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Critica alla morale edonistica dell’empirismo da Hobbes a Hume

(1)   Tutti gli x, se x è un agente morale, allora x è egoista.

(2)   Tutti gli x, se x è un agente morale, allora x agisce in vista del proprio utile.

(3)   Dunque, tutti gli x, se x è un agente morale, allora x è egoista e x agiste in vista del proprio utile.

Tali definizioni semiformali chiariscono l’assunzione di base della morale edonistica assunta da Hobbes e poi rivista da Locke e, soprattutto, da Hume. Sebbene sia Hobbes che Hume non arrivano ai paradossi della teoria dell’uomo-economico moderno che non esclude la possibilità dell’altruismo, sebbene solo a partire da un egoismo radicale, entrambi riducono l’intero comportamento umano ad un agire puramente egoistico, vale a dire che ogni soggetto agente motiva le sue azioni in base ad un principio normativo che si fondi sulle proprie inclinazioni personali e soggettive. L’idea è molto semplice, in effetti, essa sostiene che ciascun individuo ricerchi il piacere o rifugga il dolore. La ragion-pratica assume la dimensione di un calcolo, dove essa ha la sola funzione di preordinare in modo corretto i mezzi coi fini.

Hobbes assume l’idea che ogni individuo nello stato di natura è condotto dalla sua stessa condizione a sopravvivere con qualunque mezzo e, per tanto, a difendersi in qualunque modo. Nel regno immaginario dello stato di natura, ciascun uomo è arbitro del proprio destino e dei problemi di conflitto con gli altri destinati necessariamente a concludersi in una condizione di guerra perpetua perché entrambi gli individui rivendicheranno il medesimo diritto senza venirne a capo. Solo una forza del tutto superiore può mettere fine allo stato di natura e questa potenza coercitiva è lo Stato stesso. Tuttavia, la pura bruta forza non basta a condurre gli individui verso una reciproca stabilità perché ciascuno continuerebbe ad agire in base alla sua pura ragione egoistica. Per tanto, lo Stato istituisce delle leggi e le fa rispettare. Gli agenti morali, così costretti, possono riconoscere il valore della stabilità e della pace e comprendere che la sospensione delle ostilità dall’egoismo può condurre ad una prosperità maggiore.

Locke, a questo quadro, arricchisce la natura motivazionale dell’agente, mostrando come le azioni nascano soprattutto dal bisogno nel senso di “riconoscimento di una mancanza”, non meglio specificata. Dalla condizione naturale, Locke si discosta da Hobbes là dove riconosce dei diritti inalienabili dell’individuo tali che nessuno può arrogarsi neanche nell’ideale stato naturale di violarli. La base della ragion pratica, comunque, rimane l’egoismo di base al quale non si sostituisce una valida ragione prima di altruismo, in altri termini, l’altruismo viene ricondotto ad una forma di egoismo razionale.

Hume non solo precisa la natura motivazionale dell’agire egoistico ma precisa il ruolo della ragion pratica rispetto ai desideri in modo così chiaro da diventare un paradigma sostanzialmente accettato dall’economia, da molti scienziati, neuroscienziati e sociologhi. L’idea, in effetti, è abbastanza semplice e racchiude un po’ tutte le nostre intuizioni in merito alla natura dell’agire morale: l’agente ha di desideri in base ai quali opera delle scelte. Egli tenderà a ricercare i piaceri e rifuggire i dolori e la ragione è un calcolo in previsione della soddisfazione di un desiderio. La ragione può limitarsi o a acquietare desideri troppo ardenti, squalificandoli come eccessivi, oppure può riconoscere l’irraggiungibilità del fine in base all’impossibilità di porre dei mezzi adeguati o di poterli predisporre in maniera funzionale. L’altruismo è fondato sul riconoscimento di piacere che proviamo quando stiamo con gli altri in quanto per le altre persone proviamo simpatia: noi possiamo immedesimarci nella mente degli altri e provarne le medesime sensazioni. In base a ciò, l’uomo fonda il proprio altruismo sul fatto sentimentale, individuale e egoistico, del provare piacere per la presenza di altre persone.

Questa visione della ragion-pratica come strumento puramente determinato per dei desideri assolutamente irrazionali e, in ultima analisi, egoistici, è un’idea che ha una presa solidissima nell’animo di tutti e ciò per diverse ragioni. (1) Essa è molto ragionevole, plausibile, accettabile dal un punto di vista intuitivo, (2) da un punto di vista teorico è un’assunzione che sembra spiegare ogni fenomeno moralmente rilevante, (3) la plausibilità del principio sembra consentire possibili previsioni che effettivamente riescono, talvolta. Tuttavia, ci sono altrettante ragioni e di più per criticare dalle concezione della moralità per giudicarla insufficiente e inadeguata non solo da un punto di vista filosofico-normativo ma anche dal punto di vista di chi agisce effettivamente.

I principi fondamentali (1)-(2) costituiscono la base dell’assunzione della filosofia morale basata sull’egoismo soggettivo. Tali principi mettono in luce la generalizzazione operata e resa manifesta dal quantificatore universale. La prima critica si può basare sul fatto che la generalizzazione è scorretta. Infatti, se si basa su un’assunzione di principio allora essa è falsa perché è falso stabilire a priori che tutti i soggetti morali sono egoisti. I sostenitori di tale posizione partono dal seguente ragionamento: “alcuni uomini sono egoisti”, “tutti gli uomini che conosco sono egoisti” dunque “tutti gli uomini sono egoisti”. Questo ragionamento è di genere induttivo e parte da un’assunzione vera, ammesso che lo sia (“alcuni uomini sono egoisti”), una seconda assunzione vera (“tutti gli uomini che conosco sono egoisti”) per giungere ad una conclusione problematica, forse non falsa. Intanto, la conclusione non segue necessariamente dalle premesse perché se è possibile che tutti gli uomini siano egoisti, ciò non è necessario. Logicamente la proprietà dell’essere uomini non è legata a quella di essere egoisti e si possono pensare mondi possibili in cui tutti gli uomini sono tutti e solo altruisti. D’altra parte, l’induzione operata non può essere accettata come valida perché si danno casi, sebbene rari, di azioni chiaramente non egoiste o contrarie alla logica dell’utilità. Sembrano poche e marginali ma sono molte: donare qualcosa, pensare, mangiarsi le unghie, vivere, amare, provare sentimenti, comporre un’opera d’arte, ragionare, suicidarsi etc.. Il mangiarsi le unghie non è certamente vantaggiosa eppure lo fanno in molti. Il concetto del dono, quando è autentico, non lo si fa per contraccambio. Il pensare non lo si fa per piacere o per dolore, lo si fa e basta. Vivere non si vive per utilità né si sceglie momento per momento di farlo per via del fatto che non vivere implica l’assenza di ogni utilità, quanto il contrario: si vive indipendentemente dal fatto che concepiamo la nostra vita come utile per noi o per gli altri e, generalmente, quando valutiamo la nostra esistenza lo facciamo con l’occhio imperscrutabile del giudizio delle altre persone. Il suicidio non è una prova dell’altruismo (a parte nel caso di Hitler e altri del genere!) quanto piuttosto che non è vera l’assunzione che tutte le azioni sono compiute in vista dell’utile. Stesso vale per il discorso estetico: esso procura piacere ma, talvolta, anche dolore, soprattutto per chi lo compone. In realtà, c’è una grande differenza tra l’artista che produce materiale culturale per arricchirsi e quello che ricerca anche qualcos’altro e le due cose non si implicano affatto a vicenda. Insomma, esistono moltissimi casi in cui i principi (1)-(2) non sono validi né da un punto di vista a priori (per la ragione addotta sopra) né da un punto di vista a posteriori: l’induzione non è corretta perché ci sono una marea di casi che sconfessano, senza chiamare in causa l’altruismo direttamente (a parte nel caso del dono), l’idea che tutto sia fatto esclusivamente per ragioni di utilità. Inoltre, sempre da un punto di vista empirico, i recenti studi di neuroeconomia dimostrano che i soggetti non si comportano secondo le leggi della massima utilità attesa.

Le leggi dell’egoismo (1)-(2)-(3) non sono valide né da un punto di vista descrittivo né esplicativo se non in contesti parziali e ristretti, sebbene numericamente molti. Tuttavia, i sostenitori di tali principi potrebbero ribattere che essi sono validi come assunzioni morali. Neppure da questo punto di vista si può essere d’accordo. In primo luogo perché ci pare che non tutto il discorso morale sia riducibile nei termini della pura utilità attesa, anzi, ci pare che gran parte dell’etica si debba fondare sulla ragione morale indipendente dai desideri degli uomini: se ci appellassimo solo ai sentimenti allora dovremmo considerare i pazzi come agenti morali, il che è dubbio. In primo luogo, si dovrebbe dimostrare che le giustificazioni etiche siano riducibili nei termini del solo egoismo individuale: come giustificare il rapporto di reciprocità che razionalmente riconosciamo a tutti? Quando un egoista dice “io faccio solo gli affari miei” sta sostenendo un principio di esclusione di sé dalla comunità dei diritti giacché egli stesso dovrebbe esserne membro. Ma, squalificandosi come tale, fuoriesce egli stesso dalla categoria del diritto. Non ha senso parlare di diritto se non c’è il riconoscimento e consenso dei soggetti su di esso: senza tale concessione ogni discorso in merito crolla su se stesso. Inoltre, da un punto di vista normativo ha senso chiedersi se agire solo in vista del massimo utile abbia senso (sempre) da un punto di vista morale e ciò appare assai discutibile. Il fatto è che per vivere una vita pienamente umana, cioè soddisfacente all’interno della comunità civile e nella propria coscienza, l’aumentare dei propri beni non è una condizione indispensabile per la propria soddisfazione né tale quantità di oggetti utili o di desideri esauditi implica necessariamente la nostra condiscendenza morale. Noi riconosciamo volentieri noi stessi come parte dell’umanità, cioè come categoria di soggetti morali dotati di certe qualità e, in base al riconoscimento che tali proprietà sono comuni a tutta la collettività umana, dobbiamo riconoscere gli altri come soggetti morali ai quali vanno indirizzate le nostre cure. Indipendentemente dalla nostra personale utilità. Inoltre, se cade il principio di utilità rigido si possono recuperare tutte quelle nozioni presentate prima come contro esempi che, altrimenti, andrebbero escluse dal nostro discorso dell’agire.

Il principio edonista/egoista ha avuto una grande fortuna nel tempo per la sua apparente ragionevolezza. Appare plausibile, bene o male, pensare che tutti agiscano in base al principio della massima utilità. Esso appare plausibile e facile da accettare perché immediatamente comprensibile e per via del fatto che è facile trovare conferme, ammesso che si sia abbastanza schematici da riuscire a ridurre gran parte delle sfumature dell’animo umano, ad un principio unico.

In secondo luogo, esso appare credibile sia come principio normativo che come principio descrittivo, il che non implica nulla da un punto di vista teorico, ma da un punto di vista psicologico ha il pregio di attingere al bacino delle prove e conferme sia da una parte che dall’altra e se è vero che i livelli tendono a confondersi, è anche vero che solo alcuni filosofi hanno raggiunto chiarezza netta tra i principi di tipo normativo e quelli di tipo descrittivo.

In terzo luogo, assai spesso, pur riconoscendo la non legittimità di alcune nostre azioni egoiste che entrano in conflitto con quelli che intuitivamente riconosciamo come i diritti degli altri, sentiamo comunque il bisogno di dare una qualifica normativa che ci giustifichi, in qualche modo, nel nostro operato. Così, ci si discolpa spesso dicendo che, in fondo, tutti agiamo in nome del nostro spensierato egoismo. Peccato, però, che questo va bene fin tanto che non stiamo ledendo un diritto degli altri oppure diventiamo degli agenti morali opachi perché egoisti: invece di alleviare le pene a qualcuno delle quali potrei prendermi cura, mi faccio gli affari miei perché tutti agiscono in base al proprio utile. Ciò non è una giustificazione né da un punto di vista normativo né da un punto di vista descrittivo: io non voglio dire che non avrei potuto agire in modo diverso, quanto che non avevo ragioni per farlo. E’ interessante che se noi riconoscessimo al discorso egoista un valore simile a quello delle leggi di gravitazione, sarebbe per noi inutile dire che agiamo in base alla nostra utilità non più di quanto dire che non ci gettiamo dal balcone perché non voliamo. Sarebbe ovvio. Ma se sentiamo di giustificarci, ovvio non è.

Queste tre motivazioni mostrano quanto la credibilità di un siffatto principio passi per più strade ma che tutte queste siano parziali e, di fatto, inadeguate.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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