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Un argomento per l’impensabilità della morte

Se io penso me morto, allora non penso me morto. Perché penso. Se penso non posso pensare alla sospensione del pensiero, proprio perché sto pensando (un effetto collaterale della prova cartesiana dell’esistenza indubitabile del cogito). Se con “morte” intendo il mio “annullamento” allora la morte non la posso immaginare. Se con “morte” intendo “trasformazione materiale del mio corpo” allora sto limitando di molto questo annullamento. E allora l’unica conclusione coerente è ammettere che la morte è prospettabile ma non immaginabile. Io penso, infatti, che molte prospettive religiose si costituiscano proprio sul fatto che concepire sé come morti è impossibile logicamente e psicologicamente. In fondo, niente mi lascia supporre che io debba morire se non il fatto che gli altri muoiono.

Il ragionamento, allora, è il seguente: “Mario è morto. Socrate è morto. Enrico è morto. Lello è morto. Tutti gli x uomini sono morti. Io sono un uomo. Dunque io morirò”. Questo ragionamento nasce da premesse su entità esterne, cioè applico il predicato “morire” a me solo per induzione. E’ come se un numero intero “scoprisse di esserlo” perché ragiona sugli altri numeri, scopre che sono tutti interi e allora ne conclude che anche lui deve essere intero. Ma un numero intero che non conoscesse le proprietà degli altri numeri, potrebbe attribuirsi la proprietà di “essere un numero intero”? Un pezzo degli scacchi che non conoscesse le regole e ignorasse gli altri pezzi come potrebbe mai scoprire da sé senza induzione che anche lui potrebbe essere mangiato?

Ma se guardo dentro di me allora non scorgo ragioni per morire o immaginare cosa ciò possa significare. Se immaginiamo che noi non avessimo alcuna informazione sul mondo, sugli altri e sulla paura istintiva, non avremmo ragione per pensare alla morte. Infatti, quando ero più giovane, dicevo sempre “nessuno ha mai dimostrato che io devo morire”. Il che non era una frase che voleva suonare come ingenua, ma proprio motivata: Epicuro aveva acutamente osservato che “quando non ci sono io, c’è la morte e quando ci sono io non c’è la morte”. Questa verità nasce dalla considerazione della prospettiva individuale che non può in alcun modo attingere alla fonte del suo stesso annullamento per l’impossibilità di potersi pensare non pensante.

Non è un caso che storicamente sono esistiti gruppi sociali che non pensavano alla morte. Uno dei momenti cruciali della storia della cultura non è stata la sola scoperta del fuoco, ma la “scoperta” della morte. Infatti, le tumulazioni non sono coeve con l’umanità, ma sono successive. Questo potrebbe significare, da un punto di vista filosofico, che gli esseri umani possono attribuirsi delle proprietà non conoscibili da un punto di vista fenomenologico individuale, solo attraverso induzione su entità simili esterne grazie alle quali può generalizzare a sé proprietà. Da un punto di vista filosofico, questo è particolarmente interessante proprio perché si scopre che alcune proprietà riflessive non possono essere conosciute mediante introspezione diretta proprio perché tale conoscenza implicherebbe il proprio annullamento.


Bibliografia

Marx, K., Differenze tra le filosofie della natura di Democrito e di Epicuro. A cura di Diego Fusaro. Bompiani, Milano, 2004.

Adorno, Verra, Gregory. Manuale di storia della filosofia. Mondolibri editore su licenza Laterza. Roma-Bari. 1993.

Aristotele. Fisica. A cura di Luigi Ruggiu. Mimesis editore. Milano. 2007.

Aristotele. Il libro primo della metafisica. A cura di Enrico Berti. Laterza. Bari-Roma. 1973-2005.

Emanuele Severino, Antologia filosofica, edizione Mondo Libri, Milano, 1990.

Trombino M., La filosofia greca arcaica e classica ( Manuale I.I ). A cura di Panaccione E., Trombino M., Villani M.. Poseidonia editore.

Descartes R., Meditazioni Metafisiche, Laterza, Roma-Bari.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

2 Comments

  1. francescofrancesco ottobre 1, 2013

    I tentativi dei mistici di creare il “vuoto” o di non pensare sono attimi in cui la vita e la morte si incontrano?

    • Giangiuseppe PiliGiangiuseppe Pili ottobre 2, 2013

      Caro Francesco,

      I tentativi dei mistici possono arrivare al più a creare momenti di “sospensione”. Ma si rimane pur sempre ancorati alla vita. Se anche giungi ad essere incosciente, si tratta pur sempre di una forma di annullamento momentaneo, che rimane comunque non accessibile da parte del soggetto. In questo trovi il paradosso: non sei morto, ma in qualche modo anche se sei vivo, non lo sai. La sospensione dell’introspezione sospende anche le tue facoltà di giudizio. Quindi è come una forma momentanea di morte. Ma non per questo tu puoi concepirla come tale dall’interno. Solo dall’esterno. Ed è questo il punto per cui si ritorna al principio di “impensabilità” della morte, anche in questa peculiare forma di “morte moderata”, se mi passi il termine.

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