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Il nuovo mondo. Ritorno al nuovo mondo – Alex Huxley

Bernardo Marx è un uomo uscito male dalla provetta. Si dice che avessero immesso dell’alcool troppo presto, durante la sua gestazione artificiale. Egli si sente diverso dagli altri, chiuso e involontariamente emarginato. Tuttavia, egli vorrebbe far parte di quel mondo che lo rifiuta ed essere amato dalle donne.

La società umana è, finalmente, riuscita ad estirpare l’infelicità. La disuguaglianza tra le varie caste è sia genetica che intellettuale. I Delta-minus sono esseri semi-stupidi il cui lavoro è utile perché non tutto può venir fatto dalle macchine. Ma il loro apprendimento, costituito dall’indottrinamento nel sonno di migliaia di ripetizioni di regole e precetti, gli insegna ad amare solo ciò che fanno e a non desiderare nient’altro che quello che hanno. Stesso discorso vale per le caste più elevate, meno numerose e dotate di responsabilità. Tutti amano il proprio lavoro, tutti amano l’unica, immensa Società perché tutti fanno ciò che sanno fare, ciò che sin dalla provetta sono stati educati a fare. Nessuno, d’altra parte, deve andare oltre questo livello iniziale, primordiale di esistenza e, qualora ci fosse un po’ di stanchezza o di tristezza di troppo, è disponibile il Soma la droga capace di creare felicità senza alcun effetto collaterale: meglio di qualunque religione, meglio di qualunque miracolo. L’uguaglianza non è solo un diritto ma anche uno stato di fatto che arriva attraverso condizione biologica dell’essere umano: tutti devono essere ugualmente giovani e nessuno deve avere timore della morte. Nessuno è insostituibile perché ci sono molti altri identici che saranno pronti a prendere il posto del deceduto. La permanenza della stabilità è la condizione stessa del benessere e la società, questa società del mondo nuovo, ha tutti i mezzi per poterla mantenere.

I sistemi culturali sono gestiti al vertice dell’organizzazione, che filtra tutta la produzione culturale sovversiva o, comunque, considerata disdicevole al mantenimento dell’ordine. Nei cinema odorosi non c’è spazio per l’arte, perché l’arte è uno strumento di devianza, capace, con la sua sola presenza, di creare mondi alternativi e, soprattutto, di rendere possibili pensieri diversi.

La solitudine non è un problema di questo mondo, di questo nuovo mondo, la cui ideologia è quella di combattere tutti i mali che hanno afflitto il mondo dall’era dei tempi. La socialità è una condizione forzata, alla quale non ci si può sottrarre e sono previste severe punizioni per chi si ritira nelle sue appartate stanze senza ottime giustificazioni. La condizione primordiale di ogni disuguaglianza è stata eliminata: la famiglia. Sono considerate oscene tutte le parole di parentela e, soprattutto, quelle di “padre” e “madre”. Gli uomini non nascono più da rapporti sessuali, ma solo da provette che devono passare un sistema simile a quello di una qualunque catena di montaggio. Tutti hanno disgusto a parlare di genitori e non capiscono l’amore familiare. Finalmente, l’idea di Platone è divenuta realtà: gli uomini e le donne si sono liberati dal fardello della disuguaglianza di nascita, che comporta disuguaglianza nell’educazione e nella genetica, le cui conseguenze sono distinzioni economiche e di accesso alla felicità. Il nuovo mondo non permette di creare queste condizioni di instabilità e, giustamente, consente solo rapporti occasionali e con più partner e la monogamia fa parte di quel passato cancellato, oscuro e retrivo nel quale la natura umana stava alla pari con quella degli animali. E, finalmente, si è estinta la base di ogni ingiustizia: la famiglia.

Bernardo Marx non riesce più a convivere con questa società perché avverte la propria differenza, non desiderata, la quale lo conduce ad un isolamento forzato nel quale non si ritrova ma da cui, al contempo, non riesce a liberarsi con i mezzi offerti dal nuovo mondo. Egli fraternizza con Helmholtz, un intelligente e potente addetto alla propaganda. Bernardo decide di andare nel mondo dei selvaggi, una realtà marginale all’interno delle quali ci sono ancora degli individui che vivono in società tribali. Egli si porta Lenina, una bellissima donna, come tante altre, con la quale vorrebbe aver a che fare in modo più intimo, se solo non fosse così profondamente indottrinata al credo di Ford, quello del nuovo mondo: non c’è altro dio all’infuori di Ford.

Bernardo e Lenina conoscono un giovane selvaggio, figlio di una donna originaria del nuovo mondo perdutasi anni prima in una gita in quelle terre inospitali. Fu l’inizio, per lei, di un’avventura nell’inferno di una società ingiusta, sanguinosa e tribale dove davano alla luce bambini con vecchi sistemi “vivipari” (cioè mediante il parto e allattamento al seno e altre oscenità di questo calibro). Inoltre, la disuguaglianza della loro condizione implicava un’esistenza infelice, lontana dal loro mondo originario e lontana da quel mondo di selvaggi. Il  ragazzo, John, cresce in un mondo violento e brutale, nel quale gli scherzi degli altri fanciulli servivano a rimarcare e sottolineare la sua inferiorità rispetto a quel mondo. Un vecchio saggio, mosso, forse, a compassione o ispirato da una più profonda saggezza, lo prende sotto di sé e gli insegna tutto il meglio di quella cultura primitiva e ancestrale. Ma è la scoperta di un libro, un’opera Omnia di Shakespeare, che conduce alla salvezza il giovane Selvaggio (come poi verrà chiamato usualmente nel nuovo mondo). Egli impara a leggere e, alla fine, a comprendere ed amare quelle parole così belle e così potenti.

Bernardo riporta John e la madre al nuovo mondo, il mondo nel quale la donna sperava di tornare e che John aveva sempre desiderato vedere. Ma è l’inizio di una penosa anabasi nell’inferno sociale, un’entità artificiale totalmente cieca e disumana nella quale un uomo cresciuto con Shakespeare e precetti antichi non può vivere. Il rifiuto della morte, il rifiuto dell’amore puro e romantico, l’istituzione di un ordine che annulla l’individuo spingono il giovane a ribellarsi e, alla fine, a scoprire che esistono altre persone come lui ma, per ragioni di ordine pubblico, vengono deportate ai margini del globo e lì lasciate in pace a riflettere sui problemi del mondo e della scienza. La scienza e la conoscenza non devono spingersi oltre il limite e diventare portatrici di mali, come quel pericoloso Shakespeare, così ben conosciuto dal Selvaggio. La conclusione del romanzo non può che essere una degna fine per un triste destino.

Il mondo nuovo costituisce un capolavoro di distopia fantascientifica, cioè la postulazione immaginifica di un mondo alternativo negativo (un’utopia al contrario), dominato da tutti quei principi che conducono l’uomo ad uno stato di superiore schiavitù. Orwell in 1984 aveva immaginato la presenza di tre grandi stati totalitari che, continuamente, rivendicano l’obbedienza dell’uomo attraverso sistemi di indottrinamento per sottrazione di privatezza indispensabile all’essere umano. Quando tutto diventa di dominio pubblico e nulla più può essere taciuto, tutto assume un carattere terribilmente artificiale e la coscienza diventa l’ultimo baluardo per la propria identità. Ma anche questo limite può essere valicato, tema che viene, per così dire, ribaltato nel nuovo mondo: in esso la privatezza dell’individuo è inespressa già all’interno della coscienza. Mentre Vonneguth in Distruggete le macchine disegna un mondo di schiavi all’incontrario, dove tutto è sottoposto all’ingegneria sociale coniugata con la programmazione delle macchine, capaci di sostituire l’uomo in qualunque sua attività a parte, forse, nel giocare a scacchi! Qui l’assenza di vita umana nasce dalla privazione della dignità di un lavoro, rivisto come scopo ultimo dell’esistenza, nel quale e solo all’interno del quale, tutti gli individui possono trovare una ragion d’essere.  E anche in questo libro la presenza di un osservatore esterno (come John ne Il nuovo mondo) consente una visione prospettica e angolata dell’unica realtà (il presidente di un immaginario stato orientale). In Philip Dick, ad esempio ne La svastica sul sole, uno dei temi dominanti è l’idea che il mondo nel quale viviamo, apparentemente libero e libertario, nasconda uno stampo ideologico e sociopolitico tipicamente fascista e totalitarista che si disvela, come tale, solo a pochi individui. In Dick è, tuttavia, l’attenzione alla condizione dell’individuo ad essere centrale e non c’è l’ideazione di una società che rivendichi una sua propria giustizia. Gli eroi dickiani si muovono su un universo negativo che non fa nessuno sforzo per celare la propria brutalità, che, anzi, diviene essa stessa motivo di giustificazione delle proprie scelte antindividuali. La quotidianità dell’assurdo non richiede giustificazioni come, d’altra parte, accade nei romanzi noir, nei quali la realtà è presentata in distorsione senza, però, assumere che possano mai esistere risvolti alternativi. Ne Il mondo nuovo, in 1984, in Distruggete le macchine le società si danno un potente connotato ideologico positivo che, tra l’altro, costituisce il maggiore interesse per il lettore critico perché è condotto, inevitabilmente, a capire le ragioni per cui una società che rivendica un valore umanitario sia, nei fatti, assolutamente, massimamente disumana: non a caso ne Il mondo nuovo il governatore Mustafà Mond dice di essersi “sacrificato” per la causa dell’ordine costituito perché egli, nonostante tutto, lo ritiene giusto. In Dick questa connotazione ideologica manca totalmente.

Ne Il nuovo mondo Huxley concepisce una società che è, per così dire,  schiava della felicità. La caratteristica principale di tale ordine sociale risiede nel fatto che essa è l’estensione ideale delle soluzioni ai problemi del mondo dei nostri avi: solitudine, fame, disuguaglianza, ingiustizia sociale, disordine politico, terrorismo, guerre civili, guerre tra stati, incertezza economica e insicurezza. E si prendono sul serio le possibilità che le nuove forme di conoscenza e produzione potrebbero fare, se solo si prendessero a cuore la volontà di risolvere questi problemi alla radice. Così si giunge al mondo nuovo nel quale tutto è ridisegnato in modo tale da evitare la presenza dei mali dell’umanità. Tuttavia, ogni cosa ha il suo prezzo e il nuovo mondo prevede solo la presenza di individui uniformi, senza qualità e senza individualità. Chi si discosta da questo canone, che è sia morale che estetico, è destinato alla cancellazione o alla deportazione. Così, quel che per Orwell era il totalitarismo comunista-fascista, quel che in Vonneguth era plutocrazia e tecnocrazia, in Huxley è eudemonia a qualsiasi costo.

La pornografia costituisce un tema interessante in Huxley che, insieme a Orwell, riesce nel delicato intento di rendere una realtà sociale anche attraverso gli usi terminologici che vengono imposti politicamente. Parlare di sesso esplicito o andare ad un cinema odoroso e provare il bacio di un attore virtuale non costituiscono motivi di oscenità ma sono la normalità. Mentre è osceno tutto ciò che si richiama, direttamente o indirettamente, alla condizione primordiale e animale dell’uomo. Il pornografico diventa, così, una categoria normativa attraverso cui giungere ad una qualifica della realtà che, d’altronde, non può che essere il risultato di un’ideologia politica sottostante e di un’impostazione sociale sovrastante. I singoli, se vogliono vivere, devono introiettare fino in fondo le conseguenze di tale modo di pensare ed esplicitarlo nei loro usi linguistici.

La conoscenza è identificata da Huxley come un fattore sovversivo, anche quando è praticata a scopo puramente tecnico. Alcune branche della scienza vengono bandite dal nuovo mondo perché conducono gli uomini al di là delle necessità proprie dell’ordine pubblico. Così pure, e soprattutto, l’arte: essa viene bandita ufficialmente dalla società giacché, con il suo prepotente bagaglio di immagini, riesce a riportare alla luce quelle passioni violente che vengono continuamente controllate dalla società. Non vale la pena, dunque, di sacrificare l’ordine e la stabilità per un presunto e superficiale godimento intellettuale.

Come nei già citati romanzi distopici (o antiutopici) il ruolo della donna o, per meglio dire, della femminilità è problematica: nel nuovo mondo le donne godono di una parità di diritti perfetta, come è perfetta la loro uguaglianza agli uomini. Tuttavia, anche in questo caso, la relazione uomo-donna è condannata ad una perenne sensazione di frustrazione così che l’individuo è costretto a vivere sempre attraverso un vetro di separazione che lascia filtrare solo l’apparenza della forma e consente solo di sognare quella sostanza amorosa che è, di fatto, totalmente irraggiungibile. Lenina rappresenta la forma sulla sostanza, totalmente impossibilitata ad avere un rapporto positivo con ciascuno degli uomini che ha. D’altra parte, a differenza, ad esempio, che nei romanzi di Dick, in Huxley la donna non è un fatto negativo di per sé (in Dick i personaggi femminili sono sempre negativi o, nel migliore dei casi, neutri) e paga le conseguenze di un mondo ingiusto come l’uomo: non c’è asimmetria nell’infelicità, come mostra il caso della madre di John o la stessa Lenina.

Il mondo nuovo è un triste capolavoro della fantascienza, scritto nel 1932 con grande maestria da Huxley. La sua capacità di costruire un mondo così terribilmente vicino, nella sua astrattezza, al nostro ci rende tristemente consapevoli di tutti i problemi dell’ideologia di fondo della nostra società, così apparentemente libera ma così profondamente fascista e totalitaria. Egli ha il pregio di individuare nella spersonificazione dell’individuo, nella sua sistematica riconsiderazione di nullità in un universo troppo grande e troppo caotico per lui, il centro omologativo e distruttivo della società stessa. L’uomo non può più vivere da solo, la solitudine viene bandita perché costituisce un elemento di unicità e rifiuto cosciente di un ordine. L’individuo, in Huxley, è totalmente convinto di non poter vivere in modo diverso, di essere un’entità insignificante e priva di qualità e autodeterminazione perché è convinto di tutto ciò. La dispersione dell’uomo nel suo ambiente, il suo annullamento nelle inutili conoscenze superficiali che intrattiene con il mondo e con i suoi simili sono il tema dominante di un libro il cui unico difetto consiste nell’esplicitare, in qualche occasione, ciò che doveva essere solo lasciato intendere (come il dialogo tra il governatore Mustafà Mond, H. Watson, John e Bernardo). Rimane, tuttavia, un libro magnifico da leggere e analizzare, grazie al quale capire un po’ meglio chi siamo e, ancor di più, a cosa siamo costretti.


ALDOUS HUXLEY

IL MONDO NUOVO. RITORNO AL MONDO NUOVO

MONDADORI

PAGINE: 340.

EURO: 9,00.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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