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Antirealismo in etica – Una breve rassegna delle varie posizioni

In metaetica ci sono due possibili approcci alla domanda fondamentale hanno significato i giudizi morali?: si, e gli enunciati morali rispettano la logica bivalente in tutto simile ai giudizi scientifici oppure, no e gli enunciati morali non sono né veri né falsi. In generale, l’antirealista sosterrà non tanto che non esistano i giudizi morali o che essi siano del tutto insensati, quanto che (1) non esistano fatti morali ontologicamente distinti dai fatti fisici, (2) non esiste un’etica che affermi verità, dunque, non è lecito porsi la domanda se esiste (e perché) un’etica migliore di un’altra.

In realtà, esistono molti tipi distinti di antirealismo. In questo breve articolo riportiamo gli assunti fondamentali e qualche ragionamento esemplificativo, lasciando al lettore un eventuale approfondimento.


Antirelismo radicale

Assioma 1: Non esistono fatti morali.

Assioma 2: I giudizi morali non significano nulla.

 

Inferenza Se (1) e (2) allora le morali, intese come insieme di enunciati, non hanno alcun significato.

 

Teorema A: dunque, le morali sono prive di significato.

L’antirealismo forte si muove su due livelli diversi: ontologico e semantico. A livello ontologico, l’antirealista forte asserisce che non ci sono fatti morali definiti in modo diverso a quelli fisici, vale a dire che accetta il fisicalismo radicale. In realtà, non necessariamente l’Assioma 1 implica l’Assioma 2, cioè che allora i giudizi morali siano privi di denotazione (giacché si può, invece, sostenere l’inverso) tuttavia la versione più forte dell’antirealismo rifiuta la verità delle asserzioni morali relegandole ad un diverso ruolo: enunciazione di sentimenti, attitudini all’azione, credenze… In questo senso, il realismo radicale rifiuta sia l’idea che esistano fatti morali sia che i giudizi morali possano essere veri o falsi. Ben difficilmente, però, si può sostenere che non esistano le morali giacché, oggettivamente, i comportamenti delle persone in società non si limitano alla legalità (quando lo fanno) ma si ordinano anche su livelli ulteriori e più complessi e, d’altra parte, è più facile pensare ad una società senza leggi piuttosto che ad una società senza morale. L’antirealista radicale potrà sostenere che esistono le morali e che sono delle regole (che non sono né vere né false) stabilite o da convenzione o dalla tradizione storica della società e che i membri di un certo gruppo sociale si regolino in base ad esse senza, però, poter sancire se ve ne siano di migliori o peggiori.

Per questa sua conseguenza, l’antirealismo radicale si configura come una forma di relativismo, sebbene non giunga alla dissoluzione stessa del problema e, d’altra parte, appare abbastanza ragionevole in alcuni suoi punti.


Antirealismo moderato e relativo

Assioma 1: non esistono fatti morali.

Assioma 2: esistono comunità spaziotemporalmente definite dotate di leggi morali.

Assioma 3: le leggi morali sono fissate dalla tradizione (accumulo degli usi e costumi di una data società).

Inferenza Se (1), (2), (3) allora esistono più morali.

Teorema A: dunque esistono più morali.

Specifica I: esistono più morali in quanto ogni società ha le sue regole che adotta e formula in un corpus di leggi le quali non sono né vere né false ma sono accettate o non accettate dalla comunità.

Inferenza. Se Ta e (2), allora non si può stabilire se esista una morale migliore di un’altra.

Teorema B: non si può stabilire se esista una morale migliore di un’altra.

 

Inferenza. Se TA e TB allora non si possono operare generalizzazioni (dunque bisogna limitarsi all’accettazione di un relativismo morale/culturale).

Teorema C: dunque, non si possono operare generalizzazioni in etica.

Specifica I: le morali non sono né vere né false, dunque, non sono teorie scientifiche valutabili sulla veridicità degli asserti. Inoltre, sono regole di qualifica degli atti comportamentali degli individui e i relativi giudizi morali hanno validità prescrittiva ma non descrittiva. Dunque, un linguaggio morale indica delle prescrizioni diverse da un altro linguaggio morale, ammesso che i due linguaggi siano la codifica di usi e costumi distinti di società distinte spaziotemporalmente: per tanto non è possibile tradurre un linguaggio morale in un altro linguaggio morale e, conseguentemente, non si può stabilire in alcun modo a priori (se ne potrà pur discutere, forse, a posteriori) se una morale sia migliore o peggiore di un’altra.

L’antirealista moderato e relativista assume l’assenza dei fatti morali come caratteristica fondamentale della sua ontologia morale e, allo stesso tempo, assumerà che i giudizi morali, pur non essendo dei giudizi scientifici, abbiano un certo senso: l’espressione di una certa regola assunta da una comunità in un certo spaziotempo. Di conseguenza, una dottrina morale è sempre relativa ad una cultura, cioè agli usi e costumi di una società codificati in un insieme di precetti morali. I giudizi morali, dunque, non saranno né veri né falsi ma saranno passibili di accettazione o rifiuto da parte di una comunità: se la comunità riconosce come proprio un giudizio morale allora lo accetterà, se il contrario allora lo rifiuterà.

Le morali diventano così dei corpus di regole irriducibili tra loro e, di conseguenza, saranno tra loro incommensurabili e non si può stabilire se esistano, oppure no, morali migliori di altre: bisogna semplicemente accettare la pluralità morale.


L’antirealismo contrattuale

 

Assioma 1: non esistono fatti morali.

Assioma 2: i giudizi morali non sono né veri né falsi.

Assioma 3: una regola morale è assunta per via contrattuale.

Assioma 4: si considerano le regole morali come base per l’interpretazione dei fatti.

L’antirealismo contrattuale accetta l’idea che non esistano fatti morali e, allo stesso tempo, che i giudizi morali non significhino nulla. Tuttavia, le regole morali non sono relegate a pura accumulazione formalizzata in linguaggio degli usi e costumi di una società e assume l’idea che ciascuna regola morale sia il risultato di una disputa su ciò che sia più o meno giusto in una determinata situazione. Due parti in causa si affrontano e il risultato della disputa è l’assunzione di una regola successivamente adottata per dirimere le questioni simili: questa formazione contrattuale della morale implica che i giudizi morali siano discutibili e reversibili e non relativi a particolari situazioni storiche.

Una volta assunte le regole morali, esse diventano patrimonio comune della collettività e servono a qualificare gli atti umani: tutta una comunità assume il linguaggio morale in modo tale che al suo interno si possa concepire in modo simile l’insieme degli atti eticamente rilevanti. Uno dei problemi fondamentali dell’etica e della morale è dare il giusto peso a dei comportamenti che, stando alla soggettiva visione di ciascuno, potrebbero essere interpretati in modo molto diverso: il problema dell’interpretazione, non deve sfuggire, non riguarda capire come sono andate le cose quanto cosa significhi che le cose siano andate in un certo modo. Il problema è dare un significato, attribuire un peso valoriale ad un certo atto al cui capo sta sempre un soggetto umano.


Antirealismo costruttivista

 

Assioma 1: non esistono fatti morali.

Assioma 2: esistono procedure stabilite per formare delle regole.

Assioma 3: i giudizi morali sono posti da regole intese intersoggettivamente.

Inferenza. Se (2), se (3) allora i giudizi morali sono validi intersoggettivamente.

Teorema A: dunque, i giudizi morali sono validi intersoggettivamente.

Se l’antirealismo contrattualista concepisce le morali come un insieme di regole poste da una disputa e assunte successivamente come valide, l’antirealismo costruttivista, sostenuto da Rawls, sostiene che le leggi morali sono universalmente valide non perché fondate su fatti distinti da quelli naturali quanto perché esiste un procedimento formale che pone tutte le leggi morali: l’universalità potenziale di una legge morale e l’intersoggettività inclusa è dovuta alla procedura formale che consente di porre in vigore determinate regole piuttosto che altre.


Antirealismo soggettivista

 

Assioma 1: non esistono fatti morali.

Assioma 2: i giudizi morali non sono né veri né falsi.

Assioma 3: I giudizi morali esprimono una condizione interiore dei soggetti relativamente ad un certo atto o fatto.

Inferenza. Se (2), se (3) allora non esistono etiche vere o etiche false.

Teorema A: dunque, non esistono etiche vere o etiche false.

Corollario I: Se i giudizi morali esprimono una condizione interiore dei soggetti relativamente ad un certo atto o fatto allora i giudizi valoriali, che qualificano un atto o un fatto, sono delle proiezioni dei soggetti ai fatti.

L’antirealismo soggettivista assume i principi forti dell’antirealismo ma specifica che i giudizi morali siano delle proiezioni dei pensieri dei soggetti ai fatti, cioè il loro modo di considerarli. Queste asserzioni del tipo “x è buono” hanno senso perché mostrano una certa credenza di chi le asserisce e, dunque, saranno veri o falsi solo se effettivamente creduti. Tuttavia, non si può dire che esistano dei criteri di verità per essi ulteriori al fatto che siano creduti effettivamente da chi li esprime. Questo valore proiettivo dei giudizi morali li dota di senso pratico, giacché è spesso utile sapere cosa qualcuno pensi intorno a determinati fatti da un punto di vista morale (e dunque soggettivo in questo caso) ma, al contempo, non si può avere alcuna pretesa di verità: non ci sono etiche più vere perché i termini del linguaggio morale non hanno significato (non denotano nulla) e, di conseguenza, gli asserti morali non sono passibili di verità o falsità e si possono giudicare solo e sempre da un punto di vista soggettivo.


Antirealismo emotivista moderato

 

Assioma 1: non esistono fatti morali.

Assioma 2: I giudizi morali non hanno significato.

Assioma 3: i giudizi morali sono atti linguistici performativi.

Assioma 4: i giudizi morali esprimono le disposizioni all’azione dell’ascoltatore.

L’emotivismo è la posizione che esprime l’idea che i giudizi morali esprimano non una credenza (come l’antirealismo soggettivista) ma una disposizione all’azione da parte di un certo soggetto. Quando qualcuno esprime un certo giudizio morale sta sostenendo la propria aspettativa di azione rispetto ad una determinata situazione possibile. Ancora una volta, tale asserzione non è né vera né falsa ma si limita a manifestare le proprie intenzioni.

Questa breve rassegna è solo una possibile ricognizione delle varie posizioni possibili in metaetica. Ognuna di esse ha molte altre assunzioni e, certamente, un’introduzione così sbrigativa non può essere in alcun modo esaustiva. Tuttavia, si possono fare anche altre considerazioni: tutte le posizioni escludono, per ragioni valide, che non sia ragionevole ammettere fatti morali all’interno del mondo e, in generale, che i giudizi morali siano veri o falsi giacché essi sono di tipo qualitativo e non di tipo descrittivo. Tutti riconoscono una certa rilevanza al linguaggio morale e alle sue accezioni e ciò anche a ragion veduta, non necessariamente filosofica, giacché tutti discutono di continuo su cosa sia “giusto o non giusto fare” e cosa sia “buono o cattivo”. Difficilmente si può sostenere una discussione quotidiana di livello elementare senza usare almeno una volta (spesso a sproposito) un termine di linguaggio morale. Per tanto, ciascuna posizione tiene conto di questo problema e, a ben vedere, le varie correnti si differenziano proprio sulla giustificazione del linguaggio etico e dei suoi enunciati.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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