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L’imponderabile leggerezza del calcolo.

Socrate si fece serio serio: «Io», cominciò «non so che una cosa sola …» «È un po’ poco» osservò il professore, rabbuiandosi e scambiando occhiate espressive coi colleghi di commissione, «comunque diccela.» «So», proseguì Socrate con grande serenità, «di nulla sapere.» «È una bella nozione» disse tra i denti uno dei professori che assistevano.[1]

Achille Campanile.

Sono stato accusato in vari modi di tante di quelle cose che, se anche solo la metà fossero vere, non avrei una buona opinione di me stesso. In genere si tratta di quei giudizi affrettati di chi non ti conosce e che si inserisce nel gran numero di quelli che giudica, pur non volendo essere a sua volta giudicato. Molte persone illuminate mi dicono che faccio male ad ascoltare tutti, ma proprio tutti, specialmente quelli che “non meritano ascolto”. Potrei essere d’accordo, ma chi non merita ascolto? Come distinguerli? Molto spesso si annidano dietro belle parole e ti ingannano sulla loro vera natura. Ebbene, l’unico rimedio che ho trovato, valido per me, è quello di ascoltare tutti, indistintamente e giudicare a posteriori.  

Va da sé che questo sistema ha degli indubbi inconvenienti. Tanto per iniziare costringe ad una costante autocritica, introspezione e fatica, che non sempre si ha voglia di sentire. In secondo luogo, esso non ha limite perché ci sarà sempre qualcuno che saprà dirti cosa devi fare e giungerà nel momento opportuno, quando meno abbiamo voglia di starlo a sentire. Magari non saprà dirti il perché, ma sicuramente ti dirà il tuo meglio… Questo metodo, però, ha un indiscutibile vantaggio: esso consente di saper smentire le opinioni comuni o di saperle avvallare, il che fa tutta la differenza tra un ciarlatano e un uomo saggio. Il saggio, infatti, non è colui che sa di più, ma è colui che ha delle ragioni per credere a ciò che pensa.

Ieri notte, tra le difficoltà di una dormita che non giungeva e il frastuono di un ragazzo che si era preso una “ciucca violenta”, con amici non-amici che lo incoraggiavano-frenavano a scalciare sulle auto e vetrine come un asino, pensavo a come definire la conoscenza scacchistica. Poi uno si chiede perché non dorme… Comunque, pensavo a quella che potrebbe essere una risposta di tanti. Prendiamo una posizione:

Questa posizione è tratta da una mia partita di torneo a cadenza lunga, nel quale io avevo i Bianchi e, come in tutte le mie partite più belle, finisco per perdere. Prima di domandarvi cosa ho giocato io, preferirei che pensaste voi. Fatto? Io ho giocato 1. c5!, non sono un grande commentatore ma penso che questa mossa meriti considerazione. Essa si basa su alcune analisi tattiche (ma, soprattutto, su alcune considerazioni strategiche). Non è difficile calcolare in progressione qualche mossa in avanti. Il nero gioca 1. … – g4, 2. Cd2 – dxc5, 3. e5 – Dg7, 4. Ce4 – Td8, 5. Cxc5…

Questa variante è una delle possibili tracciate da 1. c5! ma è quasi interamente “forzata”, forzata nel senso in cui lo intendiamo tutti (perché su questo c’è molto da discutere ma riservo una dettagliata analisi di ciò sul mio nuovo libro).

A questo punto, propongo una definizione di conoscenza:

Giangiuseppe sa che “1. c5!” solo quando:

1. c5 è una mossa realmente forte,

2. Giangiuseppe pensa che 1. c5! è una mossa forte,

3. Giangiuseppe ha calcolato 1. c5!.

Credo di poter dire che nessuna delle tre condizioni sia “negoziabile”. Immaginiamo che la mossa 1. c5, in realtà non sia forte. Evidentemente, Giangiuseppe non può sapere che una mossa sia forte, se non lo è! E’ come dire che Luigi sa che Milano è in Belgio! Per la seconda condizione vale lo stesso discorso: si può sapere qualcosa che non si pensa? Ad esempio, se io non avessi pensato alla mossa 1. c5! non l’avrei neppure potuta sapere. Sapere è qualcosa di cui si ha un’idea. Dunque, non possiamo escludere né la prima né la seconda condizione. Stando alle prime due condizioni, però, non giungiamo a distinguere ciò che sappiamo da ciò che pensiamo. Dunque, bisogna aggiungere qualche altra condizione. Stando a quello che pensano in tanti, cioè che tutto si risolva in una lunga sequenza di calcoli, allora quello che ci serve per giustificare la nostra opinione è proprio qualcosa che ci dica quando siamo legittimati a credere in qualcosa. E allora ben vengano i nostri amici tattici, che, prontamente, ci dicono che il calcolo risolve tutti i problemi. Ottimamente. Dunque, siamo giustificati a credere che “1. c5! sia una mossa forte” solo a condizione che l’abbiamo calcolata.

Non voglio indagare su cosa significhi “calcolare”, perché è una parola apparentemente comprensibile, ma solo se si rimane alla superficie (per chi voglia saperne di più, rimando, ancora al prossimo libro). Ammettiamo che sia vero. Ebbene, vi propongo il seguente controesempio.

Seduto alla scacchiera sprofondo in calcoli su calcoli e mi viene in mente una variante che conduce alla posizione che vi ho proposto. Dunque arrivo a concludere che “se 1. c5, allora 5. Cxc5”. Si può dire che so che “5. Cc5”? Stando alle condizioni, sì. Ho pensato sia 1. c5 che 5. Cxc5, ho calcolato e ed è vero sia che 1. c5 che 5. Cxc5. Tuttavia, supponiamo che io non avessi calcolato la variante che ho presentato ma la seguente: 1. c5 – g4, 2. Cd2 – dxc5, 3. Cb3 – e5, 4. h4 – h6, 5. Cxc5.

A questo punto possiamo domandarci: Giangiuseppe sapeva veramente “5. Cxc5“? E la domanda successiva è: “ma allora Giangiuseppe sapeva veramente che 1. c5!“? Le due domande vanno insieme e mettono in crisi la definizione di conoscenza sulla base del calcolo: Giangiuseppe pensava sia che 1. c5 fosse una buona mossa e pensava anche che la quinta mossa sarebbe stata Cxc5, egli dice di aver calcolato la variante e l’ha fatto. Ma è molto difficile sostenere che Giangiuseppe sapesse davvero che la spinta di pedone fosse una buona mossa e che la presa di cavallo sarebbe stata alla quinta mossa! Non vi pare? Tuttavia, Giangiuseppe aveva rispettato le condizioni, egli aveva calcolato e ottenuto i risultati corretti… ma, forse, questo non è sufficiente! Potreste sostenere che Giangiuseppe, in realtà, non arriva alla stessa posizione in partita e, dunque, c’è qualcosa che non va. Ma questo non ha molta importanza. Immaginiamo che Giangiuseppe pervenga alla posizione in partita con 5. Cc5 dopo il seguente ordine di mosse, dopo 1. … – g4: 2. Cd2 – dxc5, 3. e5

Allora? Ipotizziamo che Giangiuseppe avesse in testa questa precisa variante. Si può dubitare sia che egli avesse ben capito che 1. c5 fosse una buona mossa, sia che egli sapesse che sarebbe successo che 5. Cc5, non vi pare? D’altra parte, non si può fare a meno delle prime due condizioni, perché sono assolutamente insostituibili. Il problema sta nella definizione della giustificazione: non basta dire che si è calcolato qualcosa per dire di saperlo. E allora a tutti quelli che vi dicono che tutto è calcolo… be’, vorrà dire che non hanno capito tutto! Ma, d’altronde, capire non è calcolare, no?

Bibliografia essenziale.

I testi con l’asterisco costituiscono i riferimenti principali ai quali rimandiamo il lettore interessato in teoria della conoscenza. Per altri riferimenti o richieste, possono contattare direttamente l’autore all’indirizzo di posta elettronica: giangisp@msn.com.

Chisholm R. (1966), Teoria della conoscenza, Il mulino, Bologna, 1968, cap. 1.

Campanile A.(1979), Vite di uomini illustri, Rizzoli, Milano, 1979. Vita di Socrate.

D’Agostino F., Vassallo N., Storia della filosofia analitica, Einaudi, Torino, 2002. Cap. Epistemologia.

Descartes R., Meditazioni Metafisiche, Laterza, Roma-Bari, 2007.*

Gettier E. (1963), “E’ la conoscenza credenza vera giustificata?”, Analysis 23 (1963): 121-123, in Bottani, A., Penco, C. (a cura di), Significato e teorie del linguaggio, Franco Angeli, Milano, 1991.*

Goldman A. (1979), What Is Jusitified Belief?, in G.S. Pappas (ed.) Justification and Knoledge, Dodrecht, Reidel, 1979, pp. 1-23. *

Steup M. (2006), Analysis of knowledge, Stanford Enciclopedy, 2006.

Vassallo N., Teoria della conoscenza, Laterza, Roma-Bari 2003.



[1] Campanile A.(1979), Vite di uomini illustri, Rizzoli, Milano, 1979. Vita di Socrate.

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