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Affidabilismo e il valore della conoscenza.

Considerazioni sul valore della conoscenza:

 E così si dice…

Se conosci il nemico e te stesso…

La vittoria sarà indubbia…

Se conosci la terra e il cielo…

La vittoria sarà totale.[1]

Sun Tzu.

 

La conoscenza debole è credenza vera e la centralità della verità sulla giustificazione.

La conoscenza è credenza vera giustificata. Ogni teoria epistemologicamente rilevante deve trattare del problema della definizione della giustificazione, cioè della terza clausola della definizione di “conoscenza”, giustificazione che è un termine epistemicamente carico, come abbiamo visto. L’Affidabilismo di Alvin Goldman assume che S sa che p solo se S crede che p, p è vera e p è stata prodotta da un processo o da un metodo affidabile. Nel testo principale in cui Goldman propone la sua analisi sul valore della conoscenza, egli riporta la seguente definizione: “According to process reliabilism, a subject S knows that p if and only if (1) p is true, (2) S believes p to be true, (3) S’s belief that p was produce through a reliable process, and (4) a suitable anti-Gettier clause is satisfied”.[2] La seguente definizione è il nucleo centrale della tesi Affidabilista ed è implicito, in essa, l’assunzione di una posizione esternista in merito alla risorsa stessa della giustificazione, i così detti “giustificatori” (justifiers). Come abbiamo visto, l’Affidabilismo si sostanzia sulla possibilità dei processi affidabili di “conservare la verità”, che consiste nella giusta connessione tra fatto e credenza. Il valore della conoscenza sta proprio nel fatto che la credenza vera giustificata sia, appunto, vera. Quest’intuizione viene consapevolmente rivendicata e ribadita dallo stesso Goldman anche nell’ambito dell’Epistemologia Sociale, nella quale rivendica l’importanza e la centralità della verità, rispetto ad altre posizioni alternative, in specie quelle post-moderniste alle quali riserva diverse importanti critiche:[3] “The practies of communication that thake place in these social networks can be studied from the vantage point of their impact on the veristic-value state of multiple individuals. This is how I conceive of social epistemology, at least veristic social epistemology”.[4] In questo contesto, Goldman difende l’idea della verità non soltanto come il valore stesso della ricerca, ma pure come valore fondato sull’oggettività dei fatti, che non vanno considerati semplicemente come dei costrutti sociali, ma come stati di cose indipendenti dalla mente del soggetto e delle sue categorie, siano esse psicologiche o sociali, una concezione diametralmente opposta a quella di Boghossian e di altri post-modernisti.[5] Goldman non soltanto reclama la verità come il fine ultimo della ricerca “It is commonplace among (mainstream) epistemologists to say that our twin intellectual goals are to obtain true belief and avoid false belief (error). Instead of talking of “goal”, one can talk of -values-“[6] ma pure rivendica il motivo per cui la verità è da considerarsi come il valore sommo dell’epistemologia, concetto meno controverso rispetto alla razionalità e alla giustificazione: “By my lights, justification and rationality are trickier topics than truth. So the style of objectivist social epistemology I have tried to develop (…) emphasizes truth over justification and rationality”.[7] La critica sul valore della conoscenza Affidabilista muove proprio su questo ultimo punto, che è, poi, il vero problema concettuale: se la verità è un concetto eminentemente semantico, e la credenza vera un concetto psicologico, a differenza dei termini propriamente epistemici come “giustificazione” e “razionalità”, come può l’Affidabilismo considerare la credenza vera meno valevole, da un punto di vista epistemico, rispetto alla credenza vera giustificata, o, in modo ancora più forte, rispetto alla conoscenza?[8]

Prima di procedere oltre, sarà opportuno chiarire il punto della contesa. Il problema nasce dalla considerazione del valore, non di un valore etico o utilitaristico, ma di un valore epistemico, che sia relativo, cioè, allo status di una certa credenza da un punto di vista della conoscenza, e non da altri punti di vista. Alcuni autori, in particolare i sostenitori di un punto di vista internista, fanno scivolare il problema ad un livello analogo, se non del tutto coincidente, a quello etico.[9] Tuttavia, il problema risulta tanto più decisivo considerando il punto dalla prospettiva della valutazione della conoscenza, come qualcosa di più importante, valevole rispetto alla sola credenza vera. Il problema è sotteso, in realtà, alla gran parte della tradizione filosofica, laddove l’impresa epistemologica è consistita nel riuscire a mostrare che la conoscenza sia possibile al di là dello scetticismo. Se non ci fosse stato, a livello intuitivo, tale rivendicazione di primato, ci si sarebbe accontentati di accettare che non si può avere qualcosa di più di una semplice credenza vera: anche Hume si prodiga di mostrare perché è lecito fidarsi di determinate assunzioni, sebbene non si possa sempre assurgere alle condizioni di certezza forte, assunte da Cartesio.[10] E Goldman, non a caso, fa riferimento esplicito a Platone: “Why knowledge, in the strong sense, more value than mere true belief? The question was first raised in Plato’s dialogue Meno where it was pointed out that a mere true belief seems instrumentally just as valuable as knowledge”.[11] Riprenderemo questo punto poco più sotto. Per il momento, è importante considerare il problema nella sua generalità.

Dal punto di vista dell’Affidabilismo, proprio per come è strutturato, sembra che la credenza vera non abbia un valore di molto inferiore, sempre che non sia uguale, a quello della credenza vera giustificata e questo emergerà chiaramente dall’argomento di Kvanving. Goldman, tuttavia, invita inizialmente a riconsiderare il problema alla luce dell’osservazione che non è così chiaro che tale differenza di valore debba effettivamente sussistere. Dal punto di vista dell’uomo della strada, infatti, non c’è distinzione e, se c’è, è debole e non chiara: ad una persona che chiede una birra non interessa che sappia che la bottiglia contenga birra, si accontenta di crederci e che tale credenza sia vera, ben pochi, infatti, leggono l’etichetta (per avere giustificazione per credere che nella bottiglia ci sia effettivamente della birra).[12] Il punto rimarca il fatto che a livello intuitivo, non c’è un’ascesa di valore, così che se le nostre intuizioni ordinarie suggeriscono che il concetto è, quanto meno, sfuggente (se non del tutto assente), allora la nostra teoria non dovrebbe travalicare questo limite: come abbiamo visto, Goldman assume questo modo di procedere in più occasioni. Dunque, secondo Goldman, il problema si pone esclusivamente per chi vuole andare oltre l’utilità pratica di assumere una certa credenza rispetto ad un altra, e si pone il problema di dare una valutazione esaustiva da un punto di vista normativo di ciò che sa rispetto a ciò che crede:

Is on evidence that ordinary people on the street make evaluative comparisons of knowledge and true belief, and consistently rate the former ahead of the latter? Do they reveal such a preference by some sort of persistent choice behavior? Neither of these scenarios is observed. Rather, epistemologists come to this conclusion because they have some sort of conception or theory of what knowledge is, and they find reasons why people should rate knowledge, so understood, ahead of mere true belief.[13]

Il problema cambia a seconda del tipo di analisi richiesto e non sempre la differenza è sul piano puramente pratico o operativo. Ad esempio, il capo di una ditta comanda ad un suo dipendente di andare a firmare un importante contratto a Parigi. L’impiegato pensa che Parigi sia la capitale della Francia, perché l’ha letto nei bigliettini dei cioccolatini, e non ha nessun interesse a scoprire qualche nozione di geografia. Non avendo altre competenze di geografia, egli pensa che la Francia sia confinante con il Brasile, in sud America. Armato di queste competenze, va a chiedere un biglietto per Parigi: “Vorrei un biglietto per la capitale della Francia” e il bigliettaio gli consegna il biglietto giusto: egli arriva, in fine, a Parigi. Allo stesso uomo, giocando a un quiz, gli vien chiesto “Parigi è bagnata dalla Senna?” ed egli ammette di non averne idea e sostiene che averne idea non ha alcuna importanza tanto è vero che egli è arrivato effettivamente a Parigi, ha firmato il suo contratto e ha ricevuto il suo stipendio. E’ su questo genere di esempi poco ammirevoli che Goldman fa leva implicitamente perché, osserverebbe, da un punto di vista pratico fa poca differenza, per arrivare a Parigi, sapere in quale parte della Francia o se la Francia sia in Sud America perché ciò che ha consentito all’impiegato di raggiungere l’obbiettivo è la sola credenza vera, cioè credere che Parigi fosse la capitale della Francia. D’altra parte, si sarebbe potuto osservare che questo vale esclusivamente nei casi in cui non ci sia da ragionare sulla probabilità di verità di una credenza, per raggiungere un determinato risultato: vorremmo scommettere sulla nostra vita sulla base di opinioni o sulla base di conoscenze? Ci faremmo operare al cervello da un amico fidato e qualificato chirurgo, specializzato sui problemi neurologici con diploma post laurea o dal primo venuto? Per questi problemi, comunque, si può dare risposta alla luce delle conclusioni che vedremo dopo, sebbene fosse lecito porli almeno per capire quale sia il punto centrale dell’argomento. Comunque, nella gran parte dei casi, è evidente che la sola credenza vera sia sufficiente a garantire il successo delle nostre azioni e, dunque, ciò giustifica parzialmente la posizione di chi ha sostenuto che la sola credenza vera sia già valevole quasi a livello di conoscenza.[14]

Goldman sostiene che sia, allora, indispensabile scindere due livelli di conoscenza, cioè la conoscenza forte e la conoscenza debole. Con “conoscenza forte” si intende la conoscenza come credenza vera giustificata più una condizione anti-Gettier (cioè che escluda la casualità epistemica nei casi simili a quelli presentati da Gettier).[15] La conoscenza debole è da considerarsi come la sola credenza vera senza ulteriore ascesa epistemico-normativa. Questa analisi è rinsaldata dalla considerazione che l’ignoranza può essere definita in tre modi diversi: “The challenger might claim that there are three ways to be ignorant of p: by failing to believe it, by believing it unjustified, or by violating condition X  [anti-Gettier condition]”.[16] Infatti, stando alla definizione filosofica di “conoscenza”, la sua negazione riguarda tutti i casi considerati. Ma è evidente che ciò non sia sostenibile, perché solo l’assenza della credenza vera sembra essere l’unica condizione adeguata di definizione dell’ignoranza giacché le altre sembrano essere troppo forti, il che ci spinge a considerare, ad assumere e rimarcare che ci siano due concezioni distinte di conoscenza, una debole e usuale e una forte e filosofica. Anche da questa partizione, risalta che, per Goldman, la sola “verità” sia già valevole: anche la credenza vera va considerata come conoscenza, anche se debole.

Le principali obbiezioni all’Affidabilismo dal punto di vista del valore.

Le obbiezioni all’Affidabilismo sono sostanzialmente due, di cui una è quella canonica, mentre la seconda si rivela infondata. Entrambe le argomentazioni si muovono a partire dalla considerazione che se la verità è il concetto che dà valore alla ricerca epistemologica, allora la verità “sommerge” (da to swamp, sommergere, inondare) per importanza ogni altro valore, e propriamente quelli epistemologicamente rilevanti, vale a dire quello di razionalità e giustificazione. Non a caso tali accuse vengono mosse soprattutto da filosofi che sostengono una posizione internista in Teoria della Conoscenza. Goldman riconosce l’importanza del problema, sebbene, come visto, tenda a mostrare come la questione si ponga esclusivamente sul piano teorico. Enunciato il nocciolo della questione, presentiamo adesso i due argomenti in modo sistematico. Il primo è presentato come “la metafora del buon caffè”, mentre il secondo prende il nome dall’autore, Kvanving.[17]

Il problema del buon caffè (o del buon espresso) può essere presentato come segue: un buon caffè è prodotto da una macchina che può essere più o meno affidabile, ma se il caffè è buono non lo è tanto in virtù della macchina, quanto in base a delle sue caratteristiche intrinseche definite in modo indipendente dalle qualità della macchina, come sia prodotto il caffè, se da una moka, piuttosto che da una macchina a cialde, non ci interessa tanto, quanto che mantenga tali caratteristiche intrinseche; analogamente, come che sia il processo di formazione della credenza ha meno rilevanza rispetto a ciò che la rende giustificata. Da un punto di vista più formale, l’argomento viene presentato così:

(S1) Knowledge equals reliably produced true belief (simple reliabilism).

(S2) If a given belief is true, its value will not be raised by the fact that it was reliably produced.

(S3) Hence: knowledge is no more valuable than unreliably produced true belief.[18]

In questo senso, il perno dell’argomento sta in (S2), cioè nel conseguente del condizionale giacché l’antecedente fissa la sola condizione che si stia considerando il caso di una credenza vera (e non di una falsa). Allora il punto è “its value will not be raised by the fact that it was reliably produced”, giacché, ancora una volta, ciò che conferisce valore alla credenza, in questa prospettiva, sembra essere il fatto che rispecchi un certo stato di cose, cioè che sia vera. Dunque, (S3) diventa il corollario del conseguente di (S2): se la verità della credenza è ciò che costituisce il valore, allora non ha molta importanza che sia prodotta in modo affidabile piuttosto che non affidabile, così che la stessa conoscenza sembra non aver più valore quanto non lo abbia la sola credenza vera.

Il secondo argomento è quello di Kvanving, che viene così presentato:

(K1) Knowledge equals true belief produced by a process that normally produces true belief (simple reliabilism).

(K2) Being produced by a process that normally produces true belief just means being likely to be true.

(K3) The value of having a true belief that is likely to be true is no greater than the value of having a true belief simpliciter.

(K4) Hence: the value of knowledge, reliabilistically construed, is no greater than the value of true belief simpliciter.[19]

Quest’argomento si differenzia dall’altro perché invoca l’idea che una credenza prodotta in modo affidabile sia più probabile di esser vera, rispetto a una prodotta in altro modo. Tuttavia, essendo la credenza vera vera al cento per cento (grado di probabilità 1) allora la credenza vera giustificata, cioè prodotta in modo affidabile, posto che il suo valore risieda nel suo grado di probabilità, non potrà comunque essere maggiore della sola credenza vera: il punto è chiaro, se si prende in considerazione la sola valutazione epistemica in base alla sola probabilità d’esser vera, allora tutto ciò che non è certo, ma solo probabile, ha un valore direttamente correlato al suo grado di probabilità, che è sempre inferiore alla verità, cioè alla condizione di massima certezza. Quest’argomento, in realtà, non funziona perché la credenza prodotta in modo affidabile è solo estrinsecamente più probabile di una prodotta in modo inaffidabile: (K2) è falso perché si sta scambiando il livello del processo con il livello del risultato del processo, così che anche se una credenza giustificata è più probabilmente vera di una ingiustificata, ciò è solo una conseguenza dell’esser stata prodotta in modo corretto, cioè in modo affidabile. Come dice lo stesso Goldman, l’argomento si basa su un fraintendimento categoriale, propriamente del livello delle credenze rispetto al livello dei processi di produzione delle credenze. Infatti, anche (K1) risulta inadeguata a definire la conoscenza affidabilista. Sia (K1) che (K2) sono da rifiutare, dunque, l’argomento stesso è infondato o, per meglio dire, non ben fondato. Tuttavia, su un punto Kvanving ha visto giusto: se una credenza è giustificata, cioè prodotta da un processo o metodo affidabile (in questa istanza non si considera la differenza tra i vari livelli della formazione delle credenze, sia, dunque di primo o secondo ordine (first and second order processes)), allora sebbene estrinsecamente, è più probabile che sia vera rispetto ad una credenza vera ingiustificata. Un punto su cui si dovrà tornare.

Rimane il fatto, secondo Goldman, che se è vero che il problema della valutazione della credenza vera rispetto alla credenza vera giustificata (e con condizione anti-Gettier) è un problema per la sua impostazione, ciò non sia solo una difficoltà dell’Affidabilismo, ma lo è per ogni teoria epistemologica:

The central problem on the table is whether reliabilism can account for the extra value of knowledge as compared with true belief. This problem is common to all proffered theories of knowledge. Each must try to explain this extra value. Now, in the case of reliabilism it is generally presupposed that the only way reliabilism can solve the EVOK [the problem of the Extra Value Of Knowledge -EVOK]  problem is to say that a reliable process itself has value, of one kind or another.[20]

Tenuto presente di questa considerazione, Goldman propone sin da subito due possibili approcci strategici al problema. Il primo consiste nell’analisi delle virtù epistemiche di una credenza prodotta in modo affidabile e non semplicemente vera, il secondo consiste nel considerare come il valore di una credenza vera giustificata possa essere pensato e determinato da un punto di vista psicologico. Dunque, anche in questo caso, Goldman fa appello sia all’analisi filosofica-normativa, sia ad un livello di analisi psicologica.

La soluzione della probabilità condizionale.

La prima proposta è detta “soluzione della probabilità condizionale”. Essa si basa sulla considerazione delle qualità che attengono alla credenza vera giustificata che non si possono attribuire alla sola credenza vera. Goldman rintraccia quattro virtù epistemiche cardinali per le credenze vere prodotte in modo affidabile. Innanzi tutto, una credenza vera è vera nel contesto specifico e avrà un’utilità pratica nel presente, ma non necessariamente nel futuro. Una credenza vera giustificata, invece, ha più probabilità di essere vera anche nel futuro proprio perché prodotta da un processo di formazione di credenze affidabile. Ad esempio, una volta che arriviamo a costruire la credenza che la cannuccia nel bicchiere non è spezzata, è molto più probabile che tale credenza sia assumibile anche nel futuro e non soltanto nel presente perché avremo appreso come poter discernere una cannuccia spezzata realmente da una intera. Quello che viene minimizzato, dunque, è il rischio della casualità epistemica, che è ineliminabile nella sola credenza vera: “It is the property of making it likely that one’s future belief of a similar kind will also be true (of a similar kind) in the future is grater conditional on S’s knowing that p than a conditional on S’s merely truly believing that p. Let’s call this proposed solution to EVOK problem the conditional probability solution”.[21] La sola credenza vera, se pensata nel futuro, ha una probabilità pari a 1/2 di essere vera piuttosto che falsa, mentre una credenza vera giustificata avrà un valore di probabilità di esser vera nel futuro superiore a 1/2.

Come replica al problema dell’espresso, Goldman formula il controesempio del Tom Tom. Una persona deve andare a Larissa e ha con sé il fidato strumento tecnologico e lo segue fedelmente. Prendiamo il caso in cui il Tom Tom sia difettoso e fornisca spesso delle indicazioni a caso, sebbene ad insaputa dell’autista. Immaginiamo che l’autista non usi spesso il suo Tom Tom e lo accenda solo in condizioni di grave incertezza. Al bivio per Larissa l’autista segue l’indicazione del Tom Tom che, casualmente, fornisce l’informazione giusta. Cosa possiamo dire? Prima di tutto, che l’autista giunge a destinazione perché assume una credenza vera ma che tale credenza non è proiettabile nel futuro perché casualmente vera, casualmente vera perché tale per ragioni circostanziali non generalizzabili o proiettabili nel futuro. In secondo luogo, che un sistema come il Tom Tom difettoso non consente di fondare la giustificazione dell’autista (semmai proprio di scongiurarla) e che, dunque, un Tom Tom non difettoso è, invece, capace di conferire giustificazione. In fine, si può anche dire che lo stato di cose nella situazione del Tom Tom difettoso è chiaramente peggiore rispetto allo stato di cose della situazione del Tom Tom funzionante: chi vorrebbe essere in macchina con un navigatore difettoso, una cartina sbagliata o un compagno maldestro? In altre parole, la condizione fattuale, che prende in considerazione i soli processi di formazione delle credenze, sembra mostrare chiaramente che sia preferibile una situazione in cui il soggetto cognitivo sia dotato di sistemi di formazione di credenze affidabili piuttosto che altamente inaffidabili. Così:

Hence in both situations you believe truly that the road to Larissa is to the right (p) after receiving the information. On the simple reliabilist account of knowledge, you have knowledge that p in Situation 1 but not in Situation 2. This difference also makes Situation 1 a more valuable situation (state of affairs) than Situation 2. The reason is that the conditional probability of getting the correct information at the second crossroads is greater conditional on the navigation system being reliable than conditional on the navigation system being unreliable.[22]

Allo stesso modo, il caffè prodotto da una macchina inaffidabile non sarà buono che casualmente, mentre uno prodotto in modo affidabile sarà buono sempre o per lo più, cioè avrà una probabilità di essere preferibile maggiore a quella della semplice credenza vera, dunque tra una macchina affidabile e una inaffidabile quale è meglio? Dobbiamo assumere che sia proprio il processo affidabile a rendere preferibile l’adozione di una certa credenza rispetto ad un’altra e, conseguentemente, la rende migliore: “[T]hen the probability that one’s next cup of espresso will be good is grater than the probability that the next cup of espresso will be good given that the first good cup was just luckily produced by an unreliable machine. (…) This probability enhancement is a valuable property to have“.[23] In altre parole ancora, il processo di produzione delle credenze aumenta o diminuisce il grado di probabilità di esser vera di una credenza. Posto che il sistema M1 e il sistema M2 sono tali che M1 ha un grado di affidabilità 0.8 e M2 solo 0.5 bisogna assumere che le credenze prodotte dal processo M1 siano più affidabili di quelle di M2, cioè M1 produrrà più verità di M2. Sulla base del Capitolo 3, abbiamo già visto in che senso M1 è da preferire a M2. Sul piano del valore delle credenze, tale grado di probabilità è anche l’indicatore o il sintomo, per così dire, della maggiore qualità di tale credenza. Dunque, la maggiore probabilità di esser vera è una proprietà, una qualità che conferisce di per sé valore alla credenza vera giustificata, valore che non è proprio dell’insieme delle sole credenze vere non giustificate.

D’altra parte, una persona che affronti un problema e lo risolva assumendo una credenza vera giustificata da un processo affidabile ha assunto una credenza generalizzabile a condizioni simili nel futuro, cioè capace di risolvere problemi simili in condizioni e circostanze simili. Questo fatto è rimarchevole perché esistono pochi problemi che siano così unici e specifici la cui soluzione non sia valida anche per altri problemi simili. Ad esempio, una volta che si sia osservato che l’astro più ampio e luminoso di notte nello spettro visivo è la luna, non ci sarà bisogno ogni notte di accertarsene, ma si assume che in genere lo sia, a parte nelle notti “senza luna”. Un’altra caratteristica importante è che se la credenza vera giustificata è stata assunta attraverso la formazione di un certo processo affidabile di formazione di credenze, allora tale processo affidabile è stato appreso stabilmente e, dunque, riutilizzabile anche in futuro. Per esempio, la soluzione delle equazioni speciali di secondo grado (ad esempio a2 + b = 0) consente di risolvere infinite equazioni di secondo grado (anche se non tutte). Se il metodo sarà stato appreso correttamente (e non a la Humperdink)[24] allora è capace di essere reiterato in modo tale che le credenze che produce saranno parimenti giustificabili. In altre parole, i sistemi di produzione di credenze (quelli che in Goldman (1986) vengono chiamati “metodi”) sono apprendibili ed utilizzabili in situazioni simili (ad esempio, se si conosce il procedimento di soluzione dell’equazione a2 + b = 0, si conosce anche il procedimento di soluzione dell’equazione 2a2 + 4b = 0). Una volta appreso un sistema di soluzione, posto che esso sia affidabile, allora esso è accessibile nel tempo a chi l’ha appreso. In questo senso, un processo di formazione di credenze può essere utilizzato utilmente più volte nel tempo da parte del soggetto cognitivo. Così, riassumiamo il punto con le parole dello stesso Goldman:

Problems that arise just once in lifetime are relative rare. (…) Another observation is that if a particular method successfully solves a problem once, this method is usually available to you the next time around. (…) A further empirical fact is that, if you have used a given method before and the result has been unobjectable, you are likely to use it again on a similar occasion, if it is available. (…) Finally, if a given method is reliable in one situation, it is likely to be reliable in other similar situation as well.[25]

Abbiamo, così, evidenziato quattro proprietà generali dei processi affidabili: non unicità, accesso nell’estensione temporale, apprendibilità e generalità. A questo punto possiamo stabilire il principio generale:

(P1) Se S sa che p, allora la credenza di S in p ha probabilità di essere vera nel futuro che la semplice credenza vera.

La forma logica di (P1) pone il nome all’argomento stesso, essendo formulato come un condizionale, e dalla sua accettazione segue l’assunzione delle proprietà che avrà la credenza di S in p (generalità, non unicità…).

Rimangono aperti due problemi: (1) la credenza vera giustificata è sempre preferibile rispetto alla sola credenza vera non giustificata? (2) La soluzione della probabilità condizionale sembra non riuscire a qualificare proprietà intrinseche delle credenze vere giustificate, rispetto alle sole credenze vere; infatti, le quattro proprietà cardinali delle credenze vere giustificate sono derivate dalle proprietà del processo affidabile e, dunque, estrinseche. Sul primo punto non c’è alcun consenso, giacché le posizioni spaziano dall’idea che non ci sia alcuna differenza tra la credenza vera e la credenza vera giustificata, a chi assume approcci molto radicali: “Should it follow from an account of the extra value of knowledge that knowledge always has this extra value? This a matter of controversity. Several authors express satisfaction with weaker conclusions[26]”.[27] D’altra parte, ancora una volta viene fatto osservare che sul piano delle intuizioni ordinarie del concetto di valore della conoscenza non sembra richiedere una definizione di qualità assolute o più forti: “Still is far from clear that our pre-systematic thinking on the matter demands that knowledge always be more valuable than mere true belief”.[28] Sul secondo punto, la soluzione adottata è chiaramente divergente rispetto ad altri possibili approcci e si limita a cercare di dare una definizione di un valore epistemico (o di insiemi di valori) proprio delle credenze giustificate così che la risposta al problema “dell’immersione” (swamping problem) è, per così dire, proposta mediante l’aggiramento dell’argomento stesso:

We said that the conditional probability approach bypasses the swamping, or double-counting, problem. (…) As presented, the conditional probability approach is silent about the value that attaches to the reliable processes  per se (as opposed to the value that attaches to the state of affairs of knowing). It is equally silent on the legitimacy of additing any value that attaches to that process to the value of the true belief in order to obtain a new value that exceeds that of the true belief. It simply doesn’t adress these issue. Instead, it looks directly at the composite state consisting of knowing (by means of a reliable process or method) and compares its value to the composite state consisting of truly believing (without arriving at that belief by means of a reliable process). (…) [T]he value of this property is not already contained in the value of the true belief that helps constitute the knowledge state.[29]

Il processo di indipendenza del valore.

Il secondo argomento consiste nella delucidazione del meccanismo psicologico che sta alla base della formazione di un valore indipendente da un valore inizialmente strumentale e, dunque, la cui valutazione è dipendente da un fine superiore. L’argomento può essere illustrato con un esempio. Il valore del denaro, specialmente della carta moneta, non ha valore intrinseco perché non dipende dalle qualità del materiale di cui è composto ma da ciò che con esso è possibile fare in base al valore che gli viene attribuito. Così, il denaro ha un valore nominale che consente di ottenere determinati risultati utili, in base ai quali si valuta la sua stessa utilità. Ad esempio, cento dollari sono più utili, in questo senso, dei federichi che costituivano i cento talleri di Kant, giacché con il dollaro si può acquistare una serie di oggetti che non possono essere comprati da una moneta fuori corso. Il valore del denaro, però, può diventare (tristemente) un valore in sé. Inoltre, avere cento dollari in tasca è una condizione migliore di avere cento federichi da un punto di vista puramente strumentale, sebbene i federichi abbiano assunto un valore intrinseco in relazione alla loro antichità. D’altra parte, il valore del denaro in generale è indipendente dal fatto che talvolta può non averne (ad esempio nel caso in cui sembra che una banconota sia falsa o molto rovinata). Così bisogna distinguere alcuni piani: il livello strumentale e lo scopo, come il livello delle singole occorrenze (token) dal livello della cateogira (type) e così i loro valori. Non siamo di fronte ad un problema di tipo puramente normativo, l’argomento si situa, infatti, all’interno di una cornice psicologica che si presenta come ipotesi, possibilmente da confermare empiricamente. L’ipotesi è, appunto, l’assunzione dell’esistenza di un meccanismo psicologico che renda valore in sé ciò che inizialmente viene considerato un valore per sé (in alcune posizioni in Metaetica è così pensato da alcuni l’altruismo, considerato inizialmente come valore derivato a partire dal proprio egoismo e, per il principio di autonomia del valore, diventa indipendente e valore in sé). Ed è appunto lo stesso meccanismo psicologico che può spiegare come qualcosa di utile a livello puramente strumentale o semplicemente estrinseco, possa assurgere a valore generale:

Value autonomization is a psychological hypothesis, which concerns our practices of ascribing or attributing value to various state of affairs. (…) The value autonomization hypothesis allows that some state of affairs that at one time are assigned merely instrumental value are “promoted” to the status of independent, or fundamental, value.[30]

Il processo di autonomia del valore inizia dal considerare che le singole occorrenze (token) assumono valore in base alla categoria a cui appartengono (type) (such value is inherited from the type of which it is a token)[31] in modo tale che se un’occorrenza di un tipo determina sempre l’occorrenza di un secondo tipo, se l’occorrenza del primo tipo ha un determinato valore, allora anche le singole occorrenze del secondo tipo avranno il valore delle occorrenze del primo tipo. In questa circostanza viene riportato il parallelo con un approccio normativo morale: ogni singolo comportamento moralmente buono è così giudicato sulla base delle intenzioni, tali che se le intenzioni sono buone, allora lo sarà anche il comportamento. Il valore del comportamento è, in questo senso, derivato dal valore delle intenzioni che lo sostanziano. Così una credenza vera giustificata poteva avere dei valori puramente strumentali in un ipotetico inizio e via via aver assunto sempre più un valore autonomo a partire dallo slittamento del valore psicologico dal solo livello strumentale al valore generale: “The main possibility we suggest is that a certain type of state that initially  has merely (type-) instrumental value eventually acquires independent, or autonomous, value status. We call such a process value autonomizzation“.[32] Tracciando un altro esempio, avere un’aspirina che cura il mal di testa è uno stato di cose preferibile rispetto ad avere in tasca un’aspirina che cura il mal di testa qualche volta. Di conseguenza, sebbene il valore della singola aspirina sia derivante dal suo scopo (la cura del malditesta) rimane il fatto che avere aspirine che curano il malditesta è uno stato di cose preferibile rispetto a quello in cui le aspirine talvolta curano il malditesta e altre volte no.

In conclusione, l’argomento fissa l’idea che il valore della giustificazione sia dovuto ad un tipo di processo psicologico, e non in sé; che sia correttamente fondato per la presenza di uno stato di cose preferibile rispetto alla sua assenza; e che il livello della categoria mantiene il suo valore anche quando qualche singola occorrenza sembra non avere efficacia, sembra non valere. Questa soluzione, come vedremo nelle conclusioni, propende per un dichiarato naturalismo moderato, nel quale la psicologia può offrire una buona spiegazione e soluzione per un problema epistemologico: The conditional probability solution explains why reliabilist knowledge is normally but not always more valuable than mere true belief. (…) The crucial feature of our proposed explanation is an elucidation of the psychological mechanisms whereby reliable belief-forming processes come to be accorded “autonomous” value”.[33]

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Conclusioni.

La conoscenza forte ha più valore della sola credenza vera in base alle qualità che la giustificazione conferisce alla credenza o, per dirla attraverso la definizione affidabilista, la credenza prodotta in modo affidabile assume determinate proprietà epistemologicamente rimarchevoli e, dunque, valevoli. Sebbene i due argomenti (l’argomento della probabilità condizionale e l’argomento dell’autonomia del valore) riescano a definire il modo in cui una credenza vera arrivi ad assumere dei valori epistemici estrinseci, rispetto alla sola verità, rimane ancora aperto un problema che avevamo posto all’inizio: vorremmo scommettere sulla nostra vita sulla base di opinioni o sulla base di conoscenze? Ci faremmo operare al cervello da un amico fidato e qualificato chirurgo, specializzato sui problemi neurologici con diploma o dal primo venuto? La risposta adesso può venirci direttamente dagli argomenti presentati: è preferibile scommettere sulla base di conoscenze proprio perché esse hanno dei valori epistemici generalizzabili anche nel futuro e costituiscono degli stati di cose (state of affairs) decisamente preferibili in sé e per sé, sia secondo l’accettazione dell’argomento della probabilità condizionale, che secondo l’accettazione dell’argomento dell’indipendenza del valore. La probabilità di “vincere” una scommessa sarà determinata dalla probabilità di verità delle nostre assunzioni, che saranno maggiori nel caso in cui la nostra credenza sia stata prodotta da un processo affidabile.

Rimane il fatto che non sempre la conoscenza forte è meglio della conoscenza debole, come nel caso dell’impiegato, ci sono determinate condizioni contingenti tali per cui è sufficiente la sola credenza vera per raggiungere il nostro risultato, piuttosto che richiedere dei parametri ancora più forti.

La seconda soluzione rientra all’interno di un panorama di epistemologia moderatamente naturalizzata, laddove la psicologia è chiamata a dar spiegazione di un meccanismo di “slittamento” di valore dal piano puramente strumentale ad un piano generale, così che tale processo di indipendenza del valore rientra all’interno di un problema empirico, studiabile dalla psicologia e sostenibile, sul piano argomentativo, dal punto di vista filosofico. Questa soluzione, d’altra parte, offre una spiegazione di un processo valutativo effettivo, non una sua collocazione puramente normativa. Come notato dagli autori, forse una soluzione di questo tipo non soddisferà tutti, in specie i sostenitori di un approccio internista, ma rimane compatibile, rispetto ad un approccio esternista e, nello specifico, affidabilista e di epistemologia moderatamente naturalizzata, moderatamente perché l’argomento è di natura filosofica, tale che esso apra la strada per la successiva spiegazione della scienza, come avrebbe sostenuto Russell:

What does psychological naturalism consist of in epistemology? It is an approach that tries to explain our commonsense epistemic valuations in a scientific fashion, especially by appeal to psychology. The autonomization solution is a proffered explanation of our evaluative practices vis-à-vis knowledge. Although the idea of autonomization hasn’t received rigorous empirical support, it’s put forward here in the spirit of an empirical treatment of human valutational activities. As such it is obviously congenial to psychological naturalism.[34]

Una domanda rimane aperta: un internista potrà mai accettare una posizione simile a questa? Probabilmente no, perché anche sul piano del valore, l’internismo e l’esternismo fanno appello a due intuizioni differenti e, di conseguenza, filosofici distinti. E, così, ritorna il dubbio dell’inconciliabilità delle due posizioni, lo spettro che si aggira nell’epistemologia contemporanea.



[1] Sun Tzu, L’arte della guerra, Mondadori, Milano, 2011, p. 45.

[2] Goldman A. (2009), “Reliabilism and the Value of Knowledge” (with Erik J. Olsson), in A. Haddock, A. Millar, and D., Pritchard, eds., Epistemic Value, pp. 19-41. Oxford University Press (2009). p. 22.

[3] Goldman A., (2009), Social Epistemology: Theory and Applications, Royal Istitute of Philosophy, pp. 1-6. Il lavoro più compiuto di Goldman in materia di Epistemologia Sociale rimane il suo: Goldman A., (1999), Knowledge in a Social Word. Oxford University Press, Oxford.

[4] Goldman A., (2009), Social Epistemology: Theory and Applications, Royal Istitute of Philosophy, p. 7.

[5] Boghossian, P. (2006) Fear of Knowledge. Oxford University Press, New York.

[6] Goldman A., (2009), Social Epistemology: Theory and Applications, Royal Istitute of Philosophy, p. 8. Corsivo Nostro.

[7] Ivi., Cit., p. 6.

[8] Che esista una differenza tra conoscenza e credenza vera giustificata è mostrato in modo chiaro da Fumerton (2006).

[9] In particolare Zadzebski L. (1996) Virtues and the Mind: An Inquiry into the Nature of Virtue and the Ethical Foundation of Knowledge. Cambridge, MA: Cambridge University  Press. Zagzebsji, L (2003), The Search of the Source of Epistemic Good, Metaphilosophy, 34: 12-28. Sosa E., (1991) Knowledge in a Perspective, Cambridge University Press, Cambridge.

[10] “Per conoscenza intendo la certezza che sorge dal paragone fra idee; per prove, gli argomenti derivati dalla relazione di causa ed effetto, interamente scevri da dubbi e incertezze; per probabilità quell’evidenza che è ancora accompagnata da incertezza”. Hume D., (1739), Trattato sulla natura umana, Milano, Bompiani, p. 265. “La ragione ci persuade che a quanto non sia del tutto certo e indubitabile si deve rifiutare l’assenso non meno che a quanto è manifestatamene falso, per respingere tutte quelle vecchie opinioni  sarà sufficiente che per ognuna di esse io trovi una ragione di metterla in dubbio” Descartes R., (1641) Meditazione metafisiche, Laterza, Roma-Bari, p. 27.

[11] Goldman A. (2009), “Reliabilism and the Value of Knowledge” (with Erik J. Olsson), in A. Haddock, A. Millar, and D., Pritchard, eds., Epistemic Value, pp. 19-41. Oxford University Press (2009). p. 21.

[12] “Ma sì, cosa le serve saper leggere e scrivere? Allie sarà sempre un’ottima moglie per chi la sposerà” Ford J., L’uomo che uccise Liberty Valance, USA, 1962.

[13] Ivi., Cit., p. 19.

[14] Si veda DeRose K. (2002), Assertion, Knowledge, and Context, Philosophical Review, 111: 167-203.

[15] Gettier (1963).

[16] Goldman A. (2009), “Reliabilism and the Value of Knowledge” (with Erik J. Olsson), in A. Haddock, A. Millar, and D., Pritchard, eds., Epistemic Value, pp. 19-41. Oxford University Press (2009). p. 21.

[17] Kvanving J. L. (2003), The value of Knowledge and the Pursuit of Understanding, Cambridge University Press, Cambridge, MA. E Kvanving J. L. (1998) Why Should Inquiring Minds Want to Know? Meno Problems and Epistemological Axiology, Monist, 81, 426-451.

[18] Goldman A. (2009), “Reliabilism and the Value of Knowledge” (with Erik J. Olsson), in A. Haddock, A. Millar, and D., Pritchard, eds., Epistemic Value, pp. 19-41. Oxford University Press (2009). p. 23.

[19] Ivi., Cit., p. 24.

[20]  Ivi., Cit., p. 27.

[21] Ivi., Cit., p. 28.

[22] Ivi., Cit., p. 28. Corsivo nostro.

 

[24] Si vedano il secondo e il terzo Capitolo.

[25] Ivi., Cit., p. 29.

[26] Nel senso che non si deve assumere che la conoscenza debba sempre avere un valore maggiore della sola credenza vera. Ad esempio Williamson accetta l’idea che la conoscenza possa non avere un valore maggiore della credenza vera in tutti i casi ma nella gran parte di essi, in Williamson T. (2000) Knowledge and its Limits, Oxford, Oxford University Press.

[27] Goldman A. (2009), “Reliabilism and the Value of Knowledge” (with Erik J. Olsson), in A. Haddock, A. Millar, and D., Pritchard, eds., Epistemic Value, pp. 19-41. Oxford University Press (2009). p. 30.

[28] Ivi., Cit., p. 31.

[29] Ivi., cit. pp. 28-29.

[30] Ivi., Cit., p. 34.

[31] Ivi., Cit. p. 33.

[32] Ivi., Cit., p. 33.

[33] Ivi., Cit., p. 31.

[34] Ivi., Cit., p. 35.

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