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Wittgenstein L.

A cura di Pili Giangiuseppe       www.scuolafilosofica.com

Vita.

La vita di Wittgenstein è rapsodica come la pubblicazione delle sue opere e del loro stesso stile: i silenzi erano senza dubbio la parte più lunga delle sue giornate e dei suoi anni. Anche perché, come è noto dalle sue lezioni, non era affatto ovvio capirlo quando parlava o farsi capire da lui. Pare che avesse una predisposizione straordinaria all’introspezione e all’isolamento dal resto del mondo, qualità, per altro, che deve averlo aiutato molto durante i cinque lunghi anni della prima guerra mondiale. D’altra parte, come la stessa vita ci insegna, è spesso meglio ascoltare i propri ragionamenti che le assurdità del mondo esterno.

Chi avesse visto il bellissimo film di Orson Welles “L’orgoglio degli Amberson” ha idea a che genere di famiglia Wittgenstein appartenesse: ricchissima e ben inserita nel clima culturale della Vienna dell’inizio novecento e si sente un certo valzer di Strauss ritornare negli orecchi.

Nasce nel 1889 a Vienna, il 26 aprile. Pare che non abbia proferito parola fino ai cinque anni. La famiglia era numerosa ma ben tre fratelli si suicidano durante l’adolescenza di Ludwig. Egli rimase con altri tre fratelli e una sorella.

Nel 1908 intraprende gli studi ovvi per il figlio di ricchi industriali: ingegneria aeronautica. Inizia a studiare a Manchester, ma, dopo che già aveva contattato Frege, su suo consiglio, nel 1911 si trasferisce a Cambridge, da Russell, per approfondire i suoi interessi per i fondamenti della matematica e di logica.

A Cambridge riesce a stringere forti legami di amicizia sia con Russell che con l’altro grande iniziatore della filosofia analitica, G. E. Moore, pensatore noto soprattutto per il tentativo di dimostrazione dell’esistenza del mondo esterno e per l’affermazione della “fallacia naturalistica” in etica, nel suo libro più importante e celebre: Principia Ethica.

Ad un certo punto Wittgenstein sente l’esigenza di appartarsi per riflettere su importanti questioni filosofiche e sceglie la Norvegia come Paese su cui esser ospite. Durante questo periodo abbiamo delle note di Moore, che andò a trovarlo.

Allo scoppio della prima guerra mondiale, Wittgenstein sente bollire il suo sangue patriottico e il suo piccolo corpo longilineo e secco si configura con le cose più a sud della Norvegia e si arruola volontario nell’esercito austroungarico. Durante la guerra continua le sue riflessioni filosofiche che avranno un esito straordinario nell’opera chiave dell’intera contemporaneità: il Tractatus Logico Philosophicus. Viene fatto anche prigioniero in Italia e ne approfitta per continuare a scrivere il suo manoscritto.

Appena finisce la guerra il Tractatus è pubblicato in tedesco. Verrà tradotto repentinamente e l’introduzione è scritta da Russell in modo da dargli un certo lustro. L’opera avrà un grande seguito.

Wittgestein, nel 1921, una volta pubblicato il Tractatus in inglese, si ritira sulle montagne austriache per insegnare ad una scuola elementare, convinto com’era, di aver risolto tutte le questioni filosofiche.

Durante una profonda crisi emotiva, rifiuta l’eredità del padre. Dal 1921 al 1929 egli compie diversi lavori, oltre al maestro elementare, come il giardiniere per un convento. Progetta e attende alla realizzazione della casa della sorella a Vienna, tutt’ora esistente.

Solo nel 1929 Wittgenstein riprende a frequentare attivamente i circoli culturali ed è nota la sua influenza al circolo di Vienna, in queste occasioni verranno presi diversi quaderni d’appunti, oggi noti come “Quaderno marrone” e altri.

Nel 1930-1940 si trasferisce nuovamente a Cambridge per tenere dei corsi durante i quali i problemi comunicativi, lungi dall’essere appianati dagli approfonditi studi di Wittgenstein, rendevano difficoltosa la comprensione da parte degli studenti di Wittgenstein e, viceversa.

Dopo aver compiuto qualche viaggio, Wittgenstein muore nel 1951 a Cambridge e pare che le sue ultime parole siano state: “Dite loro che ho avuto una vita bellissima” ( Tell them I’ve had a wonderfull life ).

Opere.

Wittgenstein ha pubblicato solo cinque opere durante la sua vita:

1)Review of Peter Coffey, The Science of Logic. In: “The Cambridege Review. A Journal of University Life and Thought”, 34 ( 1913 ).

2) Tractatus logico-philophicus. 1921.

3) Some Remarks on Logical Form. In: “Proceedings of the Aristotelian Society”, 1929.

4) To the Editor of Mind. In: “Mind”, 42 ( 1933 ), pp. 415-16.

5) Un dizionario elementare.

Citiamo la bibliografia integrale:

  • The Blue and Brown Books (BB), 1958, Oxford: Blackwell.
  • Culture and Value, 1980, G.H. von Wright (ed.), P. Winch (trans.), Oxford: Blackwell.
  • Last Writings on the Philosophy of Psychology, vol. 1, 1982, vol. 2, 1992, G.H. von Wright and H. Nyman (eds.), trans. C.G. Luckhardt and M.A.E. Aue (trans.), Oxford: Blackwell.
  • “A Lecture on Ethics”, 1965, The Philosophical Review 74: 3-12.
  • Lectures and Conversations on Aesthetics, Psychology and Religious Belief, 1966, C. Barrett (ed.), Oxford: Blackwell.
  • Letters to C.K. Ogden with Comments on the English Translation of the Tractatus Logico-Philosophicus, 1973, G.H. von Wright (ed.), Oxford: Blackwell.
  • Letters to Russell, Keynes and Moore, 1974, G.H. von Wright and B.F. McGuinness (eds.), Oxford: Blackwell.
  • Ludwig Wittgenstein and the Vienna Circle: Conversations Recorded by Friedrich Waismann, 1979, B.F. McGuinness (ed.), Oxford: Blackwell.
  • Notebooks 1914-1916, 1961, G.H. von Wright and G.E.M. Anscombe (eds.), Oxford: Blackwell.
  • On Certainty, 1969, G.E.M. Anscombe and G.H. von Wright (eds.), G.E.M. Anscombe and D. Paul (trans.), Oxford: Blackwell.
  • Philosophical Grammar, 1974, R. Rhees (ed.), A. Kenny (trans.), Oxford: Blackwell.
  • Philosophical Investigations (PI), 1953, G.E.M. Anscombe and R. Rhees (eds.), G.E.M. Anscombe (trans.), Oxford: Blackwell.
  • Philosophical Occasions, 1993, J. Klagge and A. Nordmann (eds.), Indianapolis: Hackett.
  • Philosophical Remarks, 1964, R. Rhees (ed.), R. Hargreaves and R. White (trans.), Oxford: Blackwell.
  • ProtoTractatus — An Early Version of Tractatus Logico- Philosophicus, 1971, B.F. McGuinness, T. Nyberg, G.H. von Wright (eds.), D.F. Pears and B.F. McGuinness (trans.), Ithaca: Cornell University Press, 1971).
  • Remarks on Colour, 1977, G.E.M. Anscombe (ed.), L. McAlister and M. Schaettle (trans.), Oxford: Blackwell.
  • “Remarks on Frazer’s Golden Bough”, 1967, R. Rhees (ed.), Synthese 17: 233-253.
  • Remarks on the Foundations of Mathematics, 1956, G.H. von Wright, R. Rhees and G.E.M. Anscombe (eds.), G.E.M. Anscombe (trans.), Oxford: Blackwell, revised edition 1978.
  • Remarks on the Philosophy of Psychology, 1980, vol. 1, G.E.M. Anscombe and G.H. von Wright (eds.), G.E.M. Anscombe (trans.), vol. 2, G.H. von Wright and H. Nyman (eds.), C.G. Luckhardt and M.A.E. Aue (trans.), Oxford: Blackwell.
  • Tractatus Logico-Philosophicus (TLP), 1922, C.K. Ogden (trans.), London: Routledge & Kegan Paul. Originally published as “Logisch-Philosophische Abhandlung”, in Annalen der Naturphilosophische Vol. XIV, 3/4, 1921.
  • Tractatus Logico-Philosophicus, 1961, D.F. Pears and B.F. McGuinness (trans.), New York: Humanities Press.
  • Wittgenstein: Conversations, 1949-1951, 1986, O.K. Bouwsma; J.L. Kraft and R.H. Hustwit (eds.), Indianapolis: Hackett.
  • Wittgenstein’s Lectures, Cambridge 1930-1932, 1980, D. Lee (ed.), Oxford: Blackwell.
  • Wittgenstein’s Lectures, Cambridge 1932-1935, 1979, A. Ambrose (ed.), Oxford: Blackwell.
  • Wittgenstein’s Lectures on the Foundations of Mathematics, 1976, C. Diamond (ed.), Ithaca: Cornell University Press.
  • Wittgenstein’s Lectures on Philosophical Psychology 1946- 47, 1988, P.T. Geach (ed.), London: Harvester.
  • Zettel, 1967, G.E.M. Anscombe and G.H. von Wright (eds.), G.E.M. Anscombe (trans.), Oxford: Blackwell.
  • The Collected Manuscripts of Ludwig Wittgenstein on Facsimile CD Rom, 1997, The Wittgenstein Archives at the University of Bergen (ed.), Oxford: Oxford University Press[1].

Schema di ragionamento.

Ipotesi W(ittghenstein)1: Il mondo è la totalità dei fatti. ( P. 1 )

Specifica a: Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose ( P. 1 ).

Specifica b: Il fatto è il sussistere di stati di cose ( P. 2 ).

Inferenza. Se il mondo è la totalità dei fatti, se il fatto è il sussistere di stati di cose allora il mondo è la totalità di stati di cose.

Tesi Wi: dunque, il mondo è la totalità di stati di cose.

Specifica a: uno stato di cose è un insieme di oggetti in un certa configurazione tra loro.

Specifica b: la configurazione degli oggetti è la forma del fatto, mentre gli oggetti costituiscono la sostanza del fatto ( P. 2.021 ).

Specifica c: il fatto è così definito dalla configurazione qualitativamente, ed è definito dagli oggetti quantitativamente.

Specifica d: il fatto è pienamente esaurito dall’insieme degli oggetti che lo compongono e dalla forma che questi hanno tra loro.

Ipotesi W2: un fatto può accadere o non accadere e tutto il resto restare uguale ( P. 1.2; 1.21 ).

Spiegazione I: “Il mondo si divide in fatti” significa che il mondo non è un’entità unica, omogenea, ma che è un insieme di cose tra loro relazionate.

Spiegazione II: “Qualcosa può accadere o non accadere e tutto il resto rimanere eguale” significa che posto un fatto non ne segue necessariamente un altro e, dunque, se un fatto diventa da positivo a negativo ( cessa di essere ), ciò non era deducibile a priori. In questo senso, se un fatto accade o non accade, non cambia il resto dei fatti.

Inferenza. Se un fatto può accadere o non accadere e tutto il resto restare uguale, se il mondo è la totalità dei fatti, se un fatto è uno stato di cose allora uno stato di cose può accadere o non accadere e tutto il resto restare uguale.

Tesi Wii: dunque, uno stato di cose può accadere o non accadere e tutto il resto restare uguale.

Ipotesi W3: un oggetto è definito dall’insieme delle sue possibili configurazioni in fatti.

Specifica a: dunque, sebbene “l’oggetto sia semplice” ( P. 2.02 ) e sebbene sia l’essenza materiale del fatto, ciò non significa affatto che noi definiamo l’oggetto a partire dalla sua sola essenza materiale. Anzi, se noi di un oggetto sapessimo esclusivamente che esso è costituito di un certo materiale, non saremmo ancora in grado di dire nulla di quella cosa.

Specifica b: noi conosciamo un’entità qualunque solo quando conosciamo le sue possibili occorrenze in fatti, noi sappiamo, dunque, collocarlo in contesti fattuali in cui può effettivamente ricorrere. Un oggetto è l’insieme di tutte le sue ricorrenze e di tutte le sue impossibili ricorrenze.

Specifica c: gli oggetti di per loro, slegati dagli altri, non sono che sostanza, per tale ragione essi sono definiti dalle loro proprietà solo relativamente al fatto che sono parti di fatti. Di per loro, gli oggetti sono privi di proprietà: “Detto approssimativamente: Gli oggetti non hanno colori” ( P. 2.0233 ) significa proprio che gli oggetti, di per loro, in se stessi, non hanno alcuna proprietà se non il fatto di poter essere tra stati di cose.

Specifica d: conoscere un oggetto è riuscire a collocarlo in tutti i fatti in cui quell’oggetto può effettivamente comparire.

Inferenza. Se un oggetto è definito dall’insieme delle sue possibili configurazioni in fatti, se l’oggetto può sussistere solo all’interno di fatti, se un fatto è uno stato di cose, allora un oggetto è pensabile solo all’interno di fatti.

Tesi Wiii: dunque, un oggetto è pensabile solo all’interno di fatti.

Specifica a: ciò significa che un oggetto che fosse pensabile al di là dei fatti sarebbe assurdo. Il limite dell’oggetto è il limite delle sue possibili configurazioni in stati di cose, per ciò, se un oggetto potesse essere al di là di tutte le possibili configurazioni di oggetti non sarebbe più un oggetto. Dio, in questo senso, è impensabile.

Specifica b: pensare un oggetto al di là dei fatti equivale, per Wittgenstein, a poter pensare uno spazio al di là dello spazio, una figura al di là del piano.

Inferenza. Se un fatto è uno stato di cose, se uno stato di cose è una configurazione di oggetti, se gli oggetti sono la sostanza del mondo, se gli oggetti sono “semplici” allora un fatto esiste se e solo se esiste anche una certa configurazione.

Tesi iv: dunque, un fatto sussiste se e solo se esiste anche una certa configurazione.

Specifica a: la configurazione è il carattere formale del fatto ed essa non può essere definita attraverso il linguaggio ma si può solo mostrare attraverso esso.

Specifica b: il linguaggio non può mostrare la forma logica del fatto perché esso ha esattamente la stessa forma del fatto e, dunque, il linguaggio non può mostrare se stesso.

Specifica c: configurazione è chiamata anche da Wittgenstein “struttura dello stato di cose” ( P.2.032 ).

Inferenza. Se un fatto è uno stato di cose, se il mondo è la totalità dei fatti, se un fatto è definito dalle cose e dalle configurazioni delle cose allora il mondo è l’insieme delle configurazioni delle cose.

Tesi v: dunque, il mondo è l’insieme delle configurazioni delle cose.

Inferenza. Se un oggetto è pensabile all’interno di fatti, se un oggetto è l’insieme delle sue possibilità, se le possibilità dell’oggetto sono le sue possibili occorrenze in stati di cose ( in fatti ) allora un oggetto si differenzierà da un altro per le sue possibilità.

Tesi vi: dunque un oggetto si differenzierà da un altro per le sue possibilità ( P. 2.202331 ).

Specifica a: due oggetti sono identici se e solo se possono occorrere nei medesimi stati di cose. Tuttavia, tale definizione è insensata per Wittgenstein giacché non si danno mai due oggetti del tutto identici: “Infatti, se la cosa è per nulla distinta [ da un’altra ], non la posso distinguere, ché, altrimenti, essa sarebbe, appunto, distinta”( P. 2.202331 ).

Specifica b: le differenze tra due oggetti si esauriscono nelle loro stesse possibilità. D’altra parte, che due oggetti possono essere identici è a priori impossibile giacché le stesse possibilità della logica negano tale possibilità ( anticipiamo che le possibilità stesse della logica sono le possibilità stesse del mondo ).

Specifica c: la logica nega la possibilità che un oggetto sia del tutto identico con un altro. Infatti, se “a = a” è una relazione di identità, allora “a = b” è diverso da “a = a”, cioè “a = b” è una uguaglianza tra due entità linguistiche  diverse qualunque. D’altra parte, dire che “a = a”, per Wittgenstein è un’affermazione insensata – vedremo poi cosa ciò significhi -.

Ipotesi W4: noi facciamo immagini di fatti ( P. 2.1 ).

Specifica a: “l’immagine presenta la situazione nello spazio logico, il sussistere o il non sussistere di stati di cose” ( P. 2.11 ).

Specifica b: quel che Wittgenstein vuol dire è che noi siamo capaci di rappresentare fatti. La rappresentazione del fatto è l’immagine stessa.

Inferenza. Se noi facciamo immagini di fatti, se l’immagine presenta la situazione nello spazio logico, se un fatto è uno stato di cose, se uno stato di cose è definito dalla sua struttura e dagli oggetti allora un’immagine di un fatto deve mantenere la stessa struttura logica di un fatto.

Tesi vii: dunque, un’immagine di un fatto deve mantenere la stessa struttura logica del fatto.

Specifica a: falsifichiamo la frase: “un’immagine di un fatto non mantiene la stessa struttura logica del fatto”, chiaramente o è vera questa proposizione o è falsa. Se è vera allora come arrivare al fatto attraverso l’immagine? Se un’immagine non conservasse la stessa struttura del fatto allora come potrebbe mostrare la caratteristica formale essenziale del fatto stesso? Dunque, dobbiamo concludere o che noi non siamo in grado di fare delle immagini dei fatti oppure che la frase poco sopra è falsa. Tuttavia, per ipotesi abbiamo detto che noi siamo effettivamente in grado di farci delle immagini dei fatti, dunque, è l’immagine, per rappresentare il fatto, deve necessariamente esibire la stessa forma logica del fatto.

Specifica b: d’altra parte, la sola struttura logica non è sufficiente di per sé a mostrare altro che, appunto, una forma. Ma l’immagine non è pura forma.

Inferenza. Se noi facciamo immagini dei fatti, se l’immagine presenta la situazione nello spazio logico, se un fatto è uno stato di cose, se la struttura dello stato di cose non è una cosa, allora l’immagine rappresenta un fatto se e solo se ne mostra la struttura e se avrà degli elementi che stanno all’immagine come le cose stanno al fatto.

Tesi viii: dunque, l’immagine rappresenta un fatto se e solo se ne mostra la struttura e se avrà degli elementi che stanno all’immagine come le cose stanno al fatto.

Specifica a: i criteri di esistenza di un fatto sono i seguenti:

  1. la struttura logica ovvero la configurazione,
  2. le cose che fanno parte della configurazione.

Specifica b: i criteri di esistenza di un’immagine di un fatto sono i seguenti:

  1. una configurazione, una forma logica,
  2. una serie di elementi.

Specifica c: dunque, perché un’immagine possa rappresentare un fatto, deve ad essere a questo aderente: Wittgenstein usa l’immagine del “Righello” per mostrare in che senso l’immagine debba essere aderente alla realtà ( P. 2.1512 ).

Specifica d: “Agli oggetti corrispondono nell’immagine gli elementi dell’immagine”. ( P. 2.13 ) e “Gli elementi dell’immagine sono rappresentanti degli oggetti dell’immagine” ( P. 2.131 ).

Inferenza. Se noi facciamo immagini dei fatti, se il mondo è la totalità dei fatti, se il mondo è tutto ciò che accade e tutto ciò che non accade, allora un’immagine può essere l’immagine di un fatto che accade o di un fatto che non accade.

Tesi ix: dunque, un’immagine può essere o di un fatto che accade o di un fatto che non accade.

Corollario α: l’immagine rappresenta solo due possibilità: o ciò che c’è o ciò che non c’è. Non si danno altre possibilità.

Spiegazione I: ciò significa che l’immagine non è né una contraddizione né tautologia. Contraddizione e tautologie non sono immagine ma pure forme, cioè, forme prive di significato, vuote.

Spiegazione II: “L’immagine raffigura la realtà rappresentando una possibilità del sussistere e non sussistere degli stati di cose” P. 2.201 e, dunque “L’immagine rappresenta una possibile situazione nello spazio logico” P. 2.202.

Ipotesi W5: un’immagine che rappresenta un fatto è vera, un’immagine che non rappresenta un fatto, è falsa.

Spiegazione I: possiamo paragonare un’immagine di una scacchiera ad una scacchiera apparecchiata nel mondo dei fatti. L’immagine di una scacchiera, per esempio, su un computer è la nostra immagine della scacchiera reale. Ora, l’immagine che abbiamo sarà vera solo se mostra la posizione dei pezzi che c’è sulla scacchiera reale, altrimenti sarà falsa.

Specifica a: abbiamo dato una spiegazione e non una definizione delle immagini vere e false in quanto la “verità” e la “falsità” attengono a due criteri di ordine diverso ma necessari entrambi. Uno è il criterio formale: un’immagine deve poter essere aderente ad un ordine della realtà dei fatti cioè deve poterne esibire la stessa forma logica ( una scacchiera disegnata mostra l’ordine dei pezzi della scacchiera reale ). Ma un criterio formale non basterebbe: la scacchiera disegnata potrebbe non rimandare a nulla nella realtà. Dunque, un’immagine deve poter essere verificata o falsificata dalla realtà dei fatti. Se l’immagine ha un corrispettivo nel fatto allora sarà vera, altrimenti falsa e non si danno altre possibilità.

Specifica b: non esiste un’immagine vera a priori.

Specifica c: “Ciò che l’immagine deve avere in comune con la realtà, per poterla raffigurare – correttamente o falsamente – nel proprio modo, è la forma di raffigurazione propria dell’immagine”[2]. P. 2.17.

Specifica d: “Per riconoscere se l’immagine sia vera o falsa noi dobbiamo confrontarla con la realtà”.

Inferenza. Se un’immagine rappresenta un fatto, se un fatto può accadere o non accadere e tutto il resto rimanere uguale, se un’immagine è vera o falsa, allora un’immagine può rappresentare dei fatti possibili.

Tesi Wx: dunque, l’immagine può rappresentare dei fatti possibili.

Inferenza. Se un’immagine può rappresentare dei fatti possibili, se un fatto è una configurazione di stati di cose, se un fatto può accadere o non accadere e tutto il resto rimanere eguale allora un’immagine rappresenta solo una possibilità, non una necessità.

Tesi Wxi: dunque, un’immagine rappresenta solo una possibilità, non una necessità.

Specifica a: un’immagine può essere costruita indipendentemente dalla presenza di un fatto. Infatti, un’immagine può essere anche falsa. Tuttavia, essa, se è posta, non può essere impensabile.

Inferenza. Se un’immagine può rappresentare dei fatti possibili, se un’immagine rappresenta solo una possibilità e non una necessità, se un’immagine può rappresentare fatti, se un’immagine esibisce una struttura logica, se la struttura logica è la possibilità di un fatto, se la possibilità è una configurazione di oggetti allora un’immagine esibisce sempre il possibile.

Tesi Wxii: dunque, un’immagine mostra sempre il possibile.

Specifica a: un’immagine a priori vera non è possibile, perché, se lo fosse, allora sarebbe una contraddittoria o tautologica. Se è una contraddizione allora risulta impensabile, se è una tautologia allora non significa nulla. Dunque, se un’immagine non è né contraddittoria, né tautologica allora è solo possibile. Delle due l’una: o la possibilità sussiste, e allora la possibilità è vera, oppure l’immagine non sussiste, e allora la possibilità è falsa.

Specifica b: “P. 202 L’immagine rappresenta una possibile situazione nello spazio logico”. Dunque, in generale, rappresenta una possibile situazione.

Inferenza. Se noi facciamo immagini del mondo, se un’immagine esibisce una struttura di uno stato di cose, se un’immagine ha al posto degli oggetti di un fatto degli elementi, allora un’immagine è a sua volta un fatto.

Tesi Wxiii: dunque, un’immagine è a sua volta un fatto.

Specifica a: “Il fatto, per essere immagine, deve avere qualcosa in comune con il raffigurato”[3] P. 2.16.

Specifica b: esiste una molteplicità di strutture capaci di mostrare un fatto. Un’immagine visiva, un quadro, un film, una serie di frasi, una frase, una melodia, un’espressione vocale etc. Esse sono tutte immagini a patto che esse mostrino i “soliti” criteri.

Ipotesi W6: L’immagine logica dei fatti è il pensiero ( P. 3 ).

Specifica a: con “il pensiero” non bisogna intendere, per esempio, una sensazione particolare. Un pensiero è un modo di “concepire” i fatti, ovvero è un modo per ricostruirne la struttura logica mediante appositi elementi.

Inferenza. Se l’immagine logica dei fatti è il pensiero, se l’immagine è può rappresentare fatti, se i fatti sono stati di cose allora il pensiero può rappresentarsi stati di cose.

Tesi Wxv: dunque, il pensiero può rappresentarsi stati di cose.

Inferenza. Se l’immagine logica dei fatti è il pensiero, se l’immagine può rappresentare i fatti, se il mondo è la totalità dei fatti allora la totalità dei pensieri veri è un’immagine del mondo.

Tesi Wxvi: dunque la totalità dei pensieri veri è un’immagine del mondo ( P. 3.01 ).

Specifica a: questa è la “preparazione” della definizione compiuta della scienza secondo Wittgenstein. La scienza sarà proprio definita nei termini di un’immagine vera del mondo.

Specifica b: uno degli intenti del Tractatus è proprio quello di capire fin dove si può arrivare a parlare, immaginare wittgensteinianamente di fatti, di ciò che veramente accade: Wittgenstein vuole proprio arrivare ad una definizione del “dicibile”, dell’”inidicibile” e di ciò che è insensato dire. In questo senso, la possibilità stessa di poter fondare la scienza come “immagine vera del mondo” non è una perdita di tempo rappresenta un pivotal point nell’analisi.

Inferenza. Se un’immagine è un fatto, se una proposizione è un fatto allora la proposizione può essere un’immagine di un fatto.

Tesi Wxvii: dunque, una proposizione può essere un’immagine di un fatto.

Specifica a: si può anche dimostrare in altro modo questo, magari introducendo un’ipotesi. Tuttavia, che una proposizione possa essere un’immagine di un fatto è implicito nella sua realtà “materiale” stessa: una rappresentazione implica l’essere un fatto.

Specifica b: “3.1431 Chiarissima diviene l’essenza del segno proposizionale se lo concepiamo composto, invece che di segni grafici, d’oggetti spaziali ( come tavoli, sedie, libri ). La posizione spaziale reciproca di questa cose esprime allora il senso della proposizione”.

Inferenza. Se un’immagine può rappresentare fatti, se i fatti sono stati di cose, se una proposizione può essere un’immagine di un fatto allora una proposizione può rappresentare stati di cose.

Tesi Wxviii: dunque, una proposizione può rappresentare stati di cose.

Inferenza. Se un’immagine può rappresentare un fatto, se l’immagine rappresenta un fatto se e solo se ne mostra la struttura e se avrà degli elementi che stanno all’immagine come le cose stanno al fatto, allora anche la proposizione può mostrare la struttura di un fatto e avrà degli elementi che stanno all’immagine come le cose stanno al fatto.

Tesi Wxix: dunque, anche la proposizione può mostrare la struttura di un fatto e avrà degli elementi che stanno all’immagine come le cose stanno al fatto.

Specifica a: in ciò sta la possibilità stessa della proposizione di essere un’immagine dei fatti.

Specifica b: “Noi usiamo il segno percepibile mediante i sensi ( segni fonico, segno grafico etc. ) della proposizione quale proiezione della situazione possibile” P. 3.11.

Inferenza. Se una proposizione è un’immagine del fatto, se una proposizione è un fatto, allora la proposizione rappresenta un fatto.

Tesi Wxx: dunque, una proposizione rappresenta un fatto.

Specifica a: ciò che vuole dire è che la proposizione non è in un rapporto di identità con il fatto, ma essa ne è differente, non per struttura, ma per elementi costitutivi: in un quadro, al posto degli oggetti, ci sono determinati colori, per esempio.

Specifica c: “Alla proposizione appartiene tutto ciò che appartiene alla proiezione; ma non il proiettato. Dunque, la possibilità del proiettato, ma non il proiettato stesso” P. 3.13.

Inferenza. Se una proposizione è un’immagine, se un’immagine rappresenta un fatto, se un fatto è composto da oggetti nella sostanza, se gli oggetti sono “semplici” allora una proposizione avrà delle parti semplici.

Tesi Wxxi: dunque, la proposizione avrà delle parti semplici.

Specifica a: le parti semplici della proposizione sono i nomi.

Specifica b: sono i nomi tutti quei simboli che significano oggetti.

Inferenza. Se una proposizione può rappresentare un fatto, se un fatto consta di parti allora una proposizione consta di parti.

Tesi Wxxii: dunque, una proposizione consta di parti.

Specifica a: i nomi designano le cose, la forma della proposizione esibisce il fatto.

Specifica b: ricordiamo i criteri di esistenza dei fatti e di un’immagine di un fatto:

Fatto:

  1. la struttura logica ovvero la configurazione,
  2. le cose che fanno parte della configurazione.

Immagine:

  1. una configurazione, una forma logica,
  2. una serie di elementi.

Proposizione:

  1. una configurazione, una forma logica,
  2. una serie di elementi ( i nomi ).

Inferenza. Se una proposizione rappresenta un fatto, se un’immagine rappresenta un fatto, se una proposizione è un’immagine di un fatto, se un’immagine di un fatto è, a sua volta, un fatto, allora la proposizione è a sua volta un fatto.

Tesi Wxxiii: dunque, la proposizione è a sua volta un fatto.

Specifica a: “3.1431 Chiarissima diviene l’essenza del segno proposizionale se lo concepiamo composto, invece che di segni grafici, d’oggetti spaziali ( come tavoli, sedie, libri ). La posizione spaziale reciproca di questa cose esprime allora il senso della proposizione”.

Specifica b: una proposizione ha come manifestazione empirica dei segni.

Inferenza. Se la proposizione rappresenta un fatto allora la proposizione può mostrare un fatto e non mostrare se stessa.

Tesi Wxxiv: dunque, una proposizione non mostra se stessa.

Specifica a: una proposizione è una proposizione su un fatto, non su una proposizione. Una proposizione che non denota nulla o esibisce la forma logica di un fatto, oppure non denota nulla. In questo senso, se esibisce una forma logica di un fatto, ma non il fatto si parla di “espressioni” che sono le affermazioni della logica. Se, invece, non denota nulla né mostra una forma logica di un fatto in generale, allora è una pseudoproposizione.

Spiegazione I: questo è, forse, il punto più importate di tutto il Tractatus, per ciò, per la trattazione esauriente, si consiglia di continuare nella lettura.

Inferenza. Se una proposizione mostra una forma logica, se una proposizione rappresenta degli oggetti attraverso i nomi, se una proposizione si autodefinisce mediante la forma e il nome, allora la forma e il nome rappresentano interamente il fatto.

Tesi Wxxv: dunque, la forma e il nome rappresentano interamente il fatto.

Specifica a: in altre parole, la proposizione è solo quella particolare immagine di un fatto.

Inferenza. Se una proposizione mostra una forma logica, se una proposizione rappresenta gli oggetti attraverso nomi, se una proposizione si autodefinisce mediante la forma e il nome, se la forma e il nome rappresentano interamente un fatto, se un fatto può accadere o non accadere e tutto il resto rimanere uguale, se un’immagine sarà vera se rappresenta un fatto e sarà falsa se non lo rappresenta allora la proposizione sarà vera se denoterà un fatto e sarà falsa se non lo denoterà.

Tesi Wxxvi: dunque, la proposizione sarà vera se denoterà un fatto e sarà falsa se non lo denoterà.

Specifica a: come dovrebbe risultare trasparente, Wittgenstein riprende i concetti apparsi per l’immagine e li riferisce a quell’immagine particolare che è la proposizione.

Specifica b: è interessante notare come la proposizione e il linguaggio siano senza dubbio il problema chiave dell’analisi del Tractatus, ma esse “risolvono”, delucidano, chiarificano il problema di tutte le possibili immagini. In questo senso, lo studio del linguaggio è un campo privilegiato solo per ragioni contingenti, in realtà, le analisi delle proposizioni potrebbero essere compiute pienamente a partire dalla sola analisi delle immagini.

Specifica c: tuttavia, c’è una ragione della scelta tra le varie immagini: la proposizione, e le proposizioni della logica, mostrano i caratteri generali delle rappresentazioni in modo trasparente: capire il limite del linguaggio è più semplice che capire il limite del pittore. Ma non è un caso che Wittgenstein faccia esempi azzecatissimi a proprio dalla possibilità insista in tutte le immagini: di mostrare una certa forma logica ciascuna con i propri mezzi rappresentativi, un pittore attraverso una miscela di colori, un musicista a partire da una serie di ritmi e melodie etc..

Inferenza. Una proposizione o denota un fatto oppure non lo denota.

( Tautologia ).

Tesi Wxxvii: si danno tre possibilità:

  1. una proposizione denota un fatto ed è composta di simboli,
  2. una proposizione non denota un fatto ed è composta di variabili,
  3. una proposizione non denota un fatto ed è composta di simboli.

Specifica a: una proposizione denota un fatto significa che lo può rappresentare.

!Specifica b: se una proposizione denota uno e un solo fatto allora è una proposizione elementare.

!!Specifica c: una proposizione elementare è una proposizione sensata. Con “Proposizione sensata” Wittgenstein intende tutte quelle proposizioni che hanno un chiaro significato ( denotazione ) e, dunque, esibiscono una certa forma logica. Le sole proposizioni sensate esprimibili attraverso il linguaggio sono le proposizioni che esprimono fatti. Tutte le altre prendono denominazioni diverse. Purtroppo, Wittgenstein, per indicare che una proposizione ha un significato, oppure che non ha significato usa tre termini diversi, varianti di uno stesso simbolo: “Sensato”, “insensato” e “nonsenso”.

!!Specifica d: la frase è sensata solo quando è sensata e significativa[4], quando denota qualcosa e ha un costrutto grammaticale ben formato.

!!Specifica e: non bisogna confondere una proposizione che non denota un fatto da una proposizione falsa. Sono due tipi di “affermazioni” diverse. Una proposizione falsa è una proposizione sensata, in quanto rappresenta un possibile stato di cose. Infatti, una proposizione elementare come “Hugone del Campidano è un cane” – il mio in questo caso – è vera, ma una proposizione come “Deutche è viva” – la madre di Hugo – è falsa in quanto l’essere che chiamo “Deutche” non è più nel nostro mondo, è morta. Ma anche chi non sapesse che “Deutche è viva” è vera o falsa, l’ha capita come frase fattuale, ciò perché essa esprime una possibilità genuina: per uno che non sa che la mia vecchia cagna sia morta, potrebbe benissimo pensare che sia viva. E ciò perché è possibile.

!!Specifica f: una proposizione come “Deutche non è viva” esprime un fatto negativo, mentre una proposizione come “Hugone del campidano è figlio di Deutche” esprime un fatto positivo. Tutto ciò che accade è l’insieme dei fatti positivi, tutto ciò che non accade è l’insieme dei fatti negativi.

!!!Specifica g: le proposizioni munite di senso non esauriscono le espressioni linguistiche, tuttavia, sono le uniche di cui noi possiamo chiederci se siano vere o false. Ci sono però anche altre espressioni: le espressioni come “f(x)” e le espressioni come “Superman è buono”. Le espressioni come “f(x)” sono espressioni della logica, esse mostrano una forma logica ma non hanno nessun significato, non denotano alcun fatto. Le espressioni della logica si ottengono sostituendo, a ciascuna parte di una proposizione, una variabile: per esempio, da “Il computer è sul tavolo” posso ottenere in questo modo una formula della logica “f è sul tavolo”, e poi “f(x)”. In quanto le formule logiche mostrano una forma logica ma non rimandano a nulla ( in questo senso, per capire una formula logica non serve a niente conoscere la realtà dei fatti ), esse sono “insensate” intendendo con questo “insignificanti” cioè, prive di denotazione.

In fine ci sono anche le espressioni come “il bello ed il buono sono identici”. In quanto “bello” e “buono” non sono nomi che rimandano a fatti ed in quanto la frase non è composta di sole variabili, la proposizione è un “nonsenso” e cioè: né esibisce in forma pura una forma logica né ha un significato.

Specifica h: concludiamo riassumendo in definizioni le cose dette sin qui:

  1. le proposizioni sensate denotano un fatto,
  2. le proposizioni insensate mostrano una forma logica attraverso variabili ma non un fatto,
  3. le proposizioni nonsenso non mostrano né una forma logica attraverso variabili né un fatto.

Inferenza. Se una proposizione denota un fatto, se un nome denota un oggetto, se un oggetto è definito dall’insieme degli stati di cose in cui può comparire allora un nome è definito dall’insieme delle proposizioni in cui può comparire.

Tesi Wxxviii: dunque, un nome è definito dall’insieme delle proposizioni in cui può comparire.

Corollario α: dunque, un nome è definito dall’insieme delle possibilità interne che gli competono.

Spiegazione I: cioè, un nome ha come limite le sue stesse configurazioni, questo limite non è esprimibile mediante il nome ma mediante proposizioni.

Corollario β: dunque, un nome è definito dalle sue configurazioni possibili nelle proposizioni.

Corollario γ: “Solo la proposizione ha senso; solo nel contesto della proposizione un nome ha significato” P. 3.3.

Ipotesi W6: una proposizione può combinarsi con altre proposizioni con operatori verofunzionali.

Specifica a: gli operatori verofunzionali sono “e”, “o”, “implica”, “se e solo se”.

Specifica b: gli operatori verofunzionali non rappresentano nulla, essi non sono nomi e, dunque, non sono simboli di nulla. Essi sono dei connettivi logici che consentono di unire due o più proposizioni.

Specifica c: ciò che significa l’ipotesi è questo: “p” è una proposizione elementare, “q” è una proposizione elementare, “p e q” è ancora una proposizione. Naturalmente, possiamo anche generalizzare la frase in questo modo: “p – q” è ancora una proposizione dove il “–” rappresenta una variabile i cui valori sono esclusivamente operatori verofunzionali.

Specifica d: gli operatori verofunzionali, in quanto non denotano nulla, sono dei segni di combinazione linguistica e non sono definibili ma di essi si può mostrare l’uso.

Specifica e: “p e q” vuol dire che solo se “p” e “q” proposizioni vere allora “p e q” è a sua volta vera. Come “p o q” vuol dire che “p o q” è sempre vera a meno che sia “p” che “q” siano false e così via.

Specifica f: la composizione di due frasi elementari è una frase complessa.

Inferenza. Se una proposizione può combinarsi con altre proposizioni con operatori verofunzionali, se una proposizione elementare può combinarsi con un’altra proposizione elementare ( è evidente dalla tesi precedente ), se l’operazione di combinazione non ha limiti, allora si possono ottenere frasi complesse con un numero qualunque di proposizioni elementari.

Tesi Wxxix: dunque si possono ottenere frasi complesse con un numero qualunque di proposizioni elementari.

Spiegazione I: sempre tenendo a mente che una proposizione complessa è ottenuta da proposizioni elementari, non da pseudoproposizioni, siano esse insensate o nonsensi.

Specifica a: la base di questa tesi è il principio di composizionalità[5] ( valido anche per la formazione delle proposizioni elementari ). Tale principio afferma che una espressione linguistica qualunque è scomponibile nelle sue parti semplici, altrimenti, una qualunque espressione linguistica è ottenuta a partire da un assemblaggio di parti costitutive.

Specifica b: le parti costitutive di una proposizione complessa sono le rispettive proposizioni elementari e gli operatori verofunzionali, mentre le parti costitutive di una proposizione elementari sono i nomi e la forma logica.

Inferenza. Se si possono ottenere proposizioni complesse da un numero qualunque di proposizioni elementari, se una proposizione elementare è vera o falsa, se una proposizione complessa è composta da operatori verofunzionali allora una proposizione complessa è vera o falsa.

Tesi Wxxx: dunque, una proposizione complessa è vera o falsa.

Specifica a: una proposizione complessa, sebbene sia analizzabile solo in quanto è costituita da proposizioni elementari, non denota fatti come le proposizioni elementari.

Specifica b: la denotazione di una proposizione complessa è un complesso e la sua verità o falsità dipenderà non soltanto dalla verità o falsità delle proposizioni elementari ( condizione necessaria per la definizione della verità o falsità di questo genere di proposizioni ) ma anche dalla loro combinazione attraverso gli operatori verofunzionali ( condizione sufficiente ).

Specifica b: vediamo in che modo si può dare una definizione di verità per le proposizioni complesse: “p” è una proposizione, “q” è una proposizione, “p e q” è ancora una proposizione – complessa –. Delle singole proposizioni elementari si danno queste possibilità: “p” è vera, “p” è falsa, “q” è vera, “q” è falsa. Possiamo combinare tra loro le frasi insieme: “p e q” è vera o falsa. Se le frasi saranno vere entrambe allora siamo di fronte ad una proposizione vera ( per esempio: “il cielo è blu e le stelle brillano” è vera perché combinate le frasi sono entrambe vere ), mentre se una delle due risulterà falsa, allora lo sarà anche la proposizione complessa ( per esempio: “Il cielo è blu e le stelle non brillano di luce propria” è una proposizione falsa perché il connettivo “e” non rende possibile grammaticalmente – dunque a priori – che la proposizione ottenuta da una falsa e una vera sia vera, cosa che, invece, consente il connettivo logico “o” ).

Specifica c: in questo senso, le possibilità a priori della combinazione delle proposizioni varia al variare degli operatori verofunzionali usati.

Specifica c: al variare del connettivo logico varierà anche la verità possibile o impossibile della proposizione complessa risultante.

Inferenza. Se una proposizione elementare mostra un fatto, se una proposizione elementare mostra una possibilità, se un fatto può accadere o non accadere, allora la proposizione elementare mostra il contingente del mondo.

Tesi Wxxxi: dunque, la proposizione elementare mostra il contingente del mondo.

Specifica a: che un fatto possa non essere o non essere implica che ciò che rappresenta il fatto possa essere e non essere ( vero o falso ). Ma vero o falso nelle proposizioni di possibilità ( come sono implicitamente quelle elementari ) non sono necessari ma relativi ad una certa configurazione del mondo.

Inferenza. Se una proposizione elementare denota un fatto, se un fatto può essere o non essere allora una proposizione elementare vera non ammette una proposizione elementare opposta.

Tesi Wxxxii: dunque, una proposizione elementare vera non ammette una proposizione elementare opposta.

Specifica a: un fatto non ammette opposti, ma una proposizione elementare si. E dalla sola definizione logica del linguaggio, ne discende che la proposizione elementare, se è vera, allora non è contraddittoria e non è tautologica.

Spiegazione I: questa tesi verrà ripresa da Carnap per la definizione delle sue funzioni di stato. Sebbene risulterà uno dei primi tentativi di fondare la logica dei “mondi possibili”, sarà un tentativo destinato a fallire.

Inferenza. Se una proposizione è insensata, se la proposizione insensata esibisce una forma logica, se una forma logica non può contenere possibili contraddizioni al suo interno allora le espressioni della logica sono o contraddizioni o tautologie.

Tesi Wxxxi: dunque, le espressioni della logica sono o contraddizioni o tautologie.

Specifica a: una contraddizione è una frase sempre falsa.

            Ex.: “Mio zio è e non è un cameriere”.

L’esempio mostra come anche una proposizione insignificante non può comunque essere contraddittoria.

Possiamo costruire, per esempio, un’espressione logica: “( f è un cameriere ) e ( f non è un cameriere )[6]. E continuare: “( f(x) e non-f(x) )”. Questa frase risulta falsa qualsiasi siano i valori che si danno alla “f” e alla “x”.

Specifica b: una tautologia è una frase sempre vera.

            Ex.: “Mio zio è un cameriere o non è un cameriere”.

            Questa frase è sempre vera: “( f(x) o non-(fx) )”.

Specifica c: tautologie e contraddizioni non significano nulla, sono vere e proprie affermazioni insensate ( e non nonsensate ): esse infatti esibiscono la forma logica comune a tutte le proposizioni sempre vere o sempre false ( che nulla mostrano dei fatti se non che non esistono proposizioni sensate sempre vere o sempre false a priori ).

Inferenza. Se le espressioni della logica o sono contraddizioni o tautologie, se le contraddizioni e le tautologie non mostrano fatti allora contraddizioni e tautologie sono prive di significato.

Tesi Wxxxvii: dunque, le contraddizioni e tautologie sono prive di significato.

!Specifica a: il fatto che le proposizioni siano prive di significato non implica che esse non possano avere una certa struttura: le espressioni logiche mostrano una forma, ma non hanno alcuna denotazione.

!!Specifica b: se le contraddizioni e le tautologie sono prive di significato, mostrano però i limiti stessi di una proposizione munita di senso: essa non può né essere contraddittoria con altre, né può asserire qualcosa di autoreferenziale. In altre parole, una proposizione non può dire se stessa, se lo fa, ricade nel nonsenso: un’immagine ha il suo limite internamente ed esternamente. Il limite interno è se stessa, essa non può rappresentare se stessa ma solo qualcos’altro. Il limite esterno è rappresentato dal dicibile: siccome i fatti non ammettono contrari, allora anche le espressioni che denotano fatti non implicano contrarie: esse sono ammesse ma sono false.

Ex.: “oggi ho la febbre”. E’ una proposizione vera. Essa implica che “oggi non ho la febbre”, sia falsa.

Se un fatto esiste allora non ammette contrari e una proposizione elementare non ammette contrari.

Specifica c: “3.12 Il segno, mediante il quale esprimiamo il pensiero, io lo chiamo il segno proposizionale. E la proposizione è il segno proposizionale nella sua relazione di proiezione con il mondo”. E “3.31 Alla proposizione appartiene tutto ciò che appartiene alla proiezione, ma non il proiettato.

Dunque, la possibilità del proiettato, ma non il proiettato stesso.

Nella proposizione, dunque, non è ancora contenuto il senso, ma è contenuta la possibilità d’esprimerlo. ( Il contenuto della proposizione vuol dire il contenuto della proposizione munita di senso ). Nella proposizione è contenuta la forma ma non il contenuto del suo senso”.

Specifica d: “6.12 Che le proposizioni della logica siano tautologie mostra le proprietà formali – logiche – del linguaggio, del mondo”.

Inferenza. Se la tautologia e la contraddizione sono proposizioni della logica, se la contraddizione e la tautologia mostrano ciò che è insensato, se la proposizione munita di senso non può essere insensata, allora la logica può mostrare i limiti del linguaggio munito di senso.

Tesi Wxxxviii: dunque, la logica può mostrare i limiti del linguaggio munito di senso.

Specifica a: ciò è molto importante perché la logica, nonostante non dica nulla dei fatti, essa mostra ( non dimostra ) gli estremi del linguaggio sensato. Una proposizione elementare qualunque, infatti, non può essere né una contraddizione né una tautologia. Per tale ragione, si può stabilire a priori non il significato delle proposizioni elementari o delle proposizioni complesse, ma quali forme, senza possibilità di dubbio, non possano comparire nel linguaggio munito di senso.

Specifica b: la conoscenza dei limiti del linguaggio implica anche la conoscenza del linguaggio della scienza. Wittgenstein infatti stabilisce i limiti di un linguaggio qualunque: esso, in ogni caso, se ha senso non può essere composto da contraddizioni o tautologie.

Specifica c: per tale ragione, la visione della logica di Wittgenstein è quella dell’insieme delle forme pure: la logica è ciò che mostra la sola necessità esistente, mentre la possibilità, il contingente, è tutto ciò che riguarda la realtà dei fatti ( bisogna sempre tenere a mente che la realtà è composta di fatti, sì, ma di fatti che potevano essere altrimenti senza implicare nient’altro ).

Specifica d: “6.124 Le proposizioni della logica descrivono l’armatura del mondo, o piuttosto, la rappresentano. Esse non “trattano” di nulla. Esse presuppongono che i nomi abbiano significato, e che le proposizioni elementari abbiano senso: E questo è il loro nesso con il mondo. E’ chiaro che deve indicare qualcosa sul mondo il fatto che certi nessi di simboli – che per essenza hanno un determinato carattere . siano tautologie. In questo è il fatto decisivo. Dicemmo che nei simboli che usiamo qualcosa è arbitrario, e qualcos’altro non è arbitrario. Nella logica solo quest’altro esprime. Ma ciò vuol dire: Nella logica, non siamo noi ad esprimere, con l’aiuto dei segni, ciò che vogliamo; nella logica è la natura stessa dei segni naturalmente necessari ad esprimere. Se noi conosciamo la sintassi logica d’un qualsiasi linguaggio segnico, sono già date tutte le proposizioni della logica”.

Inferenza. Se le proposizioni esibiscono una forma logica, se la forma logica è esprimibile attraverso la sostituzione dei costituenti di una proposizione con variabili allora un’espressione logica qualunque esprime una forma logica attraverso variabili.

Tesi Wxxxix: dunque, un’espressione logica qualunque esprime una forma logica attraverso variabili.

Specifica a: le espressioni della logica non significano nulla, però esibiscono una forma logica: per tale ragione, esse sono chiamate da Wittgenstein “insensate”.

Specifica b: “6.113 E’ il carattere particolare delle proposizioni logiche la possibilità di riconoscerle vere dal solo simbolo, e questo fatto chiude in sé tutta la filosofia della logica. E analogamente è uno dei fatti più importanti l’impossibilità di riconoscere vere o false dalla sola proposizione le proposizioni non-logiche”.

Inferenza. Se una proposizione elementare esibisce una forma logica, se una proposizione complessa esibisce una forma logica, se una qualsiasi proposizione munita di senso esibisce una forma logica, se un’espressione logica qualunque mostra una forma logica attraverso variabili allora qualsiasi proposizione ben formata della logica mostra una forma logica di proposizioni munite di senso.

Tesi Wxxxx: dunque, una qualsiasi proposizione ben formata della logica mostra una forma generale di proposizioni munite di senso.

Specifica a: le pseudoproposizioni della logica mostrano proprio delle forme generali comuni a tante proposizioni munite di senso.

Specifica b: “4.126 (…) Il segno dei caratteri d’un concetto formale è, dunque, una variabile proposizionale nella quale solo questo tratto caratteristico è costante”.

Specifica c: “4.12721 Il concetto formale è già dato non appena è dato un oggetto che ricade sotto esso. Dunque, non si possono introdurre oggetti d’un concetto formale ed il concetto formale stesso quali concetti fondamentali”.

Inferenza. Se una qualsiasi proposizione ben formata della logica mostra una forma generale di proposizioni munite di senso, se una forma è inconcepibile dalla logica allora la forma inconcepibile per la logica è inconcepibile anche nel linguaggio.

Tesi Wxxxxi: dunque, una forma inconcepibile per la logica è inconcepibile anche nel linguaggio.

Inferenza. Se una proposizione può essere parte di un’altra proposizione, se la verità di una proposizione segue dalla verità di un’altra proposizione, allora la verità di una proposizione “p” segue dalla verità di una proposizione “q” se tutti i fondamenti di verità della seconda sono fondamenti di verità della prima.

Tesi Wxxxxii: dunque, la verità di una proposizione “p” segue dalla verità di una proposizione “q” se e solo se tutti i fondamenti di verità della seconda sono fondamenti di verità della prima.

Specifica a: questa è la regola generale per l’inferenza logica e, dunque, anche delle proposizioni in generale.

Specifica b: “5.12 In particolare, la verità di una proposizione “p” segue dalla verità d’un’altra proposizione, “q”, se tutti i fondamenti di verità della seconda sono fondamenti di verità della prima.” “5.121 I fondamenti di verità dell’una sono contenuti in quelli dell’altra; p segue da q”.

Inferenza. Se la verità di una proposizione “p” segue dalla verità di una proposizione “q” se e solo se tutti i fondamenti di verità della seconda sono fondamenti di verità della prima, allora una proposizione “p” segue da una proposizione “q”, in altre parole, “q” è inferita da “p”.

Tesi Wxxxxii: dunque, una proposizione “p” segue da una proposizione “q”, in altre parole “q” è inferita da “p”.

Specifica a: l’inferenza è possibile se solo i fondamenti di verità dell’una sono i fondamenti di verità dell’altra.

Specifica b: i fondamenti di verità di una proposizione sono le sue possibilità di esser vera o falsa e ciò è a priori ( il fatto che sia poi vera o falsa, non lo è ). In questo senso, le regole di inferenza interessano la logica e tutte le inferenze possibili devono essere esprimibili mediante l’espressioni della logica stessa.

Specifica c: “P. 5133 Ogni inferenza avviene a priori”.

Inferenza. Se una proposizione “p” segue da una proposizione “q”, in altre parole, “q” è inferita da “p”, se un’inferenza è un’operazione logica, se un’inferenza avviene a priori allora ogni dimostrazione della logica implica una certa forma di dimostrazione nel linguaggio.

Tesi Wxxxxiii: dunque, ogni dimostrazione della logica implica una certa forma di dimostrazione nel linguaggio.

Specifica a: la logica mostra la struttura del mondo e del linguaggio, in questo senso, sebbene le sue formule siano insensate, insignificanti che dir si voglia, esse però non sono mai del pensabile, mostrano invece sempre qualcosa. Quando noi compiamo un’inferenza a partire da sole variabili, cioè compiamo deduzioni logiche, noi stiamo anche “scoprendo” una certa forma dimostrativa valida anche nel linguaggio.

Spiegazione I: quando diciamo “p implica q” non stiamo asserendo ancora nulla, però sappiamo già a priori che, a prescindere dei valori di “p” e di “q”, la frase sarà falsa solo quando “q” è falsa e “p” è vera. Se questo è valido per la logica, deve esserlo anche nel linguaggio.

Ex.: quando noi vogliamo dimostrare qualcosa a qualcuno, per esempio, che si sta sbagliando, spesso ricorriamo ad un principio classico della logica: il principio di non contraddizione. “Le cose son due: se dici questo allora stai negando quello che hai detto, se dici quest’altro, stai sempre negando quello che hai detto. Quindi, in ogni caso, hai detto una cosa falsa”.

Spiegazione II: il caso dell’esempio precedente, in logica sarebbe stato espresso così: “p” è una proposizione, “non-p” è una proposizione: ( p e non-p ) è una proposizione ed è sempre falsa. Con questi due casi di mostrare uno stesso principio, abbiamo voluto rendere trasparente un’idea di Wittgenstein: una dimostrazione, una formula logica non compare così com’è nel linguaggio, ma prende una forma linguistica specifica che mostra la stessa struttura logica, ma in modo autonomo ( giacché le parti elementari della proposizione sono nomi e non variabili, in questo caso ).

Specifica b: “6.1264 La proposizione munita di senso enuncia qualcosa, e la sua proposizione è la forma di una dimostrazione mostra che è così; nella logica, ogni proposizione è la forma d’una dimostrazione”.

Inferenza. Se un’espressione della logica esibisce una certa forma logica, se la logica può mostrare i limiti del linguaggio e del mondo, allora la logica è l’immagine speculare della struttura logica mondo.

Tesi Wxxxxiv: dunque, la logica è l’immagine speculare della struttura logica del mondo.

Corollario α: la logica è isomorfa al mondo e al linguaggio e a qualsiasi immagine del mondo.

Spiegazione I: “6.13 La logica non è una dottrina, ma un’immagine speculare del mondo.

La logica è trascendentale”.

Inferenza. Se la logica è l’immagine speculare del mondo e del linguaggio, se le formule della logica mostrano delle struttura comuni a più proposizioni allora le formule della logica mostrano in che modo il linguaggio segua delle regole.

Tesi Wxxxxv: dunque, le formule della logica mostrano in che modo il linguaggio segua delle regole.

Specifica a: solo all’interno della logica e del linguaggio si possono osservare delle regole, cioè delle forme normative che ne escludono di altre. Al di fuori della logica, nella realtà dei fatti, non c’è nulla che corrisponda a qualche necessità, i limiti del linguaggio e del mondo sono prefissati, ma all’interno del mondo nulla è prefissato. In questo senso, tutto ciò che possiamo concepire come leggi sono le forme della logica.

Spiegazione I: “6.3 L’esplorazione della logica significa l’esplorazione d’ogni conformità ad una legge. E fuori della logica tutto è accidente”.

Spiegazione II: la logica è necessaria, le sue formule non possono essere diverse da quello che sono né ammettono alcun’idea della possibilità. Le formule logiche o sono così o non lo sono, ma al di fuori della logica tutto è possibile.

Inferenza. Se una proposizione elementare è vera o falsa, se una proposizione elementare è vera se e solo se c’è il fatto che essa rappresenta, se una proposizione elementare è vera o falsa a posteriori, se i fondamenti di verità di una proposizione elementare sono diversi da quelli di un’altra proposizione elementare allora da una proposizione elementare non se ne può inferire un’altra.

Tesi Wxxxxvi: dunque, da una proposizione elementare non se ne può inferire un’altra.

Specifica a: ciò si può dedurre anche dal fatto che ciascuna proposizione elementare potrebbe non essere, e, contemporaneamente, potrebbero sussistere tutte le altre. In questo senso, se una proposizione elementare è vera, segue solamente che il suo contrario è falso ma non si può dedurre alcuna nuova proposizione da essa.

Ipotesi W8: “4 il pensiero è la proposizione munita di senso”.

Specifica a: come si vede chiaramente, il pensiero non è alcuna attività sensibile. L’attività sensibile dell’Io non rappresenta fatti ed è il limite stesso dell’esprimibilità sul mondo: “5.631 Il soggetto che pensa, che immagina, non v’è.

Se io scrivessi un libro Il mondo, come io lo ho trovato, vi si dovrebbe riferire anche del mio corpo e dire quali membra sottostiano alla mia volontà e quali no, etc.; questo è un metodo d’isolare il soggetto, o piuttosto, di mostrare che, in un senso importante, un soggetto non v’è: Di esso solo, infatti, non si potrebbe parlare in questo libro”.

Specifica b: ciò che vediamo o sentiamo noi non lo possiamo comunicare, l’attività soggettiva del soggetto ricade al di là del rappresentabile e, per tale ragione, essa è inesprimibile: “5.632 Il soggetto non è parte ma limite del mondo”. “5.62 (…) Ciò che il solipsismo intende è del tutto corretto; solo, non si può dire, ma mostra sé”.

Specifica c: il solipsismo è un’espressione estrema di una certa forma di idealismo. L’idealismo sostiene che ogni forma di conoscenza che possiamo avere è deformata a priori dalla nostra soggettività e, in un certo senso, è il soggetto stesso a proiettare il mondo: il mondo non è l’estremo opposto del soggetto, ma una parte di esso. Il solipsismo più radicale sostiene che noi possiamo essere certi solo della nostra soggettività, tutto il resto è costruito da noi: è l’espressione massima della soggettività. Che gli altri uomini non siano delle figure prive di una mente pensante, dei mantelli semoventi, come aveva detto Cartesio, non possiamo essere certi. Ora, il solipsismo è stata generalmente intesa come forma estrema ed errata del soggettivismo. E’ interessante notare come al solipsismo si possa arrivare sia dall’empirismo radicale – Berkeley è arrivato ad un risultato assai vicino al solipsismo -, sia dall’idealismo radicale, cioè dall’idea che ogni nostra conoscenza è “nostra” proprio perché nasce esclusivamente in noi.

Il solipsismo si fonda sull’idea che noi possiamo esser certi esclusivamente delle nostre percezioni, esse rappresentano il nostro mondo e noi non possiamo spingerci più in là.

Wittgenstein sostiene che il solipsismo sia assolutamente credibile, solamente esso non può articolarsi nel linguaggio: il soggetto, e la sua soggettività, non fa parte della realtà dei fatti, dunque, esso è limite, non parte, del mondo. Ed in quanto il linguaggio munito di senso esprime solo la realtà dei fatti, allora ciò che sta al di fuori dei fatti è inesprimibile.

Ipotesi W9: “5 La proposizione è una funzione di verità delle proposizioni elementari”.

Specifica a: esistono due tipi di proposizioni munite di senso, quindi che possano essere vere o false, le proposizioni elementari e le proposizioni complesse. Le proposizioni elementari sono funzioni di verità di se stesse, cioè la loro verità dipende esclusivamente dalla loro aderenza allo stato di cose.

Specifica b: le proposizioni complesse sono funzioni di verità costituite dalle combinazioni delle proposizioni elementari che le compongono. “p o q” è una funzione di verità perché la verità di “p o q” dipende dalla verità di “p”, “q” e dalla loro combinazione con l’operazione verofunzionale “o”.

Spiegazione I: una funzione f(x) è la corrispondenza degli elementi di un insieme con gli elementi di un altro insieme in modo che ad ogni elemento del primo corrisponda un solo elemento del secondo ( in matematica, le funzioni possono associare o un solo elemento ad un solo elemento di due insiemi numerici, oppure un elemento con più elementi: la “f” rappresenta un elemento mentre la “x” più elementi o uno solo. Un punto nel piano cartesiano è in funzione delle sue coordinate: a( 1, 1) ).

Spiegazione II: in logica il concetto di funzione è molto importante perché esso esprime la forma generale della proposizione elementare: alle variabili di “f(x)” possiamo sostituire dei nomi e dei predicati in modo che la funzione esprima una proposizione. In quanto la “f” rappresenta l’elemento invariante della funzione, ad esso bisogna sostituire un predicato: il predicato è, genericamente, un verbo. Mentre alla “x” si deve sostituire un nome. “x è rosso” e “tavolo” possono essere combinati in questo modo: “il tavolo è rosso”. In questo modo, la funzione proposizionale ( quella funzione a cui, una volta sostituite le variabili, esprime una proposizione munita di senso ) sarà vera solo se il predicato sarà soddisfatto dal nome – o descrizione definita – e falso altrimenti: prendiamo il questo caso: “x brucia”. Se alla variabile si sostituisce un nome di un oggetto che effettivamente sta bruciando allora la frase potrà anche essere falsa, ma sarà senza dubbio munita di senso: “la legna nel camino brucia” è vera se c’è la legna nel caminetto. Mentre se sostituiamo alla “x” un nome a priori incompatibile con il predicato, allora otteniamo una proposizione falsa: “l’amianto brucia” è chiaramente senza senso perché la proprietà fondamentale dell’amianto è proprio quella di essere ignifugo. In questo senso, possiamo concludere così: se ad funzione proposizionale “f(x)” diamo dei valori, allora perché sia vera l’argomento ( la “x” ) deve essere compatibile con il predicato, altrimenti si ottiene una frase priva di significato.

Inferenza. Se una proposizione è una funzione di verità delle proposizioni elementari, se una proposizione munita di senso è elementare o complessa, allora le proposizioni elementari sono funzioni di verità di se stesse mentre le proposizioni complesse sono funzioni di verità delle proposizioni elementari.

Tesi Wxxxxvii: dunque, le proposizioni elementari sono funzioni di verità di se stesse mentre le proposizioni complesse sono funzioni di verità delle proposizioni elementari.

Inferenza. Se una proposizione elementare denota un fatto, se una proposizione munita di senso denota fatti allora per comprendere una proposizione munita di senso bisogna sapere cosa accada se essa è vera.

Tesi Wxxxxviii: dunque, per comprendere una proposizione munita di senso bisogna sapere che cosa accada se essa è vera.

Specifica a: ciò vuol dire che per capire una proposizione sensata bisogna avere in mente quale sia la differenza tra la sua eventuale corrispondenza con un fatto oppure no. In altre parole, per capire una proposizione non è necessario sapere se essa sia vera o falsa, ma sapere cosa significa “essere vera” e “essere falsa” una proposizione.

Inferenza. Se per comprendere una proposizione munita di senso bisogna sapere che cosa accada se essa è vera, se una proposizione è l’immagine di un fatto allora per sapere se una proposizione sia vera o falsa è necessaria l’esperienza che un fatto è o non è.

Tesi Wxxxxix: dunque, per sapere se una proposizione sia vera o falsa è necessaria l’esperienza che un fatto è o non è.

Specifica a: “5.552 L’“esperienza”, che ci serve per la comprensione della logica, è non l’esperienza che qualcosa p così e così, ma l’esperienza che qualcosa è: Ma ciò non è un’esperienza.

La logica è prima di ogni esperienza che qualcosa è così.

Essa è prima del Come, non del Che cosa”.

Specifica b: cioè, perché la logica sia concepibile non ha alcuna importanza la presenza di proprietà essenziali o inessenziali delle cose ( rosso, quadrato etc.. ) ma solo che siano pensabili le cose come esistenti o non esistenti. In questo senso, per sapere che una proposizione sia vera o falsa, ciò che conta è la possibilità che il fatto sussista, non che esso sia in un certo modo. Da qui la ragione per cui per comprendere una proposizione munita di senso è necessario aver presente quali siano le implicazioni della sua verità o falsità.

Ipotesi W10: l’insieme delle proposizioni munite di senso sono proposizioni della scienza naturale.

Inferenza. Se l’insieme delle proposizioni munite di senso sono proposizioni della scienza naturale, se le proposizioni munite di senso sono le proposizioni elementari e complesse allora le sole proposizioni della scienza sono le proposizioni elementari e complesse.

Tesi Wxxxxx: dunque, le sole proposizioni della scienza sono le proposizioni elementari e complesse.

Inferenza. Se la logica studia i limiti del linguaggio, se l’insieme delle proposizioni munite di senso sono proposizioni della scienza naturale allora la logica mostra i limiti della scienza.

Tesi Wxxxxxi: dunque, la logica mostra i limiti della scienza.

Inferenza. Se la scienza è l’insieme delle proposizioni munite di senso, se le proposizioni munite di senso sono proposizioni che denotano fatti, allora la scienza studia i fatti.

Tesi Wxxxxxii: dunque, la scienza studia i fatti.

Inferenza. Se la scienza studia i fatti, se i fatti sono espressi da proposizioni munite di senso, se le proposizioni munite di senso esibiscono una forma logica, se la forma logica è mostrabile dalle asserzioni della logica, se l’espressioni della logica sono forme comuni a più proposizioni allora le proposizioni della scienza sono conformi a regole logiche.

Tesi Wxxxxxiii: dunque, le proposizioni della scienza sono conformi a regole logiche.

Specifica a: ciò è implicito nel fatto stesso che le proposizioni della scienza sono proposizioni munite di senso. Ma, questo è molto importante, le leggi della fisica sono, da un lato, leggi contingenti, ma anche leggi dotate di una forma logica. In questo modo, la fisica “utilizza” la struttura logica e la applica al mondo: tale operazione è giustificata dal fatto che la logica è speculare alla struttura del mondo.

Specifica b: “(m1m2/d2)G” è una legge della fisica ( la legge di gravitazione universale ) ed è una legge che parla del contingente ( la distanza, anziché elevata al quadrato sarebbe potuta essere elevata al cubo ) tuttavia, essa è anche aderente ad una certa struttura logica, in questo senso, le leggi della fisica sono qualcosa di più di una semplice conformità ad una regola logica: esse esprimono proprietà comuni a più fatti o, se vogliamo, una struttura logica di alcuni stati di cose ( o tutti ).

Specifica c: “6.3431 Attraverso tutto l’apparato logico, le leggi fisiche parlano tuttavia degli oggetti del mondo”.

Inferenza. Se le proposizioni della scienza sono conformi a regole logiche, se una proposizione munita di senso è una proposizione del linguaggio, se la proposizione munita di senso non è una proposizione della logica, se una proposizione della scienza è una proposizione munita di senso, allora una proposizione induttiva non è una proposizione della logica.

Tesi Wxxxxxiiii: dunque, una proposizione induttiva non è una proposizione logica.

Specifica a: l’induttività è la possibilità di esprimere una regolarità a partire da un’osservazione empirica: “Se tocco il fuoco, mi brucio” o “Gli scacchi sono bianchi o neri” sono affermazioni che nascono da una regolarità nella mia esperienza.

Specifica b: una proposizione induttiva non è a priori, cioè non al di là dell’esperienza, al contrario, essa nasce dall’osservazione. In questo senso, il principio induttivo, che può benissimo far parte della scienza, non può far parte della logica, in quanto la logica è a priori.

Specifica c: una proposizione induttiva non solo non è a priori, ma è una proposizione munita di senso: essa esprime un fatto o un complesso di fatti. Ma le proposizioni della logica non esprimono fatti, dunque, non possiamo dire che le proposizioni induttive siano delle espressioni pure a priori.

Spiegazione I: “6.31 La cosiddetta legge dell’induzione non può in alcun caso essere una legge della logica, poiché essa è manifestatamene una proposizione munita di senso. – Né per ciò, può essere una legge a priori”.

Inferenza. Se le proposizioni della scienza sono conformi a regole logiche, se la scienza è l’insieme delle proposizioni munite di senso allora la scienza è un linguaggio munito di senso dove ogni proposizione ha uno e un solo significato.

Tesi Wxxxxxiv: dunque, la scienza è un linguaggio munito di senso dove ogni proposizione denota un fatto.

Specifica a: in questo senso, tanto più la scienza studia il mondo e tanto più riesce a mostrarlo.

Spiegazione I: l’ideale della scienza è arrivare a denotare tutti i fatti esistenti. In questo modo, essa si comporta come una rete dove ad ogni nodo sia associato un oggetto e i fili rappresentano le connessioni interne, i nodo e i fili insieme rappresentano i fatti.

Spiegazione II: “6.341 La meccanica newtoniana, ad esempio, riduce la descrizione del mondo in forma unitaria. Immaginiamo una superficie bianca, con sopra macchie irregolari. Noi diciamo ora: Qualunque immagine ne nasca, io posso sempre avvicinarmi quanto io voglia alla descrizione dell’immagine, coprendo la superficie con un reticolo di quadrati rispondentemente fine e dicendo d’ogni quadrato che esso è bianco, o nero. A questo modo avrò ridotto la descrizione della superficie in forma unitaria. Questa forma è arbitraria, poiché avrei potuto impiegare con eguale successo una rete di maglie triangolari o esagonali. E’ possibile che la descrizione con l’aiuto d’una rete di triangoli fosse più semplice, cioè che noi potessimo descrivere la superficie più esattamente con una rete di triangoli più grossa che con una rete più fine di quadrati ( o viceversa ), e così via. Alle differenti reti corrispondono differenti sistemi di descrizione del mondo. La meccanica determina una forma di descrizione del mondo dicendo: Tutte le proposizioni della descrizione del mondo devono ottenersi a partire da un certo numero di proposizioni date – gli assiomi della meccanica – in modo dato. Così essa fornisce le pietre per la costruzione dell’edificio della scienza e dice: Qualunque edificio tu voglia innalzare, lo devi comunque costruire con queste pietre e con queste soltanto (…)”.

Inferenza. Se la scienza è un linguaggio munito di senso dove ogni proposizione denota un fatto, se una proposizione è l’immagine di un fatto, se l’insieme delle proposizioni munite di senso è un’immagine del mondo allora la scienza è un’immagine del mondo.

Tesi Wxxxxv: dunque, la scienza è un’immagine del mondo.

Spiegazione I: “6.343 La meccanica è un tentativo di costruire tutte le proposizioni vere, che ci servono per la descrizione del mondo, secondo un unico piano”.

Inferenza. Se la scienza arriva a descrivere il mondo attraverso l’apparato della logica, se le leggi della scienza sono anche immagini logiche, se la scienza esprime relazioni di causalità, allora la causalità è un’espressione del linguaggio scientifico.

Tesi Wxxxxvi: dunque, la causalità è un’espressione del linguaggio scientifico.

Inferenza. Se la causalità è un’espressione del linguaggio scientifico, se il linguaggio scientifico è l’insieme delle proposizioni munite di senso, se le proposizioni munite di senso non sono vere o false a priori allora la causalità non arriva a predire la verità o la falsità di proposizioni munite di senso di cui non si può verificare la verità o falsità.

Tesi Wxxxxxvii: dunque, la causalità non arriva a predire la verità o la falsità di proposizioni munite di senso di cui non si può verificare la verità o falsità.

Specifica a: le leggi di causalità non implicano una previsione esatta del futuro, cioè esse ci dicono come le cose potrebbero stare, ma non se esse staranno così o meno. In questo senso, chiederci se “domani il sole sorge” sarà vera o falsa, in relazione alle regole induttive, possiamo dire “non abbiamo ragioni di dubbio, sebbene il sole potrebbe non sorgere”. Ma sappiamo che le proposizioni induttive sono munite di senso e le loro generalizzazioni non implicano nulla al futuro.

Specifica b: uno dei limiti di qualsiasi linguaggio è proprio quello di non poter decidere a priori se le sue frasi munite di senso siano a priori vere o false. In questo senso, la scienza può costruire solo a posteriori delle affermazioni sensate ma non oltrepassa mai il bilico tra la conoscenza del presente/passato da quella del futuro: una possibilità è contingente ed è espressa da una qualsiasi frase che non sia una contraddizione e una tautologia, ciò implica che tali frasi siano indecidibili a priori.

Spiegazione I: “6.371 Tutta la moderna concezione del mondo si fonda sull’illusione che le cosiddette leggi naturali siano le spiegazioni dei fenomeni naturali”.

Spiegazione II: “6.372 Così si arrestano davanti alle leggi come davanti a qualcosa d’intangibile, come gli antichi davanti a Dio e al fato.

E ambedue hanno ragione, e ambedue torto. Gli antichi sono, tuttavia, in tanto più chiari in quanto riconoscono un chiaro termine, mentre il nuovo sistema pretende che tutto sia spiegato”.

Specifica c: ciò che Wittgenstein sta mostrando è proprio che la moderna fisica ha come presupposto, principio fondamentale, l’idea che tutto ciò che è all’interno del mondo ammetta una ed una sola spiegazione, la spiegazione della fisica. In questo senso, tutte le leggi del mondo non hanno né eccezioni né limiti, esse si applicano a tutto indistintamente. Il fatto che non esistano né limiti né eccezioni determina l’infinitezza della concezione della fisica, l’idea, cioè, che da essa possa spiegarsi ( o debba potersi spiegare ) l’intera realtà dei fatti.

Inferenza. Se le proposizioni munite di senso sono solo le proposizioni che denotano fatti, se la proposizione munita di senso è il pensiero, se la coscienza non è un fatto allora la espressioni di stati di coscienza non sono proposizioni munite di senso.

Tesi Wxxxxxviii: dunque, le espressioni di stati di coscienza non sono proposizioni munite di senso.

Specifica a: “Io credo che il tavolo sia marrone” è una proposizione che posso fare solo io, in quanto ho una certa esperienza personale che manifesta, di fronte a me, un certo tavolo. Ma questa espressione non è implica un fatto: potrei credere male, per esempio, qualora il tavolo non ci sia o non sia marrone. Prendiamo, infatti, il caso che la frase “Il gol è regolare” è vera, e ipotizziamo che un tifoso dica “Io credo che il gol sia irregolare”: questa frase è evidentemente relativa non alla realtà dei fatti, ma alla realtà psicologica del parlante, in questo caso un tifoso poco obiettivo. Dunque, “io credo che…” non denota mai un fatto, ma una certa condizione psicologica di un soggetto.

Spiegazione I: “5.541 A prima vista, pare che una proposizione possa ricorrere in un’altra anche altrimenti.

Particolarmente in certe forme proposizionali della psicologia, come “A crede che p” o  “A pensa che p”, etc.

Infatti, prima facie qui sembra che la proposizione stia in una specie di relazione con un oggetto A.

( Ed è così che, nella gnoseologia moderna ( Russell, Moore, etc. ), si sono concepite quelle proposizioni”. 5.542 Ma è chiaro che “A crede che p”, “A pensa p”, “A dice p” sono della forma “<p> dice p”: E qui si tratta non d’una coordinazione d’un fatto e d’un oggetto, ma della coordinazione di fatti per coordinazione dei loro oggetti”. “5.5421 Questo mostra anche che l’anima – il soggetto, etc. – come è concepita nella superficiale psicologia odierna, è assurdo.

Un’anima composta, infatti, non sarebbe più un’anima”.

Inferenza. Se le espressioni di stati di coscienza non sono proposizioni munite di senso, se le espressioni di stati di coscienza sono espressioni di una coscienza ( di un soggetto, anima etc. ) allora le proposizioni relative ad un soggetto non sono munite di senso.

Tesi Wxxxxxix: dunque, le proposizioni relative ad un soggetto non sono munite di senso.

Specifica a: ciò significa che qualsiasi espressione io possa fare intorno alla mia interiorità, sia un’affermazione nonsenso. Non posso esprimere i miei stati di coscienza, in quanto la stessa coscienza è al di là della realtà dei fatti. In questo senso, abbiamo scoperto un limite del linguaggio e un limite del mondo: l’interiorità, il soggetto non è nel mondo. In questo senso, tutto quel che di me posso dire è che sono costituito da un insieme di organi, ma non posso dire che veda o senta qualcosa né che provo dolore o piacere. Tutte le sensazioni sono miei stati privati, né più né meno di questo, e, come tali, non possono essere oggetto di espressione.

Specifica b: prendiamo il caso che sia lecito esprimersi intorno alla propria interiorità e dica “vedo rosso”: solo io posso sapere se questa frase sia vera o falsa, nessun altro essa è inverificabile da un punto di vista in terza persona, inverificabile ma anche infalsicabile. In altri termini, l’espressione “vedo rosso” è una forma di tautologia, essa è assurda e così tutte le altre possibili espressioni soggettive sono della forma “a = a”, in un certo senso, sebbene appaiano come proposizioni ben formate, in realtà si riducono a forme di tautologie.

Specifica c: l’autoreferenzialità della sensibilità è evidente, così come è evidente il fatto che non ci sia modo, in ogni caso, di appurare ciò che uno vede o sente al di fuori di se stessi. Per questo Wittgenstein parla di “solipsismo” in relazione alle percezioni: esse sono al limite del mondo perché non sono fatti e, per tanto, sono inesprimibili.

Spiegazione I: “5.61 (…) Ciò che noi non possiamo pensare, noi non lo possiamo pensare; né, di conseguenza, noi possiamo dire che noi non possiamo pensare”. E subito di seguito: “5.62 Questa osservazione dà la chiave per decidere la questione, in quale misura il solipsismo sia una verità.

Ciò che il solipsismo intende è del tutto corretto; solo, non si può dire, ma mostra sé.

Che il mondo è il mio mondo si mostra in ciò; che i limiti del linguaggio ( dell’unico linguaggio che io comprenda ) significano i limiti del mio mondo”.

Inferenza. Se le proposizioni relative ad un soggetto non sono munite di senso, se il pensiero è la proposizione munita di senso allora l’insieme finito delle proposizioni munite di senso sono il limite stesso del mondo di chi le pensa.

Tesi Wxxxxxx: dunque, l’insieme finito delle proposizioni munite di senso sono il limite stesso del mondo di chi le pensa.

Specifica a: con “pensare” si deve intendere “immaginare per proposizioni” cioè non associare a “pensiero” qualsiasi forma di attività percettiva. Il pensiero è una forma di rappresentazione di fatti e solo nella misura in cui esso mostra fatti può essere sensato, per il resto, è del tutto nonsenso.

Specifica b: il limite del mio linguaggio è anche il limite del mio mondo e del mio pensiero: “5.6 I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”.

Spiegazione I: 5.641 V’è dunque, realmente un senso, nel quale in filosofia si può parlare in termini non psicologici dell’Io.

L’Io entra nella filosofia perciò che – il mondo è il mio mondo –.

L’Io filosofico è non l’uomo, non il corpo umano o l’anima umana della quale tratta la psicologia, ma il soggetto metafisico, che è non una parte, ma il limite del mondo”.

Inferenza. Se le proposizioni munite di senso non sono espressioni psicologiche, se le espressioni psicologiche non sono sensate, se le espressioni psicologiche non hanno alcun significato allora le proposizioni psicologiche sono nonsensi.

Tesi Wxxxxxxi: dunque, le proposizioni psicologiche sono nonsensi.

Specifica a: proposizioni nonsenso sono prive di significato e non sono espressioni logiche, cioè non sono composte di variabili.

Inferenza. Se le proposizioni psicologiche sono nonsensi, se i nonsensi sono espressioni prive di denotazione, se i nonsensi non sono espressioni della logica allora tutte le proposizioni nonsenso sono prive di denotazione e non sono espressioni della logica.

Tesi Wxxxxxxii: dunque, le proposizioni nonsenso sono prive di denotazione e non sono espressioni della logica.

Specifica a: in realtà, i nonsensi sono le proposizioni più diffuse nel linguaggio ordinario, esse sono tutte quelle dell’etica, della religione, della morale. Tutte queste espressioni non sono rappresentazioni di fatti, per tale ragione, esse non sono né vere né false, sono semplicemente idecidibili.

Specifica b: per tale ragione, di tutto ciò che non è la realtà dei fatti, tutto ciò che fuoriesce dal linguaggio scientifico è al di là dell’espressione sensata.

Inferenza. Se l’insieme delle proposizioni munite di senso è la scienza, se tutto ciò che si può dire di sensato è all’interno della scienza, se le proposizioni munite di senso sono proposizioni che denotano fatti allora tutte le proposizioni che denotano fatti possono essere espresse chiaramente e tutte le proposizioni che non denotano fatti non si possono dire sensatamente.

Tesi Wxxxxxxiii: dunque, tutte le proposizioni sensate possono essere espresse chiaramente, tutte le altre proposizioni non si possono dire sensatamente.

Specifica a: una conclusione del Tractatus è: tutto ciò di cui possiamo parlare con criterio e che possiamo stabilire se sia vero o falso, è tutto ciò che riguarda la scienza naturale, di tutto il resto non si può affermare né negare nulla.

Specifica b: un’altra conclusione del Tracatatus è che esiste il Mistico, sebbene del Mistico non si possa dire alcun che. Tale affermazione non è dedotta da alcun ragionamento, ma è una credenza dell’autore. Egli, probabilmente, è portato a tale conclusione dal fatto che, se stiamo alle sole proposizioni della scienza, noi diciamo poco o nulla sulla natura dei problemi Umani, come l’amore, l’odio, il bene, il male etc. Di tutte queste cose, che contraddistinguono l’Uomo dalle altre cose e dagli altri animali, non si può accennare: i sentimenti non fanno parte della realtà dei fatti.

Specifica c: tali conclusioni radicali di Wittghenstein sono portate dall’esclusioni del soggetto. L’etica, infatti, si fonda sulla presa di coscienza del soggetto come entità autonoma, libera o potenzialmente tale. Ma nella visione del Tractatus, tutto ciò è del tutto impensabile.

Specifica d: in fine, un’altra conclusione del Tractatus è l’espressione del metodo valido per la filosofia: essa deve essere una pratica volta alla chiarificazione delle teorie della scienza. E qualora qualcuno affermi qualcosa che vada al di fuori degli steccati della scienza, mostrargli che in qualche punto del discorso, egli stia affermando qualcosa di insensato.

Specifica e: dunque, il Tractatus ha tre conclusioni:

  1. 6.522 V’è dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il Mistico,
  2. 6.53 Il metodo corretto della filosofia sarebbe propriamente questo: Nulla dire se non ciò che può dirsi; dunque, proposizioni della scienza naturale dunque, qualcosa che con la filosofia nulla a che fare -, e poi, ogni volta che un altro voglia dire qualcosa di metafisico, mostrargli che, a certi segni nelle sue proposizioni, egli non ha dato significato alcuno. Questo metodo sarebbe insoddisfacente per l’altro – egli non avrebbe la sensazione che noi gli insegniamo filosofia -, eppure esso sarebbe l’unico metodo rigorosamente corretto.
  3. 7 Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.

Filosofia.

Introduzione.

La natura dei problemi sviluppati nel Tractatus sono ereditati dalla neonata logica e semantica, in altre parole da quel pulviscolo di conoscenze elaborate a cavallo della fine dell’ottocento e inizi del novecento. Il problema fondamentale è il problema della denotazione e dei criteri di verità delle proposizioni. In altre parole, “se il linguaggio denota qualcosa, allora come fa?”

Da tale approccio, si potrebbe immaginare che il Tractatus si chiuda in circolo nel quale l’unico argomento sviluppato sia proprio quello della denotazione. Ma alla domanda “cosa significa una proposizione” non basta pensare semplicemente “denota questo o ques’altro”, infatti, se ignoriamo la realtà dei fatti, non possiamo sempre rispondere alla domanda, al limite possiamo dire “se è vera, allora significa questo, se è falsa, significa quest’altro”. Insomma, chiedersi cosa significhi una frase, non solo implica vedere la realtà dei fatti, ma anche intendere la frase da un punto di vista più elevato. Il problema della denotazione è il comprendere cosa significhi “una frase significa qualcosa, denota qualcosa”, mentre il problema del chiedersi se una frase è vera o falsa implica chiedersi “secondo quali criteri la frase è vera o falsa?” I due problemi, sebbene siano profondamente connessi, sono anche di natura diversa: che una frase significativa denoti realmente qualcosa dipende dalla sua aderenza alla realtà, ma che una frase sia di principio vera o falsa, è una questione più astratta. Per esempio: “questo è ques’altro” è vera o falsa. L’affermazione è “vera o falsa” a prescindere dai possibili significati che di volta in volta la frase può venire ad assumere, cioè il problema attiene ai criteri di verità.

Abbiamo introdotto, forse, il problema cardine del Tractatus in termini estremamente generali, abbiamo cioè parlato di proposizioni come se tutte le espressioni linguistiche potessero avere le stesse caratteristiche: un altro problema è quello di comprendere di quali proposizioni possiamo stabilire in linea di principio se siano vere o false. Esistono proposizioni che non sono sensate, non denotano nulla, e ciò in linea puramente a priori: dipende dalla loro stessa struttura linguistica.

La natura dei problemi semantici attiene ad almeno tre ordini diversi e tutti concomitanti nella spiegazione. Il primo ordine è quello puramente linguistico ovvero dare una definizione adeguata di come il linguaggio si delinea in modo tale da riuscire a dare espressioni significative. Il secondo ordine è quello del linguaggio puro, ovvero lo studio della sua forma a priori: questo studio attiene alla logica. Il terzo ordine è, invece, extralinguistico ed attiene alla definizione dell’esistente. Dunque, per definire un linguaggio non ci si può sottrarre dal definirne il suo meccanismo e dal dire cosa significhi, da qui la costituzione logica e dei problemi ontologici.

Per Wittgenstein il problema chiave non è chiarire come noi perveniamo alla conoscenza degli oggetti, egli, infatti, parte dal presupposto che essi esistano. Ciò è motivato da questo: per dare una ragionevole definizione del funzionamento del linguaggio non sussiste il problema della conoscenza, basta mostrare, piuttosto, cosa e come il linguaggio arrivi alla realtà dei fatti.

Il mondo è la totalità dei fatti.

La realtà è interamente composta dai fatti, il mondo è la totalità dei fatti. Un fatto è una configurazione di oggetti. Per definire un fatto occorrono due criteri: il primo attiene agli oggetti, i costituenti del fatto, il secondo attiene alla forma della configurazione.

La definizione di un oggetto, a scapito di quello che può apparire, non avviene attraverso delle proprietà che gli ineriscono come un guanto può aderire ad una mano. Infatti, un oggetto esiste solo all’interno dei fatti e un fatto rappresenta una “possibilità” dell’oggetto. Una qualsiasi cosa è definita, in questo senso, dalla totalità dei fatti in cui essa può sussistere: ci sono delle cose che ne escludono altre ( per esempio l’acqua bollente esclude che all’interno della pentola non ci sia acqua ). L’insieme delle “possibilità” di un oggetto sono le sue “proprietà interne”, così, al pari del nome, un oggetto è interamente conosciuto solo quando si conoscono tutti i suoi possibili contesti. Per contesti si devono intendere tutti gli stati di cose in cui l’oggetto è possibile.

Gli oggetti sono indispensabili per il linguaggio, essi sono un prerequisito fondamentale ma solo perché non può esistere una forma senza un oggetto: se non ci fossero gli oggetti, potrebbero esistere delle configurazioni senza oggetti e non ci sarebbe alcun modo di sapere se c’è una certa configurazione o no. Da qui l’asserzione di Wittgenstein secondo cui gli “oggetti sono la sostanza del mondo”. Per “sostanza”[7] si intende qualcosa che sussiste indipendentemente dalle sue conseguenze, dalle sue possibili configurazioni. E tali sono gli oggetti per Wittgenstein: essi si mantengono nonostante possano variare le forme dei fatti in cui essi compaiono.

Il fatto ha una componente permanente, gli oggetti, e una cangiante, la struttura. Gli oggetti sussistono solo all’interno dei fatti e non sono neanche pensabili se non in questo modo: noi perveniamo alla loro definizione solo quando riusciamo a collocarli, anche solo nel pensiero, nell’insieme delle loro configurazioni possibili.

La realtà è costituita di realtà “complesse” ( complex ) perché il fatto è un’entità complessa, mentre gli oggetti sono il semplice. La complessità della realtà può essere vista in modo crescente, quando, per esempio, si considerino fatti composti da altri fatti, oppure in modo decrescente, quando, cioè, si considerino i fatti più semplici di tutti, quelli in cui compare un solo oggetto.

La natura delle relazioni che possono sussistere tra gli oggetti di un fatto sono di due tipi: interne o esterne. La relazione “interna” consiste nella stessa struttura di un fatto, mentre la relazione “esterna” consiste in una connessione estrinseca tra due fatti, cioè la relazione non riguarda la struttura dei due fatti.

Le immagini dei fatti.

Noi possiamo farci immagini dei fatti: tale è uno dei presupposti fondamentali del Tractatus. Se, da un lato, sono insostituibili le premesse ontologiche sulla natura del mondo, è anche indispensabile sostenere la possibilità di una nostra concezione di fatti attraverso immagini.

Un’immagine è, in generale, una rappresentazione della realtà: una “rappresentazione” è una raffigurazione di un fatto. Tenuto conto che un fatto è una struttura con degli elementi di base, ciò implica che l’immagine debba mantenere la stessa struttura interna di un fatto cambiando solo gli elementi di base. Gli elementi fondamenti per un’immagine sono due: la forma logica e l’elemento. L’elemento dell’immagine è ciò che nel fatto è l’oggetto, in altre parole, l’elemento dell’immagine è il “rappresentante”, ciò che può “stare per”. “Rappresentante” è ciò che “Rap-presenta”, cioè ciò che presenta in qualche modo qualcos’altro. Al variare del “rappresentante” varia anche l’immagine stessa: una fotografia mostra un fatto in modo diverso che un acquarello, ma entrambi possono raffigurare una stessa cosa.

Un’immagine non è un che di astratto, una raffigurazione privata mentale: l’immagine è a sua volta un fatto. Wittgenstein non si pone, infatti, il problema della coscienza o della sensibilità, problemi attinenti soprattutto alla conoscenza: egli, semplicemente, non li considera. L’immagine, qualsivoglia, è a sua volta composta di oggetti e di una struttura, ciò che essa ha di peculiare è che essa sta-per qualcos’altro, essa mostra attraverso sé, qualcos’altro, un fatto.

Le proposizioni.

Una proposizione è un’immagine di un fatto e ciò è mostrato da alcune caratteristiche della proposizione: prima di tutto esibisce una forma logica, in secondo luogo noi, attraverso una proposizione, possiamo arrivare alla comprensione di un fatto: comprendere una proposizione significa sapere cosa accade se essa è vera, cioè avere in mente quale stato di cose la renda a priori vera oppure falsa. L’a-priorità della “comprensione” non implica che si possa stabilire a priori se una frase è vera o falsa, ma che noi possiamo farci un’immagine del fatto eventuale.

Come l’immagine, anche la proposizione è composta di elementi e mostra un forma logica attraverso la configurazione di quelli. Gli elementi della proposizione sono i nomi: essi sono atomi indistruttibili del linguaggio proposto da Wittgenstein. Un nome è un simbolo semplice, non costituito da altri, e denota una e una sola cosa. Che ciò non avvenga nel linguaggio ordinario è un fatto inessenziale alla formulazione di un’ideografia, un linguaggio perfetto che possa evitare i fraintendimenti, doppi sensi e vaghezze del linguaggio naturale. Le idee che vengono espresse intorno al linguaggio perfetto mostrano più o meno in quale modo funzioni il linguaggio naturale.

Il nome l’insieme delle sue possibili ricorrenze in proposizioni, per essere compreso e definito, in altre parole, un nome esiste solo all’interno di proposizioni. Infatti, esso non fa altro che “nominare”, “etichettare” le cose, ma non per questo esso dice niente di più: un nome non denota un fatto, esso sta al posto delle cose.

La ricorrenza del nome in proposizioni è un fatto essenziale per comprendere che ruolo essi giochino all’interno del linguaggio e in che senso le proposizioni non si comportino come i nomi: i nomi non possono essere veri o falsi, o un nome è tale oppure no; una proposizioni può essere vera o falsa. In tale differenza sta anche il diverso modo di “denotazione” del loro relativo oggetto.

Esistono vari tipi di proposizione che denotano fatti e la più semplice è la proposizione elementare della forma “Socrate è alto”, “Platone è grosso”. Una proposizione elementare è un predicato saturato da un nome e nient’altro. Una proposizione elementare può anche essere della forma “Socrate ama Platone” in quanto abbiamo sempre una proposizione costituita da una sola proposizione, non da due o da più predicati.

Una proposizione elementare o è vera o è falsa. Essa sarà vera se denota un fatto e sarà falsa altrimenti. Esistono anche fatti negativi: “Socrate non è vivo” è un fatto negativo perché esprime ciò che non c’è. Che una proposizione elementare possa essere vera o falsa implica che sia effettivamente una proposizione munita di senso, cioè che denoti fatti. Se ci riflettiamo, la sola verità concepibile dal Tractatus non è altro che la possibile aderenza di un’immagine di un fatto al fatto. Se un’immagine rappresenta un fatto sussistente allora esiste, se un’immagine non rappresenta nulla, sarà falsa. Abbiamo visto che un fatto è una configurazione di oggetti, uno stato di cose, ciò significa che due fatti sono tra loro indipendenti, in quanto essi non sono relazionati internamente. Ciò implica che da una qualunque proposizione elementare non ne segue nessun’altra.

Un linguaggio di sole proposizioni elementari sarebbe un linguaggio poverissimo, tuttavia, per Wittgenstein, l’analisi di un qualsiasi asserto si conclude solo quando siamo giunti alle sue proposizioni elementari per sapere se esse sono vere o no. Ciò significa che esistono delle espressioni complesse, che hanno come costituenti altre proposizioni: “Socrate ama Platone e Platone è allievo di Socrate” è una frase complessa ottenuta combinando due proposizioni elementari. La combinazione è un’operazione e avviene attraverso l’introduzione di operatori logici come “e”, “o”, “implica” etc.. Le condizioni di verità di proposizioni complesse non possono esaurirsi nella sola verità o falsità della proposizione risultante: la somma di tutte le possibili combinazioni di verità mostrano le possibilità che una proposizione complessa sia vera o falsa, a priori. Ma noi non abbiamo modo di sapere a priori se una certa frase sia vera o falsa a priori, quindi per sapere se una frase complessa sia vera o falsa dobbiamo sempre andare a controllare che le sue proposizioni elementari costituenti siano vere o false.

Le proposizioni elementari e le proposizioni complesse sono le sole espressioni linguistiche sensate per Wittgenstein. Per “proposizione munita di senso” bisogna intendere una “proposizione che abbia un significato”, dunque, che denoti un fatto. Una proposizione munita di senso può anche essere falsa, ciò non dimeno denota sempre qualcosa. Ma non tutte le formulazioni linguistiche possibili sono munite di senso. Le proposizioni della logica non sono munite di senso, così come le proposizioni della psicologia e le proposizioni metafisiche.

Le proposizioni della logica sono espressioni pure, cioè che hanno come loro costituenti variabili. Una formula logica potrebbe essere la seguente: f(x). Un’espressione logica è insensata nel senso che non ha alcun significato, essa non rimanda ad alcun fatto e per esser compresa, basta sapere cosa voglia dire che essa sia vera o falsa. Una formula logica mostra una certa struttura, una forma logica comune a più proposizioni: essa, dunque, non è vana perché essa mostra nella sua più astratta essenza, la forma logica del mondo. La logica è pura a priori in quanto essa non richiede alcuna esperienza per sapere se le sue formule siano vere o false e tutte le sue inferenze sono interamente descritte sulla base delle sue sole leggi. Le inferenze logiche sono deduzioni che avvengono anche nel linguaggio, con la sola differenza che la logica le mostra sotto un aspetto astratto. La logica si esaurisce dentro di sé perché le sue proposizioni sono insignificanti: esse sono solo tautologie e contraddizioni. Le tautologie sono frasi come “Il tavolo è il tavolo” o “Se la canna fuma, allora la canna fuma”, cioè sono delle proposizioni sempre vere a priori e, per tale ragione, non sono relative alla realtà dei fatti: le proposizioni elementari non sono vere a priori. Le contraddizioni sono, invece, sempre false: “Il tavolo è marrone e non il tavolo è marrone” è chiaramente falsa. Le contraddizioni e le tautologie sono espressioni della logica ed esse mostrano con chiarezza i limiti del linguaggio, i limiti del mondo e i limiti della stessa logica.

Le proposizioni della psicologia sono della forma “Io credo che p” dove “p” sta per una qualsiasi proposizione. Tale affermazione è della forma, secondo Wittgenstein, “P crede che p”, cioè è una specie di tautologia e non significa nulla. D’altra parte, moltissime affermazioni come “io vedo rosso”, riportate su un piano puramente conoscitivo e non fattuale ( “io vedo rosso” interpretato attualmente, sarebbe “l’oggetto umano qui presente ha una dilatazione della pupilla a seguito di una particolare lunghezza d’onda definita dallo spettro in questo modo” ) sarebbero semplicemente nonsensi, cioè esse non riescono a mostrare alcun fatto: le pseudoproposizioni non rimandano a nulla, i nomi non stanno per oggetti, dunque, non mostrano alcun che.

Il soggetto e la scienza.

Abbiamo appena visto in che modo le affermazioni della psicologia siano prive di senso, esse non significano nulla. Ma anche tutte le affermazioni relative ad un soggetto sono prive di senso. Ciò perché il soggetto non è parte, ma limite del mondo: una proposizione ha come suo limite la sua stessa forma, essa non può dirla ma mostrarla. In questo senso, è come se un quadro mostrasse sé e non qualcos’altro.

D’altra parte, la proposizione munita di senso è il pensiero per Wittgenstein. Ma una proposizione è a sua volta un fatto, ha dei costituenti oggettivi e una certa forma, dunque, non siamo ancora fuori dal mondo, ma all’interno. Il punto è proprio questo: le proposizioni munite di senso non esprimono il soggetto perché esso è inesprimibile, è al di là dei fatti. D’altra parte, fa notare Wittgenstein, il solipsismo, l’idea che io abbia delle rappresentazioni puramente private, non è in contrasto con l’idee del Tractatus, semplicemente esso non è esprimibile all’interno di un linguaggio sensato, con proposizioni che esprimano fatti. Non possiamo dire qualcosa che sia al di là dei fatti attraverso i fatti, non possiamo pensare a un solido senza pensarlo secondo le leggi della geometria, non posso pensare ad una partita a scacchi senza pensare secondo le regole degli scacchi: è questo che Wittgenstein vuole dire quando sostiene che non c’è nessun soggetto metafisico esprimibile.

E’ curioso che la scienza voglia parlare del soggetto, al giorno d’oggi, in quanto sta cercando di travalicare quegli stessi vincoli che Wittgenstein aveva tracciato già agli inizi del novecento: la scienza, in quanto è l’insieme delle proposizioni munite di senso, non parla del soggetto. Il soggetto è limite del mondo, dunque è limite della scienza. La scienza non è altro che lo studio del sussistente, di ciò che c’è e di ciò che non c’è. Dal canto suo, essa deve studiare esclusivamente, in relazione al soggetto, gli avvenimenti fisici, neurali, per esempio, che avvengono all’interno del corpo umano. Andare oltre implicherebbe la contraddizione già detta: non si può andare al di là dei fatti con i fatti. Sarebbe, infatti, andare oltre la verità delle proprie premesse attraverso le sole premesse. Ciò è a priori impossibile, è logicamente impossibile.

Conclusioni.

Ma che ruolo deve avere la filosofia per Wittgenstein? Cosa rimane da dire una volta detto che tutto ciò che si può dire sono proposizioni munite di senso?

La filosofia non può parlare del soggetto metafisico perché è contraddittorio, d’altra parte, non può nemmeno parlare direttamente di etica oppure di religione perché esse sono al di là della realtà dei fatti, però non può nemmeno esprimersi sui fatti perché c’è già la scienza naturale. Effettivamente, l’idea della filosofia che aveva Wittgenstein, è probabilmente figlia dell’impostazione Russelliana[8] secondo cui la filosofia è analisi.

“La filosofia come analisi” è l’idea che la filosofia, attraverso l’apparato della logica, possa mostrare ciò che ha senso e ciò che non ha senso dire, oppure migliorare la chiarezza di una teoria. In ogni caso, la filosofia è pura terapia, cioè diagnosi e cura di eventuali errori teorici in filosofia o nella scienza. In questo senso, il rapporto “scienza/filosofia” non è paritario, da un lato: la scienza ha il monopolio del sensato; ma la filosofia ha anche il compito non sempre semplice di “ripulire la scienza” ed evitare che nascano nuove teorie metafisiche che, con la loro oscurità, ostacolino il cammino della scienza.

In Wittgenstein non c’è però quel rifiuto negativo della filosofia, metafisica o altro, che ci sarà nei pensatori del circolo di Vienna. D’altra parte, come non pensarla come lui?: “7 Di tutto ciò, di cui si deve parlare, si deve parlare con chiarezza, di tutto il resto si deve tacere”.

Riferimenti.

Wittegenstein, Tractatus.

I fatti.

1 Il mondo è tutto ciò che accade.

1.1 Il mondo è la totalità dei fatti non delle cose.

1.12 Ché la totalità dei fatti determina ciò che accade, e anche tutto ciò che non accade.

1.13 I fatti nello spazio logico sono il mondo.

            1.2 Il mondo si divide in fatti.

1.21 Qualcosa può accadere o non accadere e tutto il resto rimanere eguale.

Definizione delle proprietà degli oggetti.

2.0121 Parrebbe quasi un accidente se alla cosa, che potesse sussistere di per sé sola, successivamente potesse convenire una situazione.

Se le cose possono ricorrere in stati di cose, ciò deve essere già in esse.

( Qualcosa di logico non può essere solo-possibile. La logica tratta di ogni possibilità, e tutte le possibilità sono i suoi fatti. )

Come non possiamo affatto concepire oggetti spaziali fuori dallo spazio, oggetti temporali fuori del tempo, così noi non possiamo concepire alcun oggetto fuori della possibilità del suo nesso con altri.

Se posso concepire l’oggetto nel contesto dello stato di cose, io non posso concepirlo fuori della possibilità di questo.

2.0122 La cosa è indipendente nella misura nella quale essa può ricorrere in tutte le situazioni possibili, ma questa forma d’indipendenza è una forma di connessione con lo stato di cose, una forma di non-indipendenza. (E’ impossibile che le parole appaiano in due differenti modi: da sole, e nella proposizione. )

2.0123 Per conoscere un oggetto, non mi è necessario conoscere le sue proprietà esterne, – ma le sue proprietà interne io devo conoscerle tutte.

2.014 Gli oggetti contengono la possibilità di tutte le situazioni.

2.0141 La possibilità della sua ricorrenza in stati di cose è la forma dell’oggetti.

 

Definizione degli oggetti.

2.02 L’oggetto è semplice.

2.0201 Ogni enunciato sopra complessi può scomporsi in un enunciato sopra le loro parti costitutive e nelle proposizioni che descrivono completamente i complessi.

2.021 Gli oggetti formano la sostanza del mondo. Perciò essi non possono essere composti.

2.022 E’ manifesto che un mondo, per quanto differente sia pensato dal mondo reale, deve avere in comune con il mondo reale qualcosa – una forma -.

2.0232 Detto approssimativamente: Gli oggetti non hanno colore.

2.02331 O una cosa ha proprietà che nessun’altra cosa ha, nel qual caso la si può senz’altro distinguere, mediante una descrizione, dalle altre, ed indicarla; o, invece, vi sono più cose che hanno in comune tutte le loro proprietà, nel qual caso è affatto impossibile indicarne una.

Infatti, se la cosa è per nulla distinta, non la posso distinguere, ché altrimenti essa sarebbe, appunto, distinta.

Relazione tra fatti.

2.03 Nello stato di cose gli oggetti sono interconnessi, come le maglie d’una catena.

2.032 Il modo, nel quale gli oggetti ineriscono l’uno all’altro nello stato di cose, è la struttura dello stato di cose.

2.06 Il sussistere e non sussistere di stati di cose è la realtà.

( Il sussistere di stati di cose lo chiamo anche un fatto positivo; il non sussistere, un fatto negativo ).

2.061 Gli stati di cose sono indipendenti l’uno all’altro.

Immagini di fatti.

2.1 Noi facciamo immagini dei fatti.

2.11 L’immagine presenta la situazione nello spazio logico, il sussistere e non sussistere di stati di cose.

2.13 Agli oggetti corrispondono nell’immagine gli elementi dell’immagine.

2.131 Gli elementi dell’immagine sono rappresentanti degli oggetti dell’immagine.

2.15 Che gli elementi dell’immagine siano in una determinata relazione l’uno con l’altro rappresenta che le cose sono in questa relazione l’una con l’altra.

Questa connessione degli elementi dell’immagine io la chiamo la struttura dell’immagine; la possibilità di questa struttura io la chiamo la forma di raffigurazione dell’immagine.

2.151 La forma di raffigurazione è la possibilità che le cose siano l’una con l’altra nella stessa relazione che gli elementi dell’immagine.

2.1512 Essa [ l’immagine ] è come un metro apposto alla realtà.

2.16 Il fatto, per essere immagine, deve avere qualcosa in comune con il raffigurato.

2.161 Nell’immagine e nel raffigurato qualcosa deve essere identico, affinché quella possa essere un’immagine di questo.

2.17 Ciò che l’immagine deve avere in comune con la realtà, per poterla raffigurare – correttamente o falsamente – nel proprio modo, è la forma di raffigurazione propria dell’immagine.

2.172 La sua propria forma di raffigurazione, tuttavia, l’immagine non può raffigurarla, essa l’esibisce.

2.18 Ciò che ogni immagine, di qualunque forma essa sia, deve avere in comune con la realtà, per poterla raffigurare –correttamente o falsamente -, è la forma logica, ossia la forma della realtà.

2.2 L’immagine ha in comune con il raffigurato la forma di raffigurazione.

2.201 L’immagine raffigura la realtà rappresentando una possibilità del sussistere e non sussistere di stati di cose.

2.202 L’immagine rappresenta una possibile situazione nello spazio logico.

2.21 L’immagine concorda o non concorda con la realtà; essa è corretta o scorretta, vera o falsa.

2.223 Per riconoscere se l’immagine sia vera o falsa noi dobbiamo confrontarla con la realtà.

Pensiero e Proposizione.

3 L’immagine logica dei fatti è il pensiero.

3.01 La totalità dei pensieri veri è un’immagine del mondo.

3.032 Qualcosa “contraddicente la logica”! si può rappresentare nel linguaggio non più di quanto, nella geometria, si possa rappresentare, mediante le sue coordinate, una figura contraddicente le leggi dello spazio; o dare le coordinate d’un punto inesistente.

3.0321 Noi possiamo sì rappresentare spazialmente uno stato di cose che vada contro le leggi della fisica, ma non uno stati di cose che vada contro le leggi della geometria.

            3.1 Nella proposizione il pensiero s’esprime in modo percepibile mediante i sensi.

3.11 Noi usiamo il segno percepibile mediante i sensi ( segno fonico, o segno grafico etc. ) della proposizione quale proiezione della situazione possibile.

Il metodo di proiezione è il pensare il senso della proposizione.

3.12 Il segno, mediante il quale esprimiamo il pensiero, io lo chiamo il segno proposizionale. E la proposizione è il segno proposizionale nella sua relazione di proiezione con il mondo.

3.13 Alla proposizione appartiene tutto ciò che appartiene alla proiezione; ma non il proiettato.

Dunque, la possibilità del proiettato, ma non il proiettato stesso.

Nella proposizione, dunque, non è ancora contenuto il suo senso, ma è contenuta la possibilità d’esprimerlo. ( “Il contenuto della proposizione” vuol dire il contenuto della proposizione munita di senso. )

Nella proposizione è contenuta la forma, ma non il contenuto, del suo senso.

3.1431 Chiarissima diviene l’essenza del segno proposizionale se lo concepiamo composto, invece che di segni grafici, d’oggetti spaziali ( come tavoli, sedie, libri ). La posizione spaziale reciproca di questa cose esprime allora il senso della proposizione.

3.144 Le situazioni si possono descrivere, non denominare.

( I nomi somigliano a punti; le proposizioni, a frecce: Esse hanno senso ).

La proposizione.

3.202 I segni semplici impiegati nella proposizione si chiamano nomi.

3.203 Il nome significa l’oggetto. L’oggetto è il suo significato. ( “A” è lo stesso segno che “A” ).

3.221Gli oggetti io li posso solo nominare. I segni ne sono rappresentanti. Io posso solo dirne, non dirli. Una proposizione può dire solo come una cosa è, non che cosa essa è.

3.24 La proposizione che tratta del complesso sta in relazione interna con la proposizione che tratta d’una parte costitutiva del complesso.

Il complesso può essere dato solo mediante la sua descrizione, e questa sarà giusta o errata. La proposizione ove si parla d’un complesso sarà, se questo non esiste, non insensata, ma semplicemente falsa.

Che un elemento proposizionale designi un complesso si può vedere da un’indeterminatezza nelle proposizioni ove l’elemento ricorre. Noi sappiamo che da questa proposizione non ancora tutto è determinato. ( In effetti, il segno di generalità contiene un archetipo ).

3.3 Solo la proposizione ha senso; solo nel contesto della proposizione un nome ha significato.

3.32 Il segno è ciò che nel simbolo è percepibile mediante i sensi.

3.326 Per riconoscere il simbolo nel segno se ne deve considerare l’uso munito di senso.

3.332 Nessuna proposizione può enunciare qualcosa sopra se stessa, poiché il segno proposizionale non può esser contenuto in se stesso ( ecco tutta la “theory of types” ).

                        3.34 La proposizione possiede tratti essenziali e tratti accidentali.

Accidentali sono i tratti che risultano dalla particolare maniera di produrre il segno proposizionale. Essenziali sono i tratti che soli consentono alla proposizione d’esprimere il suo senso.

3.3411 Si potrebbe dunque dire: Il nome vero e proprio è ciò che hanno in comune tutti i simboli che designano l’oggetto. Risulterebbe così gradualmente che nessuna sorta di composizione è essenziale per il nome.

3.4 La proposizione determina un luogo nello spazio logico. A garantire l’esistenza di questo luogo logico è l’esistenza di parti costitutive, l’esistenza della proposizione munita di senso.

                        3.41 Il segno proposizionale e le coordinate logiche: ecco il luogo logico.

3.411 Luogo geometrico e luogo logico concordano nell’essere ambedue la possibilità di un’esistenza.

4 Il pensiero è la proposizione munita di senso.

4.024 Comprendere una proposizione è sapere che cosa accade se essa è vera.

( Dunque una proposizione la si piò comprendere senza sapere se essa è vera ).

Una proposizione la si comprende se si comprendono le sue parti costitutive.

4.063 Un’immagine per spiegare il concetto di verità: Una macchia nera su carta bianca; la forma della macchia si può descrivere indicando, per ogni punto della superficie, se esso sia bianco o nero. Al fatto che un punto è nero corrisponde un fatto positivo; al fatto che un punto è bianco ( non nero ), un fatto negativo. Se io designo un punto della superficie ( un fregeano valore di verità ), ciò corrisponde all’assunzione che è proposta al giudizio, etc. etc.

Ma poter dire che un punto sia nero, o bianco, io devo previamente sapere quando un punto si chiami nero, e quando bianco; per poter dire: “p” è vera ( o falsa ), io devo aver determinato in quali circostanze io chiami vera “p”, determinando così il senso della proposizione.

Il punto, nel quale la similitudine zoppica è questo: Noi possiamo indicare un punto della carta anche senza sapere che cosa sia bianco e nero. Ma ad una proposizione senza senso nulla corrisponde, poiché essa non designa una cosa ( valore di verità ) le cui proprietà si chiamino, per esempio, “falso” o “vero”; il verbo d’una proposizione non è “è vera” o “è falsa” – come Frege credeva – ; al contrario, ciò che “è vero” deve già contenere il verbo.

4.12 La proposizione può rappresentare la realtà tutta, ma non può rappresentare ciò che, con la realtà, essa deve avere in comune per poterla rappresentare –la forma logica.

Per poter rappresentare la forma logica, noi dovremmo poter situare noi stessi con la proposizione fuori della logica, ossa fuori del mondo.

4.121 La proposizione non può rappresentare la forma logica; questa si rispecchi in quella. Ciò, che nel linguaggio si rispecchia, il linguaggio non lo può rappresentare.

Ciò, che nel linguaggio esprime , noi non possiamo esprimere mediante il linguaggio.

La proposizione mostra la forma logica della realtà.

L’esibisce.

4.2 Il senso della proposizione è la sua concordanza, e non-concordanza, con la possibilità del sussistere, e non sussistere, degli stati di cose.

4.21 La proposizione più semplice, la proposizione elementare, asserisce il sussistere di uno stato di cose.

4.211 Un segno della proposizione elementare è che nessuna proposizione può essere in contraddizione con essa.

4.241 Se uso due segni in u unico e stesso significato, io esprimo ciò frapponendo tra essi il segno “=”.

“ a = b ” vuol dunque dire: Al segno “a” è sostituibile il segno “b”.

( Se introduco mediante un’equazione un nuovo segno “b”, determinando che esso deve sostituire un segno “a” già noto, scrivo l’equazione – definizione – ( come Russell ) nella forma “ a = b Def. ”. La definizione è una regola dei segni ).

4.242 Espressioni della forma “ a = b “ sono, dunque, solo espedienti di rappresentazione; nulla esse enunciano sul significato dei segni “a”, “b”.

4.25 Se la proposizione elementare è vera, lo stato di cose sussiste; se la proposizione elementare è falsa, lo stato di cose non sussiste.

4.271 Ogni variabile proposizionale designa il concetto formale; i valori di essa designano gli oggetti che ricadono sotto questo concetto.

4.4 La proposizione è l’espressione della concordanza e non-concordanza con le possibilità di verità delle proposizioni elementari.

4.41 Le possibilità di verità delle proposizioni elementari sono le condizioni della verità e falsità delle proposizioni.

4.46 Tra i possibili gruppi di condizioni di verità vi sono due casi estremi.

Nel primo caso, la proposizione è vera per tutte le possibilità di verità delle proposizioni elementari.

Noi diciamo che le condizioni di verità sono tautologiche.

Nel secondo caso, la proposizione è falsa per tutte le possibilità di verità: le condizioni di verità sono contraddittorie.

Nel primo caso noi chiamiamo la proposizione una tautologia; nel secondo, una contraddizione.

4.442 Ad esempio:

p Q
V V V
F V V
V F
F F V

( “Il segno di giudizio” di Frege “├ ”[9] è logicamente affatto privo di significato; esso indica in Frege ( e Russell ) solo che questi autori ritengono vere le proposizioni con il segno di giudizio. “├ ” appartiene, quindi, alla compagine proposizionale non più che il numero della proposizione. Una proposizione non può asserire, di se stessa, che è vera. )

Se la sequenza delle possibilità nello schema è stabilita una volta per tutte da una regola di combinazione, allora l’ultima colonna è già da sola un’espressione delle condizioni di verità. Se noi scriviamo questa colonna sotto forma di serie, il segno proposizionale diviene

“( VV – V )( p,q )”,

o più distintamente “( VVFV )( p,q )”

( Il numero dei posti nella parentesi di sinistra è determinato dal numero dei termini nella parentesi di destra. )

4.466 Ad un determinato nesso logico di segni corrisponde un determinato nesso logico dei loro significati; solo ai segni in connessi corrisponde qualsiasi nesso.

In altri termini, proposizioni che siano vere per ogni situazione non possono affatto esser nessi segnici, ché altrimenti non potrebbero corrispondere loro che determinati nessi d’oggetti.

( E a nessun nesso logico corrisponde nessun nesso degli oggetti ).

Tautologia e contraddizione sono i casi-limite del nesso segnino, ossia la sua dissoluzione.

4.5 Sembra ora possibile indicare la forma proposizionale può generale: In altri termini, dare una descrizione delle proposizioni d’un linguaggio segnino qualsiasi, in modo tale che ogni possibile senso possa esser espresso da un simbolo cui convenga la descrizione e in modo tale che ogni simbolo, cui convenga la descrizione, possa esprimere un senso, se i significati dei nomi siano rispondentemente scelti.

E’ chiaro che, nella descrizione della forma proposizionale più generale, solo l’essenziale di essa può essere mostrato, altrimenti essa non sarebbe la forma proposizionale più generale.

Che vi sia una forma proposizionale generale è mostrato dall’impossibilità che vi sia una proposizione, la cui forma non si sarebbe potuto prevedere ( vale a dire, costruire ). La forma generale della proposizione è: E’ così e così”

4.51 Supposto che mi fossero fate tutte le proposizioni elementari, si può semplicemente domandare: Quali proposizioni posso io formare a partire da esse? E queste sono tutte le proposizioni, ed è così che esse sono delimitate.

5 La proposizione è una funzione di verità delle proposizioni elementari.

( La proposizione elementare è una finzione di verità di se stessa.

5.143 La contraddizione è quel quid, comune alle proposizioni, che nessuna proposizione ha in comune con un’altra. La tautologia è quel quid che è comune a tutte le proposizioni le quali nulla hanno in comune l’una con l’altra.

La contraddizione, per così dire, scompare fuori di tutte le proposizioni; la tautologia, entro tutte le proposizioni.

La contraddizione è il limite esteriore delle proposizioni; la tautologia, il loro insostanziale centro.

5.3 Tutte le proposizioni sono risultati d’operazioni di verità con le proposizioni elementari.

L’operazione di verità è il modo nel quale dalle proposizioni elementari nasce la funzione di verità.

Secondo l’essenza dell’operazione di verità, da funzioni di verità ne nasce una nuova, come,  dalle proposizioni elementari, nasce la loro funzione di verità. Ogni operazione di verità produce, a partire da funzioni di verità di proposizioni elementari, una proposizione. Il risultato d’ogni operazione di verità con i risultati d’operazione di verità con proposizioni elementari è di nuovo il risultato di un’unica operazione di verità con proposizioni elementari.

Ogni proposizione è il risultato di operazioni di verità con proposizioni elementari.

5.552 L’”esperienza”, che ci serve per la comprensione della logica, è non l’esperienza che qualcosa p così e così, ma l’esperienza che qualcosa è: Ma ciò non è un’esperienza.

La logica è prima d’ogni esperienza – d’ogni esperienza che qualcosa è così.

Essa è prima del Come, non del Che cosa.

Espressione.

3.31 Ogni parte della proposizione che ne caratterizzi il senso, io la chiamo un’espressione ( un simbolo ).

( La proposizione stessa è un’espressione ).

Espressione è quanto d’essenziale al senso della proposizione le proposizioni possono avere in comune l’una con l’altra.

L’espressione contrassegna una forma e un contenuto.

3.311 L’espressione presuppone le forma di tutte le proposizioni nelle quali essa può ricorrere. Essa p il carattere comune d’una classe di proposizioni.

3.312 Essa è dunque rappresentata dalla forma generale delle proposizioni che essa caratterizza.

E, in questa forma, l’espressione sarà costante; tutto il resto, variabile.

3.314 L’espressione ha significato solo nella proposizione. Ogni variabile può concepirsi come quale variabile proposizionale.

( Anche il nome variabile ).

3.318. La proposizione io la concepisco – come Frege e Russell – quale funzione delle espressioni in essa contenute.

3.33 Nella sintassi logica il significato d’un segno non deve mai assolvere una funzione; la sintassi logica deve stabilirsi senza parlare del significato d’un segno, essa può presupporre solo la descrizione delle espressioni.

3.323 Nel linguaggio comune avviene molto di frequente che la stessa parola designi in modo differente – dunque appartenga a simboli differenti -, o che due parole, che designano in modo differente, esteriormente siano applicate nella proposizione allo stesso modo.

Così la parola “è” appare quale copula, quale segno d’eguaglianza e quale espressione dell’esistenza; “esistere”, quale verbo intransitivo, come “andare”; “identico”, quale aggettivo; noi parliamo di Qualcosa, ma anche del fatto che qualcosa avviene.

( Nella proposizione “Franco è franco” – ove la prima parola è un nome di persona; l’ultima, un aggettivo – queste parole non hanno semplicemente significato differente, ma sono simboli differenti. )

3.324 E’ così che facilmente nascono le confusioni più fondamentali ( delle quali la filosofia tutta è piena ).

3.325 Per evitare questi errori dobbiamo impiegare u linguaggio segnino, il quale li escluda non impiegando, in simboli differenti, lo stesso segno, e non impiegando, apparentemente nello stesso modo, segni che designano in modo differente. Un linguaggio segnino, dunque, il quale si conformi alla grammatica logica – alla sintassi logica -.

( Un linguaggio così è l’ideografia di Frege e di Russell, che tuttavia ancora non esclude tutti gli errori ).

4.126 Nel senso, nel quale parliamo di proprietà formali, possiamo ora parlare anche di concetti formali.

( Introduco questa espressione per chiarire il motivo dello scambio dei concetti formali con i concetti veri e propri, il quale pervade tutta la logica tradizionale ).

Che qualcosa ricade sotto un concetto formale, quale suo oggetto, non può essere espresso da una proposizione, ma mostra sé nel segno stesso di quest’oggetto. ( Il nome mostra che esso designa un oggetto; il numerale, mostra che esso designa un numero, etc. )

I concetti formali non possono, come invece i concetti veri e propri, essere rappresentati da una funzione.

Infatti i loro caratteri o note caratteristiche, le proprietà formali, non sono espressi da funzioni.

L’espressione della proprietà formale è un tratto di certi simboli.

Il segno dei caratteri d’un concetto formale è dunque un tratto caratteristico di tutti i simboli i cui significati ricadono sotto il concetto.

L’espressione del concetto formale è, dunque, una variabile proposizionale, nella quale solo questo tratto caratteristico è costante.

4.1271 Ogni variabile è il segno d’un concetto formale.

Infatti, ogni variabile rappresenta una forma costante, che tutti i suoi valori possiedono e che può esser concepita quale proprietà formale di questi valori.

4.1272 Così, il nome variabile “x” è il segno vero e proprio dello pseudoconcetto oggetto.

La parola “oggetto” ( “cosa”, “entità”, etc. ) ovunque essa sia usata correttamente, è espressa nell’ideografia dal nome variabile.

Ad esempio, nella proposizione “Vi sono 2 oggetti, che…”, da “( Ex , y )…”.

Ovunque essa sia usata altrimenti –ossia, quale vera e propria parola esprimente un concetto –nascono insensate pseudoproposizioni.

Così non si può dire ad esempio: “Vi sono oggetti”, come si dice “Vi sono libri”. Né si può dire: “Vi sono 100 oggetti”, o: “Vi sono        א0 oggetti”.

Ed è insensato parlare del numero di tutti gli oggetti.

Lo stesso vale per le parole “complesso”, “fatto”, “funzione”, “numero”, etc.

Esse tutte designano concetti formali e sono rappresentate, nell’ideografia, da variabili, non da funzioni o classi. ( Come credevano Frege e Russell. )

Espressioni come “1 è un numero”, “V’è un unico zero” e consimili sono tutte insensate.

( E’ altrettanto insensato dire: “V’è un unico 1”, quanto sarebbe insensato dire: “2+2, alle ore 3, è uguale a 4” ).

4.12721 Il concetto formale è già dato non appena è dato un oggetto che ricade sotto esso. Dunque, non si possono introdurre oggetti d’un concetto formale ed il concetto formale stesso quali concetti fondamentali.

Dunque non si possono introdurre quali concetti fondamentali, ad esempio, il concetto di funzione ed anche funzioni speciali ( come Russell ), o il concetto di numero e numeri determinati.

5.101 Le funzioni d’ogni numero di proposizioni elementari possono scriversi in uno schema come questo:

(VVVV) (p,q) Tautologia
(FVVV) »»
(VFVV) »»
(VVFV) »»
(VVVF) »»
(FFVV) »»
(VFFV) »»
(VVFF) »»
(FVVF) »»
(VFVF) »»
(FVFV) »»
(FFFV) »»
(FFVF) »»
(FVFF) »»
(VFFF) »»
(FFFF) »» Contraddizione.

Quelle possibilità di verità degli argomenti di verità della proposizione le quali verificano la proposizione stessa, io le chiamerò i fondamenti di verità della proposizione.

5.12 In particolare, la verità d’una proposizione “p” segue dalla verità d’un’altra proposizione, “q”, se tutti i fondamenti di verità della seconda sono fondamenti di verità della prima.

5.121 I fondamenti di verità dell’una sono contenuti in quelli dell’altra; p segue da q.

5.122 Se p segue da q, il senso di “p” è contenuto nel senso di “q”.

5.124 La proposizione afferma ogni proposizione che da essa segue.

5.132 Se p segue da q, io posso concludere da q a p; inferire p da q.

5.133 Ogni inferenza avviene a priori.

5.134 Da una proposizione elementare non può inferirne un’altra.

Proposizioni della logica.

6 La forma generale della funzione di verità è: [ p, ξ, N(ξ) ].

Questa è la forma generale della proposizione.

            6.1 Le proposizioni della logica sono tautologie.

6.11 Le proposizioni della logica non dicono dunque nulla. ( Esse sono le proposizioni analitiche ).

6.113 E’ il carattere particolare delle proposizioni logiche la possibilità di riconoscerle vere dal solo simbolo, e questo fatto chiede in sé tutta la filosofia della logica. E analogamente è uno dei fatti più importanti l’impossibilità di riconoscere vere o false dalla sola proposizione le proposizioni non-logiche.

6.12 Che le proposizioni della logica siano tautologie mostra le proprietà formali – logiche – del linguaggio, del mondo.

Che le loro parti costitutive, così collegate, producano una tautologia, caratterizza la logica delle loro parti costitutive.

Affinché proposizioni collegate in un determinato modo producano una tautologia, esse devono avere determinate proprietà della struttura. Che esse, così connesse, producano una tautologia, mostra dunque che esse possiedono queste proprietà della struttura.

6.1202 E’ chiaro che, allo stesso fine, si potrebbe anche impiegare, invece delle tautologie, le contraddizioni.

6.122 Ne risulta che possiamo fare anche a meno delle proposizione logiche, poiché, in una notazione rispondente, noi possiamo riconoscere le proprietà formali delle proposizioni per mera ispezione delle proposizioni stesse.

6.1222 Questo getta luce sulla questione, perché le proposizioni logiche non possano essere confermate dall’esperienza, così come dall’esperienza non possono essere infirmate. Una proposizione della logica dev’essere non solo infirmabile, ma anche non confermabile da una possibile esperienza.

6.124 Le proposizioni della logica descrivono l’armatura del modo, o piuttosto, la rappresentano. Esse non “trattano” di nulla. Esse presuppongono che i nomi abbiano significato, e che le proposizioni elementari abbiano senso: E questo è il loro nesso con il mondo. E’ chiaro che deve indicare qualcosa sul mondo il fatto che certi nessi di simboli – che per essenza hanno un determinato carattere – siano tautologie. IN questo è  il fatto decisivo. Dicemmo che nei simboli che usiamo qualcosa è arbitrario, e qualcos’altro non è arbitrario. Nella logica solo quest’altro esprime. Ma ciò vuol dire: Nella logica, non siamo noi ad esprimere, con l’aiuto dei segni, ciò che vogliamo; nella logica è la natura stessa dei segni naturalmente necessari ad esprimere. Se noi conosciamo la sintassi logica d’un qualsiasi linguaggio segnino, sono già date tutte le proposizioni della logica.

            6.1261 Nella logica, processo e risultato sono equivalenti.

( Per ciò nessuna sorpresa ).

6.1264 La proposizione munita di senso enuncia qualcosa, e la sua dimostrazione mostra che è così; nella logica, ogni proposizione è la forma d’una dimostrazione.

Ogni proposizione della logica è un modus ponens rappresentato in segni. ( E il modus ponens non si può esprimere mediante una proposizione ).

                        6.13 La logica non è una dottrina, ma un’immagine speculare del mondo.

La logica è trascendentale.

6.3 L’esplorazione della logica significa l’esplorazione d’ogni conformità ad una legge. E fuori della logica tutto è accidente.

6.31 La cosiddetta legge dell’induzione non può in alcun caso essere una legge della logica, poiché essa è manifestatamene una proposizione munita di senso. – Né perciò può essere una legge a priori.

La scienza.

6.341 La meccanica newtoniana, ad esempio, riduce la descrizione del mondo in forma unitaria. Immaginiamo una superficie bianca, con sopra macchie nere irregolari. Noi diciamo ora: Qualunque immagine ne nasca, io posso sempre avvicinarmi quanto io voglia alla descrizione dell’immagine, coprendo la superficie con un reticolo di quadrati rispondentemente fine e dicendo d’ogni quadrato che esso è bianco, o nero. A questo odo avrò ridotto la descrizione della superficie in forma unitaria. Questa forma è arbitraria, poiché avrei potuto impiegare con eguale successo una rete di maglie triangolari o esagonali. E’ possibile che la descrizione con l’aiuto d’una rete di triangoli fosse più semplice, cioè che noi potessimo descrivere la superficie più esattamente con una rete di triangoli più grossa che con una rete più fine di quadrati ( o viceversa ), e così via. Alle differenti reti corrispondono differenti sistemi di descrizione del mondo. La meccanica determina una forma di descrizione del mondo dicendo: Tutte le proposizioni della descrizione del mondo devono ottenersi a partire da un certo numero di proposizioni date – gli assiomi della meccanica – in modo dato. Così essa fornisce le pietre per la costruzione dell’edificio della scienza e dice: Qualunque edificio voglia tu innalzare, lo devi comunque costruire con queste pietre e con queste soltanto.

( Come, con il sistema dei numeri, si deve poter descrivere qualsiasi numero, così con il sistema della meccanica, si deve poter scrivere qualsiasi proposizione della fisica ).

6.343 La meccanica è un tentavo di costruire tutte le proposizioni vere, che ci servono per la descrizione del mondo, secondo un unico piano.

6.3431 Attraverso tutto l’apparato logico, le leggi fisiche parlano tuttavia degli oggetti del mondo.

6.362 Ciò che può descriversi può anche avvenire, e ciò che la legge di causalità deve escludere non può neppure descriversi.

6.363 Il procedimento dell’induzione consiste nell’assumere la legge più semplice che possa esser accordata con le nostre esperienze.

6.3631 Questo procedimento, tuttavia, ha un fondamento non logico, ma psicologico.

E’ chiaro che non esiste ragione di credere che davvero avverrà il caso più semplice.

6.371 Tutta la moderna concezione del mondo si fonda sull’illusione che le cosiddette leggi naturali siano le spiegazioni dei fenomeni naturali.

6.372 Così si arrestano davanti alle leggi naturali come davanti a qualcosa d’intangibile, come gli antichi davanti a Dio e al fato.

E ambedue hanno ragione, e ambedue torno. Gli antichi sono, tuttavia, in tanto più chiari in quanto riconoscono un chiaro termine, mentre il nuovo sistema pretende che tutto sia spiegato.

Il soggetto.

5.541 A prima vista, pare che una proposizione possa ricorrere in un’altra anche altrimenti.

Particolarmente in certe forme proposizionali della psicologia, come “A crede che p” o  “A pensa che p”, etc.

Infatti, prima facie qui sembra che la proposizione stia in una specie di relazione con un oggetto A.

( Ed è così che, nella gnoseologia moderna ( Russell, Moore, etc. ), si sono concepite quelle proposizioni.

5.542 Ma è chiaro che “A crede che p”, “A pensa p”, “A dice p” sono della forma “<p> dice p”: E qui si tratta non d’una coordinazione d’un fatto e d’un oggetto, ma della coordinazione di fatti per coordinazione dei loro oggetti.

5.5421 Questo mostra anche che l’anima – il soggetto, etc. – come è concepita nella superficiale psicologia odierna, è assurdo.

Un’anima composta, infatti, non sarebbe più un’anima.

5.6 I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.

5.61 La logica pervade il mondo, i limiti del mondo sono anche i limiti di essa.

Noi non possiamo, dunque, dire nella logica: Questo e quest’altro v’è nel mondo, quello no.

Infatti, ciò parrebbe presupporre che noi escludiamo certe possibilità, e questo non può essere, poiché richiederebbe che la logica trascendesse i limiti del mondo; solo così essa potrebbe contemplare questi limiti anche dall’altro lato.

Ciò che noi non possiamo pensare, noi non lo possiamo pensare; né, di conseguenza, noi possiamo dire ciò che noi non possiamo pensare.

5.62 Questa osservazione dà la chiave per decidere la questione, in quale misura il solipsismo sia una verità.

Ciò che il solipsismo intende è del tutto corretto; solo, non si può dire, ma mostra sé.

Che il mondo è il mio mondo si mostra in ciò; che i limiti del linguaggio ( dell’unico linguaggio che io comprenda ) significano i limiti del mio mondo.

5.63 Io sono il mio mondo. ( Il microcosmo ).

            5.631 Il soggetto che pensa, che immagina, non v’è.

Se io scrivessi un libro Il mondo, come io lo ho trovato, vi si dovrebbe riferire anche del mio corpo e dire quali membra sottostiano alla mia volontà, e quali no, etc.; questo è un metodo d’isolare il soggetto, o piuttosto di mostrare che, in un senso importante, un soggetto non v’è: Di esso solo, infatti, non si potrebbe parlare in questo libro.

                                   5.632 Il soggetto è non parte, ma limite del mondo.

                                   5.633 Ove, nel mondo vedere un soggetto metafisico?

Tu dici che qui sia proprio così come nel caso dell’occhio e del campo visivo. Ma l’occhio, in realtà tu non vedi.

E nulla nel campo visivo fa concludere che esso sia visto da un occhio.

5.641 V’è dunque, realmente un senso, nel quale in filosofia si può parlare in termini non psicologici dell’Io.

L’Io entra nella filosofia perciò che “il mondo è il mio mondo”.

L’Io filosofico è non l’uomo, non il corpo umano o l’anima umana della quale tratta la psicologia, ma il soggetto metafisico, che è non una parte, ma il limite del mondo.

 

Conclusioni.

            6.4 Tutte le proposizioni sono di pari valore.

6.41 Il senso del mondo dev’essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene; non v’è in esso alcun valore – né, se vi fosse, avrebbe un valore.

Se un valore che abbia valore v’è, esso dev’essere fuori d’ogni avvenire ed essere-così. Infatti, ogni avvenire ed essere-così è accidentale.

Ciò che li rende non-accidentali non può essere nel mondo, ché altrimenti sarebbe, a sua volta, accidentale.

Dev’essere fuori del mondo.

                                   6.421 E’ chiaro che l’etica non può formularsi.

                                   L’etica è trascendentale.

                                   ( Etica ed estetica sono tutt’uno ).

6.52 Noi sentiamo che, persino nell’ipotesi in che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati. Certo, allora non resta più domanda alcuna; e appunto questa è la risposta.

                        6.522 Ma v’è dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il Mistico.

6.53 Il metodo corretto della filosofia sarebbe propriamente questo: Nulla dire se non ciò che può dirsi; dunque, proposizioni della scienza naturale – dunque, qualcosa che con la filosofia nulla a che fare -, e poi, ogni volta che un altro voglia dire qualcosa di metafisico, mostrargli che, a certi segni nelle sue proposizioni, egli non ha dato significato alcuno. Questo metodo sarebbe insoddisfacente per l’altro – egli non avrebbe la sensazione che noi gli insegniamo filosofia -, eppure esso sarebbe l’unico metodo rigorosamente corretto.

6.54 Le mie proposizioni illuminano così: Colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è asceso per esse – su esse – oltre esse. ( Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo essere asceso su essa. ) Egli deve trascendere queste proposizioni; è allora che egli vede rettamente il mondo.

7 Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.

Passi notevoli.

3.032 Qualcosa “contraddicente la logica” si può rappresentare nel linguaggio non più di quanto, nella geometria, si possa rappresentare mediante le sue coordinate, una figura contraddicente le leggi dello spazio; o dare le coordinate d’un punto inesistente.

3.3421 E’ possibile che un particolare modo di designazione si irrilevante, ma sempre rilevante è l’esser questo un possibile modo di designazione. E così è nella filosofia in genera: Il caso singolo si dimostra sempre irrilevante, ma la possibilità d’ogni singolo caso ci schiude una prospettiva sull’essenza del mondo.

4.003 Le proposizioni e le domande che si sono scritte su cose filosofiche sono per la maggior parte non false, ma insensate. Perciò a domande di questa specie noi non possiamo affatto rispondere, ma possiamo solo constatare la loro insensatezza. Le domande e le proposizioni dei filosofi si fondano per la maggior parte sul fatto che noi non comprendiamo la nostra logica del linguaggio.

( Esse sono come la domanda, se il bene sia più o meno identico del bello. )

Né meraviglia che i problemi più profondi propriamente non siano problemi.

4.112 Lo scopo della filosofia è il rischiaramento logico dei pensieri.

La filosofia non è una dottrina, ma un’attività.

Un’opera filosofica consista essenzialmente di chiarificazioni.

Il risultato della filosofia sono non “proposizioni filosofiche”, ma il chiarificarsi di proposizioni.

La filosofia deve chiarire e delimitare nettamente i pensieri che altrimenti sarebbero torbidi e indistinti.

4.123 E adesso comprendiamo la nostra sensazione d’essere in possesso d’una concezione logica corretta, una volta che tutto nel nostro linguaggio segnino sia giusto.

4.128 Le forme logiche sono senza numero, innumerevoli.

4.2211 Anche nell’ipotesi che il mondo sia infinitamente complesso, così che ogni fatto consti d’infiniti stati di cose ed ogni stato di cose sia composto d’infiniti oggetti, anche allora dovrebbero esservi oggetti e stati di cose.

4.116 Tutto ciò che possa essere pensato può essere pensato chiaramente. Tutto ciò che può formularsi può formularsi chiaramente.

5.1362 Il libero arbitrio consiste nell’impossibilità di conoscere ora azioni futura. Noi le potremmo conoscere solo se la causalità fosse una necessità interiore, come quella della conclusione logica. – La connessione di conoscere e conosciuto è quella della necessità logica.

( “A sa che p” è priva di senso, se p è una tautologia ).

5.4541 Le risoluzioni dei problemi logici devono essere semplici, poiché sono esse a porre il canone della semplicità.

Gli uomini hanno sempre intuito che vi debba essere un campo di questioni le cui riposte – a priori – sian simmetriche e unite in una conformazione conclusa, regolare.

5.473 La logica deve curarsi di se stessa.

Un segno possibile deve anche poter designare. Tutto ciò che nella logica è possibile è anche legittimo. ( “Scorate è identico” non vuol dir nulla, perché non v’è una proprietà che si chiami “identico”. La proposizioni è insensata perché noi non abbiamo operato una qualche determinazione arbitraria, non già perché il simbolo sia in sé e per sé illegittimo. )

In un certo senso, nella logica noi non possiamo errare.

5.556 Una gerarchia delle forme delle proposizioni elementari non può esservi. Noi possiamo prevedere unicamente ciò che noi stessi costruiamo.

5.6 I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.

6.371 Tutta la moderna concezione del mondo si fonda sull’illusione che le cosiddette leggi naturali siano le spiegazioni dei fenomeni naturali.

6.372 Così si arrestano davanti alle leggi natuali come davanti a qualcosa di intangibile, come gli antichi davanti a Dio e al fato.

E ambedue hanno ragione, e ambedue torto. Gli antichi sono, tuttavia, in tanto più chiari, in quanto riconoscono un chiaro termine, mentre il nuovo sistema pretende che tutto sia spiegato.

6.4311 La morte non è evento della vita. La morte non si vive.

Se, per eternità, si intende non infinita durata nel tempo, ma in temporalità, vive eterno colui che vive nel presente.

La nostra vita è così senza fine, come il nostro campo visivo è senza limiti.

6.5 D’una risposta che non si può formulare non può formularsi neppure la domanda.

L’enigma non v’è.

Se una domanda può porsi, può avere risposta.

Bibliografia.

Filosofia del Linguaggio. A cura di Paolo Casalegno. Raffaello Cortina Editore. Milano. 2003.

Wittghenstein, L., Tractatus Logico-philosophicus, e Quaderni 1914-1916, Einaudi, Torino, 1998.

Anat Biletzki and Anat Matar, Ludwig Wittgenstein, http://plato.stanford.edu/, First publishedFri Nov 8, 2002; substantive revisionFri Nov 17, 2006.


[1] Dall’articolo di  “Anat Biletzki e Anat Matar”, vedi bibliografia.

[2] Corsivo mio.

[3] Corsivo mio.

[4] Vedi anche l’uso di questi termini in Frege.

[5] Vedi anche Frege e Russell.

[6] La frase può essere scritta anche così: “( f è un cameriere ) e non ( f è un cameriere )”, considero le due espressioni pienamente equivalenti.

[7] Vedi anche la scheda di Cartesio, in particolare la definizione delle due “res” o “sostanze”.

[8] Vedi anche la scheda di Russell.

[9] Il segno è all’incirca quello: la stanga può lunga è quella orizzontale, non quella verticale.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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