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Il paradosso di Moore

Chi dice “Io so che p, ma non ci credo” si sta contraddicendo perché se sa che p, allora non può legittimamente non crederci.

Il paradosso di Moore è stato battezzato così da Wittgenstein e dal grande filosofo molto apprezzato perché, secondo lui, mette in luce l’assurdità di non credere ad una proposizione elementare che esprime un fatto, se affermata: “Oggi piove, ma io non ci credo”.

Per Wittgenstein, probabilmente, ciò mostrava la verità del fatto che uno non può affermare un fatto ma non crederci: ciò metterebbe in evidenza che esista in noi una certa immagine del fatto il quale non può non essere creduta. Ciò da buon antimentalista.

Se “P dice p”, allora “P crede che p”. Ciò, naturalmente, se si ammette che P non stia dicendo menzogne. L’idea è che non possa dire “io so che p ma non credo a p” perché, penso, si ritiene che la credenza sia condizione del sapere.

Però questo argomento non risulta persuasivo: infatti ci sono casi in cui questo sembra essere falso.

(1) “I fantasmi non esistono, ma io credo ai fantasmi”.

La prima parte della proposizione è semplicemente un fatto. Penso si possa esprimere in modo che possa essere accettabile da un qualunque fisico. Che sia disposto a sottoscrivere la frase (Io so che i fantasmi non esistono = -“i fantasmi non esistono” è vera-) non ha come conseguenza diretta “Io non credo che i fantasmi non esistono”. Infatti, sembrerebbe che la condizione per cui io credo a un fatto sia la mia conoscenza del fatto. Tuttavia, conoscenza e credenza non necessariamente si implicano reciprocamente.

(2) “Io so che i vuoti d’aria non fanno cadere gli aerei, ma io credo che i vuoti d’aria fanno cadere gli aerei”.

Questa frase è vera senza dubbio perché la credenza “io credo che i vuoti d’aria fanno cadere gli aerei” è senza dubbio vera. Il mio comportamento, nonché la mia autocoscienza possono attestarlo! Contemporaneamente, ragionando sui principi fisici che sottostannno al movimento degli aerei (principio di Archimede, secondo principio della termodinamica e teorema (?) di Bernoulli) so che l’aereo non cade a seguito dei vuoti d’aria.

Per “salvare” il paradosso di Moore, devo dire che con la parola “credere” si intende anche qualcosa di diverso rispetto ad una delle condizioni del sapere. Ma comunemente una frase “I fantasmi non esistono, ma io ci credo” non è, quanto meno, intuita come falsa.

Ma perché ci dovrebbe essere conflitto tra una credenza e una conoscenza, anche qualora la conoscenza escluda la credenza? Una credenza è semplicemente una proposizione che esprime uno stato mentale creduto possibile. “Io credo che gli aerei cadano a seguito dei vuoti d’aria” vuole dire “E’ possibile che p e io credo che p”: cioè tra tutte le possibilità, io credo proprio a quella.

Con la credenza esprimo una mia convinzione, per di più possibile, anche se questa convinzione non è suffragata dalla mia stessa conoscenza. C’era un mio amico che giocava sempre al superenalotto pur sapendo che avrebbe perso i suoi soldi. Egli ragionava proprio in termini di probabilità, se ragionava, ma egli contemplava solo una possibilità quando andava a spendere i suoi soldi. Di conseguenza è vera:

(3) “Io so che perderò ma io credo di vincere”.

Sebbene non sia in linea di principio impossibile vincere, qui si sta solo prendendo in esame il caso “in generale”.

Concludo: in realtà accade continuamente di osservare persone che sanno benissimo una certa cosa, ma poi non seguono coerentemente la loro conoscenza. E’ un caso comunissimo. La realtà comune e l’uso del linguaggio non suggeriscono che da “io so che…” segua necessariamente “allora io credo che…” a meno di ragionar bene. Ma questo non sempre accade.

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