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Stratificazioni del senso – Cenni sui fondamenti dell’interpretazione –

Abstract :
Il senso è una realtà difficile e degna di una profonda riflessione, sfuggente e difficilmente definibile. Non è una cosa che sta lì, che va cercata in qualche luogo, che è data nei simboli, o nelle cose. Non è affatto un oggetto, e non è nemmeno qualcosa che si attribuisce alle parole. Come esprimerlo infatti se non è già nominato? Lo scopo dell’articolo è esporre alcune tra le diverse configurazioni esplicative del senso nel suo prodursi, considerandole non come teorie concorrenti, ma come livelli funzionalmente distinti di uno stesso fenomeno, ciascuno dei quali risponde a una specifica esigenza descrittiva. Con ciò si vuole delineare con dei cenni, il concetto di scientificità in quell’aspetto controverso delle scienze umane o scienze dello spirito, che è l’interpretazione, e le condizioni da cui tali discipline traggono rigore metodologico.

Sommario:

  1. Introduzione

  2. Matematica senza senso?

  3. Produzioni di senso come atti intenzionali della coscienza

  4. Genesi psicologica del concetto e fenomenologia

  5. Alcune leggi dell’intenzionalità come leggi del senso

  6. Sedimentazioni e stratificazioni di senso

  7. Mondi possibili

  8. Contesti e mondi possibili

  9. Strutture e pratiche sociali

  10. Pragmatica: Atti linguistici

  11. Senso implicito del discorso

  12. Implicature conversazionali

  13. Complessità ermeneutica

  14. Apertura e oggettività del senso

  15. Pluralismo e scientificità nelle scienze umane

Introduzione

Parlare del senso significa parlare di semantica e questo richiede un breve quadro generale per definire l’orizzonte di comprensione del tema.

Il tema viene alla luce tra l’800 e il ‘900, proprio dopo la nascita della psicologia sperimentale, con il dibattito sullo psicologismo, che coinvolge i maggiori pensatori europei. Si tratta di una linea di pensiero secondo la quale ogni conoscenza si riporterebbe alla dimensione psichica. In contrasto si sviluppa un fruttuoso accordo tra molti studiosi nel sostenere che il senso non si costituisce come oggetto psichico, ma come oggetto terzo rispetto al simbolo e al suo denotato, differente dal vissuto soggettivo. Una linea di ricerca questa, l’antipsicologismo, iniziata da Gottlob Frege e sviluppata nelle sue ricerche sui fondamenti della matematica.

Il matematico e filosofo tedesco sostiene che la matematica sarebbe irrimediabilmente danneggiata se si concepisse il processo psicologico come parte del suo senso. Gli enti matematici sono enti ideali che si distinguono con legalità interne differenti ed esclusive rispetto ai processi psichici che pur li producono. Ugualmente per ogni altra espressione di senso come vedremo in seguito.

Il concetto di senso inoltre non emerge storicamente come unitario, ma come risultato di stratificazioni teoriche successive che costituiscono livelli di analisi differenti.

Matematica senza senso?

La semantica è lo studio del significato, userò qui il termine “significato” come sinonimo di “senso” mentre per specificare l’oggetto a cui si riferisce un enunciato userò i termini “denotazione” o “riferimento”.

Lo studio del senso segue, nella linguistica contemporanea, molteplici approcci a cui si aggiungono gli apporti multidisciplinari che provengono dalla filosofia, dalla logica, dalla psicologia, dalle scienze cognitive e dalla statistica. Ognuna di queste porta con sé le proprie metodologie nel tentativo di integrare il ruolo della linguistica.1 Nasce però in ambito matematico.

Si deve infatti al matematico Gottlob Frege l’inizio della filosofia del linguaggio che entra nel dibattito filosofico del ‘900 con metodi che derivano dalle scienze naturali, creando così una svolta nel pensiero filosofico di portata storica. L’oggetto della filosofia del linguaggio è il rapporto tra senso e denotazione ma in generale è la lingua, intesa come il mezzo espressivo tramite il quale si esprime la conoscenza. Partendo da problematiche fondative della matematica, Frege dà vita alla logica contemporanea, alla semantica formale e alla filosofia che ad esse compete.

L’interesse di partenza è per la costruzione di un linguaggio simbolico puramente logico da cui dedurre i teoremi dell’aritmetica. Frege voleva smentire appunto la teoria secondo la quale la matematica è prodotta da processi psicologici. Pertanto nell’opera Begriffschrift del 1879, “inventa la logica matematica, generalizzando l’applicazione del concetto di funzione matematica: un’operazione solitamente interpretata su numeri viene interpretata da Frege come un’operazione che verte su ogni tipo di simboli”.2 Un’espressione come “Socrate è un uomo” è una funzione che restituisce il valore “Vero”, se Socrate appartiene all’insieme degli uomini e “Falso” se non appartiene a tale insieme. Gli enunciati vengono quindi intesi esprimere rapporti di appartenenza ad insiemi o relazioni tra insiemi. Istituisce così un linguaggio formale che, basato su leggi logiche auto-evidenti o assiomi, è in grado di identificare e produrre tutte le forme astratte di ragionamento corretto, atto alla deduzione dei teoremi dell’aritmetica da considerazioni puramente formali e quindi non psicologiche.

La logica non può essere psicologica perchè rappresenta le leggi del pensiero valido, non il modo in cui pensiamo. La logica, così come l’aritmetica, è normativa, studia ciò che rende vero un pensiero e quindi il linguaggio che lo esprime. Se un enunciato non si istituisce in una forma logicamente valida, non è in grado di esprimere stati di cose del mondo, la logica quindi è una condizione a-priori della verità. Nei Grundgesetze der Arithmetik 1893 tenterà infine di inferire i teoremi dell’aritmetica dalla logica. Il progetto logicista fallirà, non tutti i teoremi possono essere dedotti dalla sola logica, tuttavia rimarrà chiaro un punto fondamentale: la verità matematica non dipende da come pensiamo ma da leggi oggettive che esprimono i rapporti possibili tra proposizioni.

Per ridurre l’aritmetica alla logica, Frege elabora un linguaggio formale capace di esprimere proposizioni, predicati, quantificatori, identità. Ma a quel punto come riferire con precisione ciò di cui si parla? Come trattare l’identità (a = b), quando “a” e “b” sembrano designare la stessa cosa?

La risposta alla prima domanda è che ogni simbolo nel linguaggio della logica deve essere univocamente riferito, questo al fine di mantenere la costanza della denotazione in tutti i passaggi del ragionamento. Si considera quindi, in origine, il senso di un simbolo come il rapporto diretto con il suo denotato.

Ora, il linguaggio simbolico di Frege esprime con evidenza tutte le forme possibili dei ragionamenti validi. Considerando le frasi come funzioni che hanno come valori un decorso di valori di verità (Vero, Falso), traduce le espressioni dichiarative in forme semplici e controllabili nella loro coerenza interna, ma la matematica esprime rapporti d’uguaglianza e il sistema simbolico ci porta sorprendentemente a dire che le espressioni d’uguaglianza non hanno valore conoscitivo.

Infatti:

Consideriamo due proposizioni: 1) “La stella del mattino è la stella della sera” 2) “La stella del mattino è la stella del mattino”.

Considerando il senso solo come riferimento del simbolo, entrambe le funzioni hanno valore “Vero”, infatti tutte le espressioni denotano il medesimo oggetto: Venere, dunque i due enunciati risultano avere il medesimo senso.

Tuttavia, il valore informativo è diverso: la (2) è tautologica, mentre la (1) è cognitivamente significativa.

Il sistema non è in grado di esprimere il progresso della conoscenza. Eppure 2 + 2 = 4 può anche essere sconosciuto, essere una scoperta, mentre 4 = 4 non ha alcun portato conoscitivo. Si può non sapere che la stella del mattino è il medesimo astro della stella della sera. Ma il sistema non esplicita questa differenza. Si tratta di una semantica denominata puramente referenziale, per cui il significato di un’espressione è solo ciò a cui il simbolo rimanda nel mondo. Una semantica in cui i nomi sono direttamente connessi ad un oggetto. In una semantica solo referenziale però tutto ciò che ha lo stesso riferimento diventa indistinguibile.

La conclusione di Frege è che “ci troviamo dunque indotti a pensare che un segno (sia esso un nome, una connessione di parole, una semplice lettera) è collegato, oltre che a ciò che è designato, e che potrei chiamare la denotazione del segno, anche a ciò che chiamerei il senso del segno, e che contiene il modo in cui l’oggetto viene dato”.3

Frege dunque nel testo Uber Sinn und Bedeutung (nella traduzione italiana: Senso e Denotazione) del 1892 istituisce il concetto semantico di senso intendendolo come un modo intersoggettivamente valido di darsi dell’oggetto e che permette a più parlanti di riferirsi allo stesso oggetto in modi diversi. Il senso è ciò che consente la denotazione, non è il segno, non è il referente, è un’entità terza (le parole cioè non sono direttamente denotanti un oggetto).

Da notare che se il linguaggio non costituisce senso, perchè per esempio incoerente, fallace, oppure equivoco, non è in grado di denotare stati di cose del mondo. Una proposizione ha valore di verità solo se è logicamente ben formata, la logica assume così il senso di teoria delle condizioni formali che rendono possibile la verità.

Nasce qui la moderna semantica formale perchè Frege per produrre un linguaggio simbolico in grado di esprimere il linguaggio matematico, si trova costretto a capire come gli enunciati dichiarativi in generale, nella lingua ordinaria, possano produrre senso.

A) Esprime per la prima volta il principio di composizionalità: “il significato di una proposizione complessa è dato dal significato delle sue parti e dal modo in cui sono combinate”.

B) Le frasi soggetto-predicato sono considerate funzioni con argomenti, produce così una semantica astratta e calcolabile, indipendente da psicologia e contingenze linguistiche.

C) Introduce una struttura a due livelli, Sinn / Bedeutung, spiega contesti di senso senza rinunciare alla logica.

Nel saggio Senso e Denotazione, Frege inaugura:

A) La tradizione di analisi dei nomi propri (perchè l’identità può essere informativa?).

B) L’analisi delle proposizioni attitudinali (crede che…, sa che…), in cui l’espressione non designa il suo riferimento ma il suo stesso senso.

C) L’analisi delle descrizioni definite, che possono avere o no un riferimento.

D) Fonda l’aritmetica sulla logica, nel senso che spiega come mai i teoremi hanno senso nonostante siano espressi come giudizi analitici.

Le argomentazioni logiche (anche il caso dei sillogismi, dunque falsificando Stuart Mill e tutta una tradizione secolare) sono informative pur essendo analitiche, perché l’informazione non risiede nella novità fattuale, ma nella determinazione oggettiva del senso attraverso relazioni inferenziali. Gottlob Frege pone fine alla stagione, caratterizzante la Modernità e parte della Contemporaneità, dell’incomprensione della logica, inclusa la sillogistica classica, recuperata questa successivamente in forma assiomatica dal logico polacco Jan Lukasiewicz. Secondo Bochenski “[…] Modern philosophers such as Spinoza, the British empiricists, Wolff, Kant, Hegel etc. could have no interest for the historian of formal logic. When compared with the logicians of the 4th century B.C., the 13th and 20th centuries a.d. they were simply ignorant of what pertains to logic and for the most part only knew what they found in the Port Royal Logic”.4

Produzioni di senso come atti intenzionali della coscienza

Edmund Husserl, nei Prolegomeni ad una logica pura delle Ricerche logiche, accoglie l’antipsicologismo di Frege. Intende qualsiasi dottrina come ipso facto relativistica se tratta le pure leggi della logica come leggi empiriche, psicologiche. L’universalità e la necessità delle leggi logiche sarebbe impossibile se fossero riferibili a rappresentazioni individuali. Sarebbe impossibile elaborare i giudizi stessi della psicologia sensatamente perchè se non fossero aderenti alle leggi della logica sarebbero illogici. Ma se Frege cerca i modi in cui le combinazioni dei simboli istituiscono senso, Husserl si pone una domanda molto più radicale. Come fa il senso a costituirsi nella coscienza? Come può un processo individuale, e quindi psicologico, produrre un senso intersoggettivo? Il filosofo tedesco inizia un’accurata, complessa e radicale analisi della coscienza e dei suoi atti: percezione, immaginazione, memoria, giudizio, partendo da un principio generale che definisce la caratteristica essenziale di qualsiasi coscienza: l’intenzionalità, ovvero l’esser ogni atto cosciente sempre riferito ad altro.

La coscienza è un’attualità che esiste solo come trascendenza di sé e che appare nel rivelare un’alterità. In sintesi è sempre coscienza di qualcosa e se fosse coscienza di nulla, sarebbe nulla di coscienza.5

Si definisce quindi il rapporto della coscienza col suo oggetto come un correlato noetico-noematico. Si dice noetico il processo coscienziale che va ad istituire l’oggetto della coscienza, il noema. Per cui il noema è la formazione di senso di un vissuto individuale (il noema può essere anche indipendente dall’esistenza reale). L’atto noetico ha caratteristiche sempre differenti dal suo correlato noematico, se percepisco posso percepire più o meno chiaramente, posso confondere differenti percezioni, posso pure illudermi, ma non sarà mai vero che il mio atto percettivo avrà le proprietà di ciò che percepisco. Se vedo un’automobile nessun processo coscienziale ha un motore, delle ruote, un abitacolo ecc. Non esiste noesi le cui proprietà sono condivise con i suoi correlati noematici, nemmeno quando il riferimento è il soggetto psichico stesso.6

Si può anche notare che per il medesimo noema, per esempio un triangolo, molti possono essere i soggetti che lo pensano. Quindi l’atto realizza il senso ma non lo produce come un fatto individuale. Anche il vissuto pensato, nella fenomenologia, non è un mio vissuto, bensì un vissuto qualsiasi, una prospettiva di prima persona non è affatto la mia prospettiva: è una prospettiva del tipo che la mia esemplifica.7 La mia meraviglia sebbene espressa in modo personale e sulla base dei miei processi psichici, esemplifica un vissuto, appunto, di meraviglia in generale, il contenuto ideale della meraviglia, un’essenza.

Il vissuto può essere sempre preso ad oggetto e valutato perchè la coscienza è un processo che da un vissuto istituisce un èidos, una manifestazione ideale di ciò che prende ad oggetto.

Si parte sempre da un caso concreto: una percezione, un ricordo, un atto immaginativo. L’èidos non è indotto da molti casi, ma visto in uno.

Si sospende l’esistenza fattuale, non importa cosa c’è ma cosa è come senso.8

Il dato viene variato nelle sue caratteristiche secondo un orizzonte di possibilità (colore, forma, contesto, grandezza, tempo, luogo), ciò che rimane invariante, pena il non senso, è l’essenza. Si può pensare come esempio l’esperimento mentale di Cartesio sulla cera: modificando tutte le qualità della cera rimane l’estensione come concetto senza cui un corpo non sarebbe un corpo. Non c’è però in Husserl un salto ontologico, l’èidos rimane come residuo di senso, come noema. Ma non è ancora concetto, è precategoriale, un dato ancora percettivo. Diventa concetto con un nuovo atto, l’atto giudicativo, che introduce la copula: è cera, è il rosso ecc.9

Genesi psicologica del concetto e fenomenologia

Fin qui si è parlato della genesi fenomenologica, che definisce le condizioni di possibilità del senso e dell’oggettività, ma voglio rendere chiaro come questa si distingua dalla genesi psicologica. La psicologia cognitiva descrive come operiamo, Husserl invece chiarisce che cosa rende possibile che ciò che operiamo abbia senso. Non usa la psicologia come fondamento, la sospende, la mette tra parentesi per spiegare le leggi della costituzione di senso, l’istituzione stessa di leggi o vincoli di significato. Se dico: “è un uomo” istituisco una regola: l’espressione “uomo” esclude tutto ciò che non possiede certe caratteristiche, il termine isola un ambito per escluderne altri.

I processi psicologici spiegano come di fatto categorizziamo, la psicologia spiega il funzionamento, non la normatività, la fenomenologia è trascendentale. L’atto riflessivo è psichico, ciò che viene colto in quell’atto non lo è ma è l’insieme delle strutture legali di possibilità dell’apparire di qualunque oggetto, incluso il soggetto psichico. Una mente può fare tutto ciò che un “cervello” dovrebbe fare per passare un test di psicologia cognitiva ma senza alcun mondo che le appare, senza alcuna datità, senza alcun senso vissuto, senza conoscenza, un esempio possibile di ciò è l’AI. L’eventuale introduzione di un vissuto non aumenterebbe la capacità inferenziale del sistema, ma apparterrebbe a un diverso ordine di problemi.

Alcune leggi dell’intenzionalità come leggi del senso

1. Legge della correlazione universale

La coscienza è sempre atto intenzionale, volto a manifestare qualcosa e in questo qualcosa viene a “scomparire” lasciando che si riveli il suo oggetto. Ogni atto di coscienza (noesi) ha necessariamente un correlato oggettuale (noema). Non esiste coscienza vuota, ma sempre coscienza-di-qualcosa. Il senso quindi è l’orizzonte o per meglio dire la modalità prospettica di darsi a noi delle situazioni in cui viviamo. Siamo sempre calati in orizzonti di senso specifici relativamente agli atti noetici in quel momento tetici.

2. Legge della datità secondo prospettive

Ogni oggetto si dà sempre da un punto di vista parziale, attraverso profili. Il senso è quindi unilaterale e incrementabile all’infinito, secondo prospettive successive. Non si dà mai “in totalità immediata”, ma in un flusso prospettico. Sarebbe un non senso percepire una casa contemporaneamente dal lato della facciata e del retro, la nostra posizione nello spazio e nel tempo risulterebbe indeterminata, saremmo davanti e dietro alla casa nello stesso momento.

3. Legge dell’orizzonte

Ogni datità data ha un orizzonte implicito di co-datità possibili. Ciò che appare rimanda sempre ad altri possibili modi di apparire (dietro, dentro, il lato nascosto, ecc.)10. L’apparire avviene sempre in un orizzonte di possibilità, tale da presentarsi come una delle manifestazioni di senso protesa verso un’ulteriore conformazione non data ma suggerita. L’informazione che si riceve nell’incontro con il dato è sempre ulteriore al dato stesso, è trascendente. Il senso ha un suo particolare modo di manifestarsi e di occultarsi, quest’ultimo si intuisce nelle linee di tendenza suggerite dalla manifestazione stessa. La condizione della totalità dei possibili orizzonti è il mondo, da ciò si dice che l’uomo è quell’essere che ha e incontra un mondo.

4. Legge della temporalità della coscienza

Ogni vissuto intenzionale si struttura in un flusso temporale (protensione – percezione attuale – ritensione).
Non esiste atto isolato, ma sempre immerso in un flusso temporale di coscienza. La durata presente è una sintesi di ciò che è stato e di un’aspettativa (protensione) verso ciò che sarà. Sarebbe impossibile concepire una melodia se fosse solo la somma delle singole note.11 E’ un controsenso concepire un’identità nel tempo priva di relazioni col passato. La frase “Io sono la stessa persona di ieri ma non c’è alcuna relazione tra ieri e oggi” è un controsenso. Il senso transita e costituisce la storicità dell’uomo, la comprensione del passato e l’immaginazione del futuro si incontrano nella durata del presente in un flusso di coscienza che unifica le sensazioni nella presentazione fenomenica di un riempimento che assomma la storia e l’attesa.

5. Legge della sintesi passiva e attiva

Le coscienze costituiscono unità di oggetti attraverso sintesi passive (associazioni percettive, memoria che lega impressioni), oppure sintesi attive (giudizi, decisioni, categorizzazioni).
L’esperienza non è un caos, ma tende verso unità sintetiche.

6. Legge dell’intersoggettività costitutiva

Un oggetto è veramente costituito come “oggetto del mondo” solo se è accessibile a più soggetti. Il senso è sempre dato come, in linea di principio pubblico. Se per esempio vogliamo sapere perchè Cesare attraversa il Rubicone, dobbiamo appellarci al diritto romano e alle circostanze storiche condivise dell’azione. Appellarsi alla costituzione psichica privata di Cesare per sé da sola è un controsenso in quanto non spiega la situazione specifica, non è pubblicamente accessibile, è priva di prospettiva storica. Dire che Cesare passa il Rubicone con un esercito per una formazione debole del Super-Io a causa di difficoltà edipiche, non implica necessariamente quell’azione specifica. Lo psicologismo ridurrebbe Cesare ad una categoria astratta (il Super-Io), unilaterale e parziale, che non è un oggetto del mondo ma un’entità separata da ogni contesto, istituita come idealità derivata e che descrive astrattamente e a-prioristicamente una cornice di possibilità entro cui potrebbe agire Cesare, cancellandone però la storia effettiva. Diverso sarebbe invece il giudizio psicologico una volta determinato il senso globale dell’azione, le cause, i contesti temporali, giuridici, politici e morali.

La percezione privata diventa dunque realtà oggettiva entro un orizzonte di condivisione possibile.12

7. Legge della variazione eidetica

Se vario liberamente un’esperienza nell’immaginazione, posso cogliere ciò che resta invariabile: l’essenza, come già si è detto riguardo all’esperienza di Cartesio con la cera. Le strutture eidetiche (es. che ogni percezione è prospettica) sono universali, non particolari, ma anche per definizione non percepibili e derivate dai vissuti individuali. Cade quindi ogni forma di riduzionismo, un colore vissuto non può essere “solo” una frequenza perchè è come dire “Socrate è uno quindi è un numero” (stesso caso per lo psicologismo: Cesare e la sua storia non sono categorie). La comprensione è sempre l’atto di riprendere e ripercorrere la genesi vissuta dell’idea. Il senso si comprende in prima persona.

8. Legge della riduzione fenomenologica

Ogni esperienza, sospesa dal suo presupposto naturale (epoché), si mostra nella sua pura datità di coscienza. Si intende per presupposto naturale l’atteggiamento comune di considerare il dato sensibile come una realtà (indipendente da come viene pensata) e fornito di caratteristiche in se stesso che si offrono in una conoscenza proposizionale, ad esempio la conoscenza scientifica, o storica o filosofica, senza portare alla coscienza il modo soggettivo e le condizioni (trascendentali) sotto le quali è possibile l’esperienza.

La sospensione del presupposto naturale di esistenza, riduce l’esperienza a ciò che non è soggetto ad alcun dubbio o illusione, ovvero al mio vissuto e il suo correlato, il fenomeno, che rimane conservato nella serie di percezioni, ricordi o altro modo di presentazione e può essere fatto oggetto di osservazione. Non serve ipotizzare un “mondo esterno” per studiare le condizioni dell’esperienza: basta la correlazione coscienza–fenomeno. 13 La certezza è un prodotto del vissuto, si costituisce nello spazio di una mera manifestazione presente nell’Io, ed è pensata solo in quanto manifestazione di qualcosa. In altri termini ciò che è pensato è, in quanto pensato, così come è pensato. Vale indipendentemente dal rapporto che instaura il pensiero con il reale. Tale spazio è la fonte di ogni ulteriore certezza. La previsione scientifica ad esempio è pensata come vera perchè l’evento previsto sottostà, corrisponde, all’organizzazione matematica di senso che lo prevede, la quale però non radica nell’oggetto, ma nell’orizzonte apodittico del pensiero che forma entità eidetiche; è data a-priori.

Sedimentazioni e stratificazioni di senso

Il senso si costituisce nella correlazione intenzionale tra coscienza e mondo, manifestandosi nei modi in cui gli oggetti vengono dati all’esperienza. E’ veicolato nelle sue diverse articolazioni dal linguaggio, viene colto nelle azioni, nelle forme espressive dell’arte, e anche nelle manifestazioni della natura in quanto essa viene esperita all’interno di un orizzonte di significatività. In ogni caso trova espressione tramite simboli che rappresentano concetti.

Entrano in gioco oltre alla cornice fenomenologica un livello psicologico costruttivo del concetto, un livello logico istitutivo delle regole valide d’inferenza, un livello convenzionale che definisce il lessico e le convenzioni linguistiche, un livello semantico formale che istituisce le condizioni di verità o di riferimento, un livello pragmatico che definisce il rapporto che stabilisce il senso delle proposizioni in funzione dei contesti, delle pratiche linguistiche, delle regole d’uso: parlare è un atto regolato socialmente.

Il significato non è solo dato, ma anche costituito attraverso pratiche regolate. Le condizioni attraverso cui le espressioni linguistiche ricevono un’interpretazione e si correlano a contenuti o valori di verità lo stabilisce la semantica formale.

Mondi possibili

La semantica formale origina dall’esigenza di assegnare condizioni di verità e interpretazioni alle espressioni di un linguaggio formale. La semantica modellistica di Alfred Tarski ne è l’esempio più evidente. Si esprime in una sintassi che dice quando le formule logiche sono “ben formate”, e in una semantica che dice quando sono vere. Stabilisce il rapporto tra espressioni del linguaggio e significato attraverso la nozione di “funzione interpretazione”. Sarà poi Montague a sostenere che il linguaggio naturale può essere trattato con la stessa semantica dei linguaggi logici. Il primo che fornisce una definizione formale del senso è però Wittgenstein: il significato di un enunciato consiste nelle sue condizioni di verità o mondi possibili.

p

q

&

V

V

V

V

F

F

F

V

F

F

F

F

Nelle prime [due] colonne abbiamo le quattro possibilità di combinazione di Vero/Falso dell’ enunciato composto “p e q”. Possiamo chiamare queste quattro possibilità “situazioni possibili” o “mondi possibili”. Il valore di verità di ogni mondo possibile dipende dal valore di verità degli enunciati semplici (p,q) che compongono l’enunciato complesso (p e q). Il significato (Wittgenstein diceva, fregeanamente, “senso”) dell’enunciato p&q (o p→ q, ecc) è dato dalla sua tavola di verità, o meglio “si mostra” nella sua tavola di verità. Cosa esprime la tavola di verità? Esprime le condizioni alle quali l’enunciato è vero. Ad es. p&q è vero a condizione che siano veri sia p che q e falso in tutti gli altri casi. Quando capisco questo, capisco il significato dell’enunciato (potremmo dire anche l’uso che si fa dell’enunciato nel nostro linguaggio)”.14

Con lo sviluppo della semantica dei mondi possibili (Carnap, Kripke, Montague) il senso viene “formalizzato” intendendolo come “intensione”. L’intensione è una funzione da mondi possibili a oggetti (per i nomi) o a valori di verità (per le proposizioni). Carnap riprende l’intuizione di Frege traducendola nel linguaggio formalizzato. Ogni espressione linguistica ha un’estensione e un’intensione. L’estensione è il riferimento in un mondo possibile attuale, l’intensione è la funzione che associa ad ogni mondo possibile la sua estensione (cioè i valori di verità relativi alla situazione possibile).15 I contesti intensionali sono caratterizzati dalle espressioni di credenza, obbligo, necessità, possibilità, conoscenza, espressioni indirette o controfattuali. Sono tipi di proposizioni che Frege aveva indicato come denotanti il sinn (senso) stesso. L’enunciato “Giovanni crede che la stella del mattino sia luminosa ” ne è un esempio. Già in Senso e significato si era reso conto che nei contesti intensionali non vale il principio di sostituzione di Leibnitz (due espressioni con la stessa estensione sono sostituibili mantenendosi la verità del tutto).

Nel nostro esempio infatti, Giovanni può non sapere che la stella del mattino è la stella della sera per cui può credere che la stella del mattino sia luminosa e non credere che lo sia anche la stella della sera. Non possiamo pertanto inferire lecitamente da “Giovanni crede che la stella del mattino sia luminosa ” e “la stella del mattino è la stella della sera” che “Giovanni crede che la stella della sera sia luminosa ”. In questo caso la sostituzione non vale.

Una semantica modale è un modello logico che esprime gli enunciati nei loro rapporti tra condizioni possibili di verità e attribuisce differenti valori di verità relativamente ad esse.

Nel nostro caso, sono formalizzati, ovvero rigorosamente definiti in un modello matematico, l’operatore di credenza e l’operatore di conoscenza (crede, sa che) in modo da ottenere sempre garanzia di coerenza nel loro uso. Per esempio: nella situazione attuale w0 è vero che «Giovanni crede che la stella del mattino sia luminosa», solo se in tutti i mondi possibili compatibili con le credenze di Giovanni «la stella del mattino è luminosa» è un enunciato vero.

Per l’operatore di conoscenza, invece, se Giovanni sa che una proposizione è vera, allora essa deve essere vera in tutti i mondi possibili compatibili con ciò che Giovanni sa.

Vale quindi che, se Giovanni sa che “la stella del mattino è la stella della sera” nel mondo attuale w0, allora in tutti i mondi possibili compatibili con ciò che Giovanni sa, la stella del mattino è la stella della sera.

Poiché ciò che Giovanni sa è anche creduto da Giovanni, l’identità tra la stella del mattino e la stella della sera vale anche in tutti i mondi compatibili con le sue credenze.

Consideriamo ora un mondo possibile arbitrario compatibile con le credenze di Giovanni. In esso la stella del mattino è luminosa (perché Giovanni crede che lo sia) e la stella del mattino è la stella della sera (perché Giovanni sa che sono la stessa cosa). Pertanto, in quel mondo, anche la stella della sera è luminosa.

Poiché il mondo scelto era arbitrario, la stella della sera è luminosa in tutti i mondi compatibili con le credenze di Giovanni. Ne segue che, nel mondo attuale w0, è vero che «Giovanni crede che la stella della sera sia luminosa

Questo sulla base delle definizioni degli operatori di credenza e di conoscenza come nella logica epistemica e doxastica di Hintikka.

I mondi possibili sono dunque modi in cui le cose potrebbero essere, sono le condizioni di senso possibili secondo le quali i segni del linguaggio possono esprimere stati di cose del mondo.16

Le semantiche formali perciò istituiscono le regole generali che definiscono i pattern linguistici significanti al fine della verità e dell’argomentazione valida. Parlare fuori da queste regole significa istituire un linguaggio privato con i fonemi (pubblici) di una lingua, producendo così fraintendimenti e fallacie di ragionamento con la conseguente perdita di forza epistemica degli argomenti.

Contesti e mondi possibili

Ci sono espressioni il cui valore di verità non dipende solo dal significato linguistico, ma anche dalla situazione d’uso. “Many expressions, like “I” or “here”, have a different reference when uttered by different speakers in different situations. So we plainly cannot assign to “I” a single content which determines a reference for the expression, since the expression has a different reference in different situations. These “situations” are typically called contexts of utterance, or just contexts, and expressions whose reference depends on the context are called indexicals or context-dependent expressions”.17 Consideriamo l’espressione “io sono qui ora”. In questo caso sia il soggetto, sia il luogo, sia il tempo in cui l’enunciato è proferito sono variabili, cambiano a seconda del parlante del luogo e del tempo. Il senso di questo enunciato è una funzione, detta da Kaplan, character, che associa un contesto (agente, luogo, tempo) ad un contenuto linguistico. Ora, è d’interesse rilevare come nonostante le differenti modalità teoriche esplicative, il nucleo di ogni teoria semantica si tiene fermo sul concetto di funzione come istituito da Frege e mira a determinare i valori di verità della funzione o di una serie di funzioni sulla base di concetti formali. Il character potrebbe suonare nel modo seguente: “l’agente di c è nel luogo c al tempo di c” restituendo un content: “Massimo è a Trieste il giorno 04/04/2026”. Il character di un’espressione complessa è una funzione dal contesto al content, ottenuta componendo caratteri lessicali sensibili al contesto (indicali) con elementi della frase costanti. Nella semantica di Kaplan non ci sono quindi assegnazioni di valori ai termini indessicali, ma sono considerati termini con un character fisso, non sono variabili. Il contesto non assegna valori a variabili ma viene “letto” da espressioni che sono già di per se stesse funzioni (io, qui, ora). Un ulteriore passo della semantica di Kaplan è l’assegnazione di valori di verità alle espressioni in base alla semantica modale. In altre parole funziona assegnando quegli stati del mondo rilevanti per determinare il valore di verità dell’enunciato pronunciato nel contesto.

Quindi se “Massimo è a Trieste il giorno 04/04/2026” è il content, nella situazione possibile in cui effettivamente Massimo, è a Trieste in quella data, allora l’espressione è vera, mentre nella situazione possibile in cui, non è a Trieste in quella data, l’espressione è falsa.

Il senso delle espressioni indessicali dipende quindi dal contesto e sono valutate in base ad una funzione da mondi possibili a valori di verità. A questo punto si inizia a capire come il senso non sia compreso dai parlanti solo nell’organizzazione e nelle regolarità sintattiche dei simboli ma anche relativamente ai rapporti che questi istituiscono con i contesti reali.

Strutture e pratiche sociali

Si sta delineando l’idea che il senso non si stabilisce su base privata ma che ha componente intrinsecamente pubblica. La comprensione dei mondi possibili, il rapporto funzionale con i contesti sono già una dimensione conforme alla legge fenomenologica dell’intersoggettività costitutiva perchè determinano la comprensibilità dell’enunciato da parte di tutta la comunità dei parlanti.

Ma non sono solo le strutture logiche a determinare il senso ma anche le regole sociali condivise. “L’idea fondamentale difesa da Wittgenstein nella seconda fase del suo pensiero è che il significato di un’espressione linguistica è dato dall’uso che di tale espressione facciamo in un contesto regolato da norme convenzionali, contesto che egli chiama – gioco linguistico -.”18

Wittgenstein con le Ricerche filosofiche, testo pubblicato postumo nel 1953, due anni dopo la sua morte, apre l’era della pragmatica, spostando l’attenzione dei filosofi dalla struttura logica del linguaggio, che definisce la verità delle espressioni dichiarative, alle molteplici possibilità espressive del linguaggio ordinario. Inizia l’analisi degli usi della lingua in differenti contesti e dei cambiamenti di significato che tali usi determinano.

Wittgenstein condivide […] con Frege la concezione antimentalista e antipsicologista del significato. […] Se il significato della parola “cubo” fosse semplicemente l’immagine di un cubo, il problema di sapere quale sia il significato della parola “cubo” sarebbe solo rimandato, nel senso che dovremmo chiederci quale sia a sua volta il significato dell’immagine del cubo.”19

Pragmatica: Atti linguistici

Ogni proferimento linguistico (“utterance”) ha una componente di azione: anche i cosiddetti “enunciati constativi” consistono nell’eseguire un’azione, l’azione dell’asserire.20 Questa la tesi centrale di How to do things with words di Austin pubblicato postumo nel 1962. L’autore, restando nello stesso clima filosofico di Wittgenstein, inizia a classificare i giochi linguistici definendoli “atti linguistici”. Gli atti linguistici non vengono valutati per la verità o falsità dell’espressione, bensì per l’adeguatezza (felicità o infelicità) dell’atto. Ci sono espressioni infatti che non sono né vere né false, una promessa o un ordine, non descrivono stati del mondo ma con essi si compiono delle azioni. Mettono in moto pratiche sociali, hanno funzione sociale. Austin definisce tre livelli che costituiscono l’atto linguistico:

Locutorio: Produco la frase “Ti prometto che verrò domani”

Illocutorio: Con la frase si compie l’atto di promettere

Perlocutorio: La frase ha una funzione sociale, l’ascoltatore si fida, si tranquillizza, si organizza…

Ogni espressione è un atto, ovvero può essere un asserzione, una promessa, un ordine, ecc. le frasi esprimono una posizione intenzionale della coscienza, tema husserliano che verrà poi ripreso in pragmatica da Searle ma in un ottica però più naturalistica che fenomenologica. I segni del linguaggio esprimono l’intenzione del parlante in un contesto normativo di regole sociali, istituendo così l’adeguatezza dell’atto relativamente a tali regole. L’atto illocutorio riesce nel rispetto delle seguenti condizioni:

Condizione proposizionale

Riguarda il contenuto dell’enunciato.

Per un atto di promessa, deve essere qualcosa che il parlante può fare nel futuro.

Condizione preparatoria

Devono sussistere certe circostanze nel mondo, essere posseduti certi ruoli riconosciuti, essere contestualmente presenti determinate norme sociali e situazioni adeguate.

Per esempio nella promessa l’azione non è già compiuta, e l’ascoltatore vuole che venga compiuta.

Condizione di sincerità

Il parlante deve intendere sinceramente ciò che dice. Definisce la condizione interna del parlante.

Condizione essenziale

Definisce l’impegno pubblico assunto pronunciando quelle parole. Crea l’atto linguistico stesso e lo rende valido legalmente o socialmente, a prescindere dall’intenzione psicologica interna.

Trasforma le parole in un’azione (es. una promessa ti vincola pubblicamente a fare qualcosa).

Se solo una di queste condizioni viene a mancare l’atto illocutorio non è riuscito. Per esempio l’atto dichiarativo “vi dichiaro marito e moglie” non ha efficacia se pronunciato dal panettiere, il ruolo inappropriato lo rende vano (misfire) producendo al più un altro tipo di atto, un atto espressivo, uno scherzo. Gli atti possono fallire anche mantenendo efficacia sociale ed essere comunque difettosi (abuse). In tal caso si producono come infrazioni morali o comportamentali o sono smentiti dal comportamento successivo del parlante.

Anche in questo caso, come nella semantica, che fonda il senso sulle regole logiche, il linguaggio si basa su regole, norme e ruoli, che sono di natura pubblica. Per pubblico non si intende però l’essere necessariamente un senso conosciuto da tutti o un senso istituito tramite passaparola, si intende qualcosa di meno controllabile dagli individui e più vincolante. E’ pubblica l’interpretazione intelligibile entro un quadro culturale storicamente coerente, antecedente all’esistenza dei parlanti. L’atto linguistico assume così indipendenza dal parlante ed è consegnato al pubblico. “L’anticipazione di senso che guida la nostra comprensione di un testo non è un atto della soggettività, ma si determina in base alla comunanza che ci lega alla tradizione. Questa comunanza, però, nel nostro rapporto con la tradizione è in continuo atto di farsi.”21

Senso implicito del discorso

Gli atti linguistici vengono riconosciuti per le strutture grammaticali del testo, allo stesso modo le presupposizioni. In un enunciato come “chiudi la porta!” l’imperativo fa da marcatore dell’atto linguistico direttivo che rimane implicito, mentre in “prometto che verrò” l’atto commissivo di promettere è completamente esplicito, non lo è però in “verrò di certo”.

La frase “l’automobile di tua sorella è posteggiata sotto casa” però ha un’altra caratteristica, porta con sé il significato presupposto che “tua sorella ha un’automobile”. La particolarità che definisce la presupposizione è l’incancellabilità sotto negazione. Infatti anche se dicessimo “l’automobile di tua sorella non è posteggiata sotto casa” rimarrebbe comunque vero che “tua sorella ha un’automobile”. Una presupposizione è stabile sotto negazione, interrogazione, forma ipotetica, condizionale. E’ una condizione di verità implicita che deve essere vera perché l’enunciato abbia senso.22

Ma anche le condizioni di felicità degli atti linguistici costituiscono senso implicito, “Prometto che verrò” presuppone (pragmaticamente) che la persona non sia ancora venuta, sia libera di scegliere, l’interlocutore voglia che venga.

Implicature conversazionali

Ci sono regole generali che fissano le condizioni pragmatiche di possibilità di un’interpretazione definendo come dobbiamo interpretare per comprenderci. E’ fondamentale, per capire come avviene la comprensione, il principio di carità introdotto da Davidson, che consiste nell’attribuire all’interlocutore credenze vere e coerenza razionale. Il senso dei discorsi invero ha origine dal fatto che trattiamo il discorso dell’altro come interpretabile secondo criteri di verità e razionalità collocandolo in uno spazio normativo comune.

Con ciò si spiega la ragione del principio di cooperazione di Grice che chiarisce come avviene la produzione di impliciti. Prevede che in ogni conversazione, i contributi, anche se parziali o incompleti, sono considerati come un tentativo di contribuire cooperativamente alla conversazione stessa: “Dai il tuo contributo conversazionale così come richiesto, al momento in cui intervieni, dagli scopi o dalla direzione accettata dello scambio comunicativo.”

Grice specifica il suo principio in quattro massime:

Massima di qualità che prevede che il contributo conversazionale sia vero o giustificabile su basi condivise

Massima di quantità che prevede che il contributo conversazionale sia in quantità adeguata agli scopi

Massima di relazione che prevede coerenza e attinenza al tema

Massima di modo che prevede che il contributo sia perspiquo

Le massime griceiane non sono regole di galateo conversazionale o comandamenti, bensì “principi regolativi che fungono da punto di riferimento alla produzione e alla comprensione di discorsi anche quando non sono pienamente e provatamente osservate”.23

Infatti è dalla violazione di queste massime che emerge il senso implicito del testo, nella forma delle implicature. Le implicature sono inferenze suggerite che costituiscono il dare ad intendere, insinuare, far pensare, che un testo produce normalmente. Senza la comprensione delle implicature un testo qualsiasi sarebbe frammentario. “Le implicature sono enunciati ricavabili per inferenza dal discorso che viene fatto, prive di relazioni vero-funzionali con il suo contenuto”.24 Non derivano cioè dalle regole logiche ma dalla violazione delle massime conversazionali.

Consideriamo il seguente dialogo:

A: Non ho il biglietto dell’autobus.

B: Dietro l’angolo c’è un giornalaio.

La coerenza logica tra i due enunciati viene a mancare, il parlante B viola dunque la massima di relazione. Continuando ad intendere il parlante B come razionale e cooperativo, si inferisce l’implicatura che: “i giornalai vendono biglietti per l’autobus”.

Perchè considerando il discorso come se fosse coerente, sarebbe come dire: I giornalai vendono biglietti dell’autobus, dietro l’angolo c’è un giornalaio, dietro l’angolo vendono i biglietti dell’autobus.

Se non si sapesse che i giornalai vendono i biglietti dell’autobus, si potrebbe comprendere comunque la risposta, in quanto si considera a-prioristicamente l’interlocutore come cooperativo, o razionale. E’ infatti intrinseco all’atto di conversare (se l’atto è felice) che l’interlocutore intende fornire un’informazione. Per questo motivo risulta evidente che se ci indica un giornalaio, allora i biglietti si comprano dal giornalaio.

Le implicature sono di varia natura: Conversazionali generalizzate se non dipendono dal contesto specifico. Per esempio: “Alcuni studenti sono passati.” Quindi non tutti (perché se tutti, lo avrebbe detto). Conversazionali particolari che dipendono dal contesto. Come ad esempio: “C’è del fumo nella stanza.” Che, se detta in una situazione sospetta, forse c’è un incendio.

Implicature convenzionali sono invece legate stabilmente a certe parole o connettivi, indipendentemente dal contesto.

Ad esempio Maria è povera ma onesta.” In questo caso si intende un contrasto inaspettato tra povertà e onestà.

Le implicature convenzionali sono attivate anche da: tuttavia, perfino, persino, solo, anche ecc.

Complessità ermeneutica

Considerando la questione su un piano più vasto si deve vagliare la storicità del senso. Ogni evento è per noi intelligibile in orizzonti che mutano temporalmente, un testo, una legge, un rito, un simbolo, un’opera d’arte, esistono come “significativi” solo entro pratiche storico linguistiche condivise. Niente è conosciuto se non tramite simboli e linguaggi prodotti nella storia che ci ha preceduto, siamo calati in un mondo vitale già denso di significato. Comprendere è quell’attività umana che ci colloca momento per momento nell’esistenza attingendo alle complessioni di senso storicamente date. Il senso è certamente sempre situato nell’epoca dell’interprete, nel suo milieu, nella sua scelta, ma il suo milieu, la sua scelta, la sua epoca sono una configurazione storica di significati che transitano e si sono stratificati dai passati più remoti, il senso è vettoriale e cumulativo, ha una vita indipendente dai soggetti singoli, l’interpretazione è sempre una riconfigurazione di uno spazio pubblico e storico. Il testo assume indipendenza dall’emittente e acquista i significati che sono possibili nell’incontro con altri orizzonti di senso. Secondo Gadamer il senso si dà come evento in una fusione di orizzonti.25 La lettura della situazione o del testo, deve infatti poter mutare le pre-comprensioni dell’interprete, comprendere è un evento in quanto cambia il lettore e il testo.

Per Gadamer comprendere significa anche sempre applicare, sia si tratti della legge, sia della rivelazione divina, il testo non va inteso come un puro documento storico, un reperto, parla a qualcuno che è calato in una determinata situazione storico-sociale. “Un testo viene compreso solo in quanto in ogni situazione viene compreso in maniera diversa.”26

Ma Gadamer ci dice inoltre che “chi cerca di comprendere è esposto agli errori derivati da presupposizioni che non trovano conferma nell’oggetto. […] Che cos’è che contraddistingue le presupposizioni inadeguate se non il fatto che, sviluppandosi, esse si rivelano insussistenti?”27

Tuttavia la polisemia delle interpretazioni lascia lo spazio per pensare in termini relativistici volgendo la comprensione verso il suo annientamento. Ma sia il punto di vista relativistico, sia quello positivista, possono essere considerati erronei. Il primo prevede che ogni interpretazione vale quanto le altre, il secondo invece prevede che esista un significato unico perfettamente ricostruibile e stabile nel tempo.

Apertura e oggettività del senso

Insomma il testo è certamente soggetto a differenti letture, tuttavia resiste alle letture inadeguate. L’interpretazione è una “fusione di orizzonti” con un lavoro sui rapporti interni del testo: configurazioni narrative, isotopie semantiche, metafore, coerenze strutturali, rete dei riferimenti.

Tornando allora a ciò che si è detto, la struttura fenomenologica dell’atto intenzionale della coscienza è costitutiva del senso secondo determinate leggi le cui negazioni producono non sensi o controsensi. Le medesime garantiscono, con ogni soggetto pensante, anche animale, il vissuto di uno stesso mondo condiviso (luogo, conformazione fisica, ostacoli, temporalità) pur passando per specifiche modalità percettive (un pipistrello coglie il medesimo ostacolo ma in una differente modalità).

Nel linguaggio il senso è garantito dalle leggi logiche e dalla possibilità di concepire mondi possibili, soltanto relativamente ai quali è data la verità degli enunciati. La densità del linguaggio ordinario è sostenuta, oltre che dalle regole di formazione degli enunciati e dei ragionamenti, anche dalle regole sociali che caratterizzano i differenti sensi nei differenti contesti e dagli assunti, latenti in ogni discorso, come il principio di cooperazione di Grice o le regole di felicità degli atti linguistici di Austin o Searle.

Ogni atto della coscienza è una posizione di orizzonte, non è mai l’intero del senso possibile, si apre così la storicità e la particolarità dei differenti sensi che vengono incontrati come dati nel mondo. Sensi peculiari delle culture e delle sub-culture entro cui si è calati. Sensi provenienti dalla tradizione e negoziati con l’attualità.

Secoli di positivismo ci hanno abituato ad un pensiero della semplicità, all’enfasi sul rasoio di Occam, alle teorie delle scienze forti come la fisica, all’orizzonte di senso epistemico, deterministico e quantitativo che la caratterizza, alle chiusure matematizzanti rassicuranti. Ma il concetto moderno di senso nasce proprio dalla matematica e ci apre uno spazio di comprensione sul linguaggio e sui contenuti della mente che ci proietta nel pensiero della complessità.

Pluralismo e scientificità nelle scienze umane

Spesso si dimentica che Frege ha distinto il senso sia dal riferimento sia dal vissuto soggettivo. Il senso è il modo di presentazione dell’oggetto ed è solo tramite un quadro di senso coerente che è possibile attribuire valori di verità agli enunciati. C’è quindi un circolo virtuoso tra senso e riferimento, uno dipende dall’altro. Le cornici di senso organizzano modi differenti di accesso, selezionano l’oggetto come possibile, ma il riferimento introduce vincoli di verità e non tutti i sensi sono compatibili col medesimo campo referenziale. Il riferimento non elimina la pluralità del senso, la disciplina. La verità riguarda i dati che un quadro di senso fa emergere, verifica localmente le articolazioni interne di un orizzonte di senso, ma non elimina automaticamente la pluralità degli orizzonti. Il caso di Cristoforo Colombo mostra bene il problema. Viene letto come grande scopritore o come iniziatore dei processi di colonizzazione. Sono narrazioni assiologiche differenti: l’epopea dell’esplorazione, la genealogia della violenza coloniale. Entrambe selezionano fatti reali, ma li gerarchizzano diversamente. Aggiungendo anche una lettura dei rapporti economici prodotti dalla scoperta dell’America, introduciamo un altro modo di presentazione che apre la comprensione sulla nascita del mercato mondiale, sul trasferimento di metalli preziosi, sulla ridefinizione geopolitica europea, facendo emergere nuovi dati. Maggiore è la ricchezza di senso prodotta dallo storico, maggiore è la possibilità di verifica prodotta dai nuovi dati emergenti, e la pluralità di sensi arricchisce la comprensione del fenomeno.

L’interpretazione riguarda il senso che i dati possono esprimere ma i dati non possono esprimere tutti i sensi possibili. Per esempio: “Aristotele era cristiano” non è semplicemente una “lettura diversa”. È storicamente insostenibile, manca il dato. Invece dire: “Il pensiero di Aristotele è conciliabile con il cristianesimo” è un quadro di senso supportato da connessioni storicamente documentabili.

In sociologia troviamo letture differenti sulla nascita del capitalismo. Paradigmatico il rapporto che sussiste tra la lettura di Marx e quella di Weber. Eppure anche in questo caso gli orizzonti sono differenti e lasciano emergere verità differenti. Marx vede rapporti di produzione, classe, ideologia, in generale la struttura economica. Weber invece mette in luce aspetti di razionalizzazione, l’etica religiosa, certi tipi di azione sociale legati alle credenze e alle esigenze degli attori.

Organizzano il reale secondo connessioni differenti di rilevanza ma questo non implica automaticamente relativismo perché ciascun quadro evidenzia certi fenomeni e ne oscura altri, produce inferenze, permette o impedisce spiegazioni.

Considerando l’antropologia possiamo pensare al tabù dell’incesto da differenti punti di vista. Dal punto di vista funzionalista di Malinowski regola alleanze sociali e distribuisce rapporti tra gruppi.

Alla luce dello strutturalismo di Lévi Strauss fonda il passaggio dalla natura alla cultura. Per la psicologia evoluzionista riduce il rischio genetico. Tre orizzonti per gli stessi dati.

Molti dibattiti sembrano conflitti sulla verità quando in realtà sono conflitti sulla rilevanza. Le parti non sono in contraddizione ma spesso selezionano dati diversi.

Naturalmente non tutte le interpretazioni sono ugualmente buone. Alcune spiegano di più, altre meno. Alcune ignorano dati importanti. Tuttavia la pluralità degli orizzonti non implica pluralità delle verità, implica pluralità dei modi in cui il reale diventa intelligibile.

Con ciò si evitano due errori: il positivismo ingenuo per cui i dati parlano da soli, il costruttivismo radicale per cui il senso dipende interamente dall’interprete.

Secondo Weber gli oggetti delle scienze sociali non si presentano già organizzati in natura. Lo studioso seleziona aspetti della realtà in funzione di problemi di ricerca. Uno schema interpretativo è scientificamente serio quando: individua fenomeni effettivamente osservabili, produce connessioni argomentabili, consente controllo pubblico, può essere corretto, non inventa dati che non esistono.

La scientificità delle scienze umane consiste dunque nella costruzione pubblicamente controllabile di orizzonti di senso capaci di far emergere aspetti reali dei fenomeni umani, senza pretendere che un unico orizzonte esaurisca completamente il reale. La condizione umana infatti è biologica, psicologica, economica, politica, simbolica, storica, linguistica… Nessun singolo schema esaurisce tutto.

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1P. Petricca, Semantica, Forme modelli, problemi, p.7.

2C. Penco, Filosofia del linguaggio, p. 29.

3G. Frege, Senso e denotazione, in A.Bonomi, La Struttura logica del linguaggio, p.10.

4I.M. Bochenski, A history of formal logic, p. 258.

5 J.P. Sartre Intentionality: A Fundamental Idea of Husserl’s Phenomenology.

6 S.Vanni Rovighi, La teoria dell’intenzionalità nella filosofia di Husserl, in Rivista di Filosofia Neoscolastica, Vol. 50, No. 3, p. 206.

7 R.De Monticelli, La fenomenologia come metodo di ricerca filosofica e la sua attualità, p.29.

8 E.Husserl, Meditazioni cartesiane, pp. 19-22.

9Ibid. p. 14.

10 M. La francesca, La teoria dell’esperienza nella fenomenologia di E. Husserl, pp. 6-7.

11Ibid pp. 11-14.

12 E.Husserl, Meditazioni cartesiane, 133-144.

13 R. De Monticelli, La fenomenologia come metodo di ricerca filosofica pp. 25-30.

14C. Penco, Filosofia del linguaggio, p.7.

15Ibid, p.8.

16A.A.V.V. Logiche non classiche, pp.73-78.

17Speaks, Jeff, “Teorie del significato”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Edizione Inverno 2025)

18M. Andronico, note introduttive di filosofia del linguaggio 2015-2016 (seconda Parte) pp. 4-5.

19Ibid. p.6.

20C. Penco, Filosofia del linguaggio, p.13.

21H.G. Gadamer, Verità e Metodo, p. 607.

22M.Sbisà, Detto non detto, Le forme della comunicazione implicita, pp. 51-55.

23Ibid p. 97.

24Ibid p. 94.

25 H.G. Gadamer, Verità e Metodo, p. 633.

26Ibid, p. 639.

27Ibid, p. 555.


Massimo Fabi

Nato a Trieste nel 1968, mi sono laureato nel 1999 presso l'Università degli Studi di Trieste in Scienze dell'Educazione seguendo l'indirizzo per Esperti nei Processi Formativi. Ho scritto una tesi in Storia della Filosofia dal titolo Bontadini e il Dialogo con L'Idealismo incentrata sugli studi bontadiniani del gnoseologismo moderno e sull'intenzionalità del pensiero. Negli anni successivi, dopo aver seguito un master in Formazione dei Formatori e un corso di perfezionamento in Terapia della Famiglia, mi sono iscritto all'albo dell'Associazione Nazionale dei Pedagogisti (ANPE). Tuttavia, gli interessi per la logica e la filosofia della scienza, sviluppati all'università durante un tirocinio del prof. Alessandro Cortese, allievo di Bontadini, in Scrittura Filosofica, mi hanno seguito portandomi tutt'oggi a concentrarmi sulle problematiche relative all'analisi del linguaggio, alla coscienza critica, all'epistemologia, alla metafisica e agli aspetti fondazionali e metodologici delle scienze umane. Ho collaborato inoltre come Mentor dell'Università di Duke per il corso Think Again: Inductive Reasoning della piattaforma on line Coursera dell'Università di Stanford.

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