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Gli indifferenti – Alberto Moravia

Gli indifferenti è un romanzo che si svolge in una città senza nome, una città qualunque di un paese industrializzato. La vicenda è incentrata su una famiglia, gli Ardengo, i quali sono sull’orlo della miseria e hanno già ipotecato la loro abitazione. Pur essendo vicini al tracollo finanziario, pensano poco ai problemi economici relativi alla loro situazione, a parte Michele Ardengo. La madre dei ragazzi, Michele e Carla, intrattiene una relazione amorosa, ormai al termine, con un individuo abbietto, Leo Merumeci, il quale è a conoscenza dei problemi economici della famiglia Ardengo ma  non per questo, convinto di avere un buon senso per gli affari, vuole rinunciare ad una sua personale speculazione nell’acquisto della grande casa della famiglia. Ogni membro della famiglia ha una sua storia sentimentale relazionata a quella di tutti gli altri e variamente frustrante: la madre, Mariagrazia, ama Leo senza più essere ricambiata né nei sentimenti né nell’attrazione fisica; la figlia, Carla, vuole “cambiare vita” ma non ha bene idea di cosa ciò significhi, di cosa lei desideri per sé stessa e finisce per cedere alle lusinghe di Leo Merumeci; Michele, il figlio, vorrebbe ardentemente desiderare qualcosa, lottare per una buona causa, provare dei sentimenti profondi “come quelli di una volta”, ma non ci riesce, desidera ardentemente l’amore di una donna ma costei non si è ancora presentata alla porta del suo cuore e, così, egli rimane solo con il suo senso di futilità per ogni tentativo. Attorno al nucleo familiare degli Ardengo ruotano gli altri due personaggi centrali: Leo Merumeci e Lisa. Leo è un rozzo uomo d’affari, il quale sa pesare ogni parola e azione in vista di un fine prettamente incentrato su se stesso, incapace, com’è, di qualsiasi autocritica, sia essa puramente psicologica o morale; così egli è un uomo continuamente dominato dalle sue stesse voglie, che lo inducono prima ad amare Lisa, poi Mariagrazia e, in fine, Carla, giungendo, così, ad essere mutevole nel suo oggetto ma non nel suo scopo; per le stesse ragioni egli è variamente sottoposto ad accuse da parte di Michele, il quale, più volte, vorrebbe smuoversi dal suo torpore, proprio grazie ai continui abusi di Leo ai danni del suo onore e della sua famiglia. Lisa, un tempo amante di Leo, è un’amica di Mariagrazia, ammesso e non concesso che in un mondo come quello in cui soggiace la famiglia Ardengo sia possibile una qualche forma di amicizia; la quale finisce per innamorarsi di Michele per via della sua purezza e genuinità. Gli indifferenti narra la storia delle singole vicende che sono, allo stesso tempo, tutte intrecciate tra loro, così che ogni evento è causa di una catena ininterrotta di effetti tra le varie persone. La storia, in fondo, non è niente di più che una massa inerziale che va verso un punto senza deviare mai dalla sua traiettoria.

I personaggi sono descritti minuziosamente da un punto di vista psicologico e fisico, laddove ogni persona viene precisamente inquadrata non solo in ciò che pensa ma anche in ciò che appare, una dimensione, questa dell’apparenza, che ha uno spessore suo proprio. Mariagrazia è una donna istintiva, borghese, ignorante, priva di interessi, totalmente incapace di fare la madre ma non per questo incapace di sollecitare azioni e reazioni attraverso ricatti psicologici ai danni dei figli e dell’amante; ma il gioco riesce solo sui figli perché sull’amante i suoi ricatti psicologici non fanno più alcun effetto, giacché la relazione di forza d’amore è unilaterale e riconosciuta come importante solo da Mariagrazia, cosicché il vantaggio della forza sta tutta dalla parte di chi possiede l’oggetto del desiderio dell’altro senza, per questo, dover lottare a sua volta per qualcosa che l’altro ha. Pur non essendo ricca, Mariagrazia ha un istintivo odio verso i poveri dei quali disprezza l’assenza dei suoi stessi privilegi e, soprattutto, li disistima per due ragioni: primo, perché sono disprezzati agli occhi di quanti fanno parte dell’ambiente alto borghese di cui Mariagrazia è parte; secondo, perché essi sono così privi di forza, così insignificanti che ciò deve essere dovuto alla loro intrinseca stupidità:

Silenzio; la paura della madre ingigantiva; non aveva mai voluto sapere di poveri e neppure conoscerli di nome, non aveva mai voluto ammettere l’esistenza di gente dal lavoro faticoso e dalla vita squallida. “Vivono meglio di noi” aveva sempre detto; “noi abbiamo maggiore sensibilità e più grande intelligenza e perciò soffriamo più di loro…”; ed ora, ecco, improvvisamente, ella era costretta a mescolarsi, a ingrossare la turba dei miserabili; quello stesso senso di ripugnanza, di umiliazione, di paura che aveva provato passando un giorno in un’automobile assai bassa attraverso una folla minacciosa e lurida di scioperanti, l’opprimeva; non l’atterrivano i disagi e le privazioni a cui andava incontro, ma invece il bruciore, il pensiero di come l’avrebbero trattata, di quel che avrebbero detto le persone di sua conoscenza, tutta gente ricca, stimata ed elegante; ella si vedeva, ecco… povera, sola, con quei due figli, senza amicizie ché tutti l’avrebbero abbandonata, senza divertimenti, balli, lumi, feste, conversazioni: oscurità completa, ignuda oscurità.[1]

La donna, dunque, non si interroga minimamente sui problemi degli altri e risulta avvolta da un fortissimo egocentrismo che ne fa di una persona le cui uniche credenze si sostanziano su ciò che essa desidera, a prescindere dalla bontà dei suoi desideri e da ciò che da tali fini può scaturire. Per lei vale la massima humeana secondo cui la ragione è e dev’essere sempre schiava delle passioni, così che anche il più terribile dei desideri, se uno lo desidera, deve essere realizzato. La sua unica preoccupazione, il suo unico scrupolo è quello di dissimulare, piuttosto malamente, per altro, le sue intenzioni, solamente per poter salvare le apparenze quel tanto che basta da poter continuare a galleggiare in superficie, senza ulteriori scrupoli di giustezza:

“Come si fa?” disse la madre; “non si può mica dir sempre la verità in faccia alla gente… le convenienze sociali obbligano spesso a fare tutto l’opposto di quel che si vorrebbe… se no chi sa dove si andrebbe a finire…” Faceva dei gesti, come per dire: “comprendimi, è proprio così”: inarcava le sopraciglia, torceva la bocca; ma il volto di Carla s’induriva, ella si sforzava di non guardare quella maschera materna.[2]

L’assenza totale di autocritica, un arbitrarismo autocratico di fondo fanno della madre l’esempio perfetto e compiuto di quella società fondata su individui abbietti, informi, capaci di replicare indefinitamente uno stato di cose fin tanto che tale stato di cose si sostiene da solo ed è totalmente incapace di evitare la catastrofe, qualora si profili all’orizzonte e, poi, giunga sotto i suoi piedi. Continuamente vittima delle sue stesse voglie, viene condotta dai suoi istinti più gretti e compie gli atti indegni di una donna e di una madre, pur di massimizzare, in modo del tutto inefficace, quella che è la sua personale utilità, giacché, totalmente priva di scrupoli, non ha da pensare a cosa questa sua utilità consista. In fondo, Mariagrazia non è niente più che un individuo cresciuto sulla base di piccoli passi nei quali l’assenza totale di introspezione e autocritica l’abbiano condotta ad una crescita morale ed umana sufficiente da farle riconoscere il benché minimo valore, sia esso anche semplicemente posticcio ma, per lo meno, suo personale. Ed, invece, la sua vita, evidentemente piana, l’ha condotta solo a compiere, passo dopo passo, una linea dritta, fatta di regole assunte perché prese da altri, senza averne riconosciuto la necessità o il valore.

Leo Merumeci incarna l’affarista spicciolo, concreto, privo di ideali che è il contraltare psicologico di Mariagrazia. Sia Leo che Mariagrazia sono condotti dai loro personali vantaggi materiali senza critica e senza ripensamenti ma con un’importante differenza: Leo sa adeguare i mezzi per raggiungere il fine, Mariagrazia no. In questo senso, Leo ha una sua intelligenza pratica, sufficiente a fargli conquistare l’apparenza del cuore di Carla, ma, per lui, più che sufficiente; intelligenza pratica sufficiente per ottenere dei compensi materiali vantaggiosi, come i suoi tentativi di nascondere alla famiglia Ardengo il reale valore della loro sontuosa abitazione. Se Mariagrazia è una persona irrazionale nel fine e irragionevole nella scelta dei mezzi, Leo Merumeci è irrazionale nel fine ma è molto ragionevole nei mezzi, ben inteso che tale ragionevolezza non ha da intendersi come “giustezza morale” ma come capacità di determinare il giusto mezzo per il fine desiderato. Leo è incapace di avere una serie di credenze spirituali elevate, siano esse credenze che esprimono sentimenti (amore, odio…), siano esse credenze che mostrano l’apprezzamento per qualcosa in particolare. Anche Leo, infatti, è totalmente dominato dai suoi desideri e dalle sue disposizioni all’azione, e ciò che fa è la perfetta traduzione in azione di ciò che desidera. In questo Leo è diametralmente opposto a Michele, laddove, quest’ultimo, agisce per ciò che vorrebbe desiderare e pensa che debba desiderare e mai da ciò che desidera effettivamente; Leo, invece, è un individuo totalmente prono a quelle che sono le sue finalità passionali, senza dare a questo un valore in sé positivo perché tali passioni sono sfuggevoli, passeggere, figlie dell’egoismo e totalmente prive di una giustificazione qualunque. Come Mariagrazia, Leo non si interroga mai sulle conseguenze disastrose che le sue azioni possono avere sugli altri, ma ha la capacità adattiva sufficiente a mascherare le sue intenzioni e a salvare le apparenze in modo tale da poter sempre negare di aver desiderato o fatto qualcosa di puramente autoreferenziale. Anche Leo, dunque, assume delle regole impostegli dagli altri, ma solo per poter massimizzare la propria utilità e, grazie all’assunzione acritica di queste regole, assunzione, cioè, non ratificata dal riconoscimento della bontà di tali regole; grazie a ciò, dunque, riesce sempre sfruttare le convenzioni sociali e morali per raggiungere i suoi scopi: quando vuole conquistare Carla solletica il suo senso di avidità, di vanità materiale, piuttosto che mostrarle che l’ama senza, però, molto furbescamente, smentire mai il suo presunto amore per lei. D’altronde, per una persona siffatta, priva di ragioni sociali o morali riconosciute dalla sua stessa coscienza o ragione, l’amore risulta solo una parola quasi vuota, che indica il desiderio sessuale verso una particolare persona. Leo, dunque, possiede una profonda massa inerziale di credenze che lo conducono verso un movimento lineare, che non si discosta mai dalla direttrice generale della sua stessa inerzia.

Carla è una ragazza di ventiquattro anni, ancora senza marito (una ragazza “da maritare”), i cui desideri oscillano tra la necessità di un affetto incondizionato da parte di un uomo e il bisogno impellente di rompere la rutine, quella rutine che prevede continuamente la madre bisticciare a pranzo e a cena con Leo Merumeci, della cui relazione con la madre è a conoscenza da anni. Carla è una ragazza piuttosto bella, dai bei seni, dal bel volto giovanile e attenta alla cura di se stessa, gioca a tennis, sa suonare il pianoforte, va ai balli e si diverte, senza passione, ad andare alle feste dell’alta società. Sembra, però, non godere di buona fama proprio per la sua sensualità, descritta nei termini più materiali possibili, giacché la sua cultura non viene mai estrinseca né valorizzata, in un mondo in cui l’educazione è improntata verso il riconoscimento di valori puramente estrinseci, privi di sostanza, ma non per questo non fissati da delle convenzioni da seguire con precisione. L’educazione materiale le fa credere che i vantaggi tangibili sono solo quelli materiali, come esibire una bella macchina. Ma a ciò fa contrasto il suo bisogno impellente di amore, così che, nonostante si sia data a Leo, senza grandi resistente, esprime, così, il suo desiderio più profondo:

“Egli mi ama molto ed io lo amo molto” continuò con una dolcezza piana e facile che l’incantava e la meravigliava, perché ora le sembrava di neppure mentire; “ci siamo conosciuti due anni fa… e da allora ci siamo sempre veduti… egli non è come te… è… è soprattutto buono, voglio dire che mi comprende anche prima che io abbia parlato, che a lui posso confidare tutto quello che penso, qualsiasi cosa, e lui mi discorre come nessuno, e mi prende nelle sue braccia e… e… (….)”.[3]

La disperazione domina la fanciulla, la cui normale intelligenza, l’abitudine alla comodità e la completa mancanza di coraggio non le consente di andare a cercare da sola quello che il suo stesso mondo non le ha offerto né mai le avrebbe potuto offrire. Rimane, invece, invischiata dalla comodità, dalla semplicità di una vita che le viene offerta che, per quanto sostanzialmente già conscia dell’infelicità che dovrà sopportare, preferisce accettare il noto che sottrarvisi e andare verso nuove possibilità, magari più rare e difficili, ma, al contempo, più positive e felici. Anche Carla, dunque, ha qualcosa in comune con Mariagrazia e Leo, ed è la massa inerziale delle sue credenze che la sospingono verso una direzione che lei non è capace di alterare, anche quando riconosce la totale vacuità, brutalità e negatività di tale realtà. Il prezzo che dovrà accettare sarà salatissimo, ma lo preferirà alla lotta per una vita degna di essere vissuta.

Lisa è un’amica degli Ardegno, che, un tempo, era stata amante di Leo Merumeci. La relazione terminò perché Leo preferì Mariagrazia a lei. Lisa è una donna sola, abbandonata prima dal marito e poi dall’amante, così che si ritrova a vivere alla ricerca di quell’amore che, in realtà, non ha mai avuto. Finisce per illudersi che Michele la ami, di quell’amore puro, giovanile di cui lei sembra avere un gran bisogno. Nonostante sia, anche lei, una figura propriamente borghese, risulta, comunque, meno ipocrita ma non meno guidata dai bisogni momentanei, privi di positiva autocritica, profondamente egoistici e, dunque, risulta anch’essa una donna profondamente egocentrica. Le sue azioni e reazioni sono dominate dal suo amore femminile per Michele, che cercherà di conquistare con le lusinghe corporee, incapace, com’è, di riconoscere i bisogni di Michele che non rientrano pienamente nelle sue aspettative e, proprio per questo, non riesce a comprenderlo né poco né molto: come Michele è, in fondo, un sentimentale, bisognoso di affetto tanto quanto la sorella, così Lisa è materiale, gretta, a suo modo, così che lo attira a sé mediante le sole attrattive del sesso perché lei stessa è impossibilitata alla comprensione verso colui che le sta di fronte, resa cieca dai suo stessi vili interessi.

Michele è un ragazzo profondamente autocritico, vittima di una forma sofisticata di introspezione che lo priva di ogni capacità di azione. Egli si vede continuamente vivere, giudica continuamente i suoi atteggiamenti e, invece di trarre ragioni per agire, giunge solo alla sua stessa continua negazione. Ci sono molte differenze tra Michele e gli altri personaggi, la prima delle quali egli non vive per la sola ragione che è stato messo al mondo, intendendo, ciò, nella sua metafora: egli riconosce tutta l’inutilità e vacuità del mondo che lo circonda e non è minimamente dominato dalle passioni momentanee e fallaci degli altri personaggi, ma non ha una visione positiva della vita così che egli vede solamente la sua indifferenza per quel mondo in cui vive e che non lo attrae, di cui riconosce la vacuità e l’inutilità. Infatti, egli, nonostante tutto, esprime dei pensieri propriamente controcorrente e compie azioni, per quanto deboli e quasi impalpabili, contro questo stato di cose: egli, dunque, sente di doversi ribellare ma non ha la forza psicologica sufficiente per farlo. Potrebbe dirsi un nichilista, se non fosse che riconosce la necessità dell’amore come un fatto genuino, puro, dell’esistenza; piuttosto può dirsi un esperto nel riconoscere il nichilismo reale della vita altrui e, per riflesso, ciò che c’è di nichilistico nella sua stessa vita, guidata e condotta da un ambiente privo di sostanza, totalmente inerziale e incapace di dar vita ad una società positiva, nel quale le persone si riconoscano amiche le une delle altre, un ambiente nel quale ogni conversazione è frutto di una mediazione negativa in cui ogni parola viene spogliata di significato, in cui ogni frase non è niente più che l’espressione inespressiva di un mondo totalmente chiuso in se stesso, dove il gioco sta nel riuscire ad ottenere il proprio egoismo realizzato alle spese degli altri ma senza darlo a vedere. Michele, dunque, è intelligente ma privo di forza morale ed è, per questo, il rovescio perfetto di Leo, piuttosto che della madre: come Michele è razionale nella considerazione e valutazione dei fini, Leo è irrazionale; come Michele è irragionevole nella definizione dei mezzi per raggiungere i suoi scopi, così Leo è ragionevole e sa come ottenere il suo scopo. L’affinità con la madre è, infatti, tutta giocata sull’uguale incapacità di tradurre in azione il loro scopo, cioè di dare una buona definizione degli strumenti per raggiungerlo. Egli diventa, dunque, spettatore passivo degli eventi e, come tutti coloro che contemplano il mondo nel suo nudo male, senza sentire di poterlo minimamente cambiare, sprofondano in stati di profonda angoscia:

Ma intanto l’angoscia aumentava, su questo non c’era dubbio; già ne conosceva la formazione: prima una vaga incertezza, un senso di sfiducia, di vanità, un bisogno di affaccendarsi, di appassionarsi; poi, pian piano, la gola secca, la bocca amara, gli occhi sbarrati, il ritorno insistente nella sua testa vuota di certe frasi assurde, insomma una disperazione furiosa e senza illusioni. Di questa angoscia, Michele aveva un timore doloro: avrebbe voluto non pensarci, e come ogni altra persona, vivere minuto per minuto, senza preoccupazioni, in pace con se stesso e con gli altri; “essere un imbecille” sospirava qualche volta; ma quando meno se l’aspettava una parola, un’immagine, un pensiero lo richiamavano all’eterna questione; allora la sua distrazione crollava, ogni sforzo era vano, bisognava pensare.[4]

Michele, dunque, è vittima della sua stessa intelligenza, di quello che la madre dice di essere vittima senza esserlo: più sensibile e più intelligente e, per ciò, più capace di soffrire. Questo, che in genere è piuttosto una bella massima falsa, diventa vero proprio perché dall’intelligenza di Michele non si traduce altro che impotenza: rimane il fatto che Michele, essendo incapace di formarsi idee positive e trasporle in azione, rimane vittima dell’empasse, della futilità. Così che, continuamente, viene vinto dalla noia, dalla futilità di un mondo che lo piega alla sua stessa indifferenza:

“Io sciocco?” si ripeté il ragazzo: “Ben mi sta” pensò “sciocco… sì…, sciocco a volermi per forza appassionare a queste tue questioni”. Un orribile senso di futilità e di noia l’oppresse; girò gli occhi intorno, per l’ombra ostile del salotto; poi su quelle facce; Leo lo guardava, gli parve, ironicamente, un sorriso appena percettibile fioriva sulle sue labbra carnose; quel sorriso era ingiurioso; un uomo forte, un uomo normale se ne sarebbe offeso e avrebbe protestato; lui invece no… lui con un certo avvilente senso di superiorità e di compassionevole disprezzo restava indifferente… ma volle per la seconda volta andar contro la propria sincerità: “Protestare”, pensò “ingiuriarlo daccapo”.[5]

Michele, dunque, è un sentimentale che non riesce a trovare sfogo delle sue esigenze, impossibilitato dal mondo ad avere facile soddisfazione delle sue necessità, rimane all’interno di un pericoloso circolo vizioso, che è quello di considerare ogni tentativo e ogni discussione una buona prova di quella stessa inutilità e noia dalla quale cerca egli stesso di trarsi. Ma ogni azione e ogni parola diventa conferma indiretta del principio da cui cerca di sottrarsi, così che viene confermata di continuo la sua visione pessimista di fondo, anche perché non c’è spazio per la buona sorte per chi va in cerca di una vita diversa, in un mondo puramente indifferente e inerziale di cui Michele è solo uno specchio distorcente e consapevole: distorcente perché lo svaluta sulla base delle sue credenze normative e vede tutto alla luce di ciò; ma consapevole perché ne riconosce tutti i limiti. Egli si dimostra un sentimentale proprio perché è, comunque, capace di grande introspezione e di scavare in se stesso per capire cosa vorrebbe e cosa sente, ché non è cosa banale saper riconoscere in se stessi ciò che veramente costituisce il giusto fine per sé. Ma, ciò nonostante, sembra che non sia, però, in grado di vivere in modo sufficientemente indipendente per chiudersi in una positiva solitudine e poter trarre la giusta autonomia per poter vivere la sua vita:

I primi accordi risuonarono; Michele socchiuse gli occhi e si preparò ad ascoltare la melodia; la sua solitudine, le conversazioni con Lisa gli avevano messo in corpo un gran bisogno di compagnia e di amore, una speranza estrema di trovare tra tutta la gente del mondo una donna da poter amare sinceramente, senza ironie e senza rassegnazione: “Una donna vera” pensò; “una donna pura, né falsa, né stupida, né corrotta… trovarla… questo sì che rimetterebbe a posto ogni cosa”. Per ora non la trovava, non sapeva neppure dove cercarla, ma ne aveva in mente l’immagine, tra l’idea e materiale che si confondeva con le altre figure di quel fantastico mondo istintivo e sincero dove egli avrebbe voluto vivere; la musica lo avrebbe aiutato a ricostruire quest’immagine amata… ed ecco difatti, più per la sua esaltazione e per il suo desiderio che in grazia della musica stessa, fin dalle prime note, formarsi tra lui e Carla quella immagine… era una fanciulla, lo indovinava dalla snellezza del corpo, dagli occhi, da tutto il portamento (…): “la mia compagna”, egli pensò: e già dei gesti, una specie di abbraccio, un sorriso, una mossa della mano, degli avvenimenti, passeggiate, conversazioni, si formavano e passavano nel cielo desideroso della sua fantasia, quando un chiacchiericcio fitto e sommesso ruppe l’illusione e lo ricondusse alla realtà.[6]

Basta poco, dunque, per distrarre il giovane Michele ed è in questa sua incapacità a fissarsi su uno scopo, avere la pazienza di perseguirlo perché sente che tutto è inutile così che lo diventano, per riflesso, tutti i tentativi, diretti o indiretti, a vincere lo stato di cose.

La prosa di Moravia, da alcuni definita realista, è, in realtà, imbevuta di un sentimentalismo di fondo, dove l’ambiente rispecchia la psicologia dei personaggi: la luce diviene metafora dell’anima proiettata nel mondo del personaggio di cui si parla, e come la luce può diventare opaca o brillante in base allo stato emotivo della persona, così il tempo meteorologico diventa la proiezione dell’Io sul mondo. Il continuo cielo grigio e piovoso inducono nel lettore un senso di continua oppressione, non senza qualche slancio di barlume positivo, ma tutto sembra avvolto dalla medesima atmosfera intrisa di sentimento, anche se non sempre allegro. Così si dovrebbe appropriatamente parlare di realismo espressionista, per indicare una prosa, sì, realista, ma di un realismo strumentale atto alla resa di una dimensione psicologica che investe il mondo. Impossibile che tale dimensione psicologistica diffusa non sia, almeno in parte, frutto della giovane età dell’autore nel quale, ancora, doveva vivere potentemente quel senso tutto giovanile in cui l’intera realtà è densa di significati, in cui ogni oggetto acquisisce un posto suo nella dimensione emotiva dei personaggi e del lettore stesso. Le descrizioni o sono collettive o sono singole; quando sono collettive ogni evento viene descritto dai vari punti di vista dei personaggi, quando sono singole, v’è l’estrinsecazione privilegiata di un punto di vista particolare:

Per tutta la durata del tragitto nessuno dei quattro parlò; Leo guidava con abilità la grossa macchina tra la confusione delle strade congestionate; Carla immobile guardava trasognata il movimento della via, laggiù, oltre il cofano lucido, dove, tra due nere processioni di ombrelli, sotto la pioggia, i veicoli coi loro rossi lumi guizzavano da ogni parte come impazziti. Anche la madre guardava attraverso il finestrino, ma piuttosto che per vedere, per farsi vedere: quella grande e lussuosa macchina le dava un senso di felicità e di ricchezza, e ogni volta che qualche testa povera o comune emergeva dal tenebroso tramestio della strada e trasportata dalla corrente della folla passava sotto i suoi occhi, ella avrebbe voluto gettare in faccia allo sconosciuto una smorfia di disprezzo come per dirgli: “Tu brutto cretino vai a piedi, ti sta bene, non meriti altro… io, invece, è giusto che fenda la moltitudine adagiata su questi cuscini”.

Soltanto Michele non guardava la strada, quello che l’automobile portava nella sua scatola sontuosa l’interessava di più; gli pareva che non ci fosse altro; l’ombra nascondeva le facce dei suoi tre compagni, ma ogni volta che la macchina passava sotto un fanale, una luce vivida illuminava per un istante quelle persone sedute e immobili: apparivano allora il volto della madre dai tratti fiacchi e profondi, dagli occhi vanitosi; quello di Carla, il viso incantato e puerile della fanciulla che va alla festa; e quello di Leo, di profilo, rosso, regolare, un po’ duro, come quegli oggetti inspiegabili e paurosi che i lampi delle tempeste rivelano per un istante.[7]

Il romanzo è denso di nuclei tematici importanti. Il primo e centrale è la descrizione di un mondo nichilistico in senso profondo, nel quale non c’è un solo valore dominante ma tutti sono schiavi di una serie di precetti morali totalmente accettati sulla base dell’adozione irriflessa, senza giustificazione in prima persona, di una regola sociale. In più di un passo l’esigenza della sincerità viene vinta dalla forza dell’ipocrisia, resa necessaria per un mondo sociale nel quale ogni singolo vive come gli animali ma che non può riconoscerlo per cattiva coscienza. Inoltre, c’è anche un altro motivo per cui una società può imporre ai singoli individui una certa serie di regole sociali di valutazione: essi fondano la loro giustificazione ed esistenza, differente dalla massa dei “poveri”, dei “lavoratori”, sulla base di quella stessa apparenza che è l’indice della loro forza e della loro potenza, forza e potenza che, per quanto non giustificano sul piano morale nessuno, sono, però, sufficienti a legittimare una condizione di disparita tra le classi sociali. Così, la borghesia fonda se stessa proprio sull’imposizione di uno stato di regole tali per cui il rifiuto da parte di chi fa parte di quel mondo implicherebbe, immediatamente, far crollare un edificio sociale attraverso cui si difendono i propri privilegi, il proprio status quo. Questo nichilismo, velato dalla condizione di apparenza reiterata e apparentemente ovvia, diventa la parte costituente e di sfondo dell’intero romanzo. Tutto deve divenire una prassi ovvia, implicita in ogni azione perché la delicatezza dell’edificio è troppo evidente perché ci possano essere elementi devianti. Così, le regole devono essere introiettate in modo sicuro e acritico, sicuro perché, altrimenti, c’è il margine di manovra per comportamenti devianti; e acritico perché nessuno, in cuor suo, potrebbe mai accettare tale e tanta futilità, capace di peggiorare il mondo e la propria vita perché, bisogna pur dirlo, nessuno dei personaggi risulta mai felice ma, nel migliore dei casi, momentaneamente soddisfatto (viene in mente Leo nell’atto di concupire Carla e Mariagrazia nella piccola vendetta contro Lisa). Nessuno, infatti, è mai felice in senso forte per aver realizzato un desiderio che non sentiva esser suo: tutti i personaggi si sentono soli (infelicità sociale), tutti i personaggi sanno di essere insinceri e di ciò ne soffrono variamente (infelicità morale), ognuno di loro non si prende positivamente cura di sé o, se lo fa, non lo avverte come un valore intrinseco (benessere fisico) e, in particolare, nessuno si cura della dimensione puramente spirituale dell’animo (felicità spirituale), riuscendo, dunque, a non fare niente per lottare per la propria felicità. Nessuna condizione della felicità umana sembra, dunque, interessare i personaggi de Gli indifferenti proprio perché, in fondo, essi non sanno neppure in cosa consista la natura stessa della felicità. Un fatto curioso, questo, se si assume che in tanti sosterrebbero che al mondo si è venuti per provare ad esser felici.

Un altro nucleo tematico risulta quello del mondo borghese, descritto in controluce e le cui implicazioni sono le stesse vicende familiari della famiglia Ardengo. Si tratta di un mondo chiuso, ignorante, privo di speranza, la cui unica realtà è quella di replicarsi indefinitamente per difendere i propri interessi materiali, quali che siano, a qualunque costo. In questa dimensione, si badi, non c’è un solo personaggio o elemento che mostri come il mondo possa discostarsi da questo stato di cose, non c’è un artista, un filosofo, uno scienziato perché sono tutti uomini che hanno ragioni per lottare, per vivere e non solo per sopravvivere, ma, naturalmente, viene implicitamente mostrato come tali individui sono automaticamente esclusi dalla società borghese proprio per quelle stesse ragioni per cui, una volta morti, diventano oggetto di interesse: essi vivono una vita controcorrente rispetto ai valori borghesi, ma possono diventare utili nella loro produzione culturale che diventa interessante quando la vita del pensatore non è più di ostacolo alla realizzazione dell’utilità di qualcuno. Un filosofo, un artista, uno scienziato vivono mostrando, in controluce, tutta l’assurdità della condizione borghese, intesa come vien descritta nel romanzo (salvo i casi dei sedicenti uomini che si integrano in tale forma sociale), così che la loro stessa vita va contro l’interesse della classe dominante, salvo nel momento della loro morte, momento in cui la loro presenza diventa accettabile perché uomini le cui opere risultano preziose e non vengono inficiate, nella loro diffusione, dalla figura scomoda che prima viveva e pulsava: la morte legittima la vendita e la parola rispetto a chi, ormai, non può rivendicare più nessuna paternità e distinzione. Nel mondo de Gli indifferenti non ci può essere spazio per niente che sia diverso dal mondo borghese stesso, con tutto ciò che comporta.

Tutta la vicenda si gioca su fatti amorosi, quasi che l’amore fosse l’unica cosa su cui giri il mondo. Ed, in parte, c’è qualcosa di profondamente significativo, se non altro nel fatto che le persone si struggono e combattono solo per qualcosa di così forte che ha la potenza sufficiente a far sì che la loro vita sia giustificata per realizzare quello stato di amore idilliaco di cui, però, nessuno sa indicare il preciso confine: Michele desidera una “compagna” che, però, non è concretamente identificata né risulta chiaro quanto valga la pena lottare per scoprire se esiste o non esiste; Carla desidera un uomo che la “comprenda” ma, intanto, si accontenta dell’unico uomo che le abbia realmente offerto qualcosa di tangibile, anche se non si tratta di amore; Leo desidera Carla per i seni giovani e per la bella schiena; Mariagrazia ama Leo incondizionatamente; Lisa desidera Michele per un bisogno ritrovato di purezza e ingenuità, per quanto lei stessa non sia né pura né ingenua. Tutti dall’amore cercano quello che non trovano dalla vita, chi una compagnia comprensiva e intelligente, chi una persona unica e speciale che faccia sentire parte del mondo, chi un ideale per cui valga la pena vivere. Eppure, nell’amore, vissuto dai singoli personaggi, non sembra esserci speranza alcuna ma solo una perpetua fonte di sofferenza, una malinconica presenza ossessiva e incapace di guarire i patemi d’animo ma, semmai, per risaltarne l’inconsistenza del sogno per contrasto. Niente dell’amore de Gli indifferenti può salvare i personaggi, nel momento in cui sono tutti così chiusi in sé stessi, incapaci di aprirsi una via positiva nel mondo.

Siamo di fronte ad un grande libro, ad un capolavoro della narrativa che avrebbe potuto avere molti altri titoli, per la sua straordinaria valenza di trattare tanti temi diversi senza essere ristretto ad uno in particolare. Poteva intitolarsi: I nichilisti, Gli inerziali, La futilità, I borghesi o La noia. Tutti questi titoli sarebbero potuti andare ugualmente bene, ma tutti possono essere riassunti in Gli indifferenti, i peggiori esseri viventi di questa nostra Terra, capaci di sopravvivere alla loro stessa inutile esistenza e capaci di replicare quello che è il male del mondo sin dai tempi antichi; questo sembra dirci Moravia.


MORAVIA ALBERTO

GLI INDIFFERENTI

BOMPIANI

PAGINE: 316

EURO 9,90


[1] Moravia A., (1929), Gli indifferenti, Bompiani, Milano, 1991, p. 27.

[2] Ivi., Cit., p. 65.

[3] Ivi., Cit., p. 175.

[4] Ivi., Cit., p. 122.

[5] Ivi., Cit., pp. 32-33.

[6] Ivi., Cit., p. 150.

[7] Ivi., Cit., p. 116.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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