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L’interrogatorio – Vladimir Volkoff

Volkoff, Vladimir, (1988), L’interrogatorio, Napoli: Guida Editori.


L’interrogatorio è un romanzo di Vladimir Volkoff, autore dalla complessa biografia, nato nel 1932 in Francia da genitori Russi. Ambientato subito dopo la seconda guerra mondiale, il romanzo ricostruisce un feroce e drammatico interrogatorio portato avanti da un magistrato americano. La trama, in realtà, è molto semplice da tratteggiare.

Gli alleati hanno invaso la Germania Nazista e istituiscono una serie di tribunali, il più celebre dei quali è quello di Norimberga. Nonostante l’ideologia liberale e la patina democratica che le potenze alleate incarnano, di fatto la “denazificazione” della Germania è portata avanti con estrema determinazione. Il mezzo legale attraverso cui gli Alleati giungono al perfezionamento del loro progetto politico è il tribunale, le cui leggi e le cui procedure non sono quelle adottate in Germania. Quindi già questo pone la domanda sulla legittimità legale del sistema stesso. Il protagonista, un magistrato americano ambizioso ma bruciato a suo tempo in USA, racconta il “processo più importante della sua carriera” al futuro sposo della nipote, Mona.

Il magistrato ricostruisce l’intero percorso dell’interrogatorio del caso Waldemar Schulze, un caso spinoso e difficile. Schulze era stato tenuto in custodia dall’esercito americano, ma i Russi, allora ancora pienamente alleati, pressavano per averlo e poterlo giustiziare. Schulze è accusato di aver condotto una strage di civili in un posto sperduto della landa russa. Ma Schulze pervicacemente si sostiene innocente. Il magistrato allora assume il caso Schulze insieme ad un suo collega i cui metodi prediletti erano la coercizione fisica e la tortura per estorcere confessioni. Ma il protagonista, che sostiene di essere un umanista e amante della giustizia, rifiuta simili procedimenti e vuole mostrare al collega di avere sistemi capaci di arrivare all’unico vero risultato garantito: incastrare Schulze con prove giudiziarie valide in un regolare processo. La trama, dunque, si sviluppa sulla base di una tensione permanente tra la ricerca della verità e della giustizia in un mondo ancora più imperfetto dell’ordinario, in un contesto in cui la legge e la politica sono entrambe asservite allo scopo ultimo di denazificare la Germania nel bene e nel male.

Si tratta di un vero e proprio capolavoro nel suo genere. Volkoff ricostruisce la psicologia dei due personaggi principali con estrema precisione e, soprattutto, la tensione generata dall’interrogatorio, una pratica che mischia realtà e finzione, rispetto della legge e improvvisazione a tal punto da rendere sempre difficile e opaca la distinzione tra legittimità giudiziaria e legittimità morale. La sottigliezza della ricostruzione è ancora più sottolineata dall’ambiguità dei due protagonisti. Schulze è un tedesco che ha partecipato alla guerra e, sebbene non si possa definire un vero nazista, non si può neanche considerare al di là dei crimini del suo regime, che lui non ha mai realmente contrastato. Amante di Schiller e umanista-insegnante, Schulze è l’emblema dell’ambiguità umana: capace di amare e di uccidere, marito fedele e uomo d’arme determinato. Allo stesso tempo, il magistrato americano non è affatto buono. Egli crede nella giustizia come principio morale generico, ma è allo stesso tempo un uomo ambizioso e spregiudicato. Il suo unico limite è la tortura fisica, il vincolo finale di un processo interrogatorio che non deve sconfinare nel “chiaramente illegale”.

Uno dei grandi pregi di questo romanzo non consiste soltanto nella credibilità psicologica, nella plausibilità della trama e nel realismo crudo con cui vengono tratteggiati i personaggi; ma soprattutto nella capacità di restituire la percezione della realtà in cui gli alti ideali e la violenza ordinaria si mischiano per generare tensione ed ossimori. Tutto il romanzo risuona di tutta la becera esistenza quotidiana in cui, come insegna Arancia Meccanica, anche Schiller può far da contraltare alla più rozza miseria, per così dire accompagnandola senza modificarne l’essenza. Volkoff ricostruisce l’interrogatorio come una sfida non tanto di valori, ma di volontà. E la bellezza del finale consiste anch’essa nella sua ambiguità di fondo. Ovvero, Schulze e il magistrato avevano entrambi ragione, ma questa “ragione” ha sfumature che un tribunale non può cogliere, giacché il verdetto finale deve essere solo “innocente o colpevole”.

La cattiveria e la violenza psicologica del romanzo è l’espressione diretta della procedura legale applicata ad un caso la cui ambiguità assurge a valore universale. Il magistrato non è un uomo migliore di Schulze, ma i due protagonisti stanno ciascuno dalla propria parte e incarnano il loro ruolo sino in fondo. All’interno di uno sfondo estremamente verosimile, in cui la realtà ordinaria viene descritta in tutta la sua logica attraverso immagini (il romanzo è ambientato in una scuola pubblica tedesca riadattata), la trama si dipana con un rigore spietato.

Infatti, questo romanzo anomalo è una commistione di generi letterari che raramente si trova così riuscita. Si tratta pur sempre di un romanzo storico, ambientato in uno dei momenti meno studiati dalla società civile e dall’“agiografia” post-seconda guerra mondiale appunto perché intrinsecamente ambiguo. Il tribunale di Norimberga ha assunto, infatti, la valenza (giusta ma con dei limiti) di giudizio universale del male del mondo (il Nazismo). Naturalmente, sin da subito non sono mancati i critici (come in parte si può leggere nel libro di Hannah Arendt), ma di fatto ormai il giudizio storico è a tinte categoriche: un momento fondamentale della storia umana in cui morale e giustizia coincisero per definire ed esorcizzare il passato una volta per sempre. Ma il romanzo assume tratti ora polizieschi, data la natura dell’interrogatorio e la relativa ricerca di prove; ora noir, giacché i sistemi impiegati dal magistrato e le vicissitudini interiori del protagonista toccano le ambiguità proprie di questo genere (il Marlowe di Raymond Chandler non è lontano). Ma ha anche una sua valenza propriamente scatologica, in cui elementi di violenza, crudeltà e semplice appiattimento della vita umana alle sue “coordinate essenziali” vengono continuamente impiegati per rendere la sensazione di umiliazione psicologica ordinaria.

Sebbene questo libro sia un capolavoro in quasi tutti i sensi, a nostro avviso, si trovano solamente due limiti. Il primo consiste nelle parti di raccordo tra alcuni capitoli in cui il magistrato si riferisce al suo interlocutore, il futuro sposo della nipote Mona. In queste parti si trovano accenni piuttosto forzati alla vita sessuale futura dei due e della cupidigia sessuale inevitabile dei due giovani. Non se ne vede proprio il motivo, se non per creare ancora di più la sensazione di oppressione da parte di un lettore che vede in ogni riga il richiamo alla semplice logica della vita ordinaria. Ma queste parti di raccordo, invero, non aggiungono nulla alla forza di un romanzo in cui questi tratti accentuati hanno un senso molto chiaro all’interno della storia principale: si pensi alla descrizione spietata della tensione erotica che si crea immediatamente tra il magistrato e la moglie di Schulze. La tremenda descrizione della solitudine sessuale del magistrato e la sua naturale inclinazione di maschio-eterosessuale a considerare ogni donna come un interessante possibile target sessuale rendono la tensione erotica non solo giustificata esteticamente ma assume una valenza universale che, in genere, si trova raramente nella letteratura. Questo era già sufficiente, ma Volkoff invece vuole mostrare come simili collegamenti infatti sussistono anche al di fuori della dimensione storicamente determinata della vicenda principale per chiarire, forse, il fatto che la vita è così in generale. Ma a nostro avviso questi raccordi non sono sufficientemente motivati, rallentano lo sviluppo naturale della trama principale e appesantiscono il lettore di un ulteriore fardello non pienamente amalgamato al resto del testo.

Il secondo limite è l’inutile fase di chiusura del romanzo, in cui Mona scopre “i misfatti” del magistrato (il nonno), costringendo quest’ultimo a spiegare la natura legale e morale dei metodi impiegati nonché a chiarire il ruolo della giustizia-alleata all’interno della Germania occupata. Francamente, questa parte risulta vagamente pedante e non sempre scorrevole, in cui lo scrittore probabilmente voleva evitare eventuali critiche in chiave revisionista. In altre parole, non voleva lasciare intendere che il magistrato americano fosse più “colpevole” del giusto. Ma questa operazione risulta troppo esplicitamente didascalica e non aggiunge nulla alla bellezza dell’ambiguità precedentemente suggerita.

Ma al di là di questi due limiti, per altro non così gravi da scongiurare la vera e propria genialità del romanzo, il libro di Volkoff è un capolavoro. Si tratta davvero di un’opera rara, dura, spietata e brutale, e al contempo umana. Specialmente adatto a lettori che amano la storia o i libri noir-polizieschi, si tratta di un capolavoro che, probabilmente, nessuno conosce e di cui nessuno parla. Come purtroppo succede, talvolta, a chi non ha avuto la fortuna di venire pubblicato nella Major League delle case editrici di grido. A maggior ragione, dunque, segnaliamo l’intelligenza della Guida Editori che ha deciso di tradurre il testo.


Vladimir Volkoff

L’interrogatorio

Guida Editori

Pagine: 176.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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