Articolo pubblicato sul numero 35 della rivista NUOVA META (rivista di critica delle arti fondata da Piero Maffessoli e diretta da Claudio Cerritelli) e titolato Contro il pregiudizio sull’arte contemporanea.
Proponiamo al lettore una riflessione sui modi della fruizione e comprensione propri dell’arte contemporanea, tesa ad argomentare la tesi che una certa credenza, ch’andremo a specificare, è pregiudiziale.
La presente pubblicazione si divide in due parti: la prima affronta il tema del ruolo relativo di Parola e Mente nel processo di creazione del cosmo e la loro relazione con il creatore; la seconda la disputa tra Parola e Mente su chi, fra esse, sia la superiore. I passi relativi alla prima parte sono: Tandya-maha-brahmana (XX,14,2), Taittiriya-brahmana (II,8,8,4), Satapatha-brahmana (I,4,4,1;X,5,3,1-5); i passi relativi alla seconda: Satapatha-brahmana (I,4,5,8-12).
Non c’è differenza tra organizzare un piccolo o un grande esercito perché si tratta di organizzare e contare. Combattere contro un piccolo o un grande esercito è questione di forma e segni. Per vincere bisogna usare metodi straordinari e ortodossi. Il metodo ortodosso implica seguire regole organizzative strutturali, la pianificazione nella circostanza; il metodo straordinario implica lo sfruttamento della circostanza adeguata, dell’espediente per forzare la situazione: “un’operazione militare ha il sopravvento quando è come una pietra scagliata conto un uovo”. Gli elementi della guerra (il Tao, il generale, i soldati, il cielo e la terra) sono limitati ma le loro combinazioni sono infinite. Lo Shih è la capacità di colpire sul punto di massima debolezza con tutte le forze a disposizione. Così che il colpo virtuoso è il rapporto tra la massa a disposizione per puntare contro la debolezza e l’unità di tempo. La strategia produce organizzazione e caos, forza e debolezza.
Con l’inno IV,1 tratto dall’Atharva-veda possiamo chiarire e precisare alcuni aspetti relativi alla Parola, qui intesa anche come Parola sacra o Brahman. L’inno non è certo dei più semplici poiché presenta alcune oscurità. Possiamo comunque trarne elementi utili alla chiarificazione complessiva di alcuni aspetti riguardanti la Parola e la Parola Sacra o Brahman.
Le notizie biografiche più ampie e più importanti che ci sono arrivate su Lucrezio compaiono nella traduzione fatta da San Girolamo del Chronicon di Eusebio. Non è facile affermare con certezza la data di nascita e quella di morte, ma per stile, forma e ambientazione stimiamo che nacque attorno al 90 a.C. e morì verso la metà degli anni 50 a.C.. Gli anni 98 a.C. e 55 a.C. sono generalmente ritenute le date più verosimili dopo un accurato studio delle fonti. Ancora, nulla di concreto si può affermare sulle origini geografiche di Lucrezio, anche se sembrerebbe provenire dalla zona compresa fra Napoli, dove c’era una fiorente scuola epicurea, e Pompei dove era venerata la Venus fisica, cara a Lucrezio, alla quale dedicò il proemio della sua opera il De rerum natura.
L’arte della guerra si basa sull’inganno e sulla capacità di sfruttare gli errori del nemico, perché l’errore implica la presenza della debolezza da sfruttare. La possibilità di non perdere dipende dalle nostre sole forze, mentre la vittoria dipendente congiuntamente dalla nostra capacità e dalla debolezza dell’avversario. La difesa è in vantaggio sull’attacco perché può essere inattaccabile mentre l’attacco è costretto a prendersi dei rischi per attaccare. Prendersi dei rischi significa concedere debolezze e avere debolezze significa esser caduti in fallo, così che l’attacco ha molte più probabilità di sbagliare che non la difesa, per questo “Se ti difendi sei più forte, se attacchi sei più debole”. La vera abilità consiste nel vincere chi si può battere facilmente e la vera abilità non è vincere cento battaglie: la suprema arte sta nell’abbattere un nemico già sconfitto. Il metodo della forma consiste di cinque condizioni: calcolare la lunghezza, calcolare il volume, calcolare il numero degli elementi coinvolti, confrontare le parti e raggiungere la vittoria. Il territorio genera la lunghezza, la lunghezza il calcolo, il calcolo il confronto, il confronto la vittoria. Così si può concludere che “l’operazione militare vittoriosa è come cento grammi contrapposte a una piuma”.
Alcune stanze tratte dal Rg-veda (X,125) ci aiutano a chiarire l’immagine di potenza della Parola, per mezzo della descrizione di alcune sue (della Parola) proprietà. La descrizione che seguirà ci aiuterà, più generalmente, a comprendere ulteriormente la stessa particolare natura della Parola nella concezione vedica.
L’arte della guerra si basa sull’inganno e sulla capacità di sfruttare gli errori del nemico, perché l’errore implica la presenza della debolezza da sfruttare. La possibilità di non perdere dipende dalle nostre sole forze, mentre la vittoria dipendente congiuntamente dalla nostra capacità e dalla debolezza dell’avversario. La difesa è in vantaggio sull’attacco perché può essere inattaccabile mentre l’attacco è costretto a prendersi dei rischi per attaccare. Prendersi dei rischi significa concedere debolezze e avere debolezze significa esser caduti in fallo, così che l’attacco ha molte più probabilità di sbagliare che non la difesa, per questo “Se ti difendi sei più forte, se attacchi sei più debole”. La vera abilità consiste nel vincere chi si può battere facilmente e la vera abilità non è vincere cento battaglie: la suprema arte sta nell’abbattere un nemico già sconfitto. Il metodo della forma consiste di cinque condizioni: calcolare la lunghezza, calcolare il volume, calcolare il numero degli elementi coinvolti, confrontare le parti e raggiungere la vittoria. Il territorio genera la lunghezza, la lunghezza il calcolo, il calcolo il confronto, il confronto la vittoria. Così si può concludere che “l’operazione militare vittoriosa è come cento grammi contrapposte a una piuma”.
La pubblicazione intende chiarire, attraverso l’analisi del contenuto d’un passo del Rg-veda (X,71), la relazione che, secondo la concezione vedica, sussiste tra la Parola e gli uomini saggi che ne fanno uso, ma, più in generale, tra la Parola e la comunità umana.
La Parola (Vac) per i Veda è della massima importanza. I Veda stessi sono Parola, ovvero la rivelazione vedica, contenuta nei quattro testi che compongono la Samitha, è Parola. Ma cosa significa essere Parola? Non è subito chiaro. Solo una volta conclusa l’analisi dei testi credo si possa avere una risposta in grado di fare chiarezza sul punto. Per ora possiamo dare solo qualche utile indizio. Innanzitutto la Parola, nel senso inteso dai Veda, è Parola eterna e primordiale. È dunque una Parola precedente alla divinità stessa: non è di Dio e nemmeno da esso ispirata. Sembrerebbe dunque che ci troviamo di fronte ad un altro principio primo.