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Le ricerche filosofiche e il secondo Wittgenstein

7. Whereof one cannot speak, thereof one must be silent.

Ludwig Wittgenstein – Tractatus Logico-Philosophicus

 

What we are supplying are really remarks on the natural history of human beings; we are not contributing curiosities however, but observations which no one has doubted, but which have escaped remark only because they are always before our eyes.

Ludwig Wittgenstein – Philosophical Investigations


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  1. Introduzione: il primo e il secondo Wittgenstein

Il secondo Wittgenstein non è una descrizione definita costruita con un nome proprio per indicare una persona che sia diversa dal ‘primo Wittgenstein’ (ad esempio, Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane oppure Strauss padre e Strauss figlio, tutte diciture vagamente misleading che complicano la vita alle persone dotate di un’intelligenza che di natura non penetra nell’inutile gergo degli addetti ai lavori). Al contrario, la persona è sempre la stessa ma la dicitura vorrebbe indicare che proprio quella stessa ed unica persona ha “cambiato così tanto parere” che si può parlare di una seconda fase del suo pensiero. Quindi esiste un primo e un secondo Wittgenstein, le cui differenze risiedono proprio in qualche cosa che le Philosophical Investigations (Ricerche filosofiche) avrebbero posto in discussione: ‘in che senso usi la parola pensiero quando dici che il primo Wittgenstein ha un pensiero diverso dal secondo?’ [Se vuoi scaricare il file in pdf., vai qui]

Soprattutto, c’è anche un altro senso chiaro in cui il secondo Wittgenstein semplicemente non esiste. A differenza di quasi tutti i maggiori filosofi del XX secolo, Wittgenstein non pubblica quasi niente e soprattutto è solo il primo, e non il secondo, Wittgenstein a dare alle stampe qualcosa. Dopodiché, dato che non si può vivere solo di quanto Wittgenstein aveva deciso di pubblicare, i suoi discepoli a vario titolo e in vario modo pubblicano lo stesso quanto Ludwig aveva conservato per sé. Le Philosophical Investigations (Ricerche filosofiche) nascono proprio così: perché due allievi, di cui la Anscombe in particolare, stabiliscono che gli appunti del “maestro” sarebbero diventati un’opera (con la loro prefazione acclusa). Nel 1953, dopo qualche anno la morte dello stesso autore, Wittgenstein risorge e diventa il ‘secondo Wittgenstein’, il Lazzaro che ha ripreso a camminare, anche lui noto come il ‘secondo Lazzaro’. Ecco cosa si legge proprio nell’incipit della Preface delle Philosophical Investigations, parole dello stesso Wittgenstein:

The thoughts which I publish in what follows are the precipitate of philosophical investigations which have occupied me for the last sixteen years. They concern many subjects: the concepts of meaning, of understanding, of a proposition, of logic, the foundation of mathematics, states of consciousness, and other things. (…) It was my intention at first to bring all this together in a book whose form I pictured differently at different times. But the essential thing was that the thoughts should proceed from one subject to another in a natural order and without breaks. After several unsuccessful attempts to weld my results together into such a whole, I realized that I should never succeed. (Wittgenstein (1953), p. v).

Quindi il secondo Wittgenstein, il redivivo, è stato sostanzialmente una invenzione, una ricostruzione razionale di qualche cosa che Wittgenstein (l’unico) comunque non aveva e forse non avrebbe neppure sottoscritto. Tuttavia, al di là delle mistiche osservazioni di Wittgenstein nella succitata prefazione, le Philosophical Investigations hanno alcuni nuclei estremamente chiari e compatti. Probabilmente, per riprendere l’immagine offerta da Wittgenstein, egli avrebbe voluto proporre un testo unitario in cui da un estremo della filosofia (per esempio, la teoria del significato) si giungesse all’altro senza soluzione di continuità, come un acquarello in cui i colori partono da una particolare estensione dello spettro luminoso per giungere anche all’opposto (l’immagine dei “bozzetti” è dello stesso Wittgenstein).

Ovviamente gli accademici non sono concordi nel parlare di primo e secondo Wittgenstein e ormai c’è anche chi mette in dubbio che Wittgenstein stesso non fosse poi questo grande filosofo al quale le guide per autostoppisti della filosofia ci hanno abituato. Questo trattamento, invero assai ingeneroso, potrebbe essere dovuto al fatto che sebbene Wittgenstein si poteva permettere il lusso di vivere e insegnare a Cambridge senza quasi alcuna pubblicazione e titolo di sorta (non erano rare le lamentele di L. su aspetti che normali persone si rassegnano con poco, tra burocrazia e argomenti di tesi non amati), sebbene Wittgenstein si poteva pascere della migliore “compagnia” filosofica del mondo, e ancora sebbene Wittgenstein fosse amico intimo di Russell (che però non omaggia mai di particolari belle parole, a differenza delle “grandi opere di Frege”) egli pubblicò poco e sempre opere criptiche, scritte in un modo che l’accademia moderna semplicemente respinge. Certo, non è semplice respingere gli argomenti di un Wittgenstein la cui biografia, anche quando eroica, porta sempre dietro le sue origini perlomeno di ricca famiglia della Vienna che significava di per sé un cv di lusso, prima di sparire per sempre dalla geopolitica del mondo che conta.

Quindi è un’ironia della sorte, si può dire, che si parli di primo e secondo Wittgenstein. Sta di fatto, comunque, che ormai per tutti è diventato un modo di dire, è entrato nell’uso, ovvero ha assunto un significato anche secondo il secondo Wittgenstein. Il Wittgenstein delle Philosophical Investigations ((Ricerche filosofiche) 1953) sicuramente è in linea di continuità con il Wittgenstein del Tractatus e, allo stesso tempo, è in grande rottura con esso.

 

  1. Continuità nel pensiero di Wittgenstein

Le linee di continuità sono proprio su quelle che Wittgenstein, nel Tractatus, definisce come le “cose più importanti”: “6.52 We feel that even if all possible scientific questions be answered, the problems of life have still not been touched at all. Of course there is then no question left, and just this is the answer” (Wittgenstein (1921), p. 89. Inoltre: “6.54 My propositions are elucidatory in this way: he who understands me finally recognizes them as senseless, when he has climbed out through them, on them, over them. (He must so to speak throw away the ladder, after he has climbed up on it.) He must surmount these propositions; then he sees the world rightly.” (Wittgenstein (1921), p. 90). E soprattutto: “6.522 There is indeed the inexpressible. This shows itself; it is the mystical” (Wittgenstein (1921), p. 90). Di tutto ciò di cui non si può parlare con chiarezza si deve tacere ed è anche quasi tutto ciò di cui invece non vorremmo parlare. Questo paradosso, questa divergenza tra i desideri filosofici impiacentiti e quelli, invece, più sobriamente solubili non trovano affatto una soluzione dopo il 1921 e soprattutto non nelle Philosophical Investigations (1953) e neanche nelle ricostruite lezioni sulla filosofia della matematica, che Wittgenstein teneva. Non c’è una soluzione anche quando la visione di Wittgenstein sul linguaggio era profondamente cambiata (su questo ritorneremo).

Infatti, noi vorremmo parlare dei problemi della vita e di Dio (così pare) ma entrambi rimangono al di là dell’esprimibile, almeno in modo chiaro e definitivo. Nel Tractatus si dice che Dio non esprime sé nel mondo e siccome tutto ciò di cui si può effettivamente parlare (con chiarezza) sono le proposizioni sui fatti, Dio e i problemi della vita (non meglio chiariti, ma comunque intuibili) ricadono semplicemente nell’inesprimibile. Nelle Philosophical Investigations (Ricerche filosofiche) invece non si pone proprio la questione, se non in modo estremamente tangenziale e comunque ininfluente sul piano dei contenuti. Eppure Wittgenstein doveva sentire da vicino il problema di Dio e, correlatamente, del significato della vita se, come è vero, egli invoca e si affida a Dio durante tutto il periodo della grande guerra, così come testimoniano i suoi diari dell’epoca. Inoltre, uno dei pochi filosofi citati (altro grande distinguo dalla nomenclatura accademica di oggi, l’assenza totale di riferimenti e citazioni) è proprio quel sant’Agostino che propone una particolare formulazione del linguaggio. Quindi, ancora siamo lontani dall’affrontare le tematiche “di cui si vorrebbe parlare”: Wittgenstein non lo farà semplicemente mai.

Questo punto ci pare assodato: Wittgenstein non sembra darci ragioni per cambiamenti di idea. Rimane, dunque, che la filosofia è un modo per non affrontare i problemi insolubili e circoscrivere senza risolvere alcune peculiari formulazioni linguistiche:

6.53 The right method of philosophy would be this. To say nothing except what can be said, i.e. the propositions of natural science, i.e. something that has nothing to do with philosophy: and then always, when someone else wished to say something metaphysical, to demonstrate to him that he had given no meaning to certain signs in his propositions. This method would be unsatisfying to the other – he would not have the feeling that we were teaching him philosophy – but it would be the only strictly correct method. (Wittgenstein (1921), p. 90).

Questa proposizione del Tractatus limita ad un ruolo molto angusto la filosofia, che è sostanzialmente concepita come metafisica e, come tale, priva di “meaning”. Anche questo atteggiamento scettico circa qualsiasi posizione positiva esplicita in filosofia non cambia in tutto il pensiero di Wittgenstein. Infatti, anche quando nelle Philosophical Investigations Wittgenstein riconsidera quanto ha senso dire, non riesce mai a concludere niente circa una posizione filosofica netta e definitiva.

Ma il punto è che per Wittgenstein tale definitiva affermazione sarebbe semplicemente informulabile: non avrebbe neppure senso perché nasce da una forzatura del linguaggio. Anche nel Tractatus le cose non sarebbero state intese diversamente, solamente la natura di questa ‘forzatura’, lo stesso uso della parola, sarebbe stato inteso in modo non necessariamente identico. Nel Tractatus le proposizioni sono solo le proposizioni su fatti e combinazioni, le pseudo-proposizioni sono tutte le altre formulazioni linguistiche che non hanno un significato chiaro (non sono proposizioni). Nelle Philosophical Investigations invece la filosofia diventa impossibile solamente perché nasce da equivoci sulle parole, ovvero il filosofo usa un linguaggio suo proprio, composto di forzature e insensatezze. Se nel Tractatus il problema era definire un linguaggio ‘trasparente’, capace di restituire il mondo con chiarezza, nelle Philosophical Investigations invece si assume che tutto ciò che ha senso descrivere è l’uso e abuso del linguaggio naturale per particolari problemi filosofici.

  1. L’oggetto della filosofia di Wittgenstein

Oltre ad alcuni contenuti fondamentali e al ‘metodo’ di fondo, Wittgenstein non cambia idea sull’oggetto di studio. Infatti, il linguaggio è sostanzialmente l’unica cosa che possiamo studiare perché sta tra noi e il mondo. Ma tutto quello che sappiamo di noi stessi (stati mentali, anima, mente, psicologia…) e del mondo (fatti, stati di cose…) è intuibile ma non descrivibile con il nostro linguaggio. Se, da un lato, sembra che Wittgenstein si stia ponendo in modo critico nei confronti del linguaggio (esso non conduce a niente oltre se stesso), in realtà egli semplicemente propone un argomento implicito: se tutto ciò che posso dire di sapere – il mio mondo – è espresso dal linguaggio, allora per studiare il mio mondo devo studiare il linguaggio. La grammatica, intesa alla Wittgenstein, diventa l’unica indagine possibile.

Ma allora la filosofia che cosa è? Che senso ha? Wittgenstein, ancora, può dare solo immagini, che hanno ritrovato un loro senso proprio perché sono un uso del linguaggio che non significa niente di particolare ma mostra un modo in cui il linguaggio è effettivamente impiegato, ovvero una applicazione (parola che ritorna continuamente). Non può, per esempio, definire la filosofia in modo rigoroso perché sarebbe una forzatura (e una rottura del congegno applicativo) del linguaggio ordinario. Quindi si tratta di caratterizzazioni parziali:

These are, of course, not empirical problems; they are solved, rather, by looking into the workings of our language, and that in such a way as to make us recognize those workings: in despite of an urge to misunderstanding them. The problems are solved, not by giving new information, but by arranging what we have always known. Philosophy is a battle against the bewitchment of our intelligence by means of language” (Wittgenstein (1953), p. 47 corsivo nostro).

“La filosofia è una battaglia contro gli incantesimi della nostra intelligenza attraverso i mezzi del linguaggio”. Ancora, anche qui, nel Tractatus si concepiva la filosofia come sorta di metodo diagnostico di problemi insolubili da considerare come tali. Qui si parla di “battle against the bewitchment of our intelligence” che la filosofia può vincere “by the means of language”. Però, curiosamente, l’incantesimo della nostra intelligenza può tranquillamente nascere dall’uso inappropriato del linguaggio. Quindi, la filosofia può essere sia causa che soluzione del “bewitchment of our intelligence”. E questa ambivalenza della filosofia è costante in Wittgenstein.

“When we do philosophy we are like savages, primitive people, who hear the expressions of civilized men, put a false interpretation on them [that words], and then draw the queerest conclusions from it” (Wittgenstein (1953), p. 79). In questa nota Wittgenstein sembra considerare la filosofia la causa del “bewitchment of our intelligence”, ma anche qui è aperta l’ambivalenza. Perché l’essere dei selvaggi, dei primitivi, consente di guardare le cose (il linguaggio, in questo caso) da un punto di vista privilegiato, cioè da parte di chi sostanzialmente si può formare preconcetti ex post ma non li ha ex ante. Chiaramente, comunque, la filosofia non può avere nessun intento costruttivo, nella misura in cui si ritrova a doversi porre nella condizione di imparare e non di insegnare (“we are like savages” e quindi “we are not a society”).

Tutto questo è confermato da un altro passo, tratto dal paragrafo 599: “In philosophy we do not draw conclusions. “But it must be like this!” is not a philosophical proposition. Philosophy only states what everyone admits” (Wittgenstein (1953), p.156). Come tutti i grandi filosofi, anche Wittgenstein stabilisce che cosa la filosofia è e cosa non è… per lui. Curiosamente, dunque, Wittgenstein è estremamente sintetico circa la potenza della filosofia: si limita in poco e può fare ancora meno proprio perché di fatto si deve limitare a dire ciò che tutti ammettono. Ovvero, per ritornare ancora al Tractatus, la filosofia è la scienza dell’ovvio, quando risolve un problema, ed è la scienza del nulla quando non risolve alcun che, ma anzi crea l’incantesimo alla nostra intelligenza. Tuttavia, ancora, la posizione di Wittgenstein è ambivalente perché non dice che “Philosophy states what everyone admits” sia un fatto negativo in quanto tale. Esso è semplicemente lo scopo genuino della filosofia: “Philosophy may in no way interfere with the actual use of language; it can in the end only describe it. For it cannot give it any foundation either. It leaves everything as it is” Wittgenstein (1953), p. 49.

  1. Il falso scetticismo di Wittgenstein

Prima di venire ai cambiamenti tra le posizioni di Wittgenstein, vorremmo esaurire i nuclei costanti della sua filosofia. Un punto interessante è se Wittgenstein dovrebbe essere considerato uno scettico. In fondo, egli nega quasi ogni possibile espressione sugli stati mentali e tutto il linguaggio incentrato sul soggetto (esperienze, emozioni, stati mentali, processi cognitivi etc.): tutto si gioca su forzature della grammatica delle parole che non sarebbero capaci che di trasmettere pochi nuclei sicuri di significato. Ma le cose non stanno troppo diversamente sul versante del mondo. Infatti, la logica – e le conclusioni del Tractatus da questo punto di vista – sono solo un gioco linguistico in cui si forza il linguaggio ad assumere la forma del mondo. Ma il linguaggio e il mondo seguono regole distinte. E qui Wittgenstein direbbe: il mondo segue le leggi di causa come una parola segue le leggi della grammatica? Ovvero, cosa significa “seguire una regola”?

Eppure Wittgenstein non è uno scettico, nonostante il fatto che egli non formuli mai nulla di costruttivo, se non nei termini di qualcosa inerente alla ‘logica del linguaggio’. Non è uno scettico prima di tutto perché in varie circostanze definisce lo scetticismo un nonsenso (filosofico). Anch’esso è solo una variante della filosofia, intesa qui in senso deteriore (un “bewitchment of our intelligence”). Non si tratta del fatto che, essendo scettico, Wittgenstein non può effettivamente dire di sé di essere uno scettico (cosa che invero quasi tutti gli scettici fanno). Wittgenstein non è uno scettico perché, al contrario, è legato all’idea che il linguaggio sia una realtà almeno parzialmente intelligibile. E’ il linguaggio ad essere l’oggetto dell’attenzione filosofica di Wittgenstein e, come abbiamo visto, almeno questo può essere fatto. Quindi, la sua posizione è molto più vicina ai mistici tedeschi della teologia negativa (per esempio, Meister Eckhart) di quanto non lo sia agli scettici. Infatti, dato il fatto che in Wittgenstein non si trova alcuna possibilità di relazionare il mondo e il soggetto, e dato il fatto che il linguaggio è tutto ciò di cui possiamo parlare con cognizione di causa, rimane solo il linguaggio da investigare. E questo può essere fatto e Wittgenstein lo fa.

  1. Lo stile di Wittgenstein tra continuità e differenze

Lo stile di Wittgenstein rimane aderente alla sua immagine della sua filosofia. In altre parole, egli sembra che quanto scriva debba essere sostanzialmente un fatto privato. Anche il Tractatus, di fatto, è un insieme di aforismi, anche se ordinati in una sequenza logica. Non è chiaro sino a che punto Wittgenstein si aspettasse di essere letto o capito e, sicuramente, non ha mai fatto alcuno sforzo evidente per cercare di aiutare il lettore nella lettura delle sue opere. Le Philosophical Investigations sono scritte in modo sostanzialmente simile ad un diario, non sono strutturate in modo compiuto e offrono un’immagine del mondo e del linguaggio che può essere colta soltanto non perdendosi nel labirinto stesso del linguaggio di Wittgenstein (già che, come vedremo, Wittgenstein concepisce il linguaggio proprio come un labirinto).

A differenza del Tractatus, le Philosophical Investigations non sono scritte con un intendo sistematico e si abbandonano ad una serie disomogenea di paragrafi che possono considerare un tema e poi cambiare argomento oppure considerare lo stesso argomento da più angolature talmente lontane da essere inconciliabili.

  1. Variazioni nel pensiero di Wittgenstein rispetto ai nuclei principali: la logica

Tuttavia, esistono anche delle obiettive differenze, come è logico aspettarsi in un pensiero in costante evoluzione di durata più che ventennale. Il principale cambiamento in Wittgenstein è dovuto al fatto che rigetta l’idea che esista un linguaggio privilegiato artificiale per accedere al mondo. Era quanto egli aveva proposto nel Tractatus, in piena linea di continuità con i fondazionalisti della logica e matematica suoi maestri, ovvero Bertrand Russell (1870-1972) e Gottlob Frege (1848-1925). La logica formale contemporanea nasce dall’estremo scetticismo dei filosofi sul linguaggio ordinario, concepito come vago e ambiguo. Sia la vaghezza che l’ambiguità erano proprietà che rendevano il linguaggio non necessariamente inutile, ma sostanzialmente inadatto a risolvere i problemi alla base della filosofia e della matematica. La filosofia, in particolare, era interamente viziata alla radice dal fatto che scambiava la logica del linguaggio con la logica del mondo. Quindi, il linguaggio della filosofia è sostanzialmente in antitesi con quanto vorremmo disporre per parlare del mondo, cosa che accade con il linguaggio scientifico.

Come si può intuire, Wittgenstein si situa in linea di continuità con lo scetticismo radicale verso la filosofia di questo genere e questo non solo si vede pienamente nel Tractatus, ma anche nel fatto che egli non legge quasi nulla della storia della filosofia, a parte forse Schopenhauer e Agostino. Lo stesso Russell che, tutto sommato, scrive molto in linguaggio naturale, non è il prediletto di Wittgenstein, al quale preferisce sostanzialmente Frege, pur con i suoi limiti. Wittgenstein rimane, come visto, legato ad un qualche tipo di idiosincrasia nei confronti della filosofia classica e lo mostra in molti modi.

Ma in lui avviene un cambiamento: egli diventa scettico anche nei confronti della visione logicista del mondo da intendersi qui in senso ingenuo. Ovvero, alla fine, Wittgenstein diventa scettico anche nei confronti della logica in senso ampio e in senso stretto, quella stessa logica alla quale lui stesso aveva contribuito a sviluppare. Pare che uno dei suoi più clamorosi abbagli in questo senso fu l’interpretazione del teorema di Gödel come di un vero e proprio paradosso (da cui alcuni, come Berto (2008)), sostenendo che da una contraddizione non segue necessariamente qualsiasi cosa e che una contraddizione non dovrebbe poi disturbarci più di tanto (ovvero, qui Wittgenstein sta rifiutando sostanzialmente uno dei cardini della logica classica).

Il fatto che Wittgenstein aveva fatto outing rispetto alla logica classica non è solo un fatto estemporaneo. E’ anzi l’elemento che mostra più chiaramente la distanza che c’era tra quanto riteneva corretto nel Tractatus e quanto invece credeva giusto successivamente. Il punto è centrale. Il linguaggio ordinario è il nostro stesso universo e limitarsi ad una sua sola parte, considerandola come corretta, è soltanto fuorviante. Il linguaggio ordinario non ammette argini e steccati e non ha neppure senso chiedersi se esista un linguaggio più preciso e meno ambiguo. L’ambiguità, infatti, non nasce dal fatto che uno stesso segno può attribuirsi a più cose, rendendo il segno un qualcosa di intrinsecamente ambiguo. Ogni espressione linguistica ammette più interpretazioni perché l’applicazione della grammatica del linguaggio a varie espressioni segue regole diverse e la stessa aderenza alla regola cambia in base all’uso.

L’uso delle parole non esaurisce tutto quanto può dirsi sul linguaggio perché la grammatica generale del linguaggio consente di seguire più regole diverse in modo diverso. Non esiste un modo privilegiato di seguire una regola, ma esiste un modo sbagliato di considerare il rapporto tra la regola e la parola: limitare l’uso di una parola ad uno solo dei possibili è sostanzialmente fare formule magiche (il bewitchment of our intelligence si crea così). Quindi, tutta la costruzione dei fondamenti della matematica giocata sulla ricostruzione di un linguaggio né vago né ambiguo è un supremo atto di incantesimo della nostra intelligenza, né più né meno. Esso è un modo come un altro per creare una cabala, anche quando questa può essere parzialmente utile. Curiosamente Wittgenstein non si esprime sulla scienza e se questa possa effettivamente descrivere il mondo. Di fatto, si potrebbe dire, la scienza non è altro che una particolare versione del linguaggio ordinario e quindi, se non ci specula sopra e si impiega il linguaggio secondo quella particolare variante, tutto è a posto. Non c’è ragione di parlare della scienza in quanto essa non è distinta dal nostro modo ordinario di concepire il mondo.

Naturalmente, per il mondo accademico a cui Wittgenstein si riferisce, questa nuova interpretazione della filosofia è chiaramente in netto contrasto con quanto Wittgenstein sosteneva precedentemente. E qui si comprende perché Wittgenstein diventi una sorta di mostro sacro che, in quanto mostro, è affrontato solo da alcune particolari personalità filosofiche (Kripke e Chomsky, per esempio). Infatti, questa posizione nuova di Wittgenstein sostanzialmente implica il rigetto di tutta la logica formale, sia filosofica che matematica. Non solo, ma di fatto, considera la filosofia accademica tutta come una forzatura del linguaggio ordinario e la qualifica implicitamente come un particolare gioco linguistico incapace di catturare quasi tutto quello che dovrebbe essere catturato. Questo è il punto rivoluzionario che, appunto, è rivoluzionario solo per chi subisce questa critica, implicita ma presente. Non è un caso che ne Lezioni sulla filosofia della matematica Wittgenstein continuamente metta alla prova il linguaggio logico formale, soprattutto dialogando con Alan Turing il quale, per altro, non sembra mai pienamente convinto delle obiezioni di Wittgenstein.

  1. La pars costruens del pensiero di Wittgenstein

Come detto, Wittgenstein non ha solo una visione negativa della filosofia e non è uno scettico. Egli ha una sua peculiare visione della filosofia, come visto, che ha come unico oggetto il linguaggio. Nelle Philosophical Investigations il linguaggio ordinario è esplorato in lungo e in largo, giacché esso è come un labirinto:

203. Language is a labyrinth of paths. You approach from one side and know your way about; you approach the same place from another side and no longer know your way about. (Wittgenstein (1953), p. 83).

Il linguaggio come labirinto è una potente metafora che indica che non esiste una strada privilegiata, una volta che si comprende il fatto che si tratta di un labirinto in cui non c’è né un’entrata né un’uscita. Si tratta di un labirinto in cui viene a vivere e, infatti, Wittgenstein sottolinea che il linguaggio è una forma di vita e fa parte di noi come il nostro organismo. Tuttavia, potrebbe adombrarsi una qualche forma di circolarità: se il linguaggio è tutto ciò di cui possiamo parlare, allora noi non fuoriusciamo mai dal linguaggio. Infatti le cose stanno esattamente così: per questo “You approach from one side and know your way about; you approach the same place from another side and no longer know your way about”. Le direzioni sono tutte possibili, non c’è una via privilegiata di accesso perché si è già nel linguaggio. Quindi:

107. The more narrowly we examine actual language, the sharper becomes the conflict between it and our requirement. (For the crystalline purity of logic was, of course, not a result of investigation: it was a requirement.) The conflict becomes intolerable; the requirement is now in danger of becoming empty. – We have got on to slippery ice where there is no friction and so in certain sense the conditions are ideal, but also, just because of that, we are unable to walk. We want to walk: so we need friction. Back to the rough ground!

La logica non offre appigli. Dobbiamo tornare al linguaggio ordinario. La logica, dunque, non offre un accesso privilegiato, semmai sia un accesso possibile e sensato (abbiamo visto che in molti sensi non lo è). In che senso lo sarebbe? Sarebbe qui la parola “accesso” usata in modo accurato? Per Wittgenstein non lo sarebbe.

Per mostrare sino a che punto la logica non costituisca una soluzione al problema, Wittgenstein mostra la ricchezza dell’insieme dei nostri usi del linguaggio. Esso può essere descrittivo, ma in che senso qui la parola “descrittivo” va impiegata? Non esiste un modo unico per descrivere qualcosa perché l’uso descrittivo del linguaggio segue regole estremamente diverse la cui interpretazione cambia da contesto a contesto (da gioco linguistico a gioco linguistico). La nostra descrizione del mondo “esterno” è operata in molti modi e nessuno di essi è più lecito di un altro. Discorso analogo vale per la descrizione del soggetto, il quale restituisce il suo mondo utilizzando varie forzature del linguaggio.

Soprattutto, il linguaggio ha molti limiti e conseguenti problemi. Innanzi tutto, esistono più possibili interpretazioni di esso. Interpretare il linguaggio può dipendere dall’applicazione di una regola ad un certo uso linguistico, ma quale dovrebbe essere l’interpretazione standard? Se l’interpretazione standard consiste nell’applicare una unità di misura universale ad una certa cosa corrispondente, ebbene cosa dovrebbe rendere questa misura “universale”? Non esiste un unico modo di usare il metro e la stessa definizione del metro (per esempio, quello deposto a Parigi) dipende a sua volta, forse, dall’applicazione di un metro? Non esistono misure universali perché non esistono modi di interpretazione delle regole che siano anch’esse universali. Quindi ogni misurazione è, in un certo senso, intrinsecamente arbitraria. Per esempio, se pretendi che il tuo banco misuri un metro, ebbene cosa ti dovrebbe far credere che il tuo modo di misurare è lo stesso che impiegherei io in circostanze analoghe? Cosa significa “misurare” qualcosa? Esiste un modo unico di impiegare la parola “misurare” nel linguaggio? Abbiamo già visto che il linguaggio è un labirinto e ha una molteplicità di accessi. Quindi non esiste una unità di misura del linguaggio, cioè un’interpretazione corretta della stessa regola.

Non esiste un unico modo di interpretare una regola, non esiste neppure una serie di regole definitive, anche quando fossero univoche nell’interpretazione. E, noterebbe Wittgenstein, se qualche cosa è suscettibile di interpretazione, allora non esiste un’unica interpretazione possibile a meno che non si forzi il linguaggio in un certo modo. Come abbiamo visto, Wittgenstein non concepisce alcuna relazione tra il mondo, il soggetto e il linguaggio e, quindi, non ammette interpretazioni standard. Ammette, invece, solo interpretazioni non ordinarie, che sono quelle che pretendono la loro unicità.

23. But how many kinds of sentence are there? Say assertion, question, and command? – There are countless kinds: countless different kinds of use of what we call “symbols”, “words”, “sentences”. And this multiplicity is not something fixed, given once for all; but new types of language, new language-games, as we may say, come into existence, and others become obsolete and get forgotten.

Da questo passo si nota come gli usi siano suscettibili di diverse applicazioni in base al tempo. Il nostro linguaggio non è solo un labirinto precostruito ma siamo noi stessi che lo costruiamo usandolo. Esiste un limite nella forma di ciò che questo labirinto può essere e questa è la grammatica:

520. “If a proposition too is conceived as a picture of a possible state of affairs and is said to shew the possibility of the state of affairs, still the most that the proposition can do is what a painting of relief or film does: and so it can at any rate not set forth what is not the case. So does it depend wholly on our grammar what will be called (logically) possible and what not, – i.e. what that grammar permits?” – But surely that is arbitrary! – Is it arbitrary? – It is not every sentence-like formation that we know how to do something with, not every technique has an application of our life; and when we are tempted in philosophy to count some quite useless thing as a proposition, that is often because we have not considered its application sufficiently. (Wittgenstein (1953), p. 142).

Questo passo è molto importante perché mostra che la grammatica è lo spazio del possibile, ciò che crea gli effettivi steccati del labirinto. Però, allo stesso tempo, non tutti i muri vengono eretti, non tutta la grammatica viene impiegata effettivamente. Questo dipende dal fatto che il linguaggio, per Wittgenstein, è una forma di vita, il nostro modo di essere e che quindi ha dei limiti imposti dal suo stesso uso. Per chiarire il concetto, il mondo segue le leggi della fisica ma le leggi della fisica non diranno mai ciò che accadrà ma solo ciò che può accadere a date circostanze. La grammatica del linguaggio non mostra ciò che si dirà ma solo ciò che può dirsi e non può dirsi. Per questo “So does it depend wholly on our grammar what will be called (logically) possible and what not, – i.e. what that grammar permits?” – But surely that is arbitrary!”. Quindi la grammatica del linguaggio non è ancora linguaggio ma solo lo spazio del possibile linguistico.

Il linguaggio quindi è un fatto astratto e concreto, quando assume una certa forma reale (una proposizione, ad esempio). La sua realtà dipende dall’uso che determina una particolare istanza del linguaggio, ovvero una sua formulazione concreta. La “formulazione concreta” è un’applicazione specifica del linguaggio: non è un caso che la parola “application” ricorra nelle pagine proprio perché è il contraltare concreto dell’astratta grammatica del linguaggio. Questo viene esplicitato in modo netto nel paragrafo 454:

454. “Everything is already there in…” How does it come about that this arrow à points? Doesn’t it seem to carry in it something besides itself? – “No, not the dead line on the paper; only the psychical thing, the meaning, can do that.” – That is both true and false. The arrow points only in the application that a living being makes of it. (Wittgenstein (1953), p. 132).

Quindi, ritornando alla filosofia, cosa si può dire della teoria del significato? Che cosa significa una parola? Non esiste una interpretazione univoca della domanda, non c’è una logica privilegiata per affrontare questo quesito ma può essere mostrata solo in controluce l’insieme degli usi possibili del significato di una parola, scandagliando gli usi effettivi e, al massimo, la generale grammatica della parola. Il punto critico della filosofia di Wittgenstein, in questo senso sì, positiva, è che non è affatto chiaro cosa debba essere inteso con “grammatica del linguaggio”. La natura di questa grammatica è tutt’altro che chiara perché non si tratta delle regole del linguaggio che, come abbiamo visto, non sono mai univoche né mai definite una volta per sempre né hanno applicazioni universali.

In che senso il significato di una parola è il suo uso può essere ora, invece, più chiaro ma non l’idea che sta a monte. Se la parola significa tutto quello che può significare secondo la grammatica del linguaggio, la grammatica del linguaggio non è qualcosa che può essere definito. E anche qui allora ritorniamo al mistico, al concetto limite finale dal quale o si fuoriesce dal linguaggio oppure non si può che girare a vuoto. Per questo Wittgenstein dice, ma non descrive, che il linguaggio è una forma di vita. Ma la vita non può essere qualcosa di catturabile dalla filosofia, proprio come nel Tractatus e, allora, di nuovo ritorniamo al punto di partenza: tutto ciò di cui vorremmo parlare non può essere detto. E tutto quello che abbiamo detto non ha aggiunto molto a quanto noi già sapevamo perché niente è fuoriuscito da quanto è contenuto nel linguaggio ordinario.


Bibliografia

Berto F., (2008), Tutti pazzi per Gödel, Laterza, Roma-Bari.

Wittgenstein L., (1953), Philosophical Investigations, McMillan, New York.

Wittgenstein L., (1921), Tractatus Logico-Philosophicus, Chiron Academic Press, Sweden.

Wittgenstein L., (1939), Lezioni sui fondamenti della matematica, Bollatti-Boringhieri, Milano.

Wittgenstein L., (2001), Diari segreti, Laterza, Roma-Bari.

 


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

2 Comments

  1. TomTom novembre 11, 2017

    Non ho capito il senso di riportare le citazioni in inglese

    • RedazioneRedazione novembre 12, 2017

      Ciao,

      Molto semplicemente ho letto il testo in inglese e riporto le citazioni direttamente dal testo di origine. Questa regola è applicabile in ogni contesto di tipo più o meno rigoroso, quando ciò è possibile. In ogni caso, esiste una traduzione della Einaudi ed è piuttosto semplice trovare la traduzione dei passi di Wittgenstein dato il suo sistema di paragrafazione.

      Grazie per averci letto e faccio un caro saluto.

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