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L’arte della guerriglia – Gastone Breccia

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L’arte della guerriglia è un saggio di Gastone Breccia, storico e bizantinista. Il volume è diviso in quattro parti: I. Il fenomeno; II. Il pensiero; III. L’azione; IV. Il presente. In più, al principio è collocata un’introduzione e alla fine un’appendice. L’arte della guerriglia, sebbene sia un libro di storia più che un libro equiparabile ad un saggio analogo ai vari trattati dell’arte della guerra, considera il fenomeno della guerriglia nella sua evoluzione e totalità. Infatti, sebbene Breccia, correttamente, sottolinei il fatto che la guerriglia sia un fenomeno più antico della guerra convenzionale, rimane il fatto che comporre una storia della guerriglia sarebbe stata un’operazione implausibile, sebbene non del tutto impossibile.

La guerriglia è una forma di guerra asimmetrica, una locuzione oggi assai di moda ma anche poco pregnante: da un lato è ovvia, da un altro lato non illumina. La guerriglia nasce in tutti quei contesti in cui un avversario preponderante non può essere combattuto in modo convenzionale. Un’immagine ormai classica, riportata anche da un recente volume di Lawrence Freedman, Strategy A History, è quella di Davide e Golia. Breccia ricostruisce l’immagine biblica concependo Davide come un guerrigliero che deve sconfiggere il fante armato pesantemente, un eventuale oplita. In tutte le circostanze in cui si dia un Davide e un Golia, la logica del conflitto segue assai spesso la forma della guerriglia. Correttamente, Breccia rileva che sin dalla trattatistica antica, come in Sun Tzu, si consideri il fenomeno anche qualora fosse soltanto in linea trasversale. Inoltre, la stessa storia classica, greca e romana, sia dell’impero romano sia dell’impero bizantino, previde in modo massivo la presenza di forme di guerra irregolare.

La guerra irregolare, sin da subito, si configura in due modi sostanzialmente distinti. La prima forma attiene a truppe utilizzate dagli eserciti convenzionali per colpire in profondità il nemico, interdirne le funzioni di comunicazione nelle retrovie o “guastare” il territorio. Tutte queste operazioni erano svolte da truppe altamente mobili, sicché armate alla leggera, che dovevano evitare il contatto diretto con il nemico ma concentrarsi nell’attività di logoramento. Queste truppe irregolari sono conosciute sin dal periodo classico e forse anche prima, ma sono legate indissolubilmente con le attività degli eserciti convenzionali. Sia detto chiaramente che tali forme di combattimento sono state pienamente assimilate all’interno dei moderni eserciti occidentali i quali, con la network centric warfare, cercano quasi di replicare le virtù della guerra irregolare all’interno della stessa struttura di comando-controllo.

L’altra forma di guerra irregolare, che è poi quella che è usualmente considerata nel dibattito pubblico non specialistico, è la guerriglia operata da bande di combattenti non facilmente distinguibili da civili armati. Anzi, l’oggetto della distinzione tra combattenti e civili è talmente labile che in molti contesti risulta addirittura impalpabile (Breccia analizza il problema nell’interessante appendice finale).

La guerriglia, intesa come attività di resistenza ad un potere soverchiante ovvero come insurrezione armata o rivoluzione in armi, è antichissima.

Molti grandi imperi nel corso della storia, sono stati costretti ad affrontare forme più o meno violente di resistenza armata; alcune volte le hanno soffocate nel sangue, utilizzando senza restrizioni la propria superiorità militare, ma altrettanto spesso le hanno combattute per generazioni e generazioni con un minimo dispiegamento di forze, in sostanza tollerandone la sopravvivenza ai margini esterni del proprio dominio, in regioni remote di scarsa importanza dal punto di vista delle comunicazioni e dei commerci.[1]

La vittoria della pace dopo la guerra si scopre, allora, un problema eterno. Ma il problema è che oggi l’Occidente ha rimosso la morte, come si rimuove una cattiva idea, un fantasma, un chiodo fisso di cui non si vuole parlare. Così anche per tutto quello che integra la morte all’interno delle proprie pratiche. Così l’attività ospedaliera è diventata una sorta di surrogato laico del mondo religioso, mentre l’attività militare è stata semplicemente lasciata agli specialisti. Quindi ci si stupisce che in teatri di guerra complessi come l’Iraq, la Siria o l’Afghanistan la guerriglia faccia la sua comparsa, semplicemente perché, appunto, nonostante internet e la presunta conoscenza diffusa, siamo sempre in grado di riscoprire l’acqua calda. In questo senso, L’arte della guerriglia ha un indubbio merito: ricordare a tutti noi che la guerriglia è una forma di guerra antica, probabilmente la più brutale forma di combattimento di tutte e che si può vincere solo a condizione di essere disposti ad entrare nel teatro di guerra con le idee ben chiare e la volontà di dovere, inevitabilmente, cedere alle sue regole. Ma questo, proprio per il problema della rimozione di cui sopra, sembra impossibile. Da qui l’inevitabile paradosso delle ultime avventure militari occidentali, se così le vogliamo chiamare.

Il volume di Breccia è estremamente utile per almeno tre ragioni principali. La prima è che sebbene sia un libro di storia, esso è estremamente orientato al presente. Questo si evince dal fatto che almeno a livello strutturale, più di un quarto dell’intero volume è dedicato al presente. L’orientamento al presente non è solamente una questione dei fatti riportati, ma è chiara l’esigenza dell’autore di cercare di partire dal passato per delucidare aspetti del presente quasi inaccettabili, come l’attuale ferocia dei combattimenti nei teatri afghani, siriani e irakeni (ai drammi della guerra in Siria e Iraq Breccia dedicherà un reportage di guerra).

La seconda ragione per cui questo volume è estremamente prezioso è che costituisce un fondamentale punto di partenza per comprendere il fenomeno della guerriglia, intesa nelle sue varie forme e nella sua logica di fondo. L’autore non si limita ad una ricostruzione storico-genetica della Storia della guerriglia, ma ripercorre le tappe fondamentali della riflessione sulla guerriglia. Da Sun Tzu all’imperatore Maurizio, da Che Guevara a T. E. Lawrence, da Mao a Giap, passando dall’imprescindibile Clausewitz, Breccia considera le linee di continuità e gli snodi concettuali dell’analisi sulla guerriglia. Uno dei motivi per cui la trattatistica sulla guerriglia è stata incomparabilmente più esigua o comunque collaterale, rispetto alla guerra convenzionale, è dovuto principalmente al fatto che essa si fonda sulle virtù degli uomini molto più che sulle qualità delle organizzazioni (su questo torneremo). Punto comune di gran parte delle riflessioni sulla guerriglia attiene sostanzialmente alle qualità individuali dei guerriglieri, molto più che all’analisi delle strutture di comando-controllo-comunicazione comuni nei gruppi sociali coinvolti nella guerriglia. Infatti, possiamo dire che la guerriglia si fondi molto più su una assiologia che non su una assiomatica, pur nei limiti di una simile asserzione.

La guerriglia nasce da un insieme di fattori comuni: (a) una compagine sociale riconosce nella lotta armata un mezzo idoneo per resistere ad un potere soverchiante, (b) l’approccio diretto, ovvero l’incontro del nemico in una battaglia campale, è negato per via dell’asimmetria delle forze in campo. Quindi, (c) per ottemperare (a), si formano bande armate per contrastare e logorare il nemico.

Tuttavia, la guerriglia, come costola o come esempio della guerra di popolo di clausewitziana memoria, funziona meglio ad alcune condizioni. Prima di tutto, la guerriglia deve sfruttare il fattore tempo, perché più allunga il confronto più le probabilità di ottenere risultati aumentano. In secondo luogo, e proprio per questo, la guerriglia ha bisogno di tipi di teatri di guerra in cui la natura del territorio è particolarmente ostica, ovvero un combattimento concentrato e diretto si dà solo con difficoltà: città, foreste, giungle, deserti e montagne sono i tipi di terreno ideali per i guerriglieri, perché possono spargersi nel territorio, mimetizzarsi, scomparire. In terzo luogo, la guerriglia ha margini di vittoria a condizione che i guerriglieri siano in grado di integrarsi con la popolazione, la quale non deve mai diventargli ostile. Questo era stato messo molto bene in luce anche da un altro grande storico, Eric J. Hobsbawn, nel capolavoro I banditi. Come per i guerriglieri, anche il bandito ha bisogno del supporto della popolazione locale e, perso questo, semplicemente soccombe. Infatti, di fatto, la guerriglia, come in parte la figura del bandito, tra la sua principale ragion d’essere proprio dal fatto di essere la dissidenza della popolazione fatta con altri mezzi, ovvero quelli della guerriglia. In quest’ultimo caso, la dissidenza è rivolta contro una forza soverchiante occupante, intesa come esterna.

La terza ragione per cui questo libro è davvero prezioso consiste nel fatto che riesce in un intento quasi contraddittorio. Infatti, il principale motivo per cui la guerriglia è un fenomeno militare elusivo consiste nel fatto che essa non ha un centro organizzativo chiaro. Infatti, la guerra convenzionale è molto normata. Essa si fa con compagini militari irrigimentate che possono essere descritte nei particolari proprio perché esse, per esistere, necessitano di una organizzazione puntiforme e pervasiva, che inizia nella punta di lancia posta posizione orizzontale e finisce nel focolare domestico della donna lasciata a casa. Non solo. Ma la guerra convenzionale nasce di per sé settoriale, può essere parcellizzata, divisa e indagata per settore. La guerriglia, invece, proprio per queste ragioni, nasce al contrario. Deve essere elastica e confusa nel senso che chi gestisce l’organizzazione sostanzialmente non fa altro che improvvisare, adattarsi alle circostanze. Descrivere la guerriglia è come cercare di capire quale sia il “vero” colore del camaleonte. C’è un senso evidente in cui questo colore non dovrebbe esistere, almeno in teoria. E’ proprio questa apparente contraddizione, pienamente risolta dall’indagine storico-genetica di Breccia, che risulta fondamentale per capire sino a che punto questo volume sia prezioso: perché riesce a far intravedere il vero colore del camaleonte.

Concludiamo sottolineando che L’arte della guerriglia non va confuso con un equivalente dei vari trattati sulla guerra: è un libro che serve a comprendere e inquadrare un fenomeno storico elusivo, non a propagandarlo. Inoltre, va pur detto che il volume è chiaro e si presta ad una agile lettura anche da parte di non addetti ai lavori. E ci sia consentito dirlo, questo è un valore davvero in sé stesso, in un panorama talvolta sconcertante in cui si assiste o ad una morta specializzazione o ad una divulgazione priva di sostanza.


cop (1)Gastone Breccia

L’arte della guerriglia

Il Mulino

Pagine: 271.

Euro: 25,00.


[1] Breccia G., (2013), L’arte della guerriglia, Il Mulino, Bologna, p. 16.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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