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Perfezione o imperfezione nella filosofia antica, medievale e moderna: tutta una questione di negazione e affermazione.

Un’altra delle cose che sempre si incontrano nella storia della filosofia e che mai viene spiegata è la questione della maggiore o minore perfezione delle cose. Infatti, da Platone, almeno, in poi questo è uno dei temi ricorrenti. Basti pensare a tutta la diatriba sul Dio come l’ente dotato di ogni somma perfezione e la sua relativa dimostrazione, nel medioevo e in tutta l’età moderna: problema di fatto accantonato solo agli inizi del novecento.

Ad ogni modo, cosa significa che una cosa è perfetta? Significa che una cosa è “compiuta”. Quando chiedo a mio fratello:

“hai finito i compiti?”

E lui: “Si, li ho finiti…”

Voglio sapere se ha portato a compimento il suo dovere. In questo senso “perfezione” è ciò che non abbisogna di altro per esistere, esso esiste, punto.

A questo significato bisogna aggiungerne un altro: quando dico che non voglio nulla perché sto già bene così, voglio dire che sono “completo” così come sono. Perfezione è sia esser-portato a compimento che esser-completo.

Detto così, di tutto dovrebbe, in una certa misura, esser predicata la perfezione: un libro che esiste è perfetto nel suo esser libro, una gomma da cancellare è perfetta nel suo essere e così via. Quando dico che una cosa è “perfetta nel suo essere” significa che “è perfetta in virtù della sua sola essenza” ovvero, come abbiamo cercato di far capire, nella sua stessa definizione.

Ad ogni essere che esiste si può attribuire più o meno perfezione in base alla quantità di proprietà che esso ha: tanto più siamo in grado di affermare di un oggetto e tanto più siamo in grado di mostrarne le perfezioni, cioè le sue “completezze-competenze”. Se dico che il “mio computer è veloce” gli attribuisco una proprietà positiva, dunque una perfezione.

La “forma” della perfezione si esprime in questo modo “X = P1, P2, P3 ecc…” dove le “P” stanno tanto per “proprietà” che per “perfezione”. A questo punto dovrebbe essere molto chiaro che tanto più un oggetto implica qualità nella sua sola definizione e tanto più ad esso competono una serie di perfezioni. Tanto più un oggetto è (proprietà, qualità, perfezioni…) e tanto più di questo oggetto si potrà affermare, si potrà qualificare.

Tuttavia è vero anche il contrario, cioè che tanto più un oggetto è limitato e tanto più di esso si negheranno qualità: un libro non è una sedia, non è bello, non grande, non è esteso per chilometri e così via. Ancora una volta, dalla sola definizione di un oggetto, ne deduciamo i suoi possibili limiti. Così l’imperfezione non è altro che l’espressione di tutti i limiti che un oggetto ha e che vengono espressi dalla negazione di “essere” (essenziale).

In quanto abbiamo definito come perfezione le “qualità”-affermative, e abbiamo definito l’imperfezione le sue qualità negative, ecco che diventa più chiaro l’espressione che tanto più ad una cosa compete l’essere e tanto più essa è perfetta: più semplicemente si può dire che tanto più ad una cosa si attribuiscono qualità e tanto più essa risulterà perfetta, tanto più di una cosa si negano qualità e tanto più essa sarà imperfetta e parziale. Insomma, la famosa “attribuzione di essere” non è altro che una espressione linguistica nella quale si usa il verbo “essere”-essenziale. Dalla lingua poi il valore ontologico.

Chiudiamo spiegando brevemente la prova ontologica dell’essere definito come ogni somma perfezione: Dio (il sommo-essere) è l’essere dotato di ogni somma perfezione. La definizione di Dio implica che di Dio solo si può dire che è (assolutamente tutto, dunque non ha limiti, perciò è perfetto). La definizione di Dio, che usa il verbo “essere”-essenziale (in quanto esprime, appunto, la definizione/essenza di Dio) implicherebbe anche l’“essere”-esistenziale: se di Dio si può dire che “è” dotato di ogni perfezione, ovvero che non gli compete alcun limite, allora, gioco forza, è vero che egli deve anche esistere. Se infatti non esistesse egli non sarebbe più sommamente perfetto, in quanto limitato. Ma ciò è assurdo, posta la sua definizione. Dalla sola definizione di Dio ne dobbiamo derivare la sua esistenza.

Parmenide in tutto questo che avrebbe detto? Che l’essere esiste solo in senso essenziale, non in senso esistenziale: avrebbe ribadito che tutto ciò che esiste è in quanto nell’essere, non in quanto nel “mondo” dei fenomeni che, semplicemente, non è che mera apparenza. In questo senso, egli, tagliando la testa al toro, non avrebbe sottoscritto la prova ontologica.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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