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Categoria: Filosofia

Ragione ed emozione nella filosofia morale (1/3)

No machine-readable author provided. Sympho assumed (based on copyright claims)., CC BY-SA 3.0 <http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/>, via Wikimedia Commons

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Introduzione

La storia della filosofia morale è senz’altro molto lunga e complessa, dunque ogni tentativo di ridurla a schema evolutivo secondo categorie dal potenziale dicotomico come quelle di ragione ed emozione non può che portarci ad una conoscenza parziale della complessità che compone il percorso della filosofia morale dal suo nascere ad oggi. La riduzione è nondimeno necessaria, e le categorie riducenti possono senz’altro avere due vantaggi: primo, agevolano la nostra comprensione della storia, altrimenti difficilmente raggiungibile; secondo, permettono alle volte, quando le categorie sono inusuali rispetto alla norma, di scoprire fatti nuovi o portare alla luce fenomeni prima all’oscuro, attraverso il darsi di nuove interpretazioni. Tolto l’ausilio della semplificazione e della categoria rimaniamo in preda al caos e all’indeterminazione più assoluti, i quali non permettono la nostra comprensione dei fatti. Il farsi carico di questa necessità però non implica sfigurare i fatti della storia attraverso le proprie categorie e il proprio metodo di comprensione – nonostante si ammetta questo sia in certa misura necessario o costitutivo al darsi della realtà – ma anzi tendere verso una sempre maggiore aderenza alle vicende storiche del pensiero.

Esaminate le vicende del pensiero filosofico morale, azzardo un’asserzione audace, che cercherò di supportare mostrando l’andamento della storia, interpretata alla luce della risposta che le varie filosofie nel loro susseguirsi hanno dato alla domanda del ruolo relativo di emozione e ragione nel processo di presa di decisione e azione morale. L’asserzione audace è che la storia della filosofia morale occidentale, almeno fino alla modernità, è caratterizzata da un pensiero che enfatizza ed esalta la componente della ragione nel processo di presa di decisione e azione morale, mentre demonizza e scredita la componente emotiva, alla prima opposta. Se la ragione ci mette in contatto con le idee più alte e nobili (es. con la divinità stessa), l’emozione non è che il ricordo nell’uomo della sua animalità. Dove la ragione è l’alta manifestazione dell’anima, l’emozione è la bassa manifestazione del corpo. La ragione favorisce e arricchisce la nostra vita morale, mentre l’emozione per lo più impedisce il suo corretto darsi. La moralità stessa è concepita come un sistema di principi coglibile astrattamente dalla ragione, e le emozioni come motivazioni che possono favorire o sovvertire la nostra decisione razionale, motivazioni che sono però moti (ciechi) non-razionali che tendono a dominarci. Questa tendenza generale della filosofia morale rappresenta per noi il paradigma della tradizione, messo in discussione dalla filosofia sentimentalista del XVIII secolo. A questa discussione del paradigma, o rivoluzione, come più avanti l’ho chiamata, segue la risposta della tradizione, che si compie in Kant. Il pensiero post-kantiano però vede il superamento del paradigma tradizionale, nel solo senso che tendenzialmente l’emozione non è più ignorata come elemento di disturbo o inessenziale alla morale.

Virtue Epistemology – Una introduzione

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A cura di Giangiuseppe Pili l’Introduzione schematica all’epistemologia


1. Introduzione

La Virtue Epistemology (VE) è una branca dell’epistemologia analitica che abbraccia vari ambiti della teoria della conoscenza (teoria della giustificazione, definizione di conoscenza). L’idea comune a tutte le posizioni di VE è che l’Epistemologia sia una ricerca normativa di tipo individualistico tale che la conoscenza scaturisca dall’uso di particolari virtù epistemiche, virtù variamente identificate come un tratto tipico di un soggetto cognitivo umano. La differenziazione principale, nonché distintiva, è appunto la caratterizzazione dei vizi e delle virtù epistemiche. Si tratta, dunque, comunque di un approccio individuale alla teoria della conoscenza e non sociale, nonostante ci sia chi, come Kvanving [1992], ha cercato di proporre problematiche non propriamente di epistemologia individuale.

Giordano Bruno – Vita e pensiero

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Vita

Se i primi umanisti erano ancora uomini che non avevano ripudiato la vita ecclesiastica e vedevano nel cristianesimo la religione razionale, nonostante si fosse ormai fatta strada l’idea che sussistesse una pluralità nelle visioni e interpretazioni sia relativamente alle sacre scritture, sia relativamente alla religione stessa, con Bruno ci si avviava ad una svolta decisiva.

Come tutti i letterati, anche Bruno iniziò i suoi studi all’interno di ambienti religiosi, ma, ben presto, sarà costretto a fuggire per non essere inquisito. Giordano (il suo nome di battesimo era Giovanni, poi cambiato in Giordano all’entrata nell’ordine domenicano) nasce a Nola nel 1548, entra a diciotto anni nell’ordine e nel 1576 è costretto a lasciare la città per non essere inquisito, perché sospettato di eresia. Incomincia una serie di viaggi che lo vedono protagonista di una serie di vicende fondamentali per comprendere la sua personalità, sempre volta al rifiuto dell’autorità costituita. A Ginevra si converte, per un breve periodo, al calvinismo. Ben presto entra in conflitto con la comunità e, dunque, è costretto a riparare a Parigi. Dalla città più importante di Francia si sposta in Inghilterra, a Oxford. Successivamente si reca in Germania e a Praga e, in fine, viene chiamato da un nobile veneziano per impartirgli lezioni sull’arte della memoria (memotecnica). Ma il nobile, forse perché scontento delle lezioni di Giordano, lo consegna alle mani dell’inquisizione, così Bruno viene condotto a Roma con l’accusa di eresia. A Roma viene imprigionato e torturato, fino a che Bruno accetta di ritrattare le sue posizioni filosofiche. Nonostante ciò, i misericordiosi aguzzini lo lasciano in prigione per otto anni, prima di portarlo alla piazza laddove verrà arso vivo nel 1600.

Affidabilismo e il valore della conoscenza.

Considerazioni sul valore della conoscenza:

 E così si dice…

Se conosci il nemico e te stesso…

La vittoria sarà indubbia…

Se conosci la terra e il cielo…

La vittoria sarà totale.[1]

Sun Tzu.

 

La conoscenza debole è credenza vera e la centralità della verità sulla giustificazione.

La conoscenza è credenza vera giustificata. Ogni teoria epistemologicamente rilevante deve trattare del problema della definizione della giustificazione, cioè della terza clausola della definizione di “conoscenza”, giustificazione che è un termine epistemicamente carico, come abbiamo visto. L’Affidabilismo di Alvin Goldman assume che S sa che p solo se S crede che p, p è vera e p è stata prodotta da un processo o da un metodo affidabile. Nel testo principale in cui Goldman propone la sua analisi sul valore della conoscenza, egli riporta la seguente definizione: “According to process reliabilism, a subject S knows that p if and only if (1) p is true, (2) S believes p to be true, (3) S’s belief that p was produce through a reliable process, and (4) a suitable anti-Gettier clause is satisfied”.[2]

L’Epistemologia Sociale di Alvin Goldman. Una presentazione essenziale.

I. Approccio generale dell’Epistemologia e l’Epistemologia sociale.

La ricerca di un’adeguata definizione dei termini epistemologicamente fondamentali, come quello di giustificazione, certezza, evidenza sono stati alla base di un’impostazione che ha privilegiato la mente, come cosa pensante, come ultimo fondamento soggettivo alla base della conoscenza: “Epistemology has had a strongly individualist orientation, at least since Descartes”.[1] Cartesio parlava di cogito così come la tradizione empirista parlava di un “centro di percezioni”, Leibniz parlava di “appercezione” mentre Kant parlava di “soggetto conoscente” ma tutta la tradizione moderna ha fondato la teoria della conoscenza direttamente sul soggetto e su sue particolari attitudini nel retto pensiero. La conoscenza, sia essa pensata nei termini empiristi o razionalisti, si fondava sulle capacità “cognitive” del soggetto conoscente tali per cui la certezza e l’evidenza sono caratteristiche di determinate idee, idee che sono parte del contenuto della mente. Un’impostazione meno legata alla presenza di un soggetto individuale conoscente, come unico centro della conoscenza, è quella del successivo pensiero idealista, con il pieno e consapevole vertice di Hegel, per il quale la conoscenza è un fatto di conflitto di opposti e superamento, superamento che è, però, un fatto della storia dello Spirito, e non semplicemente dei singoli individui.

L’imponderabile leggerezza del calcolo

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Socrate si fece serio serio: «Io», cominciò «non so che una cosa sola …» «È un po’ poco» osservò il professore, rabbuiandosi e scambiando occhiate espressive coi colleghi di commissione, «comunque diccela.» «So», proseguì Socrate con grande serenità, «di nulla sapere.» «È una bella nozione» disse tra i denti uno dei professori che assistevano.[1]

Achille Campanile

Sono stato accusato in vari modi di tante di quelle cose che, se anche solo la metà fossero vere, non avrei una buona opinione di me stesso. In genere si tratta di quei giudizi affrettati di chi non ti conosce e che si inserisce nel gran numero di quelli che giudica, pur non volendo essere a sua volta giudicato. Molte persone illuminate mi dicono che faccio male ad ascoltare tutti, ma proprio tutti, specialmente quelli che “non meritano ascolto”. Potrei essere d’accordo, ma chi non merita ascolto? Come distinguerli? Molto spesso si annidano dietro belle parole e ti ingannano sulla loro vera natura. Ebbene, l’unico rimedio che ho trovato, valido per me, è quello di ascoltare tutti, indistintamente e giudicare a posteriori.  

Gottfried Wilhelm von Leibniz – Vita e opere

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Vita

La vita

Gottfried Wilhelm von Leibniz nasce il 16 luglio 1646. Studia a Lipsia e consegue eccellenti risultati fin dall’inizio dei suoi studi, nel 1661, all’età di soli quindici anni, va all’università con tutto che le università tedesche dell’epoca non erano centri d’eccellenza. Studia filosofia e legge sia i classici che i contemporanei: Bacone, Campanella, Keplero, Galileo e Hobbes. Come si vede dalle sue letture del periodo, fu attento anche alle questioni inerenti alla nascita della scienza. Nel 1663 diventa bacelliere di filosofia, nel 1666 si reca a Jena per studiare matematica. A Norimberca incontra un barone che lo introduce alla corte dell’elettore di Magonza, Giovanni Filippo. Fu investito della carica di diplomatico, e in questa nuova veste di diplomatico di corte ebbe modo di portare avanti idee filosofiche e politiche importanti, tra cui si annovera la proposta di riunificare i protestanti e i cattolici, idea che non ebbe, com’era ovvio, molto successo. Partecipò a importanti discussioni e sfruttò bene i vantaggi derivanti dalla sua posizione, ciò si intuisce dal fatto che non si ha notizia di contrasti con il mondo politico dell’epoca, fatto sempre degno di nota e di interesse. Riprese a viaggiare nel 1672. Andò a Parigi ed è in questo periodo che egli elabora il calcolo infinitesimale e, così, è pure di questi tempi l’animata discussione sul primato della scoperta con Newton. Nel 1676 ritorna in Germania. Nel 1676 diventa bibliotecario ad Hannover e si dirige in Olanda per conoscere Spinoza. Si dice che tra i due ci fu un incontro, ma si dibatte sulla sua effettività. Nel 1687 viaggia in Francia, Germania e in Italia fino al 1690. Nel 1670 aveva fondato l’Accademia delle belle arti a Berlino. Muore nel 1716.

William James – Il praticalismo

Di Notman Studios (photographer) – [1]MS Am 1092 (1185), Series II, 23, Houghton Library, Harvard University, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16250941

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Di seguito si propone un sunto, ragionato ma fedele, del discorso Concetti filosofici e risultati pratici, tenuto da James nel 1898 all’Unione Filosofica dell’Università di California. Il testo del discorso, pubblicato nel 1904 con il titolo The Pragmatic Method, secondo una visione diffusa «sancisce ufficialmente la nascita del pragmatismo» (Vimercati, 2000).[1]

In via introduttiva è utile chiarire quale sia la posizione di James nei confronti del pragmatismo di Peirce. Posto che, come afferma Peirce, il significato di una concezione (metafisica, ad esempio) è chiaribile solo attraverso la comprensione della condotta (o dell’abito) che essa ispira o comunque che da essa discende, per James è naturale allora prendere in esame, nella considerazione e di fronte ai dilemmi metafisici o più in generale filosofici, la condotta pratica, ovvero propriamente la vita, piuttosto che la logica. In sostanza, James si propone di ampliare il messaggio e il metodo di Peirce; dove Peirce intende il pragmatismo come un metodo sperimentale non tanto volto a stabilire verità, quanto piuttosto a chiarire concetti e dissolvere problemi, mostrandone l’inconsistenza, James opera uno spostamento di obbiettivo: il praticalismo o pragmatismo, o meglio, la massima pragmatica di Peirce, servirebbe a chiarire e distinguere il vero dal falso. Di fronte al dilemma, il filosofo deve stabilire quali siano le condotte che discendono da entrambi i corni, e stabilirne le differenze, per poi operare una scelta in favore della concezione che implica per noi la condotta più conveniente e a noi più consona: e questo corno del dilemma sarà quello vero, dal momento che la nozione di verità è chiarita nei termini delle conseguenze pratiche sensibilmente apprezzabili prodotte dalla teoria. Ma vediamo con maggior chiarezza come si delinea, nello scritto, questa visione ed evoluzione del pensiero di Peirce.[2]

Waka Waka This time for Africa – Ovvero uno studio su un risultato vincente dell’industria culturale di massa.

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Questa breve analisi vuole mostrare due proprietà importanti della canzone Waka Waka (This time for Africa): primo, si tratta di un prodotto dell’industria culturale e, come tale, va considerata sul piano della lavorazione prim’ancora che del livello estetico; secondo, che essa è stata una progettazione complessa programmata per essere un “contenuto culturale vincente”, vale a dire capace di attirare l’attenzione di milioni di individui.

Un prodotto dell’industria culturale è un qualunque artefatto che contiene informazioni con il solo scopo di un guadagno, sia esso economico o di prestigio, o di entrambi. Se la definizione proposta è vaga, è solo perché la produzione dell’industria culturale è, di per sé, molto variegata e include molti artefatti culturali di genere molto diverso. La principale caratteristica, però, rimane il fine: se ogni opera d’arte deve avere un fruitore potenziale, ciò non vuol dire che essa abbia come scopo un guadagno, inteso come la massimizzazione di un’utilità tangibile. Assumiamo che l’Arte, distinta, in ciò, dalla pura produzione di artefatti culturali, sia la produzione di opere belle, cioè rimarchevoli da un punto di vista estetico. Allo stesso modo, assumiamo che la produzione di Conoscenza, in qualsiasi forma essa si presenti, sia slegata dal guadagno, come l’abbiamo precedentemente definito. In questo senso, possiamo parlare dei contenuti dei prodotti dell’industria culturale come degli artefatti informativi che non hanno come scopo né la produzione di opere esteticamente rimarchevoli, né di opere conoscitivamente rilevanti, ma solo artefatti (perché prodotti da individui attraverso strumenti) informativi (perché hanno come contenuto un materiale da consumare a livello mentale) il cui scopo è divertire lo spettatore e far avere vantaggi al produttore.