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Nascita del mondo moderno: 1780-1914 – Christoher Bayly

Nascita del mondo moderno: 1780-1914 è un’opera monumentale di storia globale. La narrazione degli eventi del periodo indicato non fa affidamento a quadri regionali, se non nella misura in cui il particolare avvenimento locale non segna l’evidenza di un più grande evento storico di cui fa parte.
La prima parte tratta del periodo di transizione tra l’Antico Regime e il periodo “moderno”, intendendo con “moderno” qualcosa di più ristretto a quelle che sono le date che, in genere, vengono indicate come cesura tra il mondo “moderno”, appunto, e quello “contemporaneo”, vale a dire: 1492-1789. Bayly con “modernità” indica un lasso di tempo diverso che è, appunto, quello che inizia con la crisi del 1780-1820 e che passa attraverso i tre eventi storici fondamentali: rivoluzione francese, l’impero napoleonico e le rivoluzioni del 1848. Già questa osservazione sulla periodizzazione ci offre un piccolo quadro di ciò che possiamo trovare all’interno del libro: una serie di grandi narrazioni grazie alle quali è possibile dipanare la genesi della contemporaneità come l’età della complessità. Lo storico inglese Bayly, in un passo del libro, parla di postmodernità, per indicare l’epoca successiva a quella della sua trattazione, ma avrebbe potuto parlare dell’epoca della “complessità”. Infatti, dovremmo smetterla di parlare dei nostri giorni come una fase epigonica di un più antico momento storico e, invece, sarebbe più corretto esprimere la contemporaneità come l’età della complessità: ciò è giustificato da alcune ragioni. In primo luogo, non esiste un’epoca se non nei termini di un “post-qualcosa”: non ha senso parlare di “post-medioevo” mentre può avere senso, a fini categoriali e non solo nominalistici, parlare di “complessità”. Lo stesso Bayly osserva che la modernità inizia con l’autoaffermazione di una parte della popolazione, parte della società civile e dell’elite politica, che rivendica la volontà di essere-moderni, in contrasto con ciò che era il proprio passato. Così dovremmo fare noi. L’idea della nostra età come “complessità” ci giunge dal nostro rifiuto, sempre più consapevole, del fatto che esista una Tradizione monolitica e universale alla Hegel che sia la manifestazione di un unico pensiero raziocinante dominante su tutti gli altri: rifiutiamo sempre più l’idea della bontà delle “grandi politiche di potenza” per la loro unilateralità. I quadri tendono a moltiplicare le cause e a far emergere la loro intrinseca poliedrica radice causale. Né ci basta più l’idea di progresso, sia esso storico, politico o culturale: esso è un’altra faccia del dominio di un pensiero su di un altro. Questo non significa che tutto è equiparabile e ogni posizione sia equivalente ad un’altra, ma la riconsiderazione più attenta del fenomeno storico e culturale ci spinge, sempre più, nel considerare meno univoci i fatti stessi e tendiamo sempre più ad una loro frammentazione e riconsiderazione all’interno di grandi e piccole narrazioni sempre più interconnesse che rimandano ad una vasta intelaiatura causale complessa. Inoltre, nel nostro sentire attuale ci ripugna l’idea che solo una parte del mondo debba far parte di una regione del globo terracqueo adibita a terra sacra, portatrice di ogni bene e discriminante rispetto ad ogni inferiorità. E’ generale ed univoco (con eccezioni che attestano il conseguente disorientamento morale e politico attuale) il pensiero secondo cui le grandi certezze del passato non valgano più per il presente: l’imperialismo, l’omologazione, il selvaggio sfruttamento del territorio, la schiavitù e lo sfruttamento servile della manodopera, la segregazione femminile, la diseguaglianza dei diritti, sono tutti temi dominanti del pensiero ideologico e pratico del nostro recente passato ed attestano una fede profonda nell’incuranza per tutto ciò che si discosta dai nostri costumi e dai nostri interessi. Abbiamo conquistato a caro prezzo tutto questo e non si deve ricadere, come implicitamente Bayly sottolinea, nell’errore di un passo indietro da questo cambiamento radicale di prospettiva.
La seconda parte tratta della Genesi del mondo moderno. Bayly traccia una storia globale del periodo, offrendo, così, un grande quadro in cui ogni evento prende il suo posto. Egli stesso è conscio dei limiti e dei problemi di un’impostazione che, vorremmo dire, generalista: eppure, se si vuole effettivamente concettualizzare e chiarire l’evento storico nel grande respiro, tale forma di narrazione diventa indispensabile. In particolare, Bayly mostra con grande efficacia e puntualità la genesi della modernità come un poliedrico intreccio di più fattori concomitanti: l’ascesa dello Stato moderno, la congiunzione ed evoluzione delle rivoluzioni industriose e della rivoluzione industriale, l’interconnessione dei traffici commerciali, l’ascesa delle potenze imperialiste occidentali, la nascita delle nuove scienze economiche e storiche, la formazione di una coscienza nazionale e il conseguente nazionalismo, l’ascesa delle religioni mondiali a scapito di altre forme di culto, la fitta rete di scambi culturali tra Occidente e Oriente dove, in gran parte dell’ottocento, la bilancia non era ancora del tutto a favore dell’Occidente. A quest’ultimo riguardo, Bayly è attentissimo a tratteggiare il mondo ottocentesco in tutta la sua complessità, senza cancellarne le peculiarità regionali. Tutti i temi sopracitati costituiscono i “grandi temi” che Bayly tratta separatamente per ragioni di chiarezza ma egli stesso è consapevole che “Il compito [di tracciare le ragioni del mutamento storico nel periodo 1780-1820], tuttavia, non è impossibile, poiché la distinzione tra l’economico, il politico e il linguistico è più nella mente degli storici di quanto non fosse nella mente dei contemporanei.”[1] Ma si può generalizzare tale assunto a tutta la narrazione.
La terza parte tratta estensivamente del tema dominante del libro: Stato e società nell’età dell’imperialismo. In particolare, Bayly si sforza costantemente di lasciare intendere che molte delle caratteristiche del “lungo novecento” non sono altro che il risultato di alcune forme sociali, politiche e culturali del “lungo ottocento”: la centralità dello Stato-nazione è in via di ascesa all’interno del periodo 1780-1820 eppure la sua piena compiutezza verrà raggiunta solo dopo la prima guerra mondiale, quando, per ragioni prettamente belliche, tutti diverranno, più o meno, nazionalisti (punto di vista popolare) e lo Stato avrà l’opportunità di irrigimentare e regolamentare i costumi pubblici e privati dei suoi cittadini, spingendo la sua area di influenza fino ai margini della mente umana (punto di vista Statuale). Bayly descrive compiutamente tutto il periodo storico da varie angolature, sia all’interno del quadro Occidentale che di quello Orientale e, più in generale, a livello globale. Infatti, uno dei grandi pregi di questo libro è quello di evidenziare con la sufficiente profondità le ragioni e le cause, culturali e storiche, di ciò che oggi chiamiamo “globalizzazione”. Bayly, con la sua esemplare chiarezza e lucidità, sottolinea che ciò che oggi ci spaventa non è nient’altro che una realtà che, di fatto, è già consolidata e affermata: come i primi uomini avranno avuto paura del loro stesso fuoco, così noi oggi abbiamo paura di ciò che già è presente sotto i nostri occhi. La “globalizzazione” è iniziata molto tempo prima del novecento. Il mondo interconnesso è anche precedente al 1780 ma è a partire dal 1800 che la struttura economica mondiale è andata sempre più a legarsi fino a produrre un’economia come quella inglese che importava praticamente tutte le risorse agricole così da potersi specializzare esclusivamente nella produzione industriale. Ma lo spostamento di merci ha come corollario lo spostamento di persone e di idee. Da una dimensione prettamente economica si slitta immediatamente alla dimensione culturale, prima, e politica, poi: le persone, infatti, si portano dietro le proprie idee e i propri manufatti che sono il risultato delle tecnologie e conoscenze della loro terra; e, d’altra parte, quando una comunità cresce incomincia a rivendicare un ruolo politico (è il caso delle colonie). La tratta degli schiavi e la nascente mobilità del lavoro, dovuta alla presenza di un sempre più efficiente traffico navale e ferroviario degli uomini e delle cose, ha portato ben presto allo sviluppo di una comunità umana più vasta, la cui individualità regionale non è mai del tutto scomparsa ma è andata sempre più a riscriversi all’interno della rivisitazione di temi e pensieri sempre più condivisi.
La quarta parte tratta del “breve” periodo che va dal 1870 al 1914, data di conclusione della narrazione. La cesura di questo periodo è dovuta al fatto che in esso, sebbene sia privo di grandi eventi epocali, paragonabili alla prima guerra mondiale, costituisce il momento in cui certi fenomeni hanno avuto una rapida accelerazione: la presenza di nuove tecnologie (telegrafo, ferrovia, battello a vapore per dire le più importanti) ha consentito un’evoluzione ancor più rapida degli avvenimenti storici. E’ la presenza di questa accelerazione che fa la differenza.
Bayly scrive la sua narrazione globale con una grande consapevolezza, con una grande conoscenza generale e specifica e una chiarezza espositiva e scientifica che, davvero, possono lasciare incantati e ammirati. La perfezione della ricostruzione è offerta all’immaginazione quanto alla ragione da una puntuale e precisa riconsiderazione della tradizione storico-sociale che lascia il lettore con più dubbi che certezze, riguardo a quelle che potevano essere le sue convinzioni riguardo alla storia del periodo prima di aver letto il libro. Certamente, uno specialista avrà qualche osservazione da fare, giacché nessuna opera è così poco umana da essere anche priva di difetti: ad esempio, a parer nostro, non è sottolineata abbastanza la dimensione dello sviluppo demografico che ha avuto una risonanza fondamentale all’interno di quel periodo storico e che spiega molto bene perché determinati avvenimenti siano accaduti e perché la storia ha preso una certa piega piuttosto che un’altra. Altre incertezze, di piccolo dettaglio, sono da sottolineare per quanto riguarda alcuni riferimenti filosofici e alcuni riferimenti a filosofi. D’altronde, se è pur vero tutto ciò, è anche vero che il granello di sabbia un poco scuro non cambia il colore della spiaggia, così il piccolo difetto, in un’opera così straordinariamente preziosa, risulta, paradossalmente, più uno stimolo per ulteriore riflessione e perfezionamento che non un vero e proprio errore.

BAYLY CHRISTOPHER
NASCITA DEL MONDO MODERNO 1780-1914
MONDADORI
PAGINE: 659
EURO: 12.90


[1] Bayly C. (2004), Nascita del mondo moderno1780-1914, Mondadori, Milano, 2011, p. 107.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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