questa, che suggerisce l’assenza di negazione assoluta e di totale asservimento alla vita. L’eterno ritorno dell’identico, dunque, come oggetto della volontà, non più nichilista giacché essa esprime sempre il desiderio per ciascun momento vitale senza mai rifiutarla.

In definitiva, si tratta di un’accettazione del fato giacché tutto ciò che accade dipende dal tutto e non si può chiedere alla parte di essere diversa da ciò che: essa non è in grado di cambiare l’intero. Questa considerazione, che Nietzsche muoveva come critica alla concezione dell’uomo del cristianesimo che lo voleva diverso, continuamente diverso, da ciò che è, vale anche adesso: l’oltreuomo è una parte condotto dal tutto e ne accetta felicemente ogni suo aspetto. Sembrerebbe un ricadere nella filosofia stoica ma non è così: l’oltreuomo afferma se stesso nella vita, la sua non è un’esistenza negativa e, accettando ogni suo momento, ne ha una percezione positiva. Di conseguenza non c’è una falsificazione della realtà simile a quella stoica né una rinuncia alla vita ma, al contrario, una somma accettazione positiva.

Conclusioni e considerazioni

Nietzsche è un pensatore complesso e geniale che ha avuto il grande merito di aver guardato da vicino l’abisso che si staglia di fronte ad ogni uomo occidentale. Difficile è dargli torto per quanto riguarda la critica: la morale degli schiavi è, più o meno, come la considera lui. Tuttavia, è difficile riuscire ad accettare per intero il suo discorso: prima di tutto perché bisogna rinunciare ad ogni genere di difesa dell’egualitarismo per una filosofia che ha come ideale un eroe vitale ma solo per sé, in secondo luogo perché bisogna rinunciare alla pretesa di verità di ogni discorso.

Se Nietzsche non si può considerare un filosofo scettico sull’etica, non si può dire che le sue conclusioni siano, quanto meno, facili da accettare ed evidenti. Anzi, l’evidenza gioca fortemente a sfavore del suo punto di vista che se è vero che la vita è violenza, sopraffazione e affermazione pura di sé, è pur vero che c’è una dimensione non egoistica in cui essa si afferma anche con la mediazione della ragione e dell’aiuto: c’è da chiedersi se l’uomo sarebbe mai sopravvissuto alla giungla se non si fosse riunito in società. Inoltre, che un eroe possa essere così cieco di fronte all’umanità lo rende ben meno eroico di quanto dovrebbe essere e la sua affermazione non è sintomo automatico di benessere vitale.

Più interessante è riconsiderare quanto Nietzsche avrebbe potuto dire e non ha detto: ogni singolo è, nella sua libertà e ragione, capace di lottare per i suoi propri valori e deve farlo. La scoperta della vita come forma dell’esistenza implica anche l’accettazione della propria natura che, quella umana, è caratterizzata dalla la ragione e dalla libertà (comunque la si voglia pensare): queste caratteristiche universali implicano che ciascuno abbia il dovere di lottare per sé stesso e per ciò che conosce. L’uomo di Nietzsche è tagliato di alcune proprietà fondamentali dell’essere umano (quanto meno della ragione) e si può a ben diritto stabilire quali debbano essere i limiti della ragione nel suo uso strumentale nei confronti degli altri (considerati come oggetti ma non come fini). Ma non si può negare che v’è dell’apollineo in tutti noi. La filosofia della vita di Nietzsche è un inno alla felicità umana nel concreto solo a patto di riuscire a renderla universale, smussando gli aspetti aristocratici e conservatori. Solo quando tutti saremo felici non ci sarà davvero più motivo di rattristarci, come umanità.


Bibliografia[1]

Nietzsche F., La nascita della tragedia, Adelphi, Milano, 2003.

Nietzsche F., La gaia scienza, Adelphi, Milano, 2003.

Nietzsche F., Così parlò Zaratustra, Newton Compton, Roma, 1988.

Nietzsche F., Al di là del bene e del male, Rizzoli, Milano, 1992.

Lecaldano E., Etica, UTET, Torino, 2005.

 


[1] Al fine di rendere evidenti solo i riferimenti bibliografici più vicini abbiamo segnalato solo le opere che riguardano esclusivamente Nietzsche, senza segnalare altri lavori di filosofia (come quelli di Schopenhauer, di Kant, Socrate etc.) che sarebbero rientrati in una bibliografia generale.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

One Comment

  1. GerardoGerardo gennaio 17, 2019

    Cio’ che non convince del pensiero di Nietzsche e’ la riducibilita’ di ogni uomo a una sua totale liberazione di energia vitale.
    Se la morale degli schiavi ha una sua verita’,quella aristocratica non puo’ mai rappresentare la quadratura del cerchio del mistero della vita.
    L’oltre uomo quindi si rivela solo una costruzione della mente,pur di un certo fascino,ma assolutamente improponibile nel quadro mai esaltante del sempre misero umano quotidiano.
    L’originalita’ del filosofo tedesco e’ nella sua forza destrutturante della coscienza socratico-cristiana,ma la sua cura dell’uomo malato e’ pura astrazione intellettiva,inidonea a ogni sua canalizzazione di praticita’ di vita quotidiana.
    Quindi il superuomo e’ un teorema del pensiero mistificante che deprivato di ogni possibilita’ di concretezza sociale vivibile suggella paradossalmente l’impossibilita’ dell’uomo in carne e ossa di andare oltre i suoi limiti che lo caratterizzano come tale.
    Il superuomo,quindi,e’ un costrutto del pensiero poetico e fantasmagorico che non puo’ curare la fragilita’ umana in quanto tale,anzi sotto certi versi se massificata nei suoi aspetti deteriori non solo non cura il morbo umano ma l’aggrava oltre ogni misura.

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