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Categoria: Filosofia

Critica alla dottrina morale di Aristotele

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Consigliamo Aristotele, Vita e Opere e La felicità in Aristotele di G. Pili


Aristotele non ritiene che la conoscenza della vita quotidiana attenga alla ragione scientifica. La ragione ha la possibilità di conoscere ciò che è necessario, ovvero, ciò che è insostituibile per vivere, per arrivare a determinare un fine, la premessa per una definizione, la deduzione logica ecc.. Ma la conoscenza attiene sempre ad un’osservazione e, in quanto tale, decide ciò che capita più spesso.

Come osserva Aristotele, nell’etica non ci può essere posto per una trattazione interamente razionale della questione in quanto non è data conoscenza a priori dei fini particolari delle deliberazioni nella vita quotidiana: essi sono, assai spesso, unici, per ciò non oggetti di osservazione ripetibile. Da un lato, è vero, il fine sommo della vita umana è quella di essere felici. Ciò, certo, non è un’ovvietà, ma è anche vero che, generalmente, sono assai pochi che ne sono coscienti e assai pochi che davvero cercano umanamente di vivere una vita beata: è questione, guarda caso, di esperienza che siano assai pochi quelli in grado di condurre una vita felice.

La conoscenza di ciò che sta fuori di noi – La versione di Platone

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Consigliamo Una analisi della conoscenza in Platone e Percorso di filosofia moderna di G. Pili


La soluzione del problema “cosa significa essere-proprietà”, implica procedere in modo molto differente, a seconda di come si voglia intendere la materia. Abbiamo detto: da un lato si sostiene che le proprietà non esistono indipendentemente dagli oggetti, dall’altro, che esse sono indipendenti dagli oggetti e costituiscono la vera essenza di quelli.

Inoltre, è bene notare che il problema si articola in almeno due questioni: prima di tutto cosa significhi “esser qualcosa”. Da un lato, coloro che propenderanno per gli oggetti, concepiranno le proprietà come in sé inesistenti. Gli altri riterranno che le idee sono entità reali indipendenti dagli oggetti[1].

Perfezione o imperfezione nella filosofia antica, medievale e moderna

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Consigliamo Cosa è l’Essenza Capire la “Critica della ragion pura” di G. Pili


Un’altra delle cose che sempre si incontrano nella storia della filosofia e che mai viene spiegata è la questione della maggiore o minore perfezione delle cose. Infatti, da Platone, almeno, in poi questo è uno dei temi ricorrenti. Basti pensare a tutta la diatriba sul Dio come l’ente dotato di ogni somma perfezione e la sua relativa dimostrazione, nel medioevo e in tutta l’età moderna: problema di fatto accantonato solo agli inizi del novecento.

Ad ogni modo, cosa significa che una cosa è perfetta? Significa che una cosa è “compiuta”. Quando chiedo a mio fratello:

“hai finito i compiti?”

E lui: “Si, li ho finiti…”

Voglio sapere se ha portato a compimento il suo dovere. In questo senso “perfezione” è ciò che non abbisogna di altro per esistere, esso esiste, punto.

L’amore – Che parola oscura – Analisi di una parola

Megagreenleopard, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

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Consigliamo Felicità nell’età Classica E’ giusto mettere al mondo un figlio? di G. Pili


“Vivo attaccamento per una persona, che ci fa desiderare il suo bene. || Intensa attrazione sentimentale o sessuale per persona di sesso diverso. || Nel pensiero cristiano, l’essenza di Dio che si manifesta anche nella creazione: Amor che muove il sole e l’altre stelle (Dante). ||  Carità verso il prossimo. || Desiderio, brama L’a. di potere, di denaro. || Attaccamento, vivo interesse per qualcosa: Avere, porre a. allo studio. || Di persona o cosa particolarmente graziosa.||”[1]

Queste definizioni sono prese da un buon dizionario, tuttavia esse sono molto povere di contenuto esplicativo. La parola “amore” è un termine molto vago e, per ciò, contiene dei significati abbastanza diversi, come si può vedere da queste definizioni. Innanzi tutto, non possiamo essere soddisfatti dai concetti del dizionario, se esso è vago o complesso. Dobbiamo cercare di raggiungere una chiarezza maggiore. Cercheremo di rintracciare un nucleo di significati comuni.

Tutto semplice! – Temi – costruzione “scientifica” di una teoria valutativa degli scacchi

Jimee, Jackie, Tom & Asha, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons

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Consigliamo – Il piccolo Cavaliere del Re degli Scacchi di C. A. Cavazzoni


“Scacco matto!” Disse il vecchio Evaristo con la mano tremante.

“Al diavolo… ma, alla fine, stavo meglio io…” Rispose acido l’altro signore anziano, Ernesto.

Evaristo e Ernesto erano amici da lunga data e amavano disquisire sulle varie posizioni. Se uno dei due vinceva, l’altro aveva da ridire sul motivo della vittoria. Da circa cinquant’anni andava avanti così. Quel giorno invece…

Sentimenti che ruotano attorno ai software di scacchi

No machine-readable author provided. Erachima assumed (based on copyright claims)., CC BY-SA 3.0 <http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/>, via Wikimedia Commons

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Consigliamo – Il piccolo Cavaliere del Re degli Scacchi di C. A. Cavazzoni


Capita che gli esseri umani vogliano misurarsi coi computer che hanno creato in qualche attività di tipo intellettuale, come quando si fa giocare il tal campione di scacchi contro un software scacchistico (…). Man mano che aumentano la potenza e le capacità dei calcolatori elettronici, molte persone si sentono rassicurate dal fatto che un campione del mondo di scacchi riesca ancora a battere il computer, e viceversa, avvertono una sorta di disagio se, invece, è la macchina a spuntarla. (…) Il fatto è che a molti dà fastidio l’idea che un computer possa essere più intelligente di noi.[2]

Francesco Berto

Attorno al computer scacchistico, vivono due generi di opinioni distinte e contrastanti: da una parte ci sono i “luddisti”, quelli che vedono nell’arrivo del computer la fine dell’intelligenza e la vittoria del meccanicismo negli scacchi. Generalmente i “luddisti” sono dei nostalgici e vorrebbero tornare all’ingenuità, persa con il computer.

Dalla letteratura scacchistica agli scacchi come fenomeno sociale

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La letteratura scacchistica si può dividere in due categorie: la letteratura scacchistica tecnica e la letteratura scacchistica culturale. La letteratura scacchistica tecnica si può, a sua volta, suddividere in almeno altri due generi, a loro volta, partizionati: la letteratura tecnica del centro partita e la letteratura tecnica del resto. La prima può essere, a sua volta, divisa tra tattica e strategia; la seconda, invece, in aperture e finali. All’interno della categoria di letteratura tecnica, ai confini di essa, si situa la didattica.

La letteratura scacchistica culturale si divide, invece, in due categorie, perché questa grande classe di scritti è molto ampia i cui confini, però, non son netti: la letteratura culturale si divide in dissertazioni analitiche sul gioco e sulla storia.

Neuroeconomia scacchistica – Tema – perché sbagliamo quando giochiamo a scacchi

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Tutti gli scacchisti seri si saranno soffermati spesso in sede di analisi su una questione di importanza primaria: perché abbiamo sbagliato proprio in quel momento, proprio quella mossa così importante? Quando diciamo di “aver sbagliato”, generalmente intendiamo due cose: o di non aver giocato la mossa vincente o di non aver evitato una mossa perdente. La domanda si snoda in due problemi, talvolta diversi, ma uniti dalla stessa radice.

Molti riducono la questione al puro dato di fatto: abbiamo sbagliato perché invece di giocare una mossa ne abbiamo fatto un’altra per ragioni più o meno sensate (o più o meno insensate). Quello che accade, sempre e comunque, è che di fronte all’errore cerchiamo dei resoconti coerenti che spieghino l’insensatezza, assoluta o relativa, del nostro agire. Per le mosse vincenti non ragioniamo così perché già sappiamo il motivo del nostro comportamento. Tuttavia, ben pochi si sono sforzati di andare oltre questo livello e domandarsi perché in generale compiamo determinati errori piuttosto che altri e perché taluni ricorrono più spesso.

Maestro, perché gli scacchi sono così complessi?

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Parte 1. Il primo ordine di complessità – Ovvero la fattualità

La settimana scorsa andavo ad una lezione di scacchi al mio attuale circolo di Milano, la magnifica Accademia a pochi passi dal Duomo in via laghetto. Orbene, andavo di fretta, come al solito in ritardo e, nel poco tempo a mia disposizione dovevo anche mangiare. Inghiottendo i bocconi, quasi strozzandomi, mi capitò pure di sporcarmi il mio giaccone blu scuro, quello buono. Studente fuori sede, privo delle piacevoli cure di una donna, lontane seicento miglia da me l’amata e la madre, questo è un guaio serio al quale si può scegliere o di indossare il cappotto primaverile o spendere una ventina di euro in una buona lavanderia. Sto ancora decidendo.

Accidenti, il Tempo! Temi – Teoria della semplicità e definizione del “Tempo”

Ajepbah, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

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Ernesto guardò stupito Evaristo, dopo l’ultima dichiarazione. La loro teoria sembrava avere i requisiti giusti per essere accettabile, ma prim’ancora di sottoporla a verifica con posizioni concrete, Evaristo pronunciò una frase profetica: “Secondo me, abbiamo trascurato un dettaglio: il tempo!”

Ernesto non riusciva a capire. Ma non volle prender per pazzo l’amico. Se avesse avuto un attacco improvviso di follia, ci sarebbe stato qualche altro dettaglio a manifestarlo. Preferì ricapitolare dentro di sé la loro teoria per vedere se avessero trascurato qualcosa: